Archivi categoria: Matritudini

L’ eta adatta per restare incinta (16 anni e oltre)

Come forse sapete scrivo per Genitori Crescono che è il sito genitoriale più figo d’Italia, per le informazioni equilibrate e corrette, la mancanza di sensazionalismo, le belle teste – redazione e guest-blogger – che ci scrivono ma soprattutto per la splendida varia umanità che ci si raccoglie intorno e per le discussioni che quasi ogni articolo suscita, piene di commenti intelligenti, equilibrati, rispettosi, non giudicanti e che aggiungono sempre qualcosa che non sapevi o un altro punto di vista.

Fine dello spottino pubblicità & progresso.

Continua a leggere

6 commenti

febbraio 11, 2014 · 2:05 pm

Il lavoro dei miei sogni

corpuscoli

Questo è il mese decisivo per il futuro di Ennio, che detta così sembra altamente drammatica, ma si tratta del mese in cui ci toccherà visitare scuole superiori, morire sui risultati del CITO-toets che faranno a febbraio, iscriverlo a un liceo, se i risultati ce lo consentono e aspettare gli esiti del sorteggio. Un momento nella vita di genitori e figli che urla allo psicofarmaco, invocato come ultimo sollievo. Continua a leggere

4 commenti

gennaio 15, 2014 · 6:34 am

Le palle fritte di Capodanno in Olanda

oliebollen

Se avete visitato l’ Olanda sotto le feste vi sarete accorti di quei baracchini che vendono i fritti delle feste, in particolare le tradizionali oliebollen. Sono delle frittellone tonde fatte con una pasta dolce in cui si mescolano uvette e mela. Per farvi gli auguri vi lascio qui la ricetta al grido ctonio di un mio compaesano abruzzese il cui motto era: la femmen de casa ha da puzzà de fritt’. E siccome non sia mai maschio alfa si lasci scappare un’ occasione di integrazione tra i pater familias abruzzesi, da quando gliel’ ho raccontata ogni volta che friggo, lui rientra, mi bacia, mi annusa i capelli e mi fa con tono tenero: “Uuuhm, che buon profumo di casalinga”. Che il segreto di un matrimonio duraturo è poi pur sempre quello di rispettare i miti culturali dell’ altro.

Per cui a Capodanno, io friggo. Per integrarmi, friggo anche oliebollen.

La maggior parte delle ricette olandesi prevede un sacco di lievito e lievitazioni corte e brutali, se a voi dà bruciore allo stomaco, datevi più tempo e meno lievito. Ma d’ altronde quando mai a Capodanno uno si preoccupa di un eccesso di ingredienti? Fate e ditemi come vi è venuta, ci sta bene sopra una bollicina da bere, non è eccessivamente dolce e per via della frutta facciamola passare per ricetta sana. Maggiori dettagli sulla frittura in genere li trovate oggi su Genitori Crescono nella mia rubrica di Sopravvivenza domestica minima.

Ingredienti:

  • 1 kg. di farina
  • 1 lt. di latte tiepido
  • 80 gr. di lievito di birra fresco (io dimezzerei tranquillamente)
  • 80 gr. di burro fatto ammorbidire
  • 3 cucchiai di zucchero semolato
  • 3 uova
  • un pizzico di sale
  • 250. gr di mele sbucciate e tagliate a dadini o grattugiate grosse
  • 250 gr. di uvette, fatte rinvenire mezz’ oretta in acqua tiepida
  • succo di limone per non far annerire le mele
  • zucchero a velo per cospargerle

Occorrono poi olio per friggere, come quello di semi di girasole, e ce ne vuole tanto.

Un secchio, o ciotolona grossa (ma grossa) per far ricrescere la pasta, un mestolino o meglio ancora un cucchiaio per fare le palline di gelato, carta assorbente, un tegame con un bel fondo spesso e una schiumarola. Le friggitrici elettriche, mah, fate voi, purchè non siano del tipo con il coperchio da tener chiuso diurante la frittura, perchè così si forma condenza, che ricade nell’ olio raffreddandolo, si frigge male, il cibo si impregna di grassi e una frittura impregnata e unta è il peggior peccato capitale che possiate commettere, quindi non fatelo.

  1. sciogliete il lievito in un po’ di latte tiepido aggiungetevi la farina e fatelo iniziare a ricrescere
  2. mettete a bagno le uvette, sbucciate e grattugiate o fate in blocchetti le mele e copritele con il succo di limone
  3. mescolate un po’ alla volta tutti gli altri ingredienti, cominicando dalle uova e il burro fatti ben sciogliere nella farina, e aggiungendolo zucchero e, poco alla volta, il latte, fino ad aver mischiato bene
  4. aggiungete le uvette e la mela dopo averli fatti scolare. La ricetta della nonna prevede che si aggiunga il succo di limone delle mele, io eviterei, ma fate voi
  5. dopo aver mescolato bene la pasta delle frittelle nella ciotolona o secchio, e deve rimanerci molto spazio per farla ricrescere, coprite con un panno e fatelo ricrescere in luogo caldo. Dopo 30 minuti (e ‘tte credo, con quel malloppone di lievito, se ne avete messo di meno datevi più tempo) sbattere brutalmente il lievito sulla spianatoia infarinata, fargli fare un bel giro per farne uscire l’ aria (io non lo faccio mai, ma la nonna olandese dicono faccia così) e rimetterlo a lievitare un’ ulteriore mezz’ ora.
  6. A qual punto mettete in cucina una ciotolina piena di bicarbonato per asssorbire gli odori di fritto, mettete una grossa pentola larga sul fuoco con l’ abbondante olio da friggere (io compro la lattina da 3 litri e pace, ma anche prenderne due non fa male) e fatelo scaldare. Immergetevi un cucchiaio di legno asciutto, quando cominica a fare le bollicine l’ olio è caldo, potete fare una prova con un pezzettino di pasta lievitata per vedere come va. con un mestolino o meglio il cucchiaio per il gelato, prendete una pallina di lievito (gli olandesi le fanno grosse come mele, io mi terrei sul formato mandarino del supermercato, così siete sicuri di friggerle bene dentro senza carbonizzarle fuori, come piace a loro, che poi ci devono mettere lo zucchero a velo per sbiancarle) e mettetela nell’ olio. Aggiungetene alcune ma non troppe, prima di tutto per non raffreddare l’ olio e poi perchè essendo pallottose devono avere lo spazio per farle girare e cuocere da tutti i lati.
  7. quando sono cotte (provatene sempre una all’ inizio per regolarvi sulla cottura dell’ interno, non devono seccarsi, ma neanche restare fluide) tiratene fuori un paio, rimettetene subito una dentro (l’ olio non deve rimanere sul fuoco senza niente dentro o si brucia in un amen e potete buttarlo), lasciate scolare sulla carta da cucina e continuate fino ad esaurimento della pasta.
  8. Servitele calde spruzzandole di zucchero a velo.

La perfetta casalinga olandese ovviamente frigge solo all’ aperto con la friggitrice apposita, o su un fornelletto trasportabile (io uso la piastra elettrica, ma ripeto, se chiudete la porta e usate il bicarbonato e magari aprite pure una finestra, ