Se avessi una figlia che ha paura…

È facile trovare soluzioni per i figli degli altri, quando sono i tuoi in pericolo a volte è difficile ragionare chiaramente.  A volte è successo ai miei, e quello che abbiamo pagato come famiglia in stress, lacrime, interventi, perdita di fiducia, che poi per fortuna abbiamo ritrovato lo sappiamo solo noi – anche se quando potevo ne ho scritto in giro – e sul momento uno cerca di prendere le decisioni che puoi hic et nunc, anche se per gli altri è semplice dare consigli. Magari neanche sbagliati. Ricordo che in ben due occasioni il mio istinto fondamentale è stato quello di prendermi il figlio in questione e togliermi di torno per un po’. Poi tornare ed affrontare il recupero in maniera strutturata e mettendo di mezzo degli specialisti.

L’idea me l’aveva regalata un’amica, in una situazione difficile con la figlia preadolescente affetta da High Functioning Autism. Le scuole in Olanda non l’avevano voluta, lei era tornata un continente più in là ed era riuscita ad inserire in un corso di studi entrambi i ragazzi, divorziando; poi col tempo con i figli avevano deciso di fare un tentativo facendogli fare le superiori in Europa dal padre. Il ragazzo grande si era inserito benissimo e se la cavava da sola, la ragazzina stava di fatto sempre in casa dietro al computer e il padre non riusciva a gestirla. Quando invece era una ragazzina che quando abitava in un posto con grandi spazi all’aperto stava molto meglio nonostante il deficit.

Sua madre venne a riprendersela, molto stropicciata da altre sfighe famigliari che stava affrontando con un fratello malato terminale e disse che la prima cosa che voleva fare rientrando in patria, era caricarsi la figlia in macchina e girare il paese dormendo in hotel per strada e andando in giro decidendo giorno per giorno cosa visitare.

Le cose peggiorano, credo, quando i figli sono adolescenti e i problemi sorgono nella sfera sentimentale ed affettiva. Intanto quindi fa sempre bene rileggersi questo post sulle norme sulla violenza sessuale spiegate ai ragazzi. E abituarli fin da piccoli a far rispettare la propria sfera personale e il proprio corpo, come insisto tanto ne La risposta del cavolo.

Ecco, se io avessi una figlia incasinata in una relazione distruttiva e/o pericolosa, farei sicuramente denuncia, ma me la caricherei anche in macchina e sparirei per un po’. Non starei a pensare che ha la scuola da finire, che non è giusto staccarla dai suoi amici e dal suo ambiente, che come faccio con i soldi e il lavoro. La porterei via, soprattutto se lei, o noi, avessimo paura.

Magari chiederei a qualche parente all’estero, che per fortuna ne abbiamo, di ospitarla un po’ di mesi e farle finire l’anno scolastico lì. Le direi di uscire da Facebook e dagli altri social media, piuttosto di mandarsi mail con le amiche, di non dire a nessuno dove sta. Nel frattempo tornerei per appianare la strada ed eventualmente intervenire con l’eventuale aggressore. Insistere perché si metta in mano a qualcuno che lo aiuti a uscire dal suo problema. E che se non lo fa è meglio che cominci a sparire lui.

Quando abbiamo avuto i problemi seri col figlio tutto questo forse sarebbe stato utile, ma comportava un tale rivolgimento logistico che al momento di fatto sembrava impossibile. Ma c’è da dire che non era (più) una situazione di minacce alla sua incolumità e quindi uno tira a campare.

Quando la figlia di una carissima amica si è ritrovata con il fidanzato stronzo e manipolatore, non sapevamo bene cosa fare. Persino i suoi amici tentavano di metterla in guardia,  ma era difficile con lui che faceva tutto un lavoro da: io e te soli contro un mondo che ci odia e vuole farci lasciare. Dopo un natale disastroso insieme suo padre ci chiese a tutti di tenerla particolarmente d’occhio, perché temeva che  ci sarebbe stato un giro di vite in controllo, minacce e forse maltrattamenti se non fisici sicuramente psicologici, di stare all’erta, fare caso ai segnali, il tutto senza dare addosso alla figlia ormai ventenne che in precedenza forse si era legata ulteriormente proprio per l’azione combinata delle insistenze esterne. Ecco, abbiamo tutti accettato di non parlare direttamente con lei, ma di stare all’erta. E io ho fatto di tutto per dirle nel modo più neutro possibile che era sempre la benvenuta se voleva venire a stare un po’ da me e godersi l’Olanda. (Poi si sono lasciati e adesso pare abbia un nuovo ragazzo e sia felice.)

