Ricetta: per un piatto di lenticchie (salsa al sambuco come bonus)

20060914vlierbes1Certo che il bello di essere una madre abruzzese talebana sul cibo mi concede non solo di avere un figlio che schifa la Nutella e il ciambellone, si nutre di nascosto di jaw breakers, ma con moderazione, perché le caramelle non fanno parte della dieta quotidiana ma dei piccoli peccati nascosti, come è giusto che sia ed è felice solo quando gli  proponi la bruschetta con l’ aglio e la zuppa di lenticchie di Santo Stefano;

non solo mi complica la vita da matti per l’ approvvigionamento, con tutto che abito di fronte a un supermercato della catena più fantastica d’ Olanda;

ma mi permette di tirarmela a bestia quando scoppiano risse di vario tipo intorno ai grandi protagonisti dell’ agro-alimentare, perché con aria piena di sufficienza posso dire: eh, ma io quel prodotto lì non l’ ho mai comprato. Che sarebbe anche vero, ma vuoi mettere farla cadere dall’alto, che poi io sono pure alta 1,79.

Insomma, in attesa che martedì arrivi il pallet di vino al mio amico importatore su cui mia madre ha caricato 6 scatole di pomodori fatti in casa e altri generi di conforto, mi consolo con un paio di ricettine autunnali, la zuppa di lenticchie che è un classico di famiglia, e la salsa alle bacche di sambuco, che mi sono inventata lì per lì.

Ricetta zuppa di lenticchie di Santo Stefano di Sessanio

A casa mia si usano da sempre le lenticchie di Santo Stefano, perché i chilometri zero non sono un’ opinione ma una necessità e poi perché il mio bisnonno faceva il carrettiere e questi paesi se li girava tutti. Però potete usare qualsiasi tipo di lenticchia scura, compatta, preferibilmente di montagna e che non si disfi durante la cottura.

Mettete una tazza di lenticchie a testa in un tegame, se vi piace il coccio usate il coccio, se avete acceso il camino fate come mia nonna che le metteva nella callara la mattina, ma un banale tegame sul gas va sempre bene, perché quello ho (il camino che vorrei, parliamone, solo ieri ho esposto a maschio alfa il mio progettino per quando avremo almeno € 35.000 che ci avanzano, ovvero mai, per ampliare il piano terra in giardino e metterci così un camino con forno a legna).

Nell’ acqua di cottura aggiungere uno spicchio di aglio rosso di Sulmona (o comunque uno spicchio di aglio fresco che sappia di qualcosa e non quelle robine depresse tre a tre nei sacchetti di rete che si perdono le foglie per strada) e una foglia di lauro. Lasciate cuocere circa una ventina di minuti fino a che le lenticchie non siano morbide, aggiungendo il sale verso la fine. Una volta che le avete pronte ci potete fare 3 cose:

1) impiattarle tel quel come sono e servitele con un filo di olio buono del sud, eventualmente una bruschetta o fetta di pane casareccio accanto e vai. Ottimo come conforto istantaneo e d’ estate ottime anche tiepide o fredde.

2) verso gli ultimi 5 minuti di cottura ci aggiungete dei pomodori da sugo a pezzetti per arricchire il brodo di cottura. Anche qui, ve le condite e mangiate come sopra, oppure

3) gli ultimi minuti di cottura ci buttate dentro una pastina a piacere, con o senza i pezzetti di pomodoro, la fate cuocere al dente, spegnete il fuoco e lasciate incoperchiato per un minuto e servite con olio eccetera. Noi ci mettiamo anche della pasta corta tagliata a mano fatta al volo mentre si cuociono le lenticchie. impastate a seconda dei commensali (1-2 o 3-4) uno o due uova con tutta la farina doppiozero che le uova si tirano, stendete la pasta a mano o col mattarello, e si fa in un attimo perchè non deve essere troppo sottile, e poi ve la tagliate a losanghette di circa 1,5 cm di lato (e queste sono le taccozze) oppure in tagliatelline spesse lunghe 3,5 cm e larghe quanto vi pare da 1 a 3 mm. (le sagnette). Quest’ultimo piatto lo potete chiamare sagn’ e ‘ndicchie così soddisfiamo anche la componente ctonia.

