La donazione di organi nei Paesi Bassi

Nicholas Green

È di questi giorni la discussione nei Paesi Bassi su una modifica di legge sulla donazione di organi proposta dall’onorevole Pia Dijkstra di D66. I rappresentanti dei partiti D66, PvdA, SP e GroenLinks erano a favore ma gli mancavano alcuni voti per la maggioranza, mentre i Cristo-democratici erano contro, così come anche il liberali di destra del VVD. Però ai membri del VVD è stato anche consigliato di “seguire il proprio cuore” e in alcuni l’hanno fatto, portando così la maggioranza richiesta alla camera. Adesso tocca al Senato.

La differenza in questa proposta è che mentre prima erano gli aspiranti donatori a dover firmare un codicillo e farsi inserire in un registro, ora si parte dal principio del silenzio-assenso e quindi sono le persone che non vogliono donare a dover firmare per il proprio rifiuto. In poco tempo hanno firmato 70.000 persone, che paragonate ai 15 milioni di abitanti dei Paesi Bassi, direi che è incoraggiante per tutti. E comunque i parenti possono sempre decidere a posteriori di non rendere disponibili gli organi, una modifica alla proposta di legge per cercare di raggiungere la maggioranza.

Incoraggiante per chi non vuole, in quanto adesso ha modo di fare una scelta esplicita in prima persona senza lasciare quest’onere ai parenti magari distrutti dal dolore. E con i parenti e le volontà postume, non sai mai cosa ti possono combinare.

Incoraggiante per i congiunti, che appunto sanno a cuor sereno quali fossero le intenzioni del defunto e possono quindi onorarne la volontà e la memoria senza dover decidere loro in un momento difficilissimo della propria vita.

E soprattutto incoraggiante per tutti quei pazienti in attesa di un organo da trapiantare che con un maggior numero di donatori potenziali vedono aumentare le proprie speranze di sopravvivenza.

Come funzioni in Italia e cosa significa in termini di affetti e memoria per chi sopravvive lo racconto oggi per Genitoricrescono.

Per ampliare invece il discorso sulla discussione nei Paesi Bassi, un paese che su molte questioni etiche collegate al confine tra vita e morte si interroga concretamente attraverso commissioni etiche di medici e altri esperti, vorrei elaborare un po’ sulla discussione attualmente in corso.

Perché comunque è un argomento importante e delicatissimo e per quanto la mia posizione sia in assoluto quella di donare qualcosa che a me non serve più, ma che può donare la vita, o migliorarla, a persone che non conoscerò mai, capisco anche che se non se ne parla apertamente e resta un argomento tabù, come tutto quello che circonda la morte, troppe persone devono aggiungere alle proprie comprensibili ansie in situazioni di malattia o disgrazie anche ulteriori domande che magari, spiegate prima provvedono a dare almeno un po’ più di serenità.

“Ma non è che i medici si sforzano meno di salvarmi se sanno che sono un donatore?”

Poveri medici, che cattiveria sospettarli di una cosa del genere. Premesso che il giuramento di Esculapio gli impone di salvarle le vite, non spetta a loro prendere questo tipo di decisioni. I medici curanti non sono gli stessi che si occupano del

“Come funziona esattamente l’iter, una volta appurato che in caso di morte ci sono organi che possono essere donati?”

Nei Paesi Bassi esistono due team chirurgici appositi che hanno turni di una settimana in cui sono in stand-by. Quando si rendono disponibili gli organi e c’è l’assenso hanno in genere 6 ore per portare nella stessa sala operatoria la persona che riceverà gli organi, il donatore e il team che si occupa dell’espianto e del reimpianto. Di solito in media ci sono tre donazioni alla settimana.

“Ma tutti gli organi dei donatori vengono usati davvero?”

Solo se ci sono i presupposti, ovvero che siano utilizzabili, che c’è il paziente compatibile e si riesce a fare tutto in quel breve periodo previsto.

“La famiglia dopo quanto tempo può riavere il congiunto per organizzare il funerale?”

Proprio per via delle sei ore circa per l’intervento, di solito in giornata. A quel punto il donatore è stato risistemato, esattamente come succede per le persone che non sopravvivono a un’operazione, per esempio, e può essere vestito per il funerale.

“Ma come fare a sapere che uno è davvero morto?”

I criteri cambiano per paese ma qui ci si attiene al principio di morte cerebrale, che può essere controllata tramite scan, capire se c’è attività elettrica nel cervello e altri dati misurabili. Il medico che deve constatare l’avvenuta morte cerebrale ha un protocollo a cui attenersi e deve eseguire una serie di controlli. Solo a quel punto dichiara la morte e firma il certificato. Detto in soldoni, è quando c’è l’assoluta certezza che il cervello è andato e quindi nessuna speranza di “risveglio”.

Questo lo so per esperienza personale perché ero accanto a mia nonna quando è morta in conseguenza di un ictus. Il cuore ha continuato a battere sempre più lentamente mentre lei ormai non c’era più ed era stata dichiarata morta cerebralmente. N questi casi è persino possibile che il corpo abbia dei riflessi incontrollati, addirittura ancora più evidenti dei normali riflessi quando il cervello ancora funziona, perché con il cervello puoi ancora controllarli un minimo, mentre in questo caso non c’ è controllo e quindi i movimenti possono essere più evidenti.

Per un parente che sta accanto sicuramente è impressionante, ma il problema è che il parente in quei momenti è talmente frastornato che capisce la metà di quello che gli spiegano e se ne ricorda ancora meno. Infatti molte cose della morte di mio padre e mia nonna, entrambi morti per ictus le ho capite a posteriori interrogando lo zio medico che era con noi ma aveva una visione molto più chiara e professionale delle cose.