Questo per dire che la legge, le denunce, sono sempre doverose ma all’atto pratico servono a poco, o come disse il maresciallo dei carabinieri a una mia amica in un divorzio complesso da uomo mentalmente instabile: signora purtroppo fino a che non ci esce il morto noi abbiamo le mani legate.

Invece una cosa bella e utile è il cosiddetto codice rosa nato dalle esperienze di alcune asl toscane. In pratica nel momento in cui in pronto soccorso arriva una donna, un bambino o un anziano vittima di violenze, non solo viene messo in una stanza a parte in cui gi specialisti possono occuparsene, ma si allertano le forze dell’ordine e spesso la stanza è fornita di una seconda uscita, in modo da allontanare la vittima senza farla vedere all’eventuale aggressore che l’ ha accompagnata. Un piccolo passo nel sostegno alle vittime, ma utile.

Ed è purtroppo così, quindi non potendo contare sulla collaborazione e buona volontà dell’aggressore, e certe volte neanche della vittima che non riesce a staccarsi da una relazione pericolosa, a volte meglio allontanarla per il suo bene. Soprattutto se ha paura.

O come dissi una volta ai miei figli: se qualcuno non vi convince, non vi piace, vi fa paura, insiste perché lo seguiate, non fate discussioni, scappate. Se era un equivoco ci pensiamo poi io e vostro padre ad appianare le cose, se non lo è intanto sei scappato.

E a volte è utile ricordarsele queste cose e dirle quando non c’è un pericolo diretto. In qualsiasi caso: non lasciate le potenziali vittime sole. A volte basta pochissimo per aiutare.

 

 

Organizzazione casa/scuola e ADHD

Anno nuovo routine nuova, quest’anno con due figli alle superiori, in due scuole diverse, con orari diversi, abbiamo apportato dei miglioramenti alla nostra routine scolastica  trust-and tried  di cui vi avevo parlato qui.

 

Se lo vedo esiste

Dopo anni di insistenza ho convinto mio marito a foderare i libri con la plastica trasparente (non autoadesiva, perché i libri li dobbiamo restituire). Il fatto è che io sono un tipo fortemente visivo e tutto quello che non vedo sparisce dalla mia attenzione. Inoltre abbiamo due figli con due set di libri per le superiori, parecchi dei quali corredati di due sussidiari per fare i compiti. Lo scorso anno ho almeno tentato di insistere di usare carte con motivi diversi per i figli diversi e le materie diverse, ma è stato un complicarsi inutilmente la vita, e anche tutti questi colori diversi – rigorosamente privi di rosa e fiorellini, che invece erano la maggioranza -non è che si trovassero in giro.

La plastichina trasparente ha il vantaggio che vedi al primo colpo d’occhio di che libro si tratta e se è un libro di seconda o di terza.

Il secondo vantaggio si è rivelato esattamente al secondo giorno di scuola di figlio 2, che pioveva che dio la mandava e al mio rientro ho trovato vestiti e scarpe bagnati fradici ovunque, ho scoperto che lo zaino Invicta è meno impermeabile di quanto ci illudessimo e si poteva strizzarlo, ma che i libri, grazie alla plastichina, erano solo un po’ umidini agli angoli.

Lo stesso criterio di uniformità lo abbiamo applicato ai quadernoni. Appurato che per i miei figli il sistema di quadernone multimateria con gli anelli (di cui vi parlavo nel post linkato sopra) non funziona, abbiamo deciso che ognuno di loro si sceglieva un colore di quadernone (rosso il grande, nero il piccolo) almeno si riconoscono a distanza se e quando li lasceranno in giro per casa. Abbiamo anche appurato che uno ama distinguere tra quaderni a righe e a quadrettoni, mentre l’altro preferisce solo i quadrettoni e pace.

Pianificazione per distratti

Per chi ha una diagnosi di ADHD la pianificazione è il grande buco nero in cui spariscono le buone intenzioni della giornata. Vi avevo già detto della nostra lavagnona in cucina, dove ognuno di noi ha la sua riga per tutta una settimana, e in cui la domenica sera segniamo le attività lavorative, scolastiche e ricreative di tutta la famiglia. In questo modo i figli possono sempre guardare chi di noi è a casa, chi di noi è in trasferta e anche chi di noi li accompagna se ci sono trasferte. I figli ogni giorno si segnano l’orario di entrata e uscita a scuola, se hanno ginnastica – ricordati di portare la tuta – e altre attività e quando ci sono feste o amici in visita ci segniamo anche quello. In questo modo basta un colpo d’occhio per capire gli altri dove sono collocati geograficamente e se è il caso di arrangiarsi con merende e/o cene.

