Ultima settimana di scuola

A BosOggi è il primo giorno delle vacanze per i miei figli (adesso si capisce perché mi avete sentita poco qui sopra). Complice il tempo bellissimo ne approfitto per sentirmi già in clima di buone vacanze, e pare che non sia l’unica qui intorno.

Dopo la via crucis degli ultimi compiti in classe, ultimi colloqui, ultime insufficienze da riparare o meno, i liceali dopo un anno di imbarazzi, annusate, procedimenti a tentoni di socializzazione, hanno usato l’ultima settimana per rafforzare i social skills.

Ieri secondo il programma alle 10 sarebbero dovuto presentarsi a scuola per il passaggio formale al secondo anno, quello in cui si divideranno tra chi farà l’indirizzo classico e chi quello scientifico (che fondamentalmente si riduce a: quelli del classico avranno due ore in più di lezione a settimana).

La loro mentor che è una santa donna li ha invece convocati tutti al parco alle 11, in costume da bagno e con una lista di cosa portare che hanno concordato loro su wazzap (biscotti oreo, nel nostro caso). L’Amsterdamse Bos (di cui sopra vedete una piantina) è l’ unico parco di Amsterdam in cui non ho quasi mai messo piede, forse per colpa di quel collega che decenni fa mi raccontò che in estate ci andava a nuotare, al Nieuwe Meer, e che una volta gli hanno rubato tutto mentre era in acqua, tranne le chiavi che aveva paese al collo, e che è tornato a casa in bicicletta coperto solo di un tanga rosa stinto, pedalando con molta nonchalance. (Non so se questo sia il motivo per cui non ci ho mai messo piede prima, se non marginalmente).

Insomma, ieri con temperature tropicali, casa nostra barricata e soffocante perché dietro gli operai smontavano le impalcature con cui hanno verniciato gli infissi dei vicini in affitto, davanti da tre giorni a marce forzate stanno rifacendo il marciapiede per spostare la fermata dell’autobus, e la macchina del bitume puzzava, alla fine ho costretto figlio 2 a uscire per recuperare il fratello e ci siamo fatti anche noi un bagno nel laghetto, con i piedi affondati nel fango e gli aerei in fase di atterraggio che ci scompigliavano i capelli e i timpani. Che Amstelveen, signora mia, sarà anche la cittadina satellite chic di Amsterdam, ma il rumore degli aerei in testa mai, per nulla al mondo. Datemi il mio quartiere burino all’ altro lato della città.

Dopo la giornata al sole ovviamente il nostro eroe era troppo distrutto per la festa in discoteca della scuola al Melkweg, quella per cui mi ero preparata portarlo in bici, imboscarmi al parco con la mia amica e una bottiglia di bianco, e recuperare i figli alle 23.30. Meglio così perché dopo le giornate soffocanti si è scatenato un bel temporale e al parco il vino ci si sarebbe annacquato.

Figlio piccolo invece ieri aveva in classe in visita lo Jeugdjournaal, il telegiornale per bambini, che visita a volte scuole per far commentare le notizie ai bambini. Su 24 ne avrebbero scelto 4, così la maestra li ha avvertiti di non rimanerci male.

E visto il caldo, ci hanno avvertiti che gli ultimi due giorni potevano andare via a mezzogiorno, tranne i bambini i cui genitori facevano fatica a riprenderseli nel pomeriggio. Quelli sono rimasti a scuola. Spero si siano goduti la pompa dell’ acqua con cui li hanno fatti giocare mercoledì per la festa della scuola. E comunque anche nella home-page dello Jeugdjournaal trovate la domanda fatta ai bambini: è giusto chiudere le scuole quando fa così caldo?

Insomma, qui si stanno facendo bucati e pensando a bagagli, che quest’anno l’inizio traballante delle superiori ha in qualche modo indirizzato tutto il nostro tempo libero e c’ è un enorme bisogno di staccare.

Meno male che figlio piccolo ha fatto tutto da solo, e l’ha fatto splendidamente, mentre noi eravamo presi da ripassi, metodi di studio, schede terminologiche di francese, resoconto crescita fagioli (non sono spuntati), ecc.