In conclusione quindi, se vi doveste trovare davanti a questa scelta per voi, fate un favore a tutti e a voi stessi per primi, prendete una decisione fino a che siete in grado di farlo, e comunicatela. Non avete idea di quante vite potreste migliorare.

 

 

Avviso ai turisti: non mi andate in autostrada in bicicletta

Non mi entrate in autostrada in bici

Non mi entrate in autostrada in bici

Sono alcuni anni che il centro di Amsterdam e dintorni è sempre più pieno e affollato. Quella che solo alcuni anni fa era una città con un’offerta alberghiera sottostimata rispetto alla domanda, o perché hanno costruito quel paio di alberghi extra, o grazie a Air bnb, che il comune lo dice sempre che chi ha case a prezzo agevolato non deve lucrarci, ma tanto non hanno abbastanza gente per fare i controlli, ecco, di botto è sempre più piena in tutte le stagioni. Continue reading

La guerra nel mio quartiere: nonni e memoria

Oorlog in mijn buurt è un progetto scolastico che fa intervistare agli scolari di Amsterdam gli anziani che durante la guerra vivevano nel loro quartiere, o forse addirittura nella stessa casa. I racconti relativi al nostro quartiere sono qui, e stamattina, già che ci eravamo. Orso e la sua nonna polacca a colazione si sono raccontati le storie reciproche. La sua classe ha intervistato una signora sopravvissuta ai campi, e lui le ha chiesto dopo la guerra chi era rimasto che lei conosceva da prima. E lei dice di aver girato Amsterdam in bicicletta per tre giorni, senza incontrare nessun conoscente, tranne il suo dentista.

Mi madre gli ha raccontato che lei è nata nel 1943 e che all’ epoca suo padre era stato incarcerato a Montelupi, la prigione di Cracovia, e non sapeva se ne sarebbe uscito vivo o meno (poi ne uscì per spararsi un paio di campi di concentramento). E allora dalla finestra aveva lanciato un biglietto chiedendo a chi lo trovasse di far sapere a sua moglie che al tale giorno e ora sarebbe venuto alla finestra, di portargli a vedere la bambina.

E mia nonna aveva paura di andarci da sola con tutti i tedeschi in giro per Cracovia, chiese a zio Tadek, suo fratello, di accompagnarla e con la carrozzina andarono sotto Montelupi, e lei sollevò mia mamma per fargliela vedere.

Quando suo padre tornò dai campi, uno alto, magrissimo, stranito e senza capelli, lei aveva 3 anni, non lo conosceva e questo sconosciuto all’ inizio la spaventava moltissimo. Grazie agli amici socialisti Ludwig (perché mio nonno si chiama Ludwig e ci ho provato a suggerire a maschio alfa a suo tempo di chiamarlo un figlio Ludovic*, o almeno Ludin* e si è rifiutato, non so perché) era finito a fare il servizio in cucina e ogni notte, di nascosto, imboscava una ciotola di zuppa sul tetto di una baracca. Grazie a questa zuppa, per la quale rischiavano entrambi la pelle, se scoperti, il suo amico è sopravvissuto anche lui al campo.

Solo che questa storia mia madre e le sue sorelle e il fratello lo hanno saputo solo da adulti, quando questo amico sopravvissuto ha scritto un libro in cui raccontava le sue esperienze del campo e parlava anche di mio nonno. Mio nonno non ha mai parlato di quello che è successo, tranne alla fine da vecchio, l’inverno che io a 22 anni ho trascorso con loro per studiare a Cracovia, che ogni tanto mi diceva all’improvviso qualcosa.

E insomma stamattina Orso e mia madre si stavano scambiando i ricordi di guerra del nonno e della signora intervistata. E magari se in questi giorni non avessero avuto il progetto a scuola forse non avrebbero avuto la scusa per farlo. E visto che i nonni che durante la guerra erano già nati un po’ alla volta ci stanno finendo, trovo importante che ci si parli, ci si faccia raccontare e si ricordi bene alla gente come stavamo messi anche noi europei, con i nostri dittatori, i nostri bombardamenti, i nostri profughi e i paesi che li hanno accolti o respinti, perché la storia si ripete e dopo un po’ l’ umanità ricomincia a fare gli stessi errori.

E io sinceramente della guerra e dei profughi che stiamo respingendo noi adesso continuo a non sapere bene come raccontarne ai miei figli. Meno male che abbiamo ancora mia madre che gli racconta della sua.

Cultura popolare batava: Annie, tienimi la borsetta

La nonna di mio marito, Truus, ci raccontava della sua gioventù nella Rotterdam del dopoguerra, post bombardamenti.

“E quando ci siamo fidanzati con tuo nonno, mio padre glielo ha detto solennemente: signor Stigter, adesso che le ho affidato la mia figliola, confido nel fatto che lei non la porterà mai in sale da ballo come lo Splendor. E tuo nonno mi ha guardata stranito, perché era proprio lì che ci siamo conosciuti”.

E a quel punto, anche se di un’epoca successiva, ci citava sempre questa canzone qui: Annie, tienimi la borsetta che questo tipo vuole ballare con me/ Annie, ridammi la borsetta che questo tipo non sa ballare per niente. 

Perché anche Truus andava a ballare con la sua amica e si reggevano reciprocamente le borsette.

Che alla fine, passano gli anni, ma un’amica che ti tenga la borsetta in caso di necessità ci serve a tutte. Poi uno dice le perle di cultura popolare batava.