Deus ex-machina

Ci sono delle cose che sono a carico di una persona specifica in casa:

  • mio marito è quello che ci ricorda di compilare il planning e se ci sono cose particolari sa che è meglio che ce le ricorda la sera prima o la mattina prima di uscire. Se ci sono persone con deficit di attenzione o semplicemente molto distratti in famiglia, meglio mettersi l’animo in pace, darsela come routine e contemporaneamente scaricarne delle altre responsabilizzando gli altri, ognuno secondo le sue capacità.
  • figlio piccolo è il Master of the lavastoviglie: ogni volta che vede che un ciclo è finito la svuota, che sembra una stupidaggine, ma significa anche che la si può riempire di nuovo e in una casa con la cucina a vista nel soggiorno fa molto, in termini di ordine apparente. Lui è uno che quando qualcosa finalmente è inserita nella sua routine è precisissimo e ogni organizzazione famigliare ha bisogno di queste piccole certezze.
  • io sono la capo-intermiera: tutto quello che ha a che fare con visite, ricette, controlli, appuntamenti lo gestisco io
  • maschio alfa è Head of Planning, ma anche Planner of Head Affairs: è quello che decide che è ora di spuntare i capelli e prende appuntamento col barbiere Mario, portandosi dietro i figli, che ormai sono grandi (“E. vuole i capelli così e cosà per piacere alle ragazze”  ha accusato il piccolo sabato scorso. E. si è limitato a ridacchiare senza confermare e senza smentire.)
  • figlio 1 è il Caregiver: da quando gli stanno passando le paturnie adolescenziali controlla che tutti siano felici, che ci sia abbastanza pane e latte in casa per la colazione e se qualcuno sta occupandosi della cena, altrimenti prova a fare lui delle proposte. Visto che suo fratello nel frattempo ha imparato a fare il risotto con minime indicazioni iniziali e che a furia di guardare Casa Surace entrambi sanno come si fa il ragù di carne, la mia speranza è che quanto prima qualcuno faccia il salto di prendersi una corvée di cucina.
  • figlio 1 è anche quello che una volta alla settimana pulisce le scale. Mentre ultimamente entrambi hanno capito che con richieste minime gli tocca passare l’aspirapolvere in soggiorno e pace.
  • Ultimamente i due Grandi Gestori del bucato stanno iniziando a convincere i figli a imparare a prendersi cura anche dei vestiti. Vi saprò dire verso Natale se ci siamo riusciti. Già che abbiano imparato a mettere i propri panni sporchi nel cesto è una prima vittoria.

Location, location, location

Come dicono gli agenti immobiliari, ci sono tre fattori che fanno il prezzo di una casa: location, location, location. Quindi nella continua ricerca di un posto più furbo per le cose di uso quotidiano i libri di scuola sono passati dalle rispettive librerie in camera propria prima alla scrivania dello studio condiviso e alla fine in soggiorno, vicino alla porta di uscita. In questo modo la sera le borse si preparano e si lasciano vicino alla porta, al rientro da scuola i libri vengono tirati fuori e rimessi nello scaffale e chi vuole fare i compiti in compagnia sul tavolo di cucina li ha già lì, chi ha bisogno di concentrarsi se li porta in camera o in studio, ma poi li riporta giù.

Idem l’abbigliamento da ginnastica a scuola ha trovato posto in un cassetto della cucina vicino alla lavatrice-asciugatrice, tanto si lava, si asciuga, non si stira e sta lì sottomano quando si prepara la borsa. Il cassetto in cima è quello dedicato a medicine e pronto soccorso. Scarpe, sciarpe e giacche sono vicino alla porta di casa, mentre sul lato esterno dell’armadio abbiamo messo dei ganci per appenderci le borse di uso più frequente. Anche la mia borsa del Ju Jitsu sta da quelle parti, sempre per il concetto: lavi, asciughi, imborsi e sei pronta a scappare quando è ora.

Idem il cassetto delle chiavi e quello delle tessere e dei pass, vicino alla porta, con sopra la mensola con specchio e spazzola per capelli per l’ultima allisciata prima di uscire.

Insomma, io sono la persona più caotica del mondo, ma proprio per questo mi devo semplificare la vita con alcune routine che non hanno bisogno di decisioni e ripensamenti volta per volta, ma stano lì per aiutarci a gestire il quotidiano.

Spero di avervi dato qualche dritta su scorciatoie a cui non avevate pensato in proprio, e vi ricordo davvero la lavagna, perché come ci ha salvato la vita lei, nessuno altro mai.

Buon inizio di anno scolastico.

