I tutorial della casalinga pigra: come stirare le camice (ma molto di malavoglia)

IMG_9699Io odio stirare, ma proprio perché a 12 anni ho iniziato a stirare i cumuli di camice dei miei, che gli servivano per lavorare e considerato che uscivano presto e rientravano tardi, ci pensavo io. Anche perché a 14 anni ho cominciato a prendergliele in prestito, perché tutti gli adolescenti sono convinti di non avere niente da mettersi, ma nel mio caso era abbastanza vero, e quindi un po’ la passione per l’ oversize, un po’ quella per le camice bianche, un po’ che ero cresciuta abbastanza e improvvisamente mi si aprivano due armadi altrui, insomma, il minimo che potevo fare era rimettergliele a posto nell’ armadio dopo averle usate io (che tanto uscivano la mattina presto e rientravano la sera tardi e me mi vedevano sempre in pigiama).

Con maschio alfa non abbiamo posseduto un ferro da stiro fino a che non ho iniziato a lavorare in uniforme, avevo due camice, una a maniche corte e una a maniche lunghe e mi toccava tenerle a posto. Poi ha iniziato a lavorare lui e da bravo maschio olandese se le stirava da solo oppure, fino a che avevamo qualcuno che ci aiutava in casa, le stirava qualcun altro. Adesso siamo nella situazione che io ho poco lavoro retribuito e sto di più a casa, lui ha un sacco di lavoro arretrato e poi ci mette più tempo di me, quindi ho ricominciato a stirare.

Insomma, odio stirare ma per le camice sono velocissima e ho il mio metodo collaudato che metto a disposizione di tutti coloro che si pagano il mutuo dovendosi presentare al lavoro con la camicia stirata. Ma siccome l’ideale nella vita sarebbe non stirare affatto, che è più ecologico, vi metto anche alcuni consigli su come evitarlo.

Prevenzione a monte

A un certo punto ho iniziato a comprarmi i vestiti in previsione di non stirarli. Con tutte le magline e tessuti tecnici che girano oggi, tocca proprio amare il tessuto inamidato per insistere. Ho sostituito le camice di seta e lino con dei bellissimi twin set per le volte che mi devo vestire più formalmente, le giacche le compro ai saldi, le arieggio bene tra un uso e l’ altro e le porto in tintoria al cambio di stagione, se proprio serve e seguendo un ottimo consiglio di Paola Maria Traspedini, la mia guru dello Stile Quotidiano, abbondo in vestiti di maglina. In qualsiasi catena se ne trovano da quelli a canottiera estivi a quelli con le maniche lunghe invernali, in genere li scelgo in cotone o simili, se devo renderli più habillé si fa subito a metterci sopra una giacca, foulard, collana, sciallino o cardigan, e altrimenti, quando cerco disperatamente di far addormentare i figli entro tempi umani e poi invece sono io che mi abbiocco e mi risveglio alle tre di notte in un letto non mio, si fa subito a togliersi il reggiseno da sotto che come camicia da notte restano comodissimi.

Anche per le camice ci si libera di molto lavoro se ci si pensa a monte. Compratene poche ma buone, cercate stoffe che non fanno troppe pieghe, basta a volte stringere la stoffa in un pugno e guardare come reagiscono le pieghe quando la si lascia andare. Evitate anche i colletti button down, che a girare intorno ai bottoncini del colletto si perde tempo, e poi magari si staccano e vi tocca pure ricucirle. Una bella camicia classica, senza ruches, piegoline, decorazioni, non si sbaglia mai. E se adesso trovate quelle leggermente elasticizzate, esistono anche da uomo, compratele, riempitele e si stendono da sole.

Se anche voi fate parte della categoria di gente che indossa le camice perché ci è costretta dal lavoro che fa, sceglietele bene. Io adoro Marks & Spencer per esempio perché hanno un sacco di abbigliamento formale da ufficio a poco, e hanno anche linee di camice a bassa manutenzione se non addirittura che non si stirano. Quando andate in vacanza in un posto dove ci sono i loro negozi, fateci un giro, che male non vi fa. Queste camice basta lavarle, afferrarle saldamente per il colletto e farle schioccare come bandiere e appenderle sullo stendino di plastica, abbottonandole.

Un’ altra soluzione meno intuitiva è quella di comprare vestiti e abiti di lino. Il lino per definizione si stropiccia e ha di bello appunto il modo con cui lo fa. Inoltre si presta benissimo a un paio di tecniche alternative che vi dico qui sotto.

