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Facebook mi ha appena ricordato che una volta, quando facevo parte del glorioso mommy-blogging italiano d’avanguardia andava di moda celebrare i compleanni dei figli con aneddoti, carinerie, toni commossi, ma come crescono in fretta, eccetera sul blog. In diretta, così, senza vaselina ma con tanto ammmmmooooorrreh.

Poi il logorio del moderno mommy-blogging o le direttive filiali sulla privacy, non so chi abbia contribuito di più a smantellare questo pilastro sociale, ci siamo persi.

Poi è arrivato Facebook.

Poi Facebook ha preso il vizio di ricordarti le cose che facevi in passato. Tipo questa.

Poi lunedì scorso figlio One è andato al campo con la scuola portandosi dietro un quantitativo da coma glicemico di dolcetti vari per offrirli alla classe il giorno del suo compleanno.

Che era ieri. Come il compleanno di suo zio. A cui a suo tempo mettemmo a credere di non aver fatto a tempo a fargli il regalo non perché stavamo partorendo, ma che il suo regalo era appunto il nipote. Da allora si vendica organizzando per primo le feste di compleanno in famiglia, in cui graziosamente festeggiamo entrambi.

E insomma ieri mando un cauto wazzap di auguri, che non lo so se in gita possono usare il telefonino sempre e comunque. Mi richiama. Vedo il nome registrato. Rispondo. Sento un vocione di uomo sconosciuto.

No, ma ditemelo com’era bello il mommy-blogging di una volta, quando avevamo i figli morbidi, con le guancette tonde e cinguettanti grazioserie che DOVEVAMO condividere con i posteri, manco la avessimo inventata noi la maternità (la maternità magari no, ma il glorioso mommy-blogging italiano si. Almeno quello me lo voglio riconoscere).

Insomma, oggi rientra dal campo scuola. Non oso pensare in che condizioni. spero solo che gli sia rimasto un angolino di guanciotta tonda e morbida da sbaciucchiarmi.

No, vabbè, dai, sembro una di quelle madri che

Boh.

Sto invecchiando, cavolo.

Posso almeno ricordarmi che maschio alfa all’epoca passava il tempo a cantarmi quel brano di Bocelli, solo che siccome lui è straniero aveva cambiato una parola che non gli veniva bene da pronunciare. Così mi tuonava a volte:

cooon teeeehh, PARTORIRO’

Poi una dice, ma le doglie te le scordi.

Siiiih, beata a te. Se penso a come me le ha fatte venire.

Bocelli, cavolo. Da parte di quello che mi sfotteva per i Dire Streats dicendo che erano musica da ascensore.

Ci ho fatto pure un figlio io con questo. Due, toh. Ma uno, nello specifico, ce l’ho fatto quindici anni fa. Fa quasi impressione.

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