100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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De rerum familia 1 o del vero nome di Scialba della Zozza

Io lo so che tutti vorreste sapere da dove deriva il mio nomignolo di casa Scialba. È tutta colpa di quello stronzo di mio cugino Alexander (“Quello è falso come la mamma”, diceva la suocera della zia, e aveva ragione). A me mi avevano chiamata Natascha come la mia madrina di battesimo, Alba come la nonna materna, Maria come lo zio Fernando Maria, e un altro paio di nomi che adesso non serve ricordare. E fino a un certo punto andava tutto bene, tanto che la nonna ci chiamava a me e allo stronzetto (p’tit e con sono in fondo state le prime due parole in francese che ho imparato grazie a lui) Sascha e Nascha, core della nonna se’.  Solo che il cazzone una mattina ha avuto la bella trovata di mettersi a urlare: “Nascha Alba perché è scialba” e tutto felice del suo spirito di patata mi ha rovinata per sempre. Perchè i nomignoli meno sono azzeccati più si appiccicano, n’est ce-pas?

Poi il cielo esiste, perché come disse una volta mio fratello: “Facci caso, tutti quelli che ci davano fastidio da piccoli sono morti di overdose”, insomma, pure Sascha ci rimase in qualche festino di quelli che giusto lui ci andava e hanno dovuto coprire lo scandalo, infatti la famiglia fece comprare entro le 6 di mattina tutte le copie della Gazzetta del capoluogo che non ne è avanzata neanche una, e per dei mesi su tutti i muri del centro comparivano queste scritte: “Chi fa le feste?”. Che poi muri del centro per modo di dire, solo sui palazzi loro e altre proprietà, manco il catasto era aggiornato come le scritte, quindi le deve aver fatte o fatte fare qualcuno che sapeva troppe cose.

E nel suo caso, ma giusto lui che era parente, non si trattava manco di overdose ma di un’orgia che gli era un po’ sfuggita di mano. È che al povero Sascha, che adesso diciamocelo, parlandone come se fosse vivo, stronzetto era stronzetto, e falso pure, ma gli ho voluto bene da bambina e ci siamo fatti tante risate, ma era anche uno che la vita voleva godersela a mille e per puro caso aveva scoperto che bastava un foulard di seta stretto attorno al collo, ma pochino pochino, eh, per intensificare gli orgasmi, e io glielo dicevo “Sascha, fai quello che vuoi ma ricorda cosa diceva la nonna: il letto come te lo fai ci dormi, e ti ricordo che era il suo modo pudico di dirci di stare attenti a chi ci trombiano, e tu gioia mia, ti piacciono davvero tanto quelli col bicipite turgido, che per carità, pure io, che c’entra, ma insomma, quando vuoi farti stringere il foulard meglio l’amante tipo intellettuale emaciato che il camallo che piace a te”, ma niente a lui piacevano robusti e truzzoni, e si è visto che fine ha fatto.

E allora visto che per tanti motivi che non posso sviscerare tutti qui, ma siete gente di mondo e la metà li avrete capiti da voi, io non potendo manifestarmi con nome e cognome veri (e dio benedica quei paesi dove ti puppi il cognome da sposata anche se divorzi, almeno fino a che non ti risposi, che con 3 matrimoni all’estero ben assestati ho confuso le tracce che manco la Pantera Rosa) io questo nomignolo adesso lo porto con orgoglio, tanto la saetta divina per ora mi ha dimostrato di vederci benissimo, e chi sono io per oppormi al volere dell’Eterno?

E  il della Zozza? Ma niente, quello fu il bisnonno per disperazione, che questi cognomi austro-ungarici ci si confondevano tutti con le consonanti nelle trascrizioni, a ogni documento una dizione diversa, insomma, al terzo rogito che tentavano di invalidargli con la scusa del nome che non si capiva si è deciso e ha italianizzato. Ma solo lui, col risultato che quando facciamo la riunione annuale alla reception si confondono sempre, ma poi ci si ricordano, eccome se ci si ricordano. Ma magari ve lo racconto un’altra volte, che con i cognomi ci serve un pochino di tempo, e meno male che non ho mai amato usare i titoli, che lì, uh, per pura tigna me li sono imparati a memoria a 5 anni con la prozia badessa, che quelle rinunciano a nome e cognome per sposarsi Gesù, ma non gli toccate i titoli, per carità del signore che fanno venire la grandine a forza di invocazioni, nevvero, un filino alternative, e giaculatorie, tante giaculatorie, una per titolo. E con la grandine di questa stagione ci si rovina l’uva, meglio di no, che altrimenti il vino della messa con cosa lo facciamo? Insomma, i titoli non so se ci torneremo sopra.