A un piatto così che ci volete aggiungere? un po’ di pecorino stagionato in scagliette, se proprio siete dei gastrofighetti e pace, pasto completo ed equilibrato. Infatti `e la mia salvezza le volte che non faccio a tempo a fare la spesa, anche se in settimana in genere le taccozze ce le sogniamo e ci limitiamo ai tubetti. Di una marca che non nomino, ma non è quella lì.

Salsa alle bacche di sambuco

Questa salsa me la sono inventata lì per lì visto che l’ altro giorno mentre aspettavamo Ennio, io sferruzzavo in macchina e Orso ha scoperto un cespuglio di sambuco carico di bacche come quelle della foto, e ha iniziato a raccoglierle in un sacchetto di plastica con l’ intenzione dichiarata di aggiungerci del nero di seppia e farne inchiostro. Non chiedetemi perché gli vengono queste idee, io ci ho rinunciato, tanto poi si distrae e non lo fa. Io ormai ho adottato il metodo resistenza e sopravvivenza passive, ovvero: tu fai il cavolo che ti pare, basta che non costi sforzo a me e tu mi torni vivo e vegeto a casa, se ne esce qualcosa di fantasticamente creativo bene, se esplode la casa ti trito e per il resto la vita è breve e non sprechiamo tempo a candeggiare le macchie (le macchie di sambuco MACCHIANO, sappiatelo, se ci tenete, mettetevi dei guanti di gomma nel manipolarli).

Insomma, dopo un giorno o due di abbandono sacchetto sul tavolo io ho deciso di marmellatizzarle. La rogna di chi fa seriamente le composte di mirtillo è che ci tiene a mantenere le bacche intere e quindi se le stacca una a una dal rametto, una fase perditempo che la casalinga pigra per definizione salta a piè pari. Io ho messo le bacche nello scolapasta, le ho lavate girandole delicatamente e mentre sgocciolavano, con le forbici, ho tagliato il grosso dei rametti.

Ho messo tutto in un tegame di acciaio a fondo pesante con coperchiuo, le ho fatte andare sul  fuoco più piccolo per alcuni minuti senza aggiungere niente e solo con il coperchio, poi le ho passate al passaverdura. Ho lavato la pentola e ci ho rimesso le bacche passate, il doppio in volume di mele a pezzetti con tutta la buccia (erano dell’ albero di mia suocera, quindi basta lavarle un po’), un po’ di zucchero a occhio e aggiungo un po’ d’ acqua con cui avevo risciacquato il fondo della ciotola in cui avevo passato le bacche, che mi sembrava un peccato sprecare i resti.

Ho fatto cuocere a fuoco lento con il coperchio fino a che le mele si erano ammorbidite, ho passato tutto al minipimer, ho aggiunto il succo di mezzo limone perché mi sembrava troppo dolce e ho messo in barattoli sterilizzati con l’ acqua calda, asciutti ma bollenti (volendo gli potete far fare un giretto di 10 minuti in forno a 180 gradi, ai barattoli). Li ho fatti raffreddare a testa in giù, ma in realtà il primo dei barattoli manco lo abbiamo fatto raffreddare, ci abbiamo subito affondato il cucchiaio.

Variazioni future

Se questo weekend riusciamo a cogliere altre bacche vorrei provare a farne:

1) una versione senza zucchero, magari usando mele dolci o aggiungendoci un pezzetto di zucca, mezza cotogna, insomma, frutta autunnale, e semmai correggendola ala fine con un tocco di aceto, per farne una salsa da servire con la selvaggina.

2) un’ altro tentativo come quello sopra, o magari anche con dello zucchero, ma poco, aggiungendo un peperoncino a pezzetti, senza semi o muoro, per farne una salsa piccante.

Buon weekend anche a voi. Adoro l’ autunno quando c’ è il sole, l’ ho mai detto?

Shaken, not stirred: la pubblicità, i grandi marchi e il loro concetto di famiglia

Shaken, not stirred, sono i post che mi escono di pancia, quando troppe cose mi si agitano in testa e cercano una loro collocazione. Poi di solito la trovano. 