 

 

PdO: Rudi abbracci maschili in Olanda

Un collega traduttore che chiedeva in un forum come accidenti si fa a tradurre in olandese lo spagnolo abrazo senza scivolare nel romantico o nel sessuale (al poveretto knuffelenomhelsen non bastavano) mi hanno ricordato una scenetta bellissima di tanti anni fa.

Teniamo presente che  in genere i maschi nordici e anglosassoni, a meno che non siano innamorati, socialmente non si baciano.  Non baciano gli amici, spesso non baciano i consanguinei maschi. Ringraziando il signore gli abbracci e i tre bacetti sulla guancia soprattutto tra i ragazzi sono sempre più diffusi, ma finora gli unici uomini adulti che io abbia mai visto baciarsi come saluto è mio suocero con i figli. Già i fratelli fra di loro, mica me lo ricordo. Maschio alfa dice di si.

Ora voi immaginatevi il povero maschio alfa, bello come il sole, che 22 anni fa a quest’ora si stava preparando al proprio imminente matrimonio circondato da amici e congiunti batavi, che vuoi che uno sposalizio italiano ce lo facciamo scappare?

E che il giorno dopo è stato abbracciato, sbaciucchiato, congratulato (non so se di nascosto quella spudorata di Scialba della Zozza non gli abbia pure dato una fraterna strizzatina di culo, non gliel’ho mai chiesto in effetti) da maschi, femmine, vecchi, bambini, giovani e in qualche modo è persino sopravvissuto. Che il nostro è un ragazzo sportivo e basta che non lo costringono a fare cose che vanno contro i suoi sacri principi, un bacio non l’ha mai rifiutato a nessuno.

Ora immaginate dopo questa esperienza formativa con quale sguardo, qualche anno dopo, siamo andati all’equivalente piemontese del nostro matrimonio: il matrimonio di Betty e Paul a Susa.

Già eravamo andati con me che immaginavo una cosettina formale, che questi sono piemontesi e si sa che sono falsi e cortesi, insomma, cerchiamo di non fare i terroni che ci riconosciamo. Solo che Betty aveva passato una vita negli scout e come gli scout festeggiano il matrimonio di uno dei loro, lo sa solo il povero Paul che comunque era preparato spiritualmente. E lo abbiamo scoperto noi.

Il guaio è che noi terroni e un altro paio di amici italo-olandesi a un certo punto abbiamo deciso che tanto valeva farci riconoscere e abbiamo chiamato il bacio degli sposi. Non lo avessimo mai fatto: come un sol uomo gli scout piemontesi si sono messi a fare una fila all’inglese davanti al tavolo degli sposi baciando nell’ordine sposa, sposo, mamma della sposa e padre dello sposo, che io questo signore olandese in età con i pomelli rosso fuoco alla fine dei brindisi e dei baci e l’aria più felice del mondo ancora ce l’ ho nella retina.

Noi nel frattempo ci siamo finiti il secondo e i contorni con calma, e poi visto che avevamo dato noi la stura al tutto, ci siamo messi in fila, arrivo e mi bacio la sacra famiglia, arriva maschio alfa e comincia a baciare le signore.

Poi arriva davanti a Paul.

Si bloccano tutti e due, e si guardano.

E come un sol uomo stanno per darsi una virile e affettuosa stretta di mano.

Immaginateveli uno di fronte all’altro: lo sposo batavo appena finito di baciare tipo catena di montaggio da almeno un centinaio di maschi, parenti e non. L’altro maschio batavo che ci era passato neanche tanto tempo prima. E il riflesso condizionato di anni di cultura batava.

“Ma sarete due cretini” ho detto io mentre la fresca sposa era piegata in due dalle risate. Si sono messi a ridere e si sono baciati finalmente pure loro. Non sulla bocca, per fortuna.

Quindi non dite che io non vi ho avvertito. È vero che siamo italiani e ci perdonano tante cose, ma insomma, sondate l’aria quando salutate affettuosamente.

10 motivi per NON trasferirsi in Olanda

Olanda, terra di sogni e di chimere: ricominciano i progetti per cambiare vita da settembre e ricomincia a scrivermi gente che sogna di venire a vivere qui per essere più felice. Io lo so che in certe ondate di entusiasmi collettivi spesso hanno la loro parte  anche quegli articoli del piffero  che decantano l’esistenza quassù come il massimo nella vita, e la felicità e la mancanza di stress, e i lavori part-time, e le biciclette e chennesò io la gente da cosa si fa conquistare.

Fedele quindi al mio mandato di smontare i miti sull’ Olanda che ha la gente – è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare – vorrei elencare alcuni motivi e circostanze per cui,  a mio modesto avviso, sarebbe meglio ripensarci.

