Scialba della Zozza scasa in un paradiso fiscale

IMG_4343Giusto cielo! I runners di S*th*by’s sono appena andati via dopo averci impacchettato la pinacoteca e le argenterie di famiglia, e lunedì arriveranno i giardinieri per traslocarci l’orangerie e io ho già l’emicrania.

Perché, miei cari fleurets de petit-pois, io vi saluto. Adieu! Good bye! Auf Wiedersehn! Tot Ziens! La decisione è presa, e pezzo pezzo stiamo scasando. Ma proprio tutto, tutto, ci portiamo dietro, tutta la magione di famiglia fossato e cantine comprese (l’Halliburton ci ha fatto un prezzaccio, ma il know-how se l’ erano già fatto pagare in Iraq e quindi adesso giusto giusto le spese vive e il pranzo per gli operai, che quanto mangiano, signora mia).   

IMG_4441Perché ma davvero, non c’è più religione! Infatti ci portiamo dietro anche la cappella di famiglia con la cupola appena rinfrescata e l’abbazia benedettina del ‘Dugento, che chi non l’apprezza compera. Ma noi non vendiamo e non svendiamo. Scasiamo. Nel senso che prendiamo casa e tutto e ce ne andiamo in un paradiso fiscale. Che già solo la parola, ce ne andiamo in paradiso. Tellement charmant, Madame!

(Non posso dirvi dove, ovviamente, altrimenti l’ Ufficio Imposte ci si sguinzaglia dietro, e allora è stato tutto per niente).

Perché su questa questione delle tasse sugli immobili sono un paio di generazioni che non se ne viene fuori, e le vogliono, e ci esentano, e le si paga ma poi ce le restituiscono per vie traverse, e fondi la religione così come chiesa non paghi, ma poi ci ripensano perché non è una religione monoteista, il che è pure un peccato, perché come religione ha avuto il suo bravo successo e un bel fatturato, migliore di quello dei vini. Infatti la religione la ribrandizziamo e ce la portiamo dietro pure lei. Insomma, adesso vorrebbero gli arretrati a partire dal 1198. E ciao!

Insomma, mes petits, se non ci siamo più visti né sentiti per tanto tempo, adesso sapete in cosa sono stata impegnata. Non le sfilate primavera-estate, non l’ Expo che è una cosa tellement ordinaire, cioè, veramente Dogs&Pigs! No no, ho dovuto scasare. Ma di brutto. Ma proprio tutto.

Non vi dico quanta roba abbiamo dovuto buttare, meno male che S*th*by’s ha pensato a tutto, che hanno anche una sezione di aiuti ai poveri, e si sono presi anche la collezione di pitali storici di porcellana di Limoges, che davvero non avrei saputo dove mettere, che con il clima, lì, il Limoges non tiene. 

Le reliquie, non le nostre ovviamente, che con le nostre ci facciamo i gadgets per i seguaci che ce le comprano sul webshop, ma quelle vecchie proprio, non avete idea, erano sparse per tutta casa. La sindone del prozio Rogier crociato in mezzo agli strofinacci, sembrava di prim’acchito il salvataggio della moka esplosa, che mia sorella come sapete ha la mania di salvare tutte le pezzette e gli stracci, poi per fortuna la Cecilia, che quella donna si che ha occhio per queste cose, mi è caduta in ginocchio e al terzo giro di rosario ho capito anch’io. Come ci è finita non lo sapremo mai, ma ho i miei sospetti.

Il frammento della vera croce è finito per sbaglio nel dito della petite (che una si chiede, ma le nurses zurighesi che ci stanno a fare, ma credeva volesse dire le preghierine della sera, questi piccoli sicofanti, promettono bene fin da piccoli, cara). Una scheggiona, sapeste le urla, siamo dovuti correre in elicottero al Bambin Gesù che almeno hanno esperienza di queste cose e gliel’ hanno non solo estratta, ma riconsegnata in un reliquiario. Di quelli semplici, in silicone chirurgico, ma d’altronde la ASL quelli passa.