Non solo a scuola è andato bene, ha imparato a gestirsi il planning settimanale, a collaborare, a esprimere le sue difficoltà invece di arrabbiarsi e soffrire, così magari si trova una soluzione. Ha anche avviato il club del sabato, per cui i suoi amici ci piombano in casa tra le 10.30-11 e o vanno al parco alla loro tana segreta, o ci gironzolano intorno, ma fino al pomeriggio figlio 2 sta a posto, e in autonomia. Un paio di volte ha pure fatto il pranzo agli amici, uova strapazzate.

Il mio pensiero va quindi a tutti i genitori che barcamenandosi come noi tra fine scuola, lavoro, caldo, figli a piede libero, stanno cercando di arrivare in qualche modo a quei pochi o tanti giorni di stacco.

E in particolare negli ultimi giorni ho tenuto tanto, tanto nel cuore i genitori delle due compagne malate di tumore dei bambini. Figlio piccolo so che molto spesso ci pensa, a come andrà a finire con la sua amichetta, mesi fa era in ambasce perché non ricordava come fosse prima di perdere i capelli che aveva lunghi e bellissimi, poi lei ci si è disegnata e allora l’ ha riconosciuta. A volte si chiede come sta, anche se gli hanno spiegato che la leucemia che ha lei ha tante probabilità di guarire e lei sta reagendo bene.

La classe di figlio grande invece andrà per pizza e cinema a trovare la loro compagna che quasi non conoscono, quella i cui genitori la prima serata di riunione a scuola hanno voluto informarci personalmente della situazione, perché avevano visto come la diagnosi proprio prima della fine delle elementari avesse scombinato molto anche la vecchia classe, in modo che potessimo eventualmente parlarne con i nostri figli. La povera quest’anno ha affrontato terapie pesanti, a scuola è venuta un paio di volte e il povero Ennio nel tentativo di empatizzare, che lui, povero, l’empatia lo uccide, deve aver detto qualcosa nel mio stile “coraggio, siamo tutti nella stessa barca” al che lei ha ribattuto, ma anche no.

Insomma, io nelle ultime settimane in cui correvamo dietro agli ultimi fuochi a volte pensavo a questi genitori e me li sarei voluta abbracciare forte forte, che altro non si può fare. E allora abbraccio da qui e auguro le migliori vacanze, se ci escono, a tutti coloro che potranno usarle per riprendere fiato e ancora di più a chi, purtroppo, avrà ancora un periodo pesante davanti.

E stasera per consolarci, andiamo a mangiare la pizza da Margherita Tutta la Vita, un forno a legna su un apecar e una tendone nel parco accanto la Stazione metro Diemen-Zuid/ Campus. Se guardate su Google satellite e rimpicciolite, la vedete indicata, vicino alla stazione della BP Berkwijk a Diemen. Dalle 16 alle 19.

Vi vedo lì, se non piove.

Campagna olandese contro la violenza domestica

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Il 25 novembre si parla di violenza domestica e volevo segnalare questa campagna che stanno facendo ad Amsterdam usando i personaggi dei cartoni animati. Nel poster di sopra ci si domanda: E vissero a lungo felici e contenti? In quello sotto invece lo slogan dice: A casa non sono io l’ eroe. Segue l’ invito a far cessare la violenza domestica e il numero di telefono da chiamare.

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A me è piaciuta l’ idea di usare questo tipo di disegni rispetto a una foto. Mi ha permesso di parlarne con i bambini, che hanno subito notato i poster e hanno attaccato il discorso. E credo proprio che questo tipo di poster, nella sua semplicità e con il numero di telefono locale accanto, sia utile a chi ha bisogno e cerca aiuto ma non sa bene da dove cominciare.

Il punto è che il grosso degli atti di violenza avviene ancora tra le mura di casa, alla faccia di tutti i proclami che ci spingono a voler credere che i veri pericoli sono fuori (lo straniero, il poliziotto, Ebola). Ci sono certo, ma quelli più difficili da affrontare li trovi molto più regolarmente tra le persone che conosci e che forse ami e che forse, nel loro modo malato, ci tengono a te. Ma è terribilmente difficile parlarne, proprio perché venendo da dentro, da quello che dovrebbe essere il tuo rifugio contro il mondo, va a toccare tutte le basi in cui cerchiamo sicurezza.