Alternative al ferro da stiro

Ci sono quelle persone che hanno una tecnica speciale per stendere le camice tirandole, stendendole, sistemandole in modo che si asciughino perfettamente senza pieghe. Se qualcuno me la vuole spiegare, sarei felice, ma da quel poco che ho capito, è una tale scocciatura farlo bene che io faccio prima a stirarle, visto che sono veloce.

Un’ altra tecnica che va bene per i periodi di canicola e anche per il lino è dell’ asciugatura a sgocciolo. Inzuppate di acqua il capo da asciugare (se per esempio avete un’ ottima centrifuga toccherà immergere i capi nell’ acqua) e poi stendete nel modo più dritto possibile usande se servono tante mollette. Il peso dell’ acqua che sgocciola a terra tende la stoffa mentre si asciuga. Non si può usare sempre a meno non viviate in climi tropicali, ma in estate è più piacevole giocare con l’ acqua che con il vapore del ferro da stiro. è fantastico per tutte le cose di forme semplici, tovaglie, lenzuola, federe, mantelle da supereroe.

Le famose camice a bassa manutenzione, le t-shirt, i jeans e simili invece si lavano in lavatrice, si strizzano o gli si fa fare mezzo giro in asciugatrice e si appendono direttamente su uno stendino ad asciugarsi, o su un corrimano tondeggiante in piano per stenderli senza creare la riga del filo che poi va stirata. E comunque basta arrotondarsi un po’ fisicamente che la maglina si tende e ti si stira addosso (consiglio per questo anche le lenzuola con gli angoli in jersey, che si stirano da soli pure loro).

Insomma, questa tecnica della maglina che poi tanto si stende io la uso con tutto perché una volta asciugati jeans, magliette e tute e felpe dei maschi di casa, se proprio proprio devo esagerare me li piego per benino sul tavolo e basta passarci sopra energicamente con le mani, impilarli, e se avete quei bei comò con il piano in marmo, metteteci sopra la pial, schiacciatela con qualcosa di pesante e fatele stare per un po’.

Se volete fare come le nostre nonne, piegate bene le lenzuola, sedetevici sopra e sculateci mentre vi guardate il vostro programma preferito, che l’ ancheggiamento vi fa tanto bene agli addominali e intanto la stoffa si alliscia.

Ma per le camicie, a parte che ci si può semplificare la stiratura appendendole al filo per il colletto (facendoci passare il filo sotto l posto della cravatta e tenendolo fermo con le ciappette) tocca proprio mettersi al lavoro. Questo quindi è il mio metodo.

Come stirare le camice spicciandosi

Intanto tocca attrezzarsi: so di gente bravissima a stirare sul tavolo di cucina foderato con un asciugamano piegato e sopra una tovaglia, ma è faticoso. Basta una buona tavola da stiro, e siccome noi siamo alti, ne scelgo sempre una robusta con la possibilità di regolare l’ altezza. Se ho mal di schiena e poca voglia la abbasso ad altezza seduta sul divano e posso cercare di guardarmi qualcosa, un film o altro. Ma l’ ideale e metterla a un’ altezza che ci permetta di stirare senza piegare la schiena, che poi ci farà male.

Inoltre se preferite cotone e lino, attrezzatevi con un buon ferro a vapore, in questo momento ne ho uno con il serbatoio esterno, tocca dargli un po’ di tempo per scaldarsi, ma avere un bel gettone di vapore aiuta assai.

L’ idea è di seguire un ordine di stiro delle varie parti della camicia (collo, spallone, maniche, schiena, falda davanti con i bottoni, falda con le asole) in modo che si stirino per ultime le parti che devono essere perfette e si vedono di più, ovvero il davanti.

IMG_97001) Si inizia dal colletto, stendetelo sulla tavola con l’ esterno in giù e stiratene energicamente la parte interna. Poggiate il ferro.

IMG_97012) segue lo spallone, infilatelo nella punta della tavola da stiro con l’ interno in sotto e con un colpo solo stiratene la metà. Se vi impratichite stendete l’ altra metà sulla tavola e fate anche quella. Altrimenti poggiate il ferro, rigirate la seconda metà dello spallone sulla punta, tirate bene e stiratela. Poggiate il ferro.

IMG_97023) afferrate i due capi della cucitura della manica, con pollice e indice di entrambe le mani, una dal lato sotto l’ ascella e l’altra dal lato dove si unisce al polsino, Tirato la cucitura che sarà il vostro punto di partenza per stendere la manica perfettamente piegata in due sulla tavola. Passateci sopra le palme delle mani per stendere bene, se volete, o fatelo direttamente con il ferro. L’ apertura del polsino deve essere rivolta verso l’alto.

