Chi si occupa degli adolescenti nei Paesi Bassi?

Ho appena letto un bell’articolo di Serena Nobili sugli assistenti in campo in Svezia e ho pensato di elencare le figure analoghe presenti qui nei Paesi Bassi per coadiuvare famiglie e scuole con gli adolescenti.

Scuola

Tanto per cominciare con le scuole, visto il gran numero di ore che ci trascorrono i ragazzi. Alle elementari esiste la figura dell’ interne begeleider, che io chiamo coordinatore interno, che affianca dirigente e insegnanti per tutte le questioni relative alla cura: su segnalazione degli insegnanti osserva e testa alunni che potrebbero avr bisogno di sostegno vario, per esempio dislessia e simili e dove necessario contatta esperti esterni che possano aiutare a testare o individuare terapie. Molto spesso la scuola acquista strumenti per risolvere situazioni specifiche, penso agli auricolari per bambini che soffrono i rumori di fondo e si concentrano meglio in silenzio, il cuscinetto molle per quelli troppo mobili che li aiuta a stare seduti fermi, ma in maniera dinamica, fa o organizza i corsi antibullismo e simili e fa da confidente o referenti per genitori ma soprattutto bambini che magari non se la sentono di discutere certe questioni con la maestra. Quando mio figlio era preso di mira dai bulli, ma non aveva il coraggio di riferirne alla maestra perché lo avrebbero visto e gliel’avrebbero fatta pagare, accettò di confidarsi con l’interne begelaidster semplicemente perché il suo ufficio era sempre aperto ai bambini per una tale quantità di cose, dai test di recupero al time-out, o cazziatone, che nessuno si sarebbe insospettito vedendolo convocato da lei.

Molte scuole in caso di necessità fanno intervenire anche un equivalente esterno, che segue più scuole, per questioni in cui ciò occorra.

Inoltre in molte scuole è attiva un’assistente sociale che fa da coordinamento con il comune, la polizia, la medicina scolastica e altre istituzioni che possono sostenere un bambino e la sua famiglia in casi più gravi. Questa persona può richiedere l’ intervento di psicologi scolastici, o pedagogisti esterni che agiscano per esempio come coach famigliare. Noi ne abbiamo usufruito sempre in connessione con le aggressioni a mio figlio a scuola e la pedagoga è venuta a casa alcune volte ed è stata preziosa nel farmi notare che rischiavo di essere iperprotettiva con il povero figlio maltrattato, creando altri circoli viziosi che ne avrebbero limitato l’autonomia da adolescente. Insomma, mi ha insegnato a dargli il sano calcio in culo e a fare il cazziatone materno quando serve.

Alle superiori, oltre agli assistenti sociali che intervengono in casi fuori dall’ordinario, ogni classe ha il caposezione (che si occupa di cose scolastiche: gli vanno comunicate le eventuali assenze giustificate ed interviene in questioni relative alla scelta del profilo,cambio scuola eccetera, insomma le questioni tecnico-regolamentari per il gruppo di classi – tipicamente le prime, le seconde ecc. che segue). Ogni classe ha poi ogni anno il proprio mentor  che è la persona di riferimento principale per alunni e genitori. Le lezioni antibullismo o su altre questioni di educazione civica le fa il mentor, che allerta i genitori quando in consiglio professori emergono questioni o preoccupazioni, fa da tramite in caso di bisogno con gli altri insegnanti o gli altri alunni, dirime risse e tensioni in classe, fa da paciere e da mediatore in senso ampio. Nell’orario ci sono ore fisse settimanali di lezioni con il mentor, che a volte sono per tutta la classe, quando hanno dei corsi per esempio, altre sono ore a disposizione degli alunni che gli vogliono chiedere consiglio e aiuto.

In ogni scuola superiore c’è poi un zorg-coordinator ovvero un coordinatore di cura, che si occupa sia di tutto quello che ha a che fare con il sostegno a ragazzini con varie diagnosi, ma che oganizza anche gli eventuali corsi di sostegno di vario tipo, sia autonomamente che su richiesta. Per esempio gli alunni che hanno diritto a un tempo più lungo per svolgere test e compiti in classe ritirano dal coordinatore degli sticker che possono attaccare sul foglio, in modo che quando consegnano il compito e l’insegnante ci annota l’ orario, vede subito chi poteva stare di più perché autorizzato.