Ecco, io spero che un bambino che viva una situazione difficile in casa sia attratto dal personaggio dei cartoni in veste inusuale, legga il numero e gli venga in mente di parlarne con qualcuno, gli insegnanti, o chiamando il numero di telefono. Perché non possiamo sperare di mettere telecamere in tutte le case e in qualunque momento del giorno e della notte, ma possiamo, come società, capire tutti insieme che la violenza domestica e la violenza sulle donne sono un problema culturale che va affrontato su tutti i piani.

Io trovo che si siano fatti tantissimi passi avanti: appartengo ancora a una generazione in cui picchiare i bambini “per il loro bene” o per “insegnargli a stare al mondo” era non solo accettato, ma spesso visto anche come un dovere del buon genitori (vabbè, chi ci vuole credere ci credeva allora e ci crede oggi). In cui Celentano cantava tranquillamente “e uno schiaffo all’ improvviso, le mollati sul suo bel viso” si, perché lui l’ amava, ma anche la odiava, e che deve fare un pover’ uomo colpito nei suoi sentimenti? A me quella canzone è sempre sembrata terrificante, anche da piccola, ma quanta gente amava e ama Celentano e ascolta tutti i giorni per anni una – e tante, fateci caso esattamente a quanti dei testi delle cosiddette canzoni d’ amore italiane sono basate su amore = prevaricazione?

No, ma parliamone, veramente. In un certo senso mi piace l’ idea che abbiano messo anche un personaggio maschile nella serie (perché sono sicura che sia una serie con anche altri tipi di poster) ma in un qualche modo profondo mi ha dato anche fastidio, perché il femminicidio e i maltrattamenti domestici sono soprattutto fortemente connotati dal genere, e dire: eh, ma ci sono anche le donne che menano al proprio uomo viene sempre usato come modo per spostare il problema e rifiutarsi di parlarne.

È vero, ci sono tante persone che maltrattano il proprio partner e so personalmente di casi di uomini che maltrattano i propri fidanzati/mariti. Che mi sembra una situazione ancora più stigmatizzante per le vittime, che hanno contro e il partner violento, e i pregiudizi sociali.

A me quello che manca un po’ in tutte queste campagne è anche il rivolgersi non solo alle vittime, ma anche a chi abusa. Perché sono fondamentalmente convinta che tutti, in una situazione del genere abbiano veramente bisogno di aiuto. E sono anche convinta che se un violento di suo spesso non è in condizione di chiederlo questo aiuto, e neanche di riceverlo, si potrebbe agire dall’ altro e condizionare per esempio l’ esercizio della patria potestà in caso di accertate violenze domestiche all’ obbligo di una terapia. Proprio terra terra, del tipo: o ti fai aiutare o perdi il figlio e sarebbe un peccato per entrambi, perché sei comunque l’ unico padre che ha e di cui ha bisogno. Senza botte e senza paura, possibilmente.

Ecco, io spero che ci arriveremo, ci stiamo anzi arrivando, quindi benvenute le campagne come questa sopra, ma possiamo fare di più e possiamo fare di meglio, non un solo giorno l’ anno, ma tutti e 365 + le 4 ore.

L’ integrazione dei bambini stranieri in classe

IMG_1783Io appartengo alla quarta generazione di una famiglia di insegnanti, perlomeno dal lato di mia nonna paterna. La maggior parte di loro ha insegnato in Abruzzo, e la trafila dell’ insegnante la conosciamo: se insegni in provincia di Teramo ti mandano a Valle Castellana, tanto per cominciare, un paesino in montagna in mezzo alle faggete.

Negli anni settanta questa fu la prima sede di mio padre. E quando lo riavvicinarono gli anni successivi, la domenica ci arrampicavamo ancora per le montagne per andare a trovare Don Angelo, il parroco che mandava avanti quella comunità abbandonata e isolata da tutti, con mezzo paese emigrato e tanti ragazzini affidati ai nonni mentre i genitori tentavano di farsi una posizione altrove. Di quelle domeniche mi ricordo passeggiate nei boschi, le chiacchiere davanti al camino con don Angelo e la perpetua, che forse era sua madre, e il cinema che lui organizzava in chiesa per procurare un po’ di intrattenimento al paese. in inverno la neve bloccava le strade e pace, si aspettavano lo spazzaneve o il disgelo, quello che arrivava prima.

