Le ossessioni igieniche della casalinga olandese

immagine da Shutterstock

Anche le pulizie sono culturalmente determinate, non so se ci avete fatto caso. All’epoca dei post sulle varie ossessioni igieniche, sanitarie e ospedaliere degli italiani all’estero vi avevo promesso per par condicio quello sulle ossessioni di pulizia degli olandesi.

E ci ho messo tanto, ma tanto tempo, perché è da prima del secolo d’oro che gli olandesi, e in particolare le casalinghe olandesi sono famigerat pardon, volevo dire rinomate per certe loro manie di ordine, pulizia e igiene. Pensate solo al marchio dell’Olandesina per certi prodotti di pulizia. E se su Google cercate Olandesina e pulizia troverete un mucchio di imprese di pulizia italiane che hanno adottato questo nome. Qualcosa, quindi vorrà pur dire. Continue reading

Consigli consigli e bon-ton per i regali di Sinterklaas tra adulti

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Sta per arrivare Sinterklaas e come se non bastassero le ambasce che ci procurano i figli che ancora ci credono e bisogna fargli tutto alle spalle, la questione regali si ripresenta anche per le feste in famiglia, in classe per i ragazzini più grandi, tra colleghi o gruppi di adulti. Ecco il bon ton per risolversi.

Cosa, a chi, quanto (€)

La prima cosa è che se si decide di fare un Sinterklaas con regali in un gruppo di adulti, si dice anche subito con quali regole: quanto deve costare il regalo, in genere una cifra che non impoverisce nessuno.

Poi ognuno fa la lista delle cose che desidera, entro quella cifra. ricordo che in classe di figlio 2 si portavano dietro il depliant delle catene di negozi, che in questo periodo sono piene di offerte, in modo che spesso mi arrivavano liste dettagliatissime tipo: il set timbro e ceralacca dello Xenos, € 2,99.

Infine si estrae a sorte, le liste dei desideri comprendono il nome e ognuno si ritrova la persona specifica a cui fare il regalo, è il ricevente che non sa chi glielo farà.

Nel paragrafo sulle risorse in rete vi metto anche dei siti per fare l’ estrazione a sorte automatica.

La rima

La maledizione di Sinterklaas è che il regalo, piccolo o grande, ma in genere piccolo, va accompagnato dalla surprise e dalla poesia in rima, in cui con garbo e delicatezza, diciamo anche insulti a cuore aperto, si fanno rpesenti al destinatario dei suoi aspetti migliorabili. Insomma, la grande tradizione delle rime a sfottere.

Per fortuna esistono online generatori di rime, per cui metti nome e 4 elementi e ti fanno una rima standard.

Aperture standard sono:

Sint zat hard te denken/ wat zou ik XY schenken? 

oppure:

XY is een lief  kind/ dat dacht de goede Sint

Per le rime a sfottere uno potrebbe iniziare con:

Sommige mensen zijn niet aardig.
Die zijn niet eens een cadeautje waardig.
En hoe zit het met jou dit jaar?
Staat er voor jou een pakje klaar?

(Certe persone non sono carucce, e non si meritano neanche un regalo, tu quest’ anno come stai messo? ci sarà un pacchetto per te?)

Poi ci sono quelle positive:

Je bent een echte spring in ‘t veld,
zo heeft Piet aan mij verteld.

Jij bent een bescheiden mens,
want je hebt slechts één grote wens.

‘k Zeg het maar recht in je gezicht:
dit wordt een slijmerig gedicht.

Dit wil ik even aan je kwijt:
Je bent een lieve, leuke meid.

De hoofdpiet heeft mij uitgelegd: 
met jou gaat het beslist niet slecht. 

A volte il povero Sinterklaas legge una lista dei desideri e non sa da dove cominciare:

Sint werd van schrik een beetje bleek
toen hij laatst jouw lijstje bekeek.

(Dallo spavento immantinente, sbiancò Sint,recentemente, quando lesse la tua lista)

Sint kon het juiste cadeau niet vinden
en liep zich behoorlijk op te winden.
(Sint non trovava il regalo giusto, e non è proprio di suo gusto)
“Tjonge Sint, het is wel duur,”
sprak Zwarte Piet een beetje zuur.