Per strada

Molto tempo libero alcuni ragazzini lo trascorrono in strada e spesso vengono visti come un gruppo a rischio, che potrebbe ritrovarsi coinvolto in attività legate a violenze, stupefacenti, bullismo o anche solo sana rottura di scatole ai cittadini onesti e all’ordine costituito.

In genere in città esiste la figura del buurtregisseur che è il poliziotto di quartiere. Pattuglia spesso una zona, chiacchiera con i negozianti, si fa un giro davanti alle scuole, ne accoglie eventuali istanze o gli riporta quelle dei cittadini. Per esempio se un gruppo di alunni di quella scuola si lamenta per gruppi di alunni che sporcano o disturbano, il poliziotto di quartiere riferisce e si cercano insieme soluzioni.

Non appartenenti alla polizia, ma con funzioni di pattugliamento, sono i cosiddetti buurtcoach: coppie di ragazzoni – in effetti quasi sempre uomini – riconoscibili dalla scritta su giacca o maglione, in bicicletta o a piedi, che vanno in giro per skate park, campetti e luoghi vari di ritrovo, controllano se in orario scolastico ci siano gruppi di ragazzini in giro fuori da scuola senza motivo, guardano che non ci siano risse o bulli dove giocano i piccoli, delle volte organizzano tornei e attività, specie se, per esempio, notano che un certo campetto viene monopolizzato da ragazzi più grandi e prepotenti  -spesso anche giovani adulti – che non fanno giocare i piccoli. Spesso gli adolescenti cazzoni che si annoiano, in gruppo, rischiano anche di intimidire genitori di bambini piccoli ai giardinetti e in questo caso avere qualcuno che si occupa solo di questo aiuta.

Il comune cerca in parecchi modi di venire incontro alle necessità dei ragazzi che si incontrano per strada senza che diano fastidio agli altri, magari anziani e bambini. Ecco quindi che molti quartieri oltre al buurtcentrum, il centro di quartiere che fa un po’ da refugium peccatorum col baretto, le attività sociali e le cene a basso costo per permettere anche a chi ha pochi soldi o è solo di uscire, i corsi vari e i servizi alla comunità, anche i cosiddetti hangplek o jeugdhonk, degli angoli dedicati alla gioventù che abita con i genitori e vuole un posto per vedersi in pace con gli amici. A volte non è nulla più di una tettoia tipo fermata dell’autobus, che già che stanno per strada in gruppetti a cazzeggiare, meglio stiano riparati, a volte sono centri giovanili più o meno organizzati, anche gli con gli assistenti giovanili che organizzano, seguono, consigliano, suggeriscono percorsi di formazione.

Ci sono in monti di questi sistemi, in comune ecc. anche delle figure apposite che seguono i giovani, gli jeugdwerkers o assistenti sociali per le tematiche giovanili. Di fatto hanno come scopo prevenire o aiutare in casi di miseria sociale più o meno grave, abbandono scolastico, genitori inadeguati, violenze in famiglia e fuori, gravidanze precoci, prostituzione giovanile e busi vari, disoccupazione, dipendenze, tutte cose che affrontate subito evitano magari sofferenze umane e costi sociali.

 

L’eredità del sindaco van der Laan

Nemmeno a chi non parla olandese e non ascolta quindi radio e TV locali è sfuggito ieri che abbiamo perso il nostro sindaco di Amsterdam dal 2010, Eberhard van der Laan, fosse solo dalle bandiere a mezz’asta davanti tutti gli edifici pubblici (cliccando sul link troverete, per gli interessati, il curriculum ufficiale in inglese di van der Laan sul sito del comune di Amsterdam). Come ha scritto ieri un’amica Amsterdammer: è morto in piedi dentro l’armatura. Da anni sofferente di  tumore, a gennaio ha detto che avrebbe voluto continuare a fare il sindaco ancora un po’ e si è ritirato solo un mese fa lasciando l’amministrazione della città nelle mani del vicesindaco.

Può essere interessante leggere quel curriculum per chi non sa che nei Paesi Bassi quella di sindaco non è una carica elettiva ma una nomina, e che quindi fare il sindaco, ovvero amministrare comuni piccoli e grandi, è un mestiere. Per questo di solito per essere nominato per le città più grandi di solito si scelgono candidati che hanno già alle spalle uno o più termini in parlamento.