In provincia di Pescara, che per fortuna è piccola e non troppo montagnosa, potevi sempre capitare a Castiglione Messer Raimondo o a Salle. In provincia dell’ Aquila c’ era solo da scegliere, quanto a paesini abbandonati a cui destinare insegnanti di prima nomina. Mio padre e la signora Battistini per esempio andavano a Villa Santa Lucia, che per fortuna era solo un po’ più su sulla montagna rispetto al paese in cui abitavano.

Ora, di questi paesetti, presi nel mucchio, si possono dire due cose: erano isolati, godevano di un altissimo tasso di emigrazione, e il livello socioculturale non è che fosse altissimo, eh. La maggior parte della gente, tipicamente, era chiusa, ignorante proprio nel senso che aveva accesso a pochissime informazioni e visione del mondo, e lo sport preferito era l’ ostracismo di chiunque non si adattasse alle regole del branco. No che siano caratteristiche esclusive dei borghi dell’Abruzzo, ci mancherebbe, ma questi nello specifico erano di base società arcaiche agro-pastorali, con riti, regole d’onore, comportamenti tipici del clan.

Per questo leggere oggi questo articolo sull’ Espresso in cui il preside ha pensato bene di creare a scuola una classe di soli bambini locali e una di soli extracomunitari, motivandola come una scelta per favorire l’ integrazione, è stata un pugno nello stomaco.

Non solo per la cosa in se, ma proprio perché è successa a Pratola Peligna, un paese che conosco abbastanza bene e che ho a lungo frequentato nella mia infanzia.

A Pratola alle elementari hanno insegnato per quarant’anni non solo zia Sestina, la sorella di mia nonna, ma anche zia Paola, sua figlia. Con zia Paola ho sempre avuto un’ affinità speciale: era una donna che da bambina ha sofferto moltissimo, prima la morte del padre e poi la vita con il patrigno. Eppure era una di quelle persone allegre, sempre ottimiste e sorridenti. L’ ho vista l’ ultima volta a Torino l’ anno che è nato Ennio, stava curandosi per un tumore che l’ ha uccisa, era poco prima che morisse, ed era sempre la bella persona carica di energia positiva e con una parola buona per tutti.

Che anche come insegnante avesse lasciato il segno tra i suoi allievi me lo confermavano i racconti delle mie compagne di università che l’ avevano avuta come maestra, Wilma in particolare, nata in Venezuela da un genitore migrante e rientrata a Pratola da bambina, aiutata con l’ italiano e con l’ inserimento proprio da lei.

Ecco, a Pratola, per dire, non è che gli emigranti siano un fenomeno degli ultimi anni, lo sono stati loro, e da tanto. Ho provato a immaginarmi come avrebbero reagito zia Sestina e zia Paola (il cui marito anche lui ha lavorato per alcuni anni in Venezuela) alle pressioni dei genitori autoctoni che non vogliono gli stranieri in classe con i loro. E mi sono detta che si sarebbero limitate a ricordare a quei genitori chi sono loro e da dove vengono, e chi sono i genitori di questi altri bambini e da dove vengono.

E per favorire l’ integrazione, penso avrebbero semplicemente dedicato più tempo e più attenzioni e del materiale adattato per quei bambini che ancora facevano fatica con l’ italiano.

Allora a quell’ ex-preside che ritiene che la via dell’ integrazione passi attraverso la segregazione, vorrei dire di farselo lui un giretto per il mondo a vedere come viene risolto questo problema in modo efficace e non divisionista altrove. Per esempio in Olanda, i bambini che vengono dall’ estero prima li iscrivi in quella che sarà la loro scuola e la loro classe definitiva. Poi per alcuni mesi, per quattro giorni alla settimana li mettono tutti insieme, se necessario prendendoli da scuole diverse, in un gruppo unico con un’ insegnante che gli fa solo il corso di olandese e gli spiega come si sta al mondo nella scuola definitiva in cui andranno.