NB: io lo so che ci sono persone stilosissime (e che probabilmente non si stirano da sé le camice) che odiano la riga di stiratura a metà della manica, ma io non ho di questi patemi e mi rifiuto di farne un problema. Se invece a voi scoccia o dovete infilare la manica nella mini tavoletta fatta apposta per stirare le maniche, o ve la ruotate mano a mano che la stirate senza mai raggiungere l’ orlo).

IMG_9703Se avete stirato a modo mio basta aprire bene l’ apertura della manica e stirarvi il polsino dall’ interno, come avete fatto con il colletto.

4) ripetete la stessa identica cosa per l’ altra manica: afferrate i due capi della cucitura, stendete piegando a metà, stirate la manica,s tirate il polsino. Nelle pieghe vi infilate con la punta del ferro  e stirate con quella. O ci mandate un bel getto di vapore, poggiate il ferro e tirare pianino i lati della piega, che essendo umida di vapore finché dura si stira con la semplice tensione.

IMG_97045) voltate la camicia, e stendete sulla tavola il dorso, tenendo il colletto dal lato stretto della tavola. Usate anche qui la cucitura di fianco alla camicia come punto di partenza, tirandola bene per stendere, cominciate a stirare in lungo dal colletto al’ orlo e mano a mano ruotate sulla tavola la parte ancora da stirare fino a che non finite. Essendo la nostra una famiglia di persone XXL ho scelto apposta una tavola da stiro più ampia del solito, in modo che con due passaggi faccio una schiena.

IMG_97056) a questo punto voltate la falda con i bottoncini sul piano, sempre con il colletto dal lato della punta della tavola da stiro, pareggiate l’ angolo della manica con l’ orlo della tavola e stirate. IMG_9706Quando avrete steso la falda bene, passate la punta del ferro da un bottone e l’ altro per stirare l’ orlo, e alla fine passate la punta sul lato esterno per finire anche quell’ angolino lì (se volete, eh, perché tanto sta sotto la riga delle asole, che è tanto più facile da stirare, e quindi chi lo vede se lo spazio tra un bottone e l’ altro non è perfettamente stirato? Io salterei).

7) Finalmente mettete sul piano la falda con le asole, che non avendo interruzioni di sorta, basta tirarla un pochino, e stirarla eprfettamente e pace.

A questo punto appendete la camicia sullo stendino, abbottonate il secondo bottone che si fa prima che ad abbottonare il primo che ha anche l’ asola sulla parte rigida del colletto, appendete e dimenticatevene fino al giorno in cui la indosserete.

Passate alla camicia successiva.

Note conclusive

Se avete una pila di camice di tessuto diverso, cominciate da quelle in lino, poi abbassate leggermente la temperatura e stirate quelle in cotone, poi quelle eventualmente sintetiche (che io sconsiglio, a meno non ne siate costretti da esigenze di uniforme, amore a prima vista con una camicia assolutamente deliziosa e simili) e finite con quelle in seta. L’ ultima di seta la fate a ferro spento che si risparmia elettricità.

Motivazioni etiche

Ma visto che il pianeta, e il buco nell’ ozono, e il riscaldamento globale, e il costo della vita e dell’ elettricità, me lo dite chi ve lo fa fare a stirare? Adottate soluzioni alternative e fatevi belli dicendolo che sono motivazioni etiche quelle che vi spingono a farlo, non il divano che sta lì ad aspettarvi con un libro da leggere e una bella tazza di tè.

Rinfrescare creativamente gli arredi: quasi un tutorial

IMG_9172A furia di darmi arie da casalinga pigra nessuno crederebbe quanto sono brava, creativa ed efficiente quando si tratta di trasformare l’ aspetto di uno spazio (mi sto facendo pat pat sulla spalla da sola).

Ma nel corso degli anni mi sono sempre riuscita a sfogare con il materiale tessile, quello che preferisco, anche se non so cucire e ricamare, mi accontento di saper attaccare bottoni (e quello mi viene bene in tanti sensi). E la mia passione assoluta e il riciclo e la tintura di stoffe, iniziata decenni fa con operazioni di tie and dye che vi ho descritto qui  e di crocheting selvaggio (questo post incredibilmente resta il più letto di tutti, poi uno dice che mi devo dare al craft-blogging).