Considerato che il secondo termine da sindaco, concesso a un uomo già gravemente malato, sembrerebbe suggerire che i vari partiti non fossero riusciti a mettersi d’accordo su un successore, vorrei linkarvi intanto una prima analisi a caldo  sul mandato da sindaco del defunto van der Laan uscita su 32Mag a firma dell’ottimo Max Sfregola.

Sono alcune settimane che in città prevale il sentimento di cordoglio e saluto a un sindaco molto amato e apprezzato, forse anche, come dicevano ieri in radio, perché era un “briccone”, un tipico Amsterdammer de core e che non le mandava a dire, insomma, l’uomo giusto nella città giusta.

Qualcuno mi chiedeva: ma è stato un buon sindaco? Dipende.

Ha tenuto insieme l’ordine pubblico e il minimo sindacale di pace sociale in una città multietnica e difficile in un momento di forte immigrazione e crisi dei rifugiati. Il tutto mentre dal governo centrale si chiedeva di usare il rigore, ci ci ha girato intorno come poteva. Molti si lamentano della Disneylandizzazione del centro negli ultimi anni, cosa che sta convincendo molti a non restare a vivere in città.

Amsterdam sarà anche una capitale piccola sui numeri, ma è complessa, ci abitano persone di oltre un centinaio di nazionalità diverse, le bolle immobiliari vengono e vengono, è una città simbolo di wannab- valori che stanno scomparendo sotto le pressioni dei cambiamenti globali che vediamo tutti. Da sempre si auto-considera e la considerano il laboratorio sociale d’Europa e tutto questo, messo insieme, rende non semplicissimo il compito del sindaco.

Per questo ci hanno sempre messo dei pezzi da 90 con una personalità accentuata e sensibilità umana. Prima di lui ricordo Job Cohen. Una mattina che guidavo sul Blaauwe brug, ho fatto attraversare un signore in loden che mi ricordava vagamente qualcuno, forse un mio vecchio corsista di italiano ho pensato? Solo dopo ho capito che era il sindaco che andava a piedi al lavoro dall’abitazione di servizio sull’Herengracht. Voglio vedercela Virgina Raggi.

Quali questioni ha quindi affrontato van del Laan in questi anni? La prima per cui me la ricordo è stato uno scandalo di pedofilia da parte di un collaboratore di un asilo nido che sembrava coinvolgere dai 30 ai 50 neonati e bambini molto piccoli. Van der Laan ha usato tutta la sua autorità per chiedere alla stampa alcune ore di silenzio sulla notizia per rispetto ai genitori fino a quando non fossero state personalmente avvertite le famiglie, molte da lui personalmente, che si è posto come fin dall’inizio come la persona di contatto fiduciaria per i genitori (vorrei vederlo un qualsiasi sindaco di Milano riuscirci, che so, con Libero). Nel 2012 è diventato anche il presidente di una task-force istituita dopo la pubblicazione del rapporto della commissione Deetman sulla portata di sevizie e molestie sessuali a bambini entro la chiesa cattolica (orfanotrofi, convitti ecc.), anche questo non proprio un dossier di tutto riposo, ma profondamente umano.

È stato fischiata dai supporter dell’Ajax quando decise di spostare dal centro della città all’Arena Park la festa per le celebrazioni della squadra vincitrice del campionato. Il tutto perché la volta precedente c’erano stati disordini e  distruzione durante i festeggiamenti e come sindaco gli sembrava irresponsabile continuare a farlo in uno spazio così centrale come il tradizionale Museumplein. Faccia a faccia con i supporter più esagitati, gli ha detto: “Guardate che io avevo già l’abbonamento stagionale allo stadio quando voi ancora guardavate Sesame street nei vostri pigiamini la sera prima di dormire”. E alla fine della cerimonia ha ringraziato per lo splendido concerto di fischi, il migliore a cui avesse mai assistito. Ecco, questo era van der Laan uomo, il “briccone”, de boef.