(Porcamiseria, quanto è esoso, fece Z Piet incazzoso)

La surprise

Armatevi di carta, colla, cartoni, glitter e ammennicoli, che regalo e rima vanno impacchettati in un oggetto che richiami o lo sfottò, o i gusti del destinatario, o il regalo, possibilmente tutti e tre concettualmente intrecciati. Dopo 20 anni a fare surprises a noi le installazioni di Tracy Emin ci fanno un baffo.

Risorse in rete

www.sinterklaas.rijmnu.nl/

www.sinterklaas.101tips.nl/rijmen.php

http://de-rijmpiet.nl/wordpress/

http://www.sinterklaasgedichten.com

http://www.rijmgein.nl/sinterklaas/gedichten_generator.html

E per estrarre a sorte i destinatari dei regali, noi usiamo da anni https://www.lootjestrekken.nl/. Basta inserire gli indirizzi e-mail dei componenti del gruppo, confermare cliccando sul link che ti mandano e quanto tutti hanno confermato puoi fare una lista dei regali che vuoi, leggere quella del tuo destinatario, se non l’ ha fatta il sistema gli manda anonimamente la richiesta di esprimersi e poi ci sono infiniti consigli per gli acquisti,d a filtrare, se del caso, in base a età, genere, spesa ecc

 

Buon divertimento. Come vedete, o ci vuole molta fantasia, o basta parecchio mestiere e un po’ di aiuto.

 

Buon divertimento

Shaken, not stirred: Trump, Zwarte Piet e la paura del mondo ribaltato

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Shaken, not stirred, sono i post che mi escono di pancia, quando troppe cose mi si agitano in testa e cercano una loro collocazione. Poi di solito la trovano. Basta scriversela di dosso.

Il passato coloniale dei Paesi Bassi è sempre un argomento un po’ controverso, e l’elefante nella sua stanza è la questione della schiavitù. Come molte cose nella vita, se non ci passi, o non hai amici che ci sono passati, in un primo momento fai fatica a capire. E cosa c’entra tutto questo con Trump e ancora di più, che c’entra trump con Zwarte Piet (e chi è ZP?). Mettiamoci comodi che vi mixo un drink. Continue reading

La vera storia del gelato alle lacrime

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C’era una volta un gelatiere. Un gelatiere con un negozietto piccolo. Ma talmente piccolo che la gente per comprare il gelato doveva fare la fila sul marciapiede e siccome il marciapiede era stretto, la fila era una bella fila all’inglese, una persona dietro l’altra. Questo gelatiere viveva in un paese umido e piovoso, e quando pioveva la fila davanti al suo negozio non è che fosse più corta, era solo più colorata, perché chi aveva l’ ombrello lo apriva e cercava di coprire dalla pioggia anche gli altri. E questo la dice lunga sui gelati di questo gelatiere, perché tutti sono disposti a fare la fila per il gelato buono quando fa caldo, ma trovatemele voi le gelaterie con la fila fuori quando piove e tira vento e hai bisogno dell’ombrello per non far bagnare il gelato intanto che lo mangi.

Insomma, questo gelatiere non solo era bravissimo a fare il gelato, si sussurrava che, volendo, lui sarebbe riuscito a fare del gelato anche con il vetro, ma era bravissimo proprio perché era attentissimo agli ingredienti che usava. Quando a fine stagione chiudeva la gelateria, se ne andava in giro a cercare frutta, miele, pistacchi e tutte le cose buone, e faceva i suoi esperimenti. Ma anche in stagione cercava sempre di inventarsi qualcosa di nuovo.

I suoi clienti affezionati lo sapevano e chi gli portava il miele delle sue api, chi la frutta del suo orto, due che avevano appena fatto un bambino gli portarono del latte materno, per abituare il pupo fin da subito al buon gelato al gusto mamma. A volte si inventava delle cose tremende, come la volta che fece il gelato al sangue e chi lo voleva assaggiare doveva indovinare che sangue fosse.

Ora con questa del gelato al sangue voi vi immaginerete un gelatiere stile gigante Ferraù, grosso, feroce e con un sacco di peli in faccia e sulla schiena, e onestamente devo dire che non lo so, perché la schiena ancora non gliel’ho mai vista. Invece questo gelatiere era caruccio, gentile e bastava guardarlo in faccia per capire che in fondo lui era sempre un ragazzino simpatico e curioso a cui piaceva fare gli esperimenti.