  1. sei stato in vacanza ad Amsterdam/in Olanda e ne sei rimasto folgorato
  2. sei alla canna del gas/insoddisfatto/incasinato a casa tua
  3. non sai l’olandese – e anche a inglese non è che tu stia messo proprio bene
  4. non hai qualifiche pratiche immediatamente spendibili
  5. non hai più 20 anni
  6. hai bambini piccoli di cui occuparti a tempo pieno intanto che traslochi, trovi lavoro eccetera
  7. sei abitudinario, più di quanto pensi
  8. non sei una persona informata, di mentalità elastica, aperta al mondo
  9. non hai ancora gli strumenti per valutare se la tua idea geniale per venire in Olanda può funzionare (avere me e i gruppi facebook come prima fonte di informazione, lo dico, non basta)
  10. tendi a vedere il bicchiere mezzo vuoto (e una volta qui soffrirai per tutto e ti lamenterai della qualunque e se ti incrocio mentre lo fai ti strozzo)

Tutto  è comunque possibile solo se hai le spalle coperte finanziariamente, se ti puoi pagare subito almeno 6 mesi di affitto e vita o hai qualcuno che ti vuole molto bene a cui appoggiarti all’inizio, se, come dicevo qui, hai soldi in proprio da investire per avviare un’attività – sempre tenendo presente che se non sai la lingua e non ti puoi pagare qualcuno che ti aiuti a tempo pieno a risolvere le infinite questioni pratiche neanche questo è semplice. Se poi vuoi venire qui a farti imbrogliare e sfruttare, liberissimo, è successo a tanti e continuerà purtroppo a succedere. Ma non lo auguro a nessuno.

Questa è una lista totalmente arbitraria ma ultimamente mi sono sentita chiedere le cose più improbabili, da gente con mestieri difficilmente spendibili fuori dall’Italia o dal circolo in cui hanno sempre lavorato, che ripetono come un mantra “mi hanno detto che” venire a lavorare nel settore museale, media, accademico, medico-sanitario, industriale, magari con la terza media e senza sapere le lingue, oppure a 55 anni in Olanda è facilissimo e possibilissimo, come no. (Stateci attenti, ogni tanto vedo siti di gente che promette – a pagamento – esattamente questo, sono situazioni ai limiti della truffa, non cascateci per favore).

Lo posso dire che un idraulico/elettricista qualificato ha più probabilità di un avvocato?

Che puoi venire a fare la baby-sitter o la au-pair, ma che conosco ragazze messe in strada da un giorno all’altro da famiglie con tante pretese e poche idee chiare su cosa significhi mettersi una persona – non uno schiavo – in casa?

Che un informatico con esperienza magari ancora gli fanno il colloquio a distanza, se sa bene l’inglese, ma già un interprete no?

Che se hai un’età meglio che tu sia un potenziale premio Nobel o non gli servi?

Che anche se per determinate categorie professionali il lavoro ci sarebbe – penso alle professioni mediche, agli insegnanti – se non sai la lingua, non conosci il sistema e non hai quei 2-3 anni di tempo prima che ti inseriscano nel registro BIG o ti riconoscano le qualifiche è inutile?

Che non è che perché vedi un annuncio di lavoro o di affitto casa/stanza non ci siano altre 300 persone che prima di te hanno risposto, e che se sono persone che già stanno qui forse fanno prima loro ad essere contattate?

E che comunque vadano le cose se non hai un contratto di lavoro che attesti che qualcuno ti paga almeno € 4000 lordi al mese una casa in affitto ad Amsterdam non la si trova- a meno di accettare situazioni di convivenza, sfruttamento o affitti temporanei che dopo il quarto trasloco in meno di cinque mesi uno si stancherebbe pure, e se ha bambini o animali domestici non ne parliamo? Su come affittare ad Amsterdam avevo scritto qui.

Ve bene, l’ho detto.

Poi ognuno decide per sé. In fondo uno dei migliori misuratori di successo è l’entusiasmo, la determinazione, la capacità di non arrendersi. Chi ha quelle ha già parecchio, i miei consigli gli fanno un baffo. Ma se aiutano a riflettere per avere un atterraggio più morbido nel trasferirsi nei Paesi Bassi, mi fa solo piacere. In bocca al lupo.

 

 

Pimp your bike: riflessi


Era un po’ che non vi postavo più una una bicicletta del genere chi autodafé fa per tre. Che mi dite di questo modellino riciclo creativo? tra gli specchiettini mosaico e i CD, un raggio di sole per le giornate piovose.

100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.