Ha creato una serie di abitazioni alternative nei container uori dalla città per i cosiddetti asociali, le famiglie che regolarmente disturbano, minacciano e terrorizzano i vicini, una delle situazioni peggiori in cui puoi capitare se finisci in una via o un palazzo con gente del genere. Negli anni ho sentito storie tragiche di gente che si legava mani e piedi a un mutuo per comprare casa e si ritrovava in situazioni tremende. Sembra poco, ma un sindaco che personalmente si impegna in una misura suscettibile di molte critiche, non è strano che lo amino. Non che nella storia di Amsterdam siano una novità le iniziative dall’alto per isolare chi non sa comportarsi nel consesso civile ed eventualmente rieducarlo, ma in tempi moderni pochi hanno avuto il coraggio di scottarsi con questioni del genere.

Ha affrontato una questione culturale che da qualche anno divide gli olandesi, inserendosi nel discorso più ampio della negazione del passato coloniale e schiavista dei Paesi Bassi: la questione Zwarte Piet, l’aiutante nero di san Nicola durante la festa più amata dai bambini olandesi. Da alcuni anni molti chiedono di riconoscere nell’iconografia di Zwarte Piet le caratteristiche dello schiavo nero, chiedendo anche di   modificarle, in quanto strumento di quel razzismo sotterraneo a cui gli olandesi bianchi sono totalmente ciechi, pur praticandolo e a cui gli olandesi di colore vengono sottoposti fin da bambini con battutine “scherzose” sul loro aspetto fisico. Sembra una cosa semplice e innocua, ma come si fanno gonfiare le vene del collo alcuni olandesi insospettabili che conosco al grido di: “giù le zampe dal nostro sogno d’infanzia” è sorprendente. E anche un tantino preoccupante. Insomma, van der Laan chiese a fautori e contrari all’immagine di Zwarte Piet di parlarne insieme, visto che il corteo di san Nicola è uno degli eventi in città più popolari ed amati a fine novembre e in effetti nel corteo i labbroni, gli orecchini e il nerofumo sulla faccia dei vari Zwarte Pieten è stato modificato senza distruggere l’ immaginario infantile, ma rispettando le sensibilità odierne in proposito. (Inutile che vi dica che ci sono anche stati sindaci estremamente recalcitranti in proposito che hanno fatto dichiarazioni pubbliche, come definirle, un filino vergognose, giusto per dare il contesto. Eh, ma si sa, la provincia ariana è fatta così. Ad Amsterdam sinceramente non ce lo possiamo permettere).

Uno degli ultimi dossier di cui il sindaco si è voluto occupare personalmente, anche se ormai era chiaro che un’ora di riunione per lui ormai era un’impresa pesantissima, è stato il problema di un ufficio del comune per l’integrazione e per combattere la radicalizzazione, in cui è successo di tutto e per questo è stato messo sotto inchiesta e alcuni responsabili licenziati.

Quando è stato reso noto che le condizioni di salute del sindaco stavano peggiorando i cittadini in un film gli hanno promesso che si sarebbero presi loro cura della città.

E un paio di settimane fa sono andati a salutarlo in migliaia sotto le finestre dell’abitazione ufficiale facendogli un grande applauso.

Nell’annuncio dell’altroieri sul sito del comune della sua morte, si chiedeva di rispettare la privacy della famiglia e dei suoi visitatori evitando assembramenti sotto casa. Dal che si vede che gli olandesi sono organizzati anche in queste cose, sapendo che ormai era questione di giorni e in previsione dei funerali imminenti, il saluto è stato organizzato per tempo, in modo da farglielo da vivo e lasciare in pace i parenti al momento giusto.

Nei prossimi giorni e nei prossimi mesi si vedrà come il consiglio comunale vorrà gestirne la successione e, se voglio credere a Massimiliano Sfregola che queste questioni le segue professionalmente in maniera più puntuale di me, forse vedremo cose interessanti.

Da Amsterdammer per ora mi unisco con questo post al saluto al nostro sindaco.

Ricetta: Thai-corn, o il carboidrato per le cene di fretta

Nei pasti principali un bel tocco di carboidrato, specialmente per i bambini che devono crescere e hanno bisogno di energia, ci vuole. Una mia amica con figli piccoli si era abituata a fare spesso il cous-cous che come tempi di preparazione erano più brevi di quelli per cuocere la pasta, di cui noi ovviamente non possiamo fare a meno. Lei era olandese e l’ idea di dover aspettare che si cuocessero le patate di rientro dal lavoro figli prelevati a nido e doposcuola da mettere a dormire per le canoniche ore 20.00 nordiche, e come faceva?  Insomma, come carboidrati, ogni tradizione culinaria ha i suoi, pasta, patate, riso o mais. Ma se non fosse stato per la mia blogger di riferimento Soulemama al pop-corn per cena non ci sarei mai arrivata.

