Pimp your bike: riflessi


Era un po’ che non vi postavo più una una bicicletta del genere chi autodafé fa per tre. Che mi dite di questo modellino riciclo creativo? tra gli specchiettini mosaico e i CD, un raggio di sole per le giornate piovose.

100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Pulizie e ossessioni igieniche della casalinga olandese

immagine da Shutterstock

Anche le pulizie sono culturalmente determinate, non so se ci avete fatto caso. All’epoca dei post sulle varie ossessioni igieniche, sanitarie e ospedaliere degli italiani all’estero vi avevo promesso per par condicio quello sulle ossessioni di pulizia degli olandesi.

E ci ho messo tanto, ma tanto tempo, perché è da prima del secolo d’oro che gli olandesi, e in particolare le casalinghe olandesi sono famigerat pardon, volevo dire rinomate per certe loro manie di ordine, pulizia e igiene. Pensate solo al marchio dell’Olandesina per certi prodotti di pulizia. E se su Google cercate Olandesina e pulizia troverete un mucchio di imprese di pulizia italiane che hanno adottato questo nome. Qualcosa, quindi vorrà pur dire. Continue reading

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

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Aver letto negli anni tanta letteratura buona e pessima ha il duplice vantaggio di farti attraversare i fatti della vita con un certo disincanto: sei un essere umano e nulla delle umane passioni e sfighe potrà mai esserti estraneo. E dico anche pessima letteratura, perché quella di solito ha come scopo quella di suscitare passioni, non di essere credibile e un paradigma di fact-checking, e si prende quindi  tranquillamente delle libertà che gli scrittori con pretese di serietà tenderebbero di loro ad evitare come la peste.

Tutti gli altri invece si appellano al magico principio della suspension of disbelief, che sarebbe il patto tacito tra autore e fruitore di sospensione dell’incredulità, per godersi il racconto, i personaggi e il fluire degli eventi senza stare adesso a fare tante questioni sul fatto se a Malta si guidi a destra o a sinistra (è un esempio). Continue reading

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Facebook mi ha appena ricordato che una volta, quando facevo parte del glorioso mommy-blogging italiano d’avanguardia andava di moda celebrare i compleanni dei figli con aneddoti, carinerie, toni commossi, ma come crescono in fretta, eccetera sul blog. In diretta, così, senza vaselina ma con tanto ammmmmooooorrreh.

Poi il logorio del moderno mommy-blogging o le direttive filiali sulla privacy, non so chi abbia contribuito di più a smantellare questo pilastro sociale, ci siamo persi.

Poi è arrivato Facebook.

Poi Facebook ha preso il vizio di ricordarti le cose che facevi in passato. Tipo questa.

Poi lunedì scorso figlio One è andato al campo con la scuola portandosi dietro un quantitativo da coma glicemico di dolcetti vari per offrirli alla classe il giorno del suo compleanno.

Che era ieri. Come il compleanno di suo zio. A cui a suo tempo mettemmo a credere di non aver fatto a tempo a fargli il regalo non perché stavamo partorendo, ma che il suo regalo era appunto il nipote. Da allora si vendica organizzando per primo le feste di compleanno in famiglia, in cui graziosamente festeggiamo entrambi.

E insomma ieri mando un cauto wazzap di auguri, che non lo so se in gita possono usare il telefonino sempre e comunque. Mi richiama. Vedo il nome registrato. Rispondo. Sento un vocione di uomo sconosciuto.

No, ma ditemelo com’era bello il mommy-blogging di una volta, quando avevamo i figli morbidi, con le guancette tonde e cinguettanti grazioserie che DOVEVAMO condividere con i posteri, manco la avessimo inventata noi la maternità (la maternità magari no, ma il glorioso mommy-blogging italiano si. Almeno quello me lo voglio riconoscere).

Insomma, oggi rientra dal campo scuola. Non oso pensare in che condizioni. spero solo che gli sia rimasto un angolino di guanciotta tonda e morbida da sbaciucchiarmi.

No, vabbè, dai, sembro una di quelle madri che

Boh.

Sto invecchiando, cavolo.

Posso almeno ricordarmi che maschio alfa all’epoca passava il tempo a cantarmi quel brano di Bocelli, solo che siccome lui è straniero aveva cambiato una parola che non gli veniva bene da pronunciare. Così mi tuonava a volte:

cooon teeeehh, PARTORIRO’

Poi una dice, ma le doglie te le scordi.

Siiiih, beata a te. Se penso a come me le ha fatte venire.

Bocelli, cavolo. Da parte di quello che mi sfotteva per i Dire Streats dicendo che erano musica da ascensore.

Ci ho fatto pure un figlio io con questo. Due, toh. Ma uno, nello specifico, ce l’ho fatto quindici anni fa. Fa quasi impressione.