Avevamo avuto dei problemi con la Beata Argìa nella teca, che queste sante mummie oltreoceano ce le considerano materiale organico e mica ce le fanno entrare. Come le pere e i salamini, la povera Beata Argìa, equiparata a un culatello (che peraltro, oddio, a un’occhiata superficiale, in effetti un po’ ci somigliava, il microclima della cripta è straordinario, infatti il povero papà ci teneva il vino quello buono, dietro la pala d’ altare, parlandone come se fosse viva l’Argìa non è che ci avesse dato tanto giù duro a digiuni, in vita, ma non è il digiuno che fa il santo, sono i miracoli). Infatti miracolo ci è stato, ci siamo rivolti a una di quelle ditte che ti diamantizzano le ceneri del caro estinto e invece della teca l’Argìa l’abbiamo incastonata ed è passata per la dogana. Per la canonizzazione l’avvocato ci ha detto che non c’è problema, la diamantizzazione, a differenza della fecondazione eterologa, la accettano, si sono modernizzati, eh).  

Insomma, cari miei, ci siamo fatte una tale esperienza di traslochi radicali, che su Genitoricrescono la mia gemella scema, la casalinga pigra, ci ha scritto un tutorial, ve lo leggerete lì.

Io invece adesso devo occuparmi delle cose serie, che il consorte ha detto che mi lascia qui se non dimezzo almeno le paia di scarpe. Se conoscete qualche associazione benefica che possa aver bisogno di 1387 paia di scarpe vintage misura 43, vi prego di farmelo sapere.

Baxin, bazeti e bisous, dalla vostra

Scialba 

Come svuotare 5 generazioni di “roba” in casa inagibile

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Sono in Abruzzo per la (terza? quarta? ho perso il conto) volta perché svuotare una casa di famiglia in cui tutti hanno accumulato per diverse generazioni ha bisogno dei suoi tempi. Soprattutto psicologici. Vi lascio due foto durante questa connessione al volo, poi potete anche dare un’occhiata al mio blog Abruzzo nel cuore, in inglese. IMG_4351

Ieri ho buttato alcune scatole di chiavi del vecchio hotel dei miei genitori, ormai demolito da anni (‘Meno male che le butti tu queste cose, io non ce la faccio” dice mia madre).IMG_4317IMG_4316 IMG_4320 IMG_4322 IMG_4329 IMG_4333 IMG_4340

Dont’kill the cake

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Siamo nel natio borgo selvaggio a svuotare la casa terremotata (non si finisce mai) e la cosa difficile è decidere cosa buttare, cosa tenere (e dove tenerlo, ma questo è un dettaglio secondario). Ci siamo così portati una crostata che Orso voleva tenere per i giorni di festa, ma gli ho suggerito di farci colazione.

Si apre così la caccia a un coltello non ancora impacchettato e lo si trova, e il momento va affrontato con la giusta dose di pathos (ricordo che Orso è quello che mi sorprese quando, nel felicitare il fratello per qualche piccola vittoria, non ricordo se pagella o videogioco, esclamò: “questo il momento per un canto epico” e in coro attaccarono un

Hal-le-lu-jah,

ha-ha-ha Hal-le-lu-jah

(molto epico, in effetti). Da allora il canto epico fa parte del nostro repertorio di rumori di circostanza.

Per cui anche l’affettata della crostata va affrontata adeguatamente impugnando il coltellaccio (manico di plastica, lama seghettata, uso bistecchina) ed esclamando con tono ieratico:

Cake, I’m gonna kill you“, che i filmini degli youtube che amano sicuramente arrecherà danni irreparabilialla loro psiche, ma sicuramente gli ha insegnato bene l’ inglese, almeno certe espressioni.

“Ma no, dai, non farla così tragica, digli semmai: cake, I’m gonna enjoy you“.

“Ma si, that’s much more feeling“.

E con tanto feeling ce la siamo mangiata.

(No, veramente, ma io sono contenta che imparino l’ inglese con quel fantastico accento di Miss Cupquake o di NigaHiga, scherziamo? Faccio l’ interprete, lo so che su questo tema ho le priorità sbagliate).