Questa sera in particolare avevamo un avanzo di riso, gamberetti e tofu, delle verdure da saltare con salsa di pesce thai, era tardi dopo la palestra e mi sono inventata questo Thai-corn invece di rimettermi a cuocere riso o ammollare vermicelli, che non ne avevo tempo né voglia.

Ingredienti:

  • mais da pop-corn
  • olio di sesamo
  • oyster sauce, ma sarebbe andata bene la fish-sauce thailandese, o se avete una bella colatura di alici, restiamo vicino casa (o anche salsa di soia, via
  • peperoncino fresco rosso
  • cipollotto tagliato ad anellini, con le forbici che si fa prima
  • ad avercelo – non lo avevo – del coriandolo fresco tagliuzzato, o un po’ di radice di zenzero grattugiata

Dosi:

ad libidinem, cioè fate come vi pare e piace

In un wok ho messo a scaldare l’olio di sesamo e la oyster sauce (e se ci volete aggiungere aglio o zenzero grattugiato, fatelo ora), e ho aggiunto il mais. Ho coperto con un retino di quelli per proteggere dagli schizzi dei fritti, ma un coperchio e un tegame qualsiasi vanno benissimo. Ho fatto saltellare i chicchi di mais fino a che non si sono iniziati ad aprire, poi ho aggiunto, quando hanno smesso di scoppiare, tutto il resto, e ho fatto saltare ancora un po’ con la speranza che uno strato di oyster sauce si caramellizzasse sopra al pop-corn, un obiettivo raggiunto parzialmente.

Servite accanto alle verdure e ai gamberetti, o semplicemente come aperitivo.

Enjoy.

Credits foto: Nicoletta di Vincenzo/Grafee

 

 

Se avessi una figlia che ha paura…

È facile trovare soluzioni per i figli degli altri, quando sono i tuoi in pericolo a volte è difficile ragionare chiaramente.  A volte è successo ai miei, e quello che abbiamo pagato come famiglia in stress, lacrime, interventi, perdita di fiducia, che poi per fortuna abbiamo ritrovato lo sappiamo solo noi – anche se quando potevo ne ho scritto in giro – e sul momento uno cerca di prendere le decisioni che puoi hic et nunc, anche se per gli altri è semplice dare consigli. Magari neanche sbagliati. Ricordo che in ben due occasioni il mio istinto fondamentale è stato quello di prendermi il figlio in questione e togliermi di torno per un po’. Poi tornare ed affrontare il recupero in maniera strutturata e mettendo di mezzo degli specialisti.

L’idea me l’aveva regalata un’amica, in una situazione difficile con la figlia preadolescente affetta da High Functioning Autism. Le scuole in Olanda non l’avevano voluta, lei era tornata un continente più in là ed era riuscita ad inserire in un corso di studi entrambi i ragazzi, divorziando; poi col tempo con i figli avevano deciso di fare un tentativo facendogli fare le superiori in Europa dal padre. Il ragazzo grande si era inserito benissimo e se la cavava da sola, la ragazzina stava di fatto sempre in casa dietro al computer e il padre non riusciva a gestirla. Quando invece era una ragazzina che quando abitava in un posto con grandi spazi all’aperto stava molto meglio nonostante il deficit.

Sua madre venne a riprendersela, molto stropicciata da altre sfighe famigliari che stava affrontando con un fratello malato terminale e disse che la prima cosa che voleva fare rientrando in patria, era caricarsi la figlia in macchina e girare il paese dormendo in hotel per strada e andando in giro decidendo giorno per giorno cosa visitare.

Le cose peggiorano, credo, quando i figli sono adolescenti e i problemi sorgono nella sfera sentimentale ed affettiva. Intanto quindi fa sempre bene rileggersi questo post sulle norme sulla violenza sessuale spiegate ai ragazzi. E abituarli fin da piccoli a far rispettare la propria sfera personale e il proprio corpo, come insisto tanto ne La risposta del cavolo.