Insomma, un bel giorno insieme alla sua bravissima e pazientissima socia Carlina (e provateci voi ad essere la socia di un gelataio così senza avere senso dell’umorismo e pazienza) cominciarono a riflettere sullo scopo del proprio lavoro. Loro volevano fare felice la gente. Perché quando vedi qualcuno piangere, ti fa brutto. E allora volevano inventarsi qualcosa per non far piangere più nessuno. Ci pensarono e ripensarono e alla fine misero insieme 650 kit di raccolta lacrime, con una scatolina col coperchio, piccola ovviamente, e tutto un set di istruzioni per la raccolta, stoccaggio e shipping ottimale, che il vero professionista si riconosce dalle regole etiche che chiede ai propri fornitori.

E siccome lui e Carlina erano molto, ma molto attenti alla qualità degli ingredienti, concordarono che l’ingrediente migliore erano le lacrime dei bambini, perché a quelle degli adulti la vita a volte dà un retrogusto amaro, che non sposa bene con il gelato. E siccome i bambini della zona li conoscevano molto bene e gli erano affezionati, loro sparsero la voce, dicendo che avevano bisogno di un ingrediente speciale, che chi voleva fornirne era il benvenuto e poteva passare a prendere il kit di raccolta lacrime fresche. E poi, siccome gli ingredienti loro li pagano, chi restituiva il contenitore con le lacrime riceveva un gelato di due palline in pagamento.

Diverse centinaia di kit vennero ritirati.

“E quanti ve ne sono tornati indietro?”

“Nessuno.”

“Forse uno, dai”, fece Carlina, “ma secondo me era uno scherzo, perché il barattolo era troppo pieno.”

“Comunque il gelato glielo abbiamo dato lo stesso.”

“E quindi?”

“E quindi l’esperimento è riuscito. Noi volevamo che la gente fosse felice e invece un bambino nella vita, ha tante occasioni per essere triste e piangere. Allora ho pensato che se avessimo creato una serie di procedure buffe per la raccolta delle lacrime, ora che un bambino vuole piangere, prende il kit, segue tutte le istruzioni, gli viene talmente da ridere che si dimentica di piangere. Quindi non ho fatto il gelato alle lacrime, ma non era quello lo scopo del progetto”.

“Il gelato alle lacrime era la scusa che ci siamo inventati.”

“Dopo un anno ogni bambino che ha ancora sul comodino il kit, è un bambino che non ha pianto, e questo era lo scopo.”

Silenzio.

“Ma quel bambino che ha tante occasioni per piangere eri tu per caso?”

Non mi risponde.

E per capire cos’altro è capace di inventarsi quest’uomo per far felici le persone guardatevi il video del gelato a impatto zero, sulle Dolomiti.

Roberto Coletti e Carlina Di Lorenzo in stagione li trovate qui:

Roberto Gelato

Poortstraat 93
Utrecht

La donazione di organi nei Paesi Bassi

Nicholas Green

È di questi giorni la discussione nei Paesi Bassi su una modifica di legge sulla donazione di organi proposta dall’onorevole Pia Dijkstra di D66. I rappresentanti dei partiti D66, PvdA, SP e GroenLinks erano a favore ma gli mancavano alcuni voti per la maggioranza, mentre i Cristo-democratici erano contro, così come anche il liberali di destra del VVD. Però ai membri del VVD è stato anche consigliato di “seguire il proprio cuore” e in alcuni l’hanno fatto, portando così la maggioranza richiesta alla camera. Adesso tocca al Senato.

La differenza in questa proposta è che mentre prima erano gli aspiranti donatori a dover firmare un codicillo e farsi inserire in un registro, ora si parte dal principio del silenzio-assenso e quindi sono le persone che non vogliono donare a dover firmare per il proprio rifiuto. In poco tempo hanno firmato 70.000 persone, che paragonate ai 15 milioni di abitanti dei Paesi Bassi, direi che è incoraggiante per tutti. E comunque i parenti possono sempre decidere a posteriori di non rendere disponibili gli organi, una modifica alla proposta di legge per cercare di raggiungere la maggioranza.

Incoraggiante per chi non vuole, in quanto adesso ha modo di fare una scelta esplicita in prima persona senza lasciare quest’onere ai parenti magari distrutti dal dolore. E con i parenti e le volontà postume, non sai mai cosa ti possono combinare.