Insomma, visto che Genitoricrescono riesce sempre a tirar fuori il meglio da me, a questo giro proseguo da loro con una serie di suggerimenti operativi su come arredare o rinfrescare casa usando stoffe rielaborate grazie a colori, colla, candeggina e anche una pinzatrice. Questo il post:  se volete aggiungerci i vostri suggerimenti, mi farà molto piacere perché a casa nostra sono appena iniziate gli spostamenti di primavera.

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Orso ha appena ricevuto il suo primo vero letto (gli piaceva quello sopra, ma era più l’ idea del lettone in alto con la scrivania in basso e siamo riusciti a dirottarlo su un modello diverso, in legno piuttosto che in metallo e soprattutto più stabile e meno traballante), e siccome voleva un letto che sembrasse una cabina da cacciatore, abbiamo deciso di prendergli un soppalco a una piazza e mezzo per ospitare tutti i suoi pigiama party sopra e le sue collezioni di sassi e minerali sotto, e il tema che abbiamo scelto è quello del bosco, visto il suo enorme amore per gli animali e la natura.

Spero di soddisfare un suo e mio sogno costruendogli un paio di sgabelli su ruote fatti con una fettona di tronco d’ albero con delle rotelle avvitate sotto, se riesco a capire dove trovare le fette d’ albero. Se state potando o abbattendo alberi, ricordatevi di noi che vi mando mio fratello a prendersi i tralci di tronchi.

Sto svuotando casa e dando via mobili e divani ingombranti, visto che stiamo per comprarci il nostro primo divano proprio nuovo e scelto da noi, finora ne avremo avuti almeno 6 o 7 di terza e quarta mano, da cui la mia esperienza nel rifoderarli, come spiego su Genitori crescono.

Ma non sia mai detto che noi cerchiamo e troviamo il divano perfetto a cui non devi fare niente (se non ci complichiamo la vita non ci divertiamo noi Diga): il colore non ci soddisfa, i soldi non sono molti e quindi ce ne compriamo uno semplice ed economico che tingerò.

Insomma, la pigrizia di questi tempi è solo una comoda etichetta che qui stiamo lavorando duro per arginare la roba che ci sommerge. Quasi quasi mi apro un account su Marktplaats, l’ e-bay olandese, e comincio a vendere cose lì. Hai visto mai che trovo il sistema per finanziarmi un divano migliore di quello che abbiamo visto?

Scappo che devo approfittare dell’ onda positiva di primavera, prima che mi torni la deriva pigra. Ma mi sto già immaginando i dopocena tutti insieme appassionatamente sul nostro nuovo divano. Speriamo bene

Considerazioni sparse sul mercato del vino italiano nei Paesi Bassi

 

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Il mercato del vino nei Paesi Bassi, nella mia esperienza, va un pochino spiegato a chiunque voglia approfondire l’ argomento. Il momento mi sembra adatto prima di tutto perché stiamo uscendo dal periodo di calma piatta tipico dei primi mesi dell’anno, in cui tutti più o meno si stanno riprendendo dalle sbornie festive. Il 17 marzo abbiamo avuto la borsa vini italiani, poi il Prowein in Germania che è quasi dietro l’ angolo, adesso arriva anche il Vinitaly e non ci andrò neanche, e quindi facciamoci due conti.

Intanto: che tipo di venditori abbiamo nei Paesi Bassi?

Ci sono quelli, e sono il grosso, per cui il vino è una commodity. Potrebbero vendere scarpe o letame da concimazione, per loro è lo stesso. E spesso anche quando vendono vino, stanno vendendoti del letame.

Ci sono quelli che dichiaratamente non capiscono un accidente di vino, ma capiscono cosa piace al consumatore medio e glielo procurano. Bravi, spero prima o poi di insegnargli che c’è qualcosina di meglio al mondo, e mi viene benino, devo dire, perché sono carucci e ci mettono del loro.

Ci sono quelli che adorano il vino, certi tipi di vino. Sanno scovare esattamente i produttori che fanno vini interessanti. Magari servono un mercato di nicchia, ma lo sanno fare benissimo e io li adoro. Senza fare torno a nessuno di quelli che mi sto dimenticando, voglio citare Dario Troc, che ha anche un fantastico ristorante a Vaals, Douwe Walinga, Piet Dooijewaard, Hans BijvoetsCris Basciano, Peter Smit. E ci sarei io, che per ora sto selezionando dei vini che mi piacciono e ancora non ho capito se mi prenderò un’accisa per vendermeli in proprio oppure no. In fondo a me i vini piace spiegarli, non venderli, e per ora mi limito a proporli agli importatori che mi stanno simpatici.