Ecco, se io avessi una figlia incasinata in una relazione distruttiva e/o pericolosa, farei sicuramente denuncia, ma me la caricherei anche in macchina e sparirei per un po’. Non starei a pensare che ha la scuola da finire, che non è giusto staccarla dai suoi amici e dal suo ambiente, che come faccio con i soldi e il lavoro. La porterei via, soprattutto se lei, o noi, avessimo paura.

Magari chiederei a qualche parente all’estero, che per fortuna ne abbiamo, di ospitarla un po’ di mesi e farle finire l’anno scolastico lì. Le direi di uscire da Facebook e dagli altri social media, piuttosto di mandarsi mail con le amiche, di non dire a nessuno dove sta. Nel frattempo tornerei per appianare la strada ed eventualmente intervenire con l’eventuale aggressore. Insistere perché si metta in mano a qualcuno che lo aiuti a uscire dal suo problema. E che se non lo fa è meglio che cominci a sparire lui.

Quando abbiamo avuto i problemi seri col figlio tutto questo forse sarebbe stato utile, ma comportava un tale rivolgimento logistico che al momento di fatto sembrava impossibile. Ma c’è da dire che non era (più) una situazione di minacce alla sua incolumità e quindi uno tira a campare.

Quando la figlia di una carissima amica si è ritrovata con il fidanzato stronzo e manipolatore, non sapevamo bene cosa fare. Persino i suoi amici tentavano di metterla in guardia,  ma era difficile con lui che faceva tutto un lavoro da: io e te soli contro un mondo che ci odia e vuole farci lasciare. Dopo un natale disastroso insieme suo padre ci chiese a tutti di tenerla particolarmente d’occhio, perché temeva che  ci sarebbe stato un giro di vite in controllo, minacce e forse maltrattamenti se non fisici sicuramente psicologici, di stare all’erta, fare caso ai segnali, il tutto senza dare addosso alla figlia ormai ventenne che in precedenza forse si era legata ulteriormente proprio per l’azione combinata delle insistenze esterne. Ecco, abbiamo tutti accettato di non parlare direttamente con lei, ma di stare all’erta. E io ho fatto di tutto per dirle nel modo più neutro possibile che era sempre la benvenuta se voleva venire a stare un po’ da me e godersi l’Olanda. (Poi si sono lasciati e adesso pare abbia un nuovo ragazzo e sia felice.)

Questo per dire che la legge, le denunce, sono sempre doverose ma all’atto pratico servono a poco, o come disse il maresciallo dei carabinieri a una mia amica in un divorzio complesso da uomo mentalmente instabile: signora purtroppo fino a che non ci esce il morto noi abbiamo le mani legate.

Invece una cosa bella e utile è il cosiddetto codice rosa nato dalle esperienze di alcune asl toscane. In pratica nel momento in cui in pronto soccorso arriva una donna, un bambino o un anziano vittima di violenze, non solo viene messo in una stanza a parte in cui gi specialisti possono occuparsene, ma si allertano le forze dell’ordine e spesso la stanza è fornita di una seconda uscita, in modo da allontanare la vittima senza farla vedere all’eventuale aggressore che l’ ha accompagnata. Un piccolo passo nel sostegno alle vittime, ma utile.

Ed è purtroppo così, quindi non potendo contare sulla collaborazione e buona volontà dell’aggressore, e certe volte neanche della vittima che non riesce a staccarsi da una relazione pericolosa, a volte meglio allontanarla per il suo bene. Soprattutto se ha paura.

O come dissi una volta ai miei figli: se qualcuno non vi convince, non vi piace, vi fa paura, insiste perché lo seguiate, non fate discussioni, scappate. Se era un equivoco ci pensiamo poi io e vostro padre ad appianare le cose, se non lo è intanto sei scappato.

E a volte è utile ricordarsele queste cose e dirle quando non c’è un pericolo diretto. In qualsiasi caso: non lasciate le potenziali vittime sole. A volte basta pochissimo per aiutare.

 

 

PdO: Rudi abbracci maschili in Olanda

Un collega traduttore che chiedeva in un forum come accidenti si fa a tradurre in olandese lo spagnolo abrazo senza scivolare nel romantico o nel sessuale (al poveretto knuffelenomhelsen non bastavano) mi hanno ricordato una scenetta bellissima di tanti anni fa.