A casa mia da piccola si mangiavano i biscotti di Gisa, non quelli del mulino bianco. E spesso e volentieri mia nonna andava a tener compagnia al pomeriggio alle nonne del forno, Gisa e Argentina, e insieme facevano i biscotti. Per questo io ho rosicato per anni, perché mentre tutta la mia classe cresceva a botte di macine e galletti io ero quella che non aveva la tazzona del mulino bianco, non avevo la tovaglia del mulino bianco, non avevo manco la famiglia del mulino bianco. Continue reading

Pimp your bike: is not a bike, ma fa lo stesso

bici1Pimp up your bike: is not a bike, ma fa lo stesso

Una delle bici che vi voglio postare prima o poi, appena ne riesco a fotografare una come si deve, sono le bici da trasporto per i bambini dell’ asilo. Sono come le normali bicicarro a tre rute, ma piu’ grandi e con le panchette con le cinture di sicurezza. Le usano anche i doposcuola per recuperare i bambini piu’ piccoli, quelli da 4 a 6 anni. Ieri pero’ ne ho visto questa versione fantastica davanti alla nostra scuola e ve l’ ho voluta far vedere subito. Non e’ una bici, ma un Segway cargo, secondo me.

Ce lo chiamo io così, però i Segway sono quei mezzi di trasporto fatti con due ruote divise da una piattaforma più piccola su cui stare in piedi e un piantone con il manubrio. reagiscono ai movimenti del corpo per andare avanti e ogni tanto, visto che al Passenger’s Terminal di Amsterdam c’ è una sede, vedi questi gruppetti in gita col Segway che ascoltano un istruttore su uno un po’ più alto e con le ruote più grandi di quelli del gruppo.

E insomma, niente, ma mi andava di farvelo vedere.

Scialba della Zozza pontifica: il maschio tra erotismo, igiene e paternità

Scialba della Zozza, la nostra esperta di life&style torna con una riflessione sull’erotismo e il maschio moderno. Perché sarà pure vero che il sesso è overrated e se ne parla e se ne guarda più di quanto se ne faccia (risultato della pornografizzazione della vita moderna), ma quel poco che si fa, meglio farlo in modo ragionato. E, soprattutto, igienico. Viva il bidet.

bidet

Se c’è una cosa che mi diserotizza definitivamente il maschio, questa è la paternità. Il maschio che si è consapevolmente riprodotto con un’ altra, semplicemente non può (anzi, lo dico meglio: NON PUÒ) attizzare una donna che prenda un minimo sul serio l’erotismo, il piacere, la frisson, la potente spinta sovversiva che nelle moderne società represse solo il sesso realizzato in proprio e di persona può dare. Perché? Perché saggezza popolare dice che la minchia non vuole pensieri, mentre se c’ è una condizione umana che di pensieri ne da a gogò, questa è la genitorialità. Contestualizzo, eh, seguitemi.

Dico sesso realizzato in proprio perché il mio estetologo preferito mi informa che da suoi campi di ricerca il problema della pornografizzazione di quanto ci circonda è che è definitivamente passato il messaggio che il vero godimento te lo dà il vedere, filmare, condividere su facebook, parlare, dissezionare ma non agire il sesso. O forse lui ha detto qualcosa di più intelligente, ma io l’ ho capita così perché non sono questa grande intellettuale. E insomma, l’ intelletto no, i padri no, il sesso no, la pornografia manco, poi uno dice che ingrasso, ma per forza!

Che poi per erotismo, che può essere tante cose impalpabili, forse devo specificare che qui si intende proprio sleazy, juicy sex, quella cosa insomma che fa sangue, si suda e mette alla prova le proprietà igroscopiche delle mutande, e che buon senso vorrebbe, qui entro a piè pari nel tema del mese su igiene e cura di sé, accompagnato da un minimo di abluzioni prima e dopo, se non proprio durante, che a fare sesso sotto la doccia si rischia la lussazione dell’anca più che gli orgasmi multipli e bagnati. Però dire erotismo fa più intellettuale dannunziano e mi evita il SEO negativo, che non avete idea di che chiavi di ricerca utilizzi certa gente che mi finisce sul blog.