Proseguo.

Che tipo di consumatore abbiamo nei Paesi Bassi?

Intanto c’ è la massa che se compra vino per casa lo prende al supermercato e che costi meno di € 5 euro. Questo è il consumatore che al caffè ordina un generico bicchiere di bianco secco (perché gnente gnente sa che gli potrebbero anche dare il dolce), quello che ai primi albori dell’estate, adesso quindi, fino a quando dura, ordina un rosè-etje, perché è rosa e sta bene con il tempo. È il consumatore che quando si compra la bici-carro figa, può scegliere come accessorio attaccato al telaio anche il secchiello in cui inserire la bottiglia di prosecco quando vai con i bambini a fare il pic-nic al parco (la pubblicizzano esattamente così, per dirvi il clima).

A questo consumatore di vini da aperitivo e non gastronomici cosa gli vuoi dire? Gli puoi dire tanto o puoi lasciar perdere. Quelli che alle feste ti dicono: “Ma si, un vinello in fondo lo bevo volentieri” lascio perdere. (Vinello, diobò), ma ci rendiamo conto che lavoro e che esperienza ci sta dietro alla produzione del tuo vinello? Un po’ di rispetto). Tanto per questo mercato qui, e intendo i negozi, i ristoranti, chi si rivolge a questi consumatori senza la benché minima aspirazione di curarne il gusto, quello di cui c’è bisogno sono i vini che in Italia prendi franco cantina sotto i 2 euro al litro. O meno se ci si riesce. Oppure ti fai arrivare qui le cisterne e imbottigli in proprio, come fanno i giganti della GDO qui in Olanda. Che conviene anche per le tasse, se fai i grossi quantitativi (leggetevele quelle etichette, che ci divertiamo).

Se ci vogliamo togliere lo sfizio di leggere le etichette di questi vini, che a volte becchi anche delle denominazioni tipo IGT, basta guardare dove vengono imbottigliati: che si tratti di vini del Salento, della Sicilia, o della Campania, li imbottigliano tutti a Fossalta di Piave o in provincia di Verona. Ve lo devo dire io che vini sono? E diciamolo. Diciamo che quando un produttore ha bisogno di fare spazio nelle cisterne perché occorre  prepararsi alla nuova vendemmia, arriva un’ autocisterna, raccoglie tutto, il blend se lo fa per strada e poi si imbottiglia tutto insieme. Tappo, etichetta, accisa e tutti felici. Salute.

Sul serio, basta ricordarsi un pochino di geografia minima per capire se il vino che abbiamo davanti è stato imbottigliato dal produttore o quantomeno lì vicino, o altrove. Non vuol dire tutto, ma mi sembra un punto minimo di partenza. Il problema è che all’ estero chi le conosce le regioni e le province per capire se ci siano distanze grandi tra zona di produzione e zona di imbottigliamento?

Eppure ci vorrebbe così poco per salire drasticamente di categoria. Ma sul serio. Perché ce ne sono di piccoli produttori che sanno il fatto loro che riescono a venderti a poco più dei vini dignitosissimi. Certo, dignitosissimi per il prezzo che hanno, mica vogliamo bere tutti i giorni la bottiglia importante, ma almeno sappiamo di cosa stiamo parlando.

Poi c’ è il mercato di nicchia, e per nicchia dico davvero dai € 7 euro in su (e abbi, e può essere molto più su, al consumatore.

Quali canali di vendita del vino esistono nei Paesi Bassi?

Intanto chiunque venda vino ha bene in mente questa suddivisione di base per quanto riguarda dove il consumatore finale compra il vino, e non sgarra, o si rovina: quello che vendi ai ristoranti non deve essere lo stesso che vendi ai negozi più o meno specializzati, non deve essere lo stesso che trovi al supermercato.

Poi ci sono delle formule diverse, come web-shops o abbonamenti o gruppi di acquisto a cui i consumatori che ci tengono si rivolgono.

Sui ristoranti e i loro ricarichi non mi pronuncio, sono come altrove, e visto che io mi accoppio a un astemio, preferisco quei posti dove possono proporti almeno tre rossi e tre bianchi al bicchiere. Che sono pochissimi e allora mi tocca accompagnarmi a gruppi di beoni per toglierci lo sfizio.