Teniamo presente che  in genere i maschi nordici e anglosassoni, a meno che non siano innamorati, socialmente non si baciano.  Non baciano gli amici, spesso non baciano i consanguinei maschi. Ringraziando il signore gli abbracci e i tre bacetti sulla guancia soprattutto tra i ragazzi sono sempre più diffusi, ma finora gli unici uomini adulti che io abbia mai visto baciarsi come saluto è mio suocero con i figli. Già i fratelli fra di loro, mica me lo ricordo. Maschio alfa dice di si.

Ora voi immaginatevi il povero maschio alfa, bello come il sole, che 22 anni fa a quest’ora si stava preparando al proprio imminente matrimonio circondato da amici e congiunti batavi, che vuoi che uno sposalizio italiano ce lo facciamo scappare?

E che il giorno dopo è stato abbracciato, sbaciucchiato, congratulato (non so se di nascosto quella spudorata di Scialba della Zozza non gli abbia pure dato una fraterna strizzatina di culo, non gliel’ho mai chiesto in effetti) da maschi, femmine, vecchi, bambini, giovani e in qualche modo è persino sopravvissuto. Che il nostro è un ragazzo sportivo e basta che non lo costringono a fare cose che vanno contro i suoi sacri principi, un bacio non l’ha mai rifiutato a nessuno.

Ora immaginate dopo questa esperienza formativa con quale sguardo, qualche anno dopo, siamo andati all’equivalente piemontese del nostro matrimonio: il matrimonio di Betty e Paul a Susa.

Già eravamo andati con me che immaginavo una cosettina formale, che questi sono piemontesi e si sa che sono falsi e cortesi, insomma, cerchiamo di non fare i terroni che ci riconosciamo. Solo che Betty aveva passato una vita negli scout e come gli scout festeggiano il matrimonio di uno dei loro, lo sa solo il povero Paul che comunque era preparato spiritualmente. E lo abbiamo scoperto noi.

Il guaio è che noi terroni e un altro paio di amici italo-olandesi a un certo punto abbiamo deciso che tanto valeva farci riconoscere e abbiamo chiamato il bacio degli sposi. Non lo avessimo mai fatto: come un sol uomo gli scout piemontesi si sono messi a fare una fila all’inglese davanti al tavolo degli sposi baciando nell’ordine sposa, sposo, mamma della sposa e padre dello sposo, che io questo signore olandese in età con i pomelli rosso fuoco alla fine dei brindisi e dei baci e l’aria più felice del mondo ancora ce l’ ho nella retina.

Noi nel frattempo ci siamo finiti il secondo e i contorni con calma, e poi visto che avevamo dato noi la stura al tutto, ci siamo messi in fila, arrivo e mi bacio la sacra famiglia, arriva maschio alfa e comincia a baciare le signore.

Poi arriva davanti a Paul.

Si bloccano tutti e due, e si guardano.

E come un sol uomo stanno per darsi una virile e affettuosa stretta di mano.

Immaginateveli uno di fronte all’altro: lo sposo batavo appena finito di baciare tipo catena di montaggio da almeno un centinaio di maschi, parenti e non. L’altro maschio batavo che ci era passato neanche tanto tempo prima. E il riflesso condizionato di anni di cultura batava.

“Ma sarete due cretini” ho detto io mentre la fresca sposa era piegata in due dalle risate. Si sono messi a ridere e si sono baciati finalmente pure loro. Non sulla bocca, per fortuna.

Quindi non dite che io non vi ho avvertito. È vero che siamo italiani e ci perdonano tante cose, ma insomma, sondate l’aria quando salutate affettuosamente.

10 motivi per NON trasferirsi in Olanda

Olanda, terra di sogni e di chimere: ricominciano i progetti per cambiare vita da settembre e ricomincia a scrivermi gente che sogna di venire a vivere qui per essere più felice. Io lo so che in certe ondate di entusiasmi collettivi spesso hanno la loro parte  anche quegli articoli del piffero  che decantano l’esistenza quassù come il massimo nella vita, e la felicità e la mancanza di stress, e i lavori part-time, e le biciclette e chennesò io la gente da cosa si fa conquistare.

Fedele quindi al mio mandato di smontare i miti sull’ Olanda che ha la gente – è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare – vorrei elencare alcuni motivi e circostanze per cui,  a mio modesto avviso, sarebbe meglio ripensarci.