La domanda quindi è: il maschio consapevolmente padre, può far sangue a una donna? E mi rispondo di no, che a me proooooooooprio sembra di no. E vi spiego perché.

Mi ci ha fatto pensare una discussione sui social-media a proposito dell’ appetibilità dei padri ai giardinetti con i figli. Cioè, ci sono donne che proprio proibiscono al marito di andarci da soli, per tema che altre femmine assatanate di maschio paternizzato glielo concupiscano tra i cespugli dietro lo scivolo. Che a me queste esternazioni mi fanno pensare immediatamente: ma cercartene una brava no? ma non lo dico ad alta voce perché sono una signora. Però lo penso. Cioè, quello bravo/a di terapeuta se lo dovrebbero cercare tutti quanti: la moglie gelosa, la femmina concupiscente padri e il padre che ci sta. No, ma come vi viene in mente proprio. avete dei figli, santo cielo, come vi rimane la concentrazione necessaria per procurare e godervi un orgasmo, o anche più di uno?

Lo penso perché se andiamo a vedere cosa ci fa davvero sangue in una persona, e c’ è gente che in mancanza di meglio ha teorizzato seriamente su queste cose, la vulgata popolare suddivide in due filoni divisi per genere.

1) La donna seduce con l’accoglienza, dicono (lo disse persino Jacopo Fo, anni fa, in un suo manuale sul sesso). Il fatto di accettare un maschio, introdurlo nelle proprie cerchie, nel proprio mondo, nel proprio corpo e, in senso più fisico, prendergli l’ uccello in bocca (questo sembrerebbe il grandissimo appeal del sesso orale nell’immaginario attuale) e ingoiarne il seme con gioia (che una lo farebbe pure, ma bevetevi almeno questo succo di ananas e fatevi il bidet regolarmente, santo cielo, a parte la recente bufala che curerebbe la depressione, quid non, mi dispiace per chi sperava di usarlo come argomento definitivo e proprio unique selling point) sarebbero appunto i motori dell’ appeal nei confronti dei maschi. Che se uno guardasse certe pubblicità   (o questa) e leggesse con occhio disincantato certe bufale trasmesse dai media ultimamente, quasi sarebbe portato a crederci.

Ma sorvoliamo perché qui quello che seduce il maschio non è l’ argomento. E poi, madonnina, ma stiamo ancora al ruolo di accoglienza della donna? E io che pensavo che del buon sesso si facesse in condizioni di parità, almeno di testa. Evidentemente penso male, ecco perché ne scrivo invece di rotolarmi con l’ idraulico, in questo momento.

2) Cosa arrapa seriamente una donna? Qui si fa subito: la singola cosa più erotizzante è il desiderio del maschio (quello che ti interessa, ma a volte è un dettaglio)  nei suoi confronti. No, guardate che su questa cosa del maschio vittima incoercibile del proprio desiderio prorompente ci hanno costruito sopra interi sistemi culturali, che talvolta li vedi ancora emergere in tutta la loro nettezza, per esempio in certe discussioni su stupro e femminicidio. Eh, lei lo ha lasciato perché la pestava, ma lui l’ amava così tanto. Che. L’ha. Fatta. Fuori. Ma sempre con tanto amore e al desiderio non si pongono lacciuoli, signora mia.

Purtroppo è vero. Cioè, ma vi è mai capitato di soccombere al fascino di uno magari bruttarello, magari un po’ nerd, magari un po’ cavernicolo, magari un po’ idraulico (la casalinga che se la fa con l’ idraulico è topos quasi più potente di quello della donna arrapata dal padre per via del ribaltamento del ruolo caring, ovvero la fallacia di ragionamento che ti induce a credere che se riesce a costruire una pista lego per tre ore senza dare segni di noia vuol dire che abbastanza motricità fine e coordinamento occhio-mano da saperti trovare il punto G ce l’ ha, o districare i riccioli di una barbie  implichi che magari riesce persino ad attendere con pazienza che il cunnilingus che ti sta praticando raggiunga la sua naturale conclusione, ben tentata, ragazze, ma non è detto che vada così, ma ognuna crede a quello in cui vuol credere. O non avremmo il wishful thinking, però abbiamo le self-fulfilling prophecies, se funzionano sulle percentuali di stranieri che commettono crimini a fini elettorali altrui funzionerà anche per una buona trombata, cosa volete che ne sappia).