Però siccome di recente ero nel pannello di degustatori che dovevano scegliere i vincitori del Miglior vino della casa dell’ anno, e siccome in tale veste quei 40-50 vini tra dai €15 in su a bottiglia al ristorante, e alcuni anche parecchio su, li ho assaggiati, posso dire con sincerità che tutti questi vini della casa da rotolarsi in terra non è che li abbia scovati. Ma magari ero distratta. Però ho sputato e ho i testimoni (se non sputi ti sbattono fuori dal pannello e cancellano i tuoi voti, stiamo mica a massaggiare le procellarie), quindi non era confusione alcolica quella che mi ha portato a tale conclusione.

Il punto fondamentale da non scordarsi, è che in Italia si producono soprattutto vini gastronomici, quelli che li abbini a qualcosa di buono da mangiare. Mentre in Nord Europa il vino si beve da solo, e inoltre hanno il mito dei vini francesi che, come conferma la mia amica foodie gamberossista Marina Vizzinisi, non sai mai con cosa abbinarli perché tendono a predominare su qualsiasi piatto.

L’altro punto fondamentale, come diceva anni fa un mio amico fiorentino, è che agli olandesi “dagli quello che ti pare, tanto non ci capiscono una sega”.

Con queste premesse mi dite che cavolo mi occupo a fare di comunicazione del vino nei Paesi Bassi? Le risposte sono molteplici, alcune le sto ancora elaborando:

1) il vino è un prodotto affascinante. No, sul serio, ve lo dice una con un passato da astemia

2) quando ne sai mezza cosa ti viene una gran voglia di saperne di più e di assaggiarne di più

3) adoro tenere le degustazioni guidate, perché sono un viaggio sensoriale che non mancano mai di sorprendere i partecipanti, me compresa. C’è sempre qualcosa di nuovo che salta fuori anche in vini che pensavi di conoscere, ci sono sempre domande che ribaltano quello che pensavi di sapere di un vino

4) non sono snob: se ci sono vini che hanno qualcosa da dire, anche se sotto i € 5 al supermercato, quella cosa te la stanno dicendo e a me piace ascoltarla

5) sono una snob: i vini finti, quelli fatti con lo stampino e la ricettina, quelli ruffiani che seguono le mode, non mi interessano. Neanche quando li presenta Cernilli che di 14 vini toscani, con vitigni diversi, 12 avevano lo stesso saporino di sottofondo

6) non so vendere, ma so raccontare il vino e so entusiasmare la gente. Serve a vendere più vino? A mio avviso si, ma i venditori in genere non potendone quantificare i risultati economici nel lungo termine, non ci credono troppo. Io però mi diverto tanto

7) grazie al vino ho conosciuto una marea di persone carucce e di professionisti dell’enogastronomia con i controfiletti. Inutile, anche lì ci sono tanti stronzi, ma in qualche modo con gli stronzi che adorano i sapori e i profumi e ne tirano fuori qualcosa di nuovo, mi ci trovo meglio che con gli stronzi generici.

No, lo dico al cosiddetto esperto di marketing a cui ho dovuto dare una dritta di marketing, che sta per partire con il botto con un concetto tutto basato sulla comunicazione ma non ha un’agenzia di comunicazione; in cui prevede di investire tanti soldi per comprare spazi stampa e pubblicitari, ma non ha un ufficio stampa, ha dei ragazzi in Italia e una segretaria bravissima qui e che vorrebbe che io lavorassi gratis per lui, per esempio facendo il giro dei ristoranti per vendergli il vino, ma le degustazioni no, che si, sono cose belle, ma non vendi un accidente, quello che conta è che l’immagine di quel vino che giri, poi tanto mi prendo io gli enologi che mi fanno il vino che qui piace. (Quel progetto poi non è mai partito, i gradi nomi del vino che citava non lo conoscono e il tipo è scomparso dai radar).

Niente, io ho un mutuo, per soldi non avrei nessun problema a far partire il suo progetto geniale, visto che lui di vino e di mercato del vino non sa niente, ma è tanto intelligente. Che qui ogni tanto ne salta fuori qualcuno furbo che vuole fare qualcosa con il vino, perché non è possibile che in Olanda il vino italiano costi tanto e non sia buono (e di nuovo, ci vogliamo chiedere come mai è così e farci un’analisi di mercato e magari un business plan?)

Ma gratis, sinceramente, preferisco continuare a fare le mie cose.

Perché io il vino come commodity proprio non riesco a volercelo vedere. E mi dispiace per quelli che invece lo vedono così, perché credo si perdano un paio di cose carine nella vita.