Incoraggiante per i congiunti, che appunto sanno a cuor sereno quali fossero le intenzioni del defunto e possono quindi onorarne la volontà e la memoria senza dover decidere loro in un momento difficilissimo della propria vita.

E soprattutto incoraggiante per tutti quei pazienti in attesa di un organo da trapiantare che con un maggior numero di donatori potenziali vedono aumentare le proprie speranze di sopravvivenza.

Come funzioni in Italia e cosa significa in termini di affetti e memoria per chi sopravvive lo racconto oggi per Genitoricrescono.

Per ampliare invece il discorso sulla discussione nei Paesi Bassi, un paese che su molte questioni etiche collegate al confine tra vita e morte si interroga concretamente attraverso commissioni etiche di medici e altri esperti, vorrei elaborare un po’ sulla discussione attualmente in corso.

Perché comunque è un argomento importante e delicatissimo e per quanto la mia posizione sia in assoluto quella di donare qualcosa che a me non serve più, ma che può donare la vita, o migliorarla, a persone che non conoscerò mai, capisco anche che se non se ne parla apertamente e resta un argomento tabù, come tutto quello che circonda la morte, troppe persone devono aggiungere alle proprie comprensibili ansie in situazioni di malattia o disgrazie anche ulteriori domande che magari, spiegate prima provvedono a dare almeno un po’ più di serenità.

“Ma non è che i medici si sforzano meno di salvarmi se sanno che sono un donatore?”

Poveri medici, che cattiveria sospettarli di una cosa del genere. Premesso che il giuramento di Esculapio gli impone di salvarle le vite, non spetta a loro prendere questo tipo di decisioni. I medici curanti non sono gli stessi che si occupano del

“Come funziona esattamente l’iter, una volta appurato che in caso di morte ci sono organi che possono essere donati?”

Nei Paesi Bassi esistono due team chirurgici appositi che hanno turni di una settimana in cui sono in stand-by. Quando si rendono disponibili gli organi e c’è l’assenso hanno in genere 6 ore per portare nella stessa sala operatoria la persona che riceverà gli organi, il donatore e il team che si occupa dell’espianto e del reimpianto. Di solito in media ci sono tre donazioni alla settimana.

“Ma tutti gli organi dei donatori vengono usati davvero?”

Solo se ci sono i presupposti, ovvero che siano utilizzabili, che c’è il paziente compatibile e si riesce a fare tutto in quel breve periodo previsto.

“La famiglia dopo quanto tempo può riavere il congiunto per organizzare il funerale?”

Proprio per via delle sei ore circa per l’intervento, di solito in giornata. A quel punto il donatore è stato risistemato, esattamente come succede per le persone che non sopravvivono a un’operazione, per esempio, e può essere vestito per il funerale.

“Ma come fare a sapere che uno è davvero morto?”

I criteri cambiano per paese ma qui ci si attiene al principio di morte cerebrale, che può essere controllata tramite scan, capire se c’è attività elettrica nel cervello e altri dati misurabili. Il medico che deve constatare l’avvenuta morte cerebrale ha un protocollo a cui attenersi e deve eseguire una serie di controlli. Solo a quel punto dichiara la morte e firma il certificato. Detto in soldoni, è quando c’è l’assoluta certezza che il cervello è andato e quindi nessuna speranza di “risveglio”.

Questo lo so per esperienza personale perché ero accanto a mia nonna quando è morta in conseguenza di un ictus. Il cuore ha continuato a battere sempre più lentamente mentre lei ormai non c’era più ed era stata dichiarata morta cerebralmente. N questi casi è persino possibile che il corpo abbia dei riflessi incontrollati, addirittura ancora più evidenti dei normali riflessi quando il cervello ancora funziona, perché con il cervello puoi ancora controllarli un minimo, mentre in questo caso non c’ è controllo e quindi i movimenti possono essere più evidenti.

Per un parente che sta accanto sicuramente è impressionante, ma il problema è che il parente in quei momenti è talmente frastornato che capisce la metà di quello che gli spiegano e se ne ricorda ancora meno. Infatti molte cose della morte di mio padre e mia nonna, entrambi morti per ictus le ho capite a posteriori interrogando lo zio medico che era con noi ma aveva una visione molto più chiara e professionale delle cose.