Insomma, il desiderio da soddisfare hic et nunc, in piedi contro una porta o sdraiati sul cofano della macchina dopo un tamponamento, nella fase tra la compilazione del modulo di constatazione amichevole e l’arrivo del carro attrezzi, pare sia un potente attizzatore del desiderio nella femmina umana.

Solo il motivo per cui a mio avviso non può funzionare con i padri è presto detto: già gli uomini non sono multitasking, sono monotasking e a volte anche quel mono gli viene da mona. Quindi la potenza dissacratoria delle convenzioni causata dalla botta di desiderio maschile hic et nunc vive in nome del monotasking. Cioè, il maschio concentrato in quel momento unicamente sul pensiero unico, ecco la cosa che fa sangue. Non la promessa di accoglienza, di cura e di tenerezza. Se ci manca una figura paterna che ci accolga e ci risolva la vita, non è facendosi trombare dal padre di qualcun altro che ne rimane abbastanza per noi. Il padre di figli ne ha già di cose per la testa, figurati se si riesce a concentrare sul qui ed ora passionale. Cara grazia che ci è riuscito quel tanto da procreare.

No, guardate, nulla come l’ idraulico mononeurone e sterile, che poi già solo per deformazione professionale, con i bidet ci ha confidenza, da dentro e da fuori. Questo si che fa sesso pulito, che è meglio dell’energia pulita. Fidatevi della Scialba, che lei ci riflette sulle cose e ne sa. Bidet regolari sono i prerequisiti base di sesso soddisfacente. Passate la saponetta.

Questo post tenta di partecipare al blogstorming sul tema del mese di Genitori Crescono, ma vedrai che mi scordo qualche passaggio essenziale del regolamento. 

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È parecchio che non ci si sente, vero?

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È un po’ che non ci si sente e me ne dispiace davvero, ma io sinceramente non so dove mi vanno a finire i giorni. E dove mi va a finire la testa. E in generale noto che negli ultimi due anni tendo a rinchiudermi un pochino in una scatola. Non vedo gente, non faccio cose, non vado in giro. Tutte affermazioni che volendo, chiunque abbia a che fare anche marginalmente con me, potrebbe confutare immediatamente. Ma nella mia testa non è così. Come mai? Boh. So solo che se davvero potessi tirarmi una coperta in testa e restare lì, in silenzio per un paio di giorni (se qualcuno mi portasse un dim-sum o un cioccolatino nel frattempo, gradirei immensamente però) ecco, se potessi lo farei. Ma sono tentazioni a cui la donna saggia sa che è meglio non cedere.

Forse, come dice Supermambanana, negli ultimi anni ci sono state delle circolarità che si ripetono e che si succhiano tutta la mia attenzione residua. Dov’ è la novità? Nel fatto che siamo stanchi. Siamo stanchi sia io che maschio alfa e, sospetto, anche i bambini. Per carità, noi siamo dei lottatori, di salute stiamo benissimo e così tutti i nostri e se c’ è una cosa che in questi due anni è assolutamente chiara, limpida e inequivocabile, è che ci amiamo, stiamo bene insieme e siamo mediamente felici. A volte persino più della media. Ma io in testa ho un sacco di rumore di fondo.

Penso che siamo in parecchi a stare così ultimamente, con un rumore di fondo nella testa anche se da fuori sembriamo gli stessi, facciamo grossomodo le stesse cose o anche qualcunina di diversa, in realtà non fa lo stesso effetto. C’ è quel brusìo fastidioso, un basso continuo che ti costringe a metterti in dubbio, valutare l’ opportunità delle tue scelte continuamente, o anche se non fai nulla ti accompagna quando ti addormenti e quando ti svegli.