Una volta la settimana, di solito il venerdì, vanno nella scuola definitiva per ambientarsi, fare amicizia con gli altri e farsi conoscere. Dopo alcuni mesi sono pronti ad inerirsi nella loro classe definitiva e pace. A pratola, con i numeri di bambini riportati dall’ articolo, ci sarebbero stati tutti i presupposti per far dedicare delle ore esclusive all’ insegnamento o perfezionamento dell’ italiano, o tramite insegnante di sostegno, o semplicemente dividendo le classi solo per le ore di italiano, che non costava neanche più di tanto. Ma si sa che nelle scuole italiane la gestione dell’orario definitivo è cosa complicatissima e soggetta a potentati e feudi interni.

Quindi mi fa piacere che ci siano state polemiche, e che il nuovo preside abbia cambiato la situazione, ma continuano a cascarmi le braccia, perché so che questa situazione non è solo tipica di Pratola Peligna o dei paesetti isolati. Per esempio Valewanda ci ha raccontato ieri per Genitoricrescono come questo succeda anche alle mamme bene milanesi, quelle che ti diresti che almeno una volta su un aereo ci sono salite, un ClubMed in uno dei paesi da cui vengono i genitori dei compagni dei loro bambini ci siano state.

Ma su certe questioni tutto il mondo è paesello ed è bene che gli argini a quelle che sono le sensazioni di pancia della gente vengano da fuori e dall’ alto, dalle istituzioni preposte a garantire la realizzazione di quello che sta nella nostra costituzione. Perché, per citare Stephan Sanders in Vrij Nederland, la folla si diverte un sacco nelle situazioni di incertezza e arbitrio. Ma la folla raramente ha ragione.

Questo post partecipa al blogstorming di Genitoricrescono

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Il traghetto Amsterdam Noord – Amsterdam Oost

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Hanno rimesso il traghetto tra Noord (Zamenhoffstraat) e Java Eiland (Azartstraat), ed è una bella notizia. Spostando la fermata in Azartplein, al capolinea del tram 10 e del bus 65 che arriva alle stazioni treni e metri di Amstel e Zuid WTC, si apre un tratto di trasporto pubblico che evita la congestione della stazione centrale.

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Questo è l’ orario da Noord. Considerato che per la traversata ci vogliono 8 minuti, per le partenze dal lato opposto basta spostare gli orari di 10 minuti.

E per Ennio, anche se solo per pochi mesi ancora, significa autonomia nell’andare a scuola, dagli amichetti e fra poco, a calcio.

Figuriamoci per tanti altri cosa riesce a cambiare. Apre a chi abita nei docks a est un enorme tratto di città, boschi e campagna.

 

 

Un eroe, con questo tempo

Stamattina, alle 8.15, mentre tornavo dal solito tragitto figli-scuola, sul lato della strada ho visto un signore di mezza età, quella mezza età più anziana di me che ho 46 anni, ma quando mai di questi tempi si può iniziare a dire anziani? diciamo un sessantino, ma non di quelli bonazzi che dici: ammazza però, ci arrivassi io a sessantanni così. Un sessantino umarell nazional-popolare, che il nostro quartiere per quanto riguarda i sessantini e oltre è molto nazional-popolare, la gentrification con figli a scuola è arrivata da poco.

E quest’ uomo stava con un secchio ai piedi accanto a un’ utilitaria tutta insaponata.

Cioè, quest’ uomo, con tre gradi di freddo e i vetri della macchina che li devi sgelare col raschietto prima di partire, si stava lavando la macchina, alle 8 e venti di un lunedì mattina con il secchio.

Un eroe, veramente.

D’ altronde di quella generazione lì qui in Olanda trovi anche le sdaure che sotto la pioggia battente stanno a lavare i vetri. perchè insomma, è quel giovedì di ogni due settimane in cui a quell’ ora lavano i vetri.

Sul vecchiarello mi illudo solo che magari voleva rifare anche lui le bolle di sapone ghiacciate. Ma è perché sono io, eh, che ho bisogno di crederlo.