  1. sei stato in vacanza ad Amsterdam/in Olanda e ne sei rimasto folgorato
  2. sei alla canna del gas/insoddisfatto/incasinato a casa tua
  3. non sai l’olandese – e anche a inglese non è che tu stia messo proprio bene
  4. non hai qualifiche pratiche immediatamente spendibili
  5. non hai più 20 anni
  6. hai bambini piccoli di cui occuparti a tempo pieno intanto che traslochi, trovi lavoro eccetera
  7. sei abitudinario, più di quanto pensi
  8. non sei una persona informata, di mentalità elastica, aperta al mondo
  9. non hai ancora gli strumenti per valutare se la tua idea geniale per venire in Olanda può funzionare (avere me e i gruppi facebook come prima fonte di informazione, lo dico, non basta)
  10. tendi a vedere il bicchiere mezzo vuoto (e una volta qui soffrirai per tutto e ti lamenterai della qualunque e se ti incrocio mentre lo fai ti strozzo)

Tutto  è comunque possibile solo se hai le spalle coperte finanziariamente, se ti puoi pagare subito almeno 6 mesi di affitto e vita o hai qualcuno che ti vuole molto bene a cui appoggiarti all’inizio, se, come dicevo qui, hai soldi in proprio da investire per avviare un’attività – sempre tenendo presente che se non sai la lingua e non ti puoi pagare qualcuno che ti aiuti a tempo pieno a risolvere le infinite questioni pratiche neanche questo è semplice. Se poi vuoi venire qui a farti imbrogliare e sfruttare, liberissimo, è successo a tanti e continuerà purtroppo a succedere. Ma non lo auguro a nessuno.

Questa è una lista totalmente arbitraria ma ultimamente mi sono sentita chiedere le cose più improbabili, da gente con mestieri difficilmente spendibili fuori dall’Italia o dal circolo in cui hanno sempre lavorato, che ripetono come un mantra “mi hanno detto che” venire a lavorare nel settore museale, media, accademico, medico-sanitario, industriale, magari con la terza media e senza sapere le lingue, oppure a 55 anni in Olanda è facilissimo e possibilissimo, come no. (Stateci attenti, ogni tanto vedo siti di gente che promette – a pagamento – esattamente questo, sono situazioni ai limiti della truffa, non cascateci per favore).

Lo posso dire che un idraulico/elettricista qualificato ha più probabilità di un avvocato?

Che puoi venire a fare la baby-sitter o la au-pair, ma che conosco ragazze messe in strada da un giorno all’altro da famiglie con tante pretese e poche idee chiare su cosa significhi mettersi una persona – non uno schiavo – in casa?

Che un informatico con esperienza magari ancora gli fanno il colloquio a distanza, se sa bene l’inglese, ma già un interprete no?

Che se hai un’età meglio che tu sia un potenziale premio Nobel o non gli servi?

Che anche se per determinate categorie professionali il lavoro ci sarebbe – penso alle professioni mediche, agli insegnanti – se non sai la lingua, non conosci il sistema e non hai quei 2-3 anni di tempo prima che ti inseriscano nel registro BIG o ti riconoscano le qualifiche è inutile?

Che non è che perché vedi un annuncio di lavoro o di affitto casa/stanza non ci siano altre 300 persone che prima di te hanno risposto, e che se sono persone che già stanno qui forse fanno prima loro ad essere contattate?

E che comunque vadano le cose se non hai un contratto di lavoro che attesti che qualcuno ti paga almeno € 4000 lordi al mese una casa in affitto ad Amsterdam non la si trova- a meno di accettare situazioni di convivenza, sfruttamento o affitti temporanei che dopo il quarto trasloco in meno di cinque mesi uno si stancherebbe pure, e se ha bambini o animali domestici non ne parliamo? Su come affittare ad Amsterdam avevo scritto qui.

Ve bene, l’ho detto.

Poi ognuno decide per sé. In fondo uno dei migliori misuratori di successo è l’entusiasmo, la determinazione, la capacità di non arrendersi. Chi ha quelle ha già parecchio, i miei consigli gli fanno un baffo. Ma se aiutano a riflettere per avere un atterraggio più morbido nel trasferirsi nei Paesi Bassi, mi fa solo piacere. In bocca al lupo.