Poi nel mio caso ci sono stati un bel po’ di scalini da salire ultimamente, e sapete com’ è salire le scale, a un certo punto sposti il baricentro un po’ in avanti e riesci a continuare a salire per forza di inerzia, purché ti tenga sempre un passo e una respirazione costanti. Allora ti si svuotano certi pezzi di testa e alla fine sei riuscita a vedere delle cose di te con molta chiarezza, solo che alla fine non te ne fai niente. È questa non conclusività delle cose che mi stanca (oh, io sono impaziente di natura).

Penso che lo scorso anno, quando ho deciso di buttarmi nell’ avventura di Da Gustare ci ho buttato dentro tanto, ma tanto delle cose che mi piacciono, delle sinergie con le infinite persone che ho conosciuto nella vita, di tante passioni che ho, delle energie che in quel momento sembrano infinite ma lo sai che la vita ti presenterà il conto. E contemporaneamente ho scritto La risposta del cavolo, sono venuta in Italia a presentarlo prima a Più libri più liberi, la splendida fiera della piccola editoria che si tiene a Roma ai primi di dicembre, e poi con il Cavolo-tour a febbraio, il giro autogestito, autofinanziato e autogoduto, ma non automunito, visto che ho ispezionato da vicino tutte le ferrovie di Lombardo-Veneto, Ticino e Piemonte e i divano-letto di tante persone, e anche quella è stata una bomba di energie date e ricevute, di belle persone che conoscevo o che ho conosciuto o che ho visto in faccia per la prima volte dopo una sorellanza/fratellanza virtuale.  

Nel frattempo avevo un paio di stalker, li chiamo così, persone con cui ho avuto rapporti di lavoro che mi firmano accordi che non leggono e poi si impermaliscono e quando quella santa donna dell’ Avvocata Nostra gli fa capire gentilmente che non hanno proprio motivo di prendersela con me, dalle vie legali passano alle vie dirette. Oppure persone con cui NON ho avuto rapporti di lavoro e non ci siamo firmati nulla, ma anche loro decidono che tutte le loro disgrazie dipendono dal mio stare al mondo e devono punirmi per questo. Non so come altro spiegarmelo, non perché io sia chissà quanto interessante, ma forse delle volte si fraintendono le mie energie e comunque è una reazione umana prendere a calci qualcosa che ti sta vicino e di cui in fondo non ti importa molto, quando in realtà ce l’ hai con altre persone o fatti della tua vita, che siccome li hai davvero troppo vicino, forse non ti fidi davvero di prenderli a calci direttamente e lo fai per interposta persona.

Poi vabbè, le cose troppo vicine per guardarle in modo spassionato o per raccontarle urbi et orbi sul blog o su Internet in genere non ci sono mancate per niente. Ma degli stalker avrei fatto volentieri a meno perché anche se è fatta, finita e non li sento più continua a rodermi e ho paura che me ne salti fuori qualcun altro. Allora prendo io a calci delle cose che stanno appena al di fuori dal mio campo visivo e che non fanno troppo male perché non abbastanza vicino al mio nucleo, però lo so che non serve.

Insomma non sto scrivendo un altro libro anche se del materiale ce l’ ho. Non sto inventando altre ruote, anche se le strade mi stanno aspettando. Non sto focalizzandomi come dovrei e lascio che dei brandelli di opportunità mi sfilaccino intorno furiosamente. Ma i pezzi sento che ci sono, che mi stanno tutti intorno e stanno agitandosi vorticosamente nello shaker, perché il rumore di sottofondo che mi insegue non è altro che quello dei cubetti di ghiaccio agitantisi.

Qualcosa è lì, dietro l’ angolo, sta aspettando che arrivi a vederlo e lo vedrò non appena le cose raggiungeranno il punto di sedimentazione. Forse ci sono appena arrivata scrivendomi di dosso tutto questo. Perché la cosa di cui ho paura, è sempre la paura a fregarci, è che ho voluto fare troppo in una volta solo e non so se sono ancora capace. La cosa di cui ho paura è che se mi vanno bene delle cose ritroverò degli stalker sulla strada. La cosa di cui ho paura è che da tre anni ho pochissimo lavoro retribuito e non ho la testa per inventarmene un altro, anche se ci sto provando, perché il salto dall’ idea eccezionale e il lavoro sovrumano per realizzarla, al guadagno che metterebbe tutti noi più sereni non riesco ancora a farlo. La cosa di cui ho avuto paura, anche se lo avevamo deciso insieme, che visto che il lavoro non c’ era forse era il caso di mettermi tranquilla per un po’ e seguirmi casa e figli, che mi urlavano a gran voce la necessità di dare una raddrizzata alle cose. E io l’ ho fatto, ma perché non avevo scelta. E questa NON scelta mi ha riempito la testa.