Consigli consigli e bon-ton per i regali di Sinterklaas tra adulti

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Sta per arrivare Sinterklaas e come se non bastassero le ambasce che ci procurano i figli che ancora ci credono e bisogna fargli tutto alle spalle, la questione regali si ripresenta anche per le feste in famiglia, in classe per i ragazzini più grandi, tra colleghi o gruppi di adulti. Ecco il bon ton per risolversi.

Cosa, a chi, quanto (€)

La prima cosa è che se si decide di fare un Sinterklaas con regali in un gruppo di adulti, si dice anche subito con quali regole: quanto deve costare il regalo, in genere una cifra che non impoverisce nessuno.

Poi ognuno fa la lista delle cose che desidera, entro quella cifra. ricordo che in classe di figlio 2 si portavano dietro il depliant delle catene di negozi, che in questo periodo sono piene di offerte, in modo che spesso mi arrivavano liste dettagliatissime tipo: il set timbro e ceralacca dello Xenos, € 2,99.

Infine si estrae a sorte, le liste dei desideri comprendono il nome e ognuno si ritrova la persona specifica a cui fare il regalo, è il ricevente che non sa chi glielo farà.

Nel paragrafo sulle risorse in rete vi metto anche dei siti per fare l’ estrazione a sorte automatica.

La rima

La maledizione di Sinterklaas è che il regalo, piccolo o grande, ma in genere piccolo, va accompagnato dalla surprise e dalla poesia in rima, in cui con garbo e delicatezza, diciamo anche insulti a cuore aperto, si fanno rpesenti al destinatario dei suoi aspetti migliorabili. Insomma, la grande tradizione delle rime a sfottere.

Per fortuna esistono online generatori di rime, per cui metti nome e 4 elementi e ti fanno una rima standard.

Aperture standard sono:

Sint zat hard te denken/ wat zou ik XY schenken? 

oppure:

XY is een lief  kind/ dat dacht de goede Sint

Per le rime a sfottere uno potrebbe iniziare con:

Sommige mensen zijn niet aardig.
Die zijn niet eens een cadeautje waardig.
En hoe zit het met jou dit jaar?
Staat er voor jou een pakje klaar?

(Certe persone non sono carucce, e non si meritano neanche un regalo, tu quest’ anno come stai messo? ci sarà un pacchetto per te?)

Poi ci sono quelle positive:

Je bent een echte spring in ‘t veld,
zo heeft Piet aan mij verteld.

Jij bent een bescheiden mens,
want je hebt slechts één grote wens.

‘k Zeg het maar recht in je gezicht:
dit wordt een slijmerig gedicht.

Dit wil ik even aan je kwijt:
Je bent een lieve, leuke meid.

De hoofdpiet heeft mij uitgelegd: 
met jou gaat het beslist niet slecht. 

A volte il povero Sinterklaas legge una lista dei desideri e non sa da dove cominciare:

Sint werd van schrik een beetje bleek
toen hij laatst jouw lijstje bekeek.

(Dallo spavento immantinente, sbiancò Sint,recentemente, quando lesse la tua lista)

Sint kon het juiste cadeau niet vinden
en liep zich behoorlijk op te winden.
(Sint non trovava il regalo giusto, e non è proprio di suo gusto)
“Tjonge Sint, het is wel duur,”
sprak Zwarte Piet een beetje zuur.

(Porcamiseria, quanto è esoso, fece Z Piet incazzoso)

La surprise

Armatevi di carta, colla, cartoni, glitter e ammennicoli, che regalo e rima vanno impacchettati in un oggetto che richiami o lo sfottò, o i gusti del destinatario, o il regalo, possibilmente tutti e tre concettualmente intrecciati. Dopo 20 anni a fare surprises a noi le installazioni di Tracy Emin ci fanno un baffo.

Risorse in rete

www.sinterklaas.rijmnu.nl/

www.sinterklaas.101tips.nl/rijmen.php

http://de-rijmpiet.nl/wordpress/

http://www.sinterklaasgedichten.com

http://www.rijmgein.nl/sinterklaas/gedichten_generator.html

E per estrarre a sorte i destinatari dei regali, noi usiamo da anni https://www.lootjestrekken.nl/. Basta inserire gli indirizzi e-mail dei componenti del gruppo, confermare cliccando sul link che ti mandano e quanto tutti hanno confermato puoi fare una lista dei regali che vuoi, leggere quella del tuo destinatario, se non l’ ha fatta il sistema gli manda anonimamente la richiesta di esprimersi e poi ci sono infiniti consigli per gli acquisti,d a filtrare, se del caso, in base a età, genere, spesa ecc

 

Buon divertimento. Come vedete, o ci vuole molta fantasia, o basta parecchio mestiere e un po’ di aiuto.

 

Buon divertimento