Cultura popolare batava: Annie, tienimi la borsetta

La nonna di mio marito, Truus, ci raccontava della sua gioventù nella Rotterdam del dopoguerra, post bombardamenti.

“E quando ci siamo fidanzati con tuo nonno, mio padre glielo ha detto solennemente: signor Stigter, adesso che le ho affidato la mia figliola, confido nel fatto che lei non la porterà mai in sale da ballo come lo Splendor. E tuo nonno mi ha guardata stranito, perché era proprio lì che ci siamo conosciuti”.

E a quel punto, anche se di un’epoca successiva, ci citava sempre questa canzone qui: Annie, tienimi la borsetta che questo tipo vuole ballare con me/ Annie, ridammi la borsetta che questo tipo non sa ballare per niente. 

Perché anche Truus andava a ballare con la sua amica e si reggevano reciprocamente le borsette.

Che alla fine, passano gli anni, ma un’amica che ti tenga la borsetta in caso di necessità ci serve a tutte. Poi uno dice le perle di cultura popolare batava.

Amsterdam, il controllo sociale e i rapporti di vicinato

Nei Paesi Bassi il controllo sociale è una cosa seria, e i rapporti di vicinato anche. Un rapporto di buon vicinato vuol dire semplicemente che ci si tiene d’ occhio reciprocamente in caso di bisogno e si prendono i pacchetti del corriere se l’ altro non è in casa. A volte ci si annaffiano reciprocamente le piante. Spesso ci si affidano le chiavi di riserva, metti che ti chiudi fuori. E le chiavi di riserva dei vicini te le tieni nell’ armadietto dei contatori. Ma non necessariamente si deve entrare nel personale, anzi. Non necessariamente ci si saluta tutte le volte che ci si incrocia entrando e uscendo di casa. Al massimo al supermercato, toh.

Un buon vicino è meglio di un amico lontano dice un proverbio. Poi si trasloca e si cerca di trovarsi e di essere un altro buon vicino.

Allora, da buona vicina io tutti i giorni passo davanti casa di una persona anziana per andare alla macchina condivisa che utilizzo più spesso. E ultimamente vedevo cose preoccupanti. Tipo un letto ospedaliero, di quelli con le rotelle, le sponde e il maniglione per tirarsi su, sul marciapiede davanti casa, con i cuscini, i lenzuoli e una copertina di lana a maglia, color panna. Poi con il gesso giallo, una zona delimitata intorno al letto e alla porta con la scritta: spazio temporaneamente privato.

Ora, davanti a questa casa ogni tanto ci sono cosette. Roba da dar via, tipo tavoli e sedie, con un cartello: potete prenderlo, in buono stato per una stanza da studente (e questo si usa). O un cartello con: quando mi rubate qualcosa per cortesia fatemelo sapere, che così me lo ricompro. A volte un rollatore, uno di quei carrettini con i freni da bici, il manubrio e il cestino per facilitare la deambulazione degli anziani, parcheggiato lì fuori.

Mi sono fatta l’ idea di una persona anziana e forse sola, ma comunque autosufficiente.

Poi un paio di volte, quei due giorni che c’ era il sole e faceva caldissimo, la signora era fuori a leggere accanto al letto, su una sedia. Un’ altra volte il cartello: torno alle ore tot, che sembrava un avviso per gli eventuali addetti alla rimozione del letto.

“Buongiorno”.

Cenno con la testa.

Poi la mattina dopo pioveva che la mandava e mentre riconsegnavo la macchina ricordavo che il letto era sempre lì e avrei voluto chiamare i servizi sociali o qualcuno. Ma ripassando ho visto due donne dall’ aria energica, tipo assistenti sociali, alla porta. Il letto sempre lì a bagnarsi, ma senza le coperte e lenzuola.

Il giorno dopo due furgoni dell’ assistenza sanitaria sul marciapiede, uno con lo sportellone aperto e si vedeva una sedia a rotelle.

Poi il letto è sparito.

Poi è comparsa una fettona di cocomero, proprio un quarto di anguria tagliata per il lungo, sullo zerbino.

Poi l’ anguria dopo due-tre giorni, sempre a decomporsi sulla porta.

Poi stamattina il letto in fondo alla strada, senza materasso e con la manigliona per terra alcuni metri più in là. torno, cerco su Internet e trovo lo Sportello cura e molestie, a cui abitanti e professionisti della cura possono rivolgersi in caso di disturbi da parte, o preoccupazioni nei confronti dei vicini. E chiamo, sempre con il patema di quella che si impiccia e che non sta bene. Perché da noi il controllo sociale si chiama impicciarsi.

“Senta, buongiorno, sono un po’ preoccupata per una signora davanti a cui passo quasi tutti i giorni. Questo è l’ indirizzo, magari ve l’ hanno già segnalata?”

Per fortuna si, era già noto quell’ indirizzo e se ne stavano occupando, ma vista l’ anguria immobile da diversi giorni, avrebbero mandato qualcuno a controllare. Meno male, e che meraviglia il controllo sociale. E ancora meglio che in ogni quartiere ci sia un numero da chiamare, perché onestamente, io di andare a bussare alla porta di una sconosciuta, magari anche un po’ fuori, non è che me la sento tanto. Metti che mi prenda a male parole? Così sto tranquilla.

E certo, ci pensavo venerdì, quando ho preso quella macchina piangendo e l’ ho riportata piangendo e pioveva a dirotto e quel letto stava sempre fuori dalla porta, io me lo sono anche detta: Ma di che mi lamento che ce n’ è di gente che sta messa tanto peggio di me?

Il controllo sociale. Per questo poi l’ ho messo su Facebook che non stavo per niente bene. E mi hanno tirata su. E l’ amico chef, la sera dopo, in una pausa fumo fuori dalla cucina che fa:

“Minchia, quando ho letto il tuo status mi sono preoccupato, mi sono detto: la stiamo perdendo, è andata in depressione. Sono contento che sia passata, almeno ti vedo”.

E mi viene da dire che la vicina pazza non mi manca, ma grazie a dio ho anche tanti amici. Sia quelli vicini che quelli lontani. Quelli che mi rispondono al post, quelli che telefonano direttamentre, quelli che come mi vedono mi mettono in bocca una cucchiaiata di parfait al basilico e zucchina.

“Assaggia. Senti la zucchina che testura che gli da?”

Che poi in effetti la cosa fondamentale nella vita è la testura. Anche quella degli abbracci.
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