Comunque sto continuando a salire gli scalini, testa bassa, baricentro leggermente spostato in avanti e un ritmo automatico che ancora non raggiungo.

Nel frattempo Da Gustare 2013 sta ripartendo (se ci fate un clic mi fa anche piacere), ma ha dovuto prendermi a calci Marina. Dio me la benedica. Calci magari non più, ma se a qualcuno avanzasse una spintarella, si grazie. Sto qui.

Theme song: Extraordinary Machine, by Fiona Apple

I cant’ help if the road just rolls out,

behind me,

be kind to me, or treat me mean

I’ll make the most of it I am an

Eztraordinary Machine

Undici e nove

“Mamma, ieri al telegiornale dei ragazzi hanno detto che era nine-eleven”.

“Vero”.

“Sai, quando c’ è stato quell’ incidente con quegli aerei”.

“In realtà non era proprio un incidente, è stato un attacco terroristico ed era pianificato. Sono stati dei kamikaze”.

Silenzio.

“Ma sono dei pazzi, i kamikaze”.

“Sicuramente stanno molto male. Ma possono stare male anche perché sono convinti di vivere malissimo in una situazione senza via d’ uscita, e secondo loro la via d’ uscita era quella. Anche i partigiani erano considerati dei terroristi, poi a seconda di come va, potrebbero anche essere degli eroi”.

“E le persone saltavano dalle finestre”.

Oddiodddiodddio, spero non l’ abbiamo fatto vedere al telegiornale a scuola, quella era la parte che 12 anni fa, che ero incinta, mi ha dato la mazzata in fronte. Manco glielo chiedo perché sono le 7:20, ci stiamo faticosamente vestendo e vorrei arrivare in tempo a scuola senza troppo stress. A nove anni non è il mio argomento preferito a colazione, tutta la disamina su bene e male di prima mattina, con con l’ undicenne sofferente di la’, che sta male da qualche giorno, pensiamo anche li per una questione di bene e male da chiarire (“Mamma e lo sai cosa dicono? che a loro fare i bulli piace“).

“Saltavano perché l’ edificio era in fiamme”.

“Secondo me saltavano le persone a cui non piace essere creminate quando muoiono. Neanch’ io voglio essere creminato“.

“Ti seppelliamo, stai tranquillo”.

O forse qualcuno finirà per seppellire me. D’ altronde, con due figli di undici e nove anni, forse semplicemente non me lo posso ancora permettere, ci sono troppe spiegazioni da dare ancora, troppe rassicurazioni necessarie, troppe sfumature di bene e di male da cui ancora non esco bene fuori.

Pimp your bike 6: all the colours in the world

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Si, lo so, sul settore “pittati la bici comprata dal ricettatore così quando il vecchio proprietario la incrocia non la riconosce” ad Amsterdam si vedono cose molto più colorate, creative e scaciate. Solo che di solito servono ad abbellire dei catorci. Quello che mi ha colpito invece di questa bici è che sta succedendo anche quie sattamente quello che è successo con lo street wear e il grunge passati nelle collezioni di moda. Ovvero che la spinta creativa per arrangiarsi con mezzi semplici è stata ribaltata e adesso le aziende copiano questo stile in prodotti nati così.

In generale lo trovo estremamente riprovevole e indice di poca fantasia, ma d’ altro canto se ti piacciono i colori e vuoi una bici decente, perchè no? Sono sicura che ci sia un pubblico che apprezza le bici tutte colorate, ma dipinte nel forno e non a mano. a voi cosa ne sembra, del concetto e del risultato?