La Santa Prima Comunione (un po’ come il diploma di nuoto)

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Io lo so che la maggior parte di noi dice la comunione, ma i polacchi su queste cose sono formali e ci tengono e dicono sempre la Santa Prima Comunione, che il Paradiso mica ce lo guadagniamo con una comunione qualsiasi? i titoli e le maiuscole ci vogliono tutti. Ecco, per fortuna ho l’ amica polacca formale sulle cose di Chiesa o senza di lei il mio catechismo ai figli sarebbe rimasta una roba teorica senza applicazioni pratiche, lei invece i figli li battezza e comuniona come se ci fosse un Aldilà, cosa che io trovo tanto formativa, almeno una nel nostro giro di amicizie che ci tiene. No, per dire che il battesimo di suo figlio è stata l’ occasione per uno studio approfondito della Via Crucis grazie agli affreschi nella Sint Nicholaaskerk, quella cupa che vedete di fronte alla stazione centrale di Amsterdam.

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Il musical scolastico

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Una delle tradizioni dell’ ultimo anno di scuola elementare è il musical scolastico. Siccome la nostra scuola è piccina hanno iniziato solo lo scorso anno e quest’ anno hanno coinvolto anche il gruppo 7, che frequenta Ennio. lui fa il chitarrista di una band, ma in playback.

Non ne possiamo sapere nulla, ma questo, in anteprima, è il poster.

Sono la mamma di una rock-star, sappiatelo.

Focaccia e vita varia

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Due giorni di sole e torna l’ autunno, io non aprivo la posta da 3-4 giorni e stamattina avevo le paturnie, notizie preoccupanti ma non troppo dal fronte casa mi avevano messa a cercarmi un volo per tornare velocemente in Italia, ma poi era meno peggio di quanto pensassi e allora magari ci scappo il prossimo weekend che logisticamente mi viene meglio. Il weekend che viene c’ è il grosso evento di italianitudine all’ aperto del mio amico Aris Spada, un organizzatore e venditore troppo caruccio e con dei gran pezzi di cuore d’ oro, ma non so se andarci, però ci va il mio socio con il vino e che faccio, lo mando da solo?

Giammai. Mi sono messa ad impastare e ho sfornato 8 focacce. Almeno si è scaldata casa. E poi la nuova bimbina di Chiara che vado a conoscere stasera, un po’ di sole nel pomeriggio, figlio 2 che fa il figlio unico con cui ci siamo sbafati mezzo cocomero in due, soprattutto lui, io mi sono anche sbafata mezza focaccia, e le zucchine che stanno rosolando per cena.

Oh, ah, e c’ è anche il Macchianera Award e Scialba si chiedeva se qualcuno la voleva nominare come miglior fake. La trovate qui: https://www.facebook.com/scialba.dellazozza

In limine

Le due madri siedono all’ aperto una di fronte all’ altra separate da un tavolo e dallo sbuffo occasionale della sigaretta. Si conoscono da due giorni, una è l’interprete. Guardano di lato, vari lati tra tutte e due, e poi quando riescono a rimettersi una parvenza di saracinesca in faccia, si guardano. Tra loro, la seconda opinione, o diagnosi, o sentenza, che l’altra ha tradotto all’una poco fa.

Una ha appena parlato al telefono con il fronte casa, ha risposto con la voce vivace di sempre con cui veste la saracinesca, con cui risponde al telefono, con cui parla al suo bambino che le sta in collo come un paguro aggrappato alla conchiglia, con cui lo distraeva mentre lo spogliava e lo vestiva mentre lui protestava piangendo disperato, perché a neanche quattro anni e in pochi mesi veramente ha già avuto la sua dose di medici, analisi, tamponi, risonanze, pizzichi. Vivace come quando gli sminuzza pezzo pezzo il mangiare che ancora riesce ad ingoiare da solo, ma solo se sminuzzato. Lasagna, pastina, biscotti al cioccolato, briciola per briciola tutto viene sminuzzato, imboccato e mandato giù. Bravo!

Ogni tanto ride, il bambino, quando vede a tavola una cosa che gli piace o lo incuriosisce e in quella risata c’è tutto quello che rimane e che rimbalza sulla madre e sulla sua voce vivace e le nutre entrambe.

L’altra sta sul limine: vicina e attenta a non calpestare un confine delicatissimo che sa che c’è, ma non sa bene dove. Un confine che va rispettato come la cosa sacra che è. E guarda a volte dentro di sé lo specchio di quel confine per ora potenziale, e se ne allontana spaventata. Per questo vede quando la saracinesca si alza ed è grata perché non è la sua, grata perché  il suo confine è ancora intatto, grata perché sa che all’altra dei confini non importa ormai più niente, ci possono passare sopra anche i carrarmati, non se ne accorgerebbe, perché è già al di là di tutto, tranne quel bambino che la aspetta dentro aggrappato al collo della nonna e quello che verrà. Che lei sa, conosce, ha studiato, ha analizzato e non accetterà mai con tutto il respiro che le rimane.

Finisce la sigaretta.

“Rientriamo, fa freddo”.

Il mio mestiere è un esercizio di gratitudine e di controllo dei confini. Non ci riesco sempre.

#tisaluto

#TISALUTO

In Italia l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.In Italia l’insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.

L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).

Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.
Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.Questo post è pubblicato in contemporanea anche da altre blogger: Vita da stregheMarina TerragniLoredana Lipperini, Lorella Zanardo, Giovanna Cosenza, Sabrina Ancarola, Zauberei, Lorenzo, La Mimosa, sud Degenere, I fratelli Karamazov, Essere donne, Se casomai,  El Gae
Se ti va, copincollalo anche tu!

#mettilatoppa: la vocazione del tappabuchi dall’ ormone dei figli

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Serena ha perfettamente ragione: quante volte nella vita ci tocca mettere toppe umane e metaforiche, e magari non ce ne importa niente, non abbiamo la vocazione, non lo sappiamo fare e non abbiamo neanche tempo? Epperò lo fai, perché ti tocca, o pensi che ti tocchi. L’ ultima toppa l’ abbiamo messa io e Oum Kelthoum (si, a volte mi prende la deriva Malaussèniana) ai nostri figli maschi undicenni.

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