In conclusione quindi, se vi doveste trovare davanti a questa scelta per voi, fate un favore a tutti e a voi stessi per primi, prendete una decisione fino a che siete in grado di farlo, e comunicatela. Non avete idea di quante vite potreste migliorare.

 

 

Avviso ai turisti: non mi andate in autostrada in bicicletta

Non mi entrate in autostrada in bici

Non mi entrate in autostrada in bici

Sono alcuni anni che il centro di Amsterdam e dintorni è sempre più pieno e affollato. Quella che solo alcuni anni fa era una città con un’offerta alberghiera sottostimata rispetto alla domanda, o perché hanno costruito quel paio di alberghi extra, o grazie a Air bnb, che il comune lo dice sempre che chi ha case a prezzo agevolato non deve lucrarci, ma tanto non hanno abbastanza gente per fare i controlli, ecco, di botto è sempre più piena in tutte le stagioni. Continue reading

La guerra nel mio quartiere: nonni e memoria

Oorlog in mijn buurt è un progetto scolastico che fa intervistare agli scolari di Amsterdam gli anziani che durante la guerra vivevano nel loro quartiere, o forse addirittura nella stessa casa. I racconti relativi al nostro quartiere sono qui, e stamattina, già che ci eravamo. Orso e la sua nonna polacca a colazione si sono raccontati le storie reciproche. La sua classe ha intervistato una signora sopravvissuta ai campi, e lui le ha chiesto dopo la guerra chi era rimasto che lei conosceva da prima. E lei dice di aver girato Amsterdam in bicicletta per tre giorni, senza incontrare nessun conoscente, tranne il suo dentista.

Mi madre gli ha raccontato che lei è nata nel 1943 e che all’ epoca suo padre era stato incarcerato a Montelupi, la prigione di Cracovia, e non sapeva se ne sarebbe uscito vivo o meno (poi ne uscì per spararsi un paio di campi di concentramento). E allora dalla finestra aveva lanciato un biglietto chiedendo a chi lo trovasse di far sapere a sua moglie che al tale giorno e ora sarebbe venuto alla finestra, di portargli a vedere la bambina.

E mia nonna aveva paura di andarci da sola con tutti i tedeschi in giro per Cracovia, chiese a zio Tadek, suo fratello, di accompagnarla e con la carrozzina andarono sotto Montelupi, e lei sollevò mia mamma per fargliela vedere.

Quando suo padre tornò dai campi, uno alto, magrissimo, stranito e senza capelli, lei aveva 3 anni, non lo conosceva e questo sconosciuto all’ inizio la spaventava moltissimo. Grazie agli amici socialisti Ludwig (perché mio nonno si chiama Ludwig e ci ho provato a suggerire a maschio alfa a suo tempo di chiamarlo un figlio Ludovic*, o almeno Ludin* e si è rifiutato, non so perché) era finito a fare il servizio in cucina e ogni notte, di nascosto, imboscava una ciotola di zuppa sul tetto di una baracca. Grazie a questa zuppa, per la quale rischiavano entrambi la pelle, se scoperti, il suo amico è sopravvissuto anche lui al campo.

Solo che questa storia mia madre e le sue sorelle e il fratello lo hanno saputo solo da adulti, quando questo amico sopravvissuto ha scritto un libro in cui raccontava le sue esperienze del campo e parlava anche di mio nonno. Mio nonno non ha mai parlato di quello che è successo, tranne alla fine da vecchio, l’inverno che io a 22 anni ho trascorso con loro per studiare a Cracovia, che ogni tanto mi diceva all’improvviso qualcosa.

E insomma stamattina Orso e mia madre si stavano scambiando i ricordi di guerra del nonno e della signora intervistata. E magari se in questi giorni non avessero avuto il progetto a scuola forse non avrebbero avuto la scusa per farlo. E visto che i nonni che durante la guerra erano già nati un po’ alla volta ci stanno finendo, trovo importante che ci si parli, ci si faccia raccontare e si ricordi bene alla gente come stavamo messi anche noi europei, con i nostri dittatori, i nostri bombardamenti, i nostri profughi e i paesi che li hanno accolti o respinti, perché la storia si ripete e dopo un po’ l’ umanità ricomincia a fare gli stessi errori.

E io sinceramente della guerra e dei profughi che stiamo respingendo noi adesso continuo a non sapere bene come raccontarne ai miei figli. Meno male che abbiamo ancora mia madre che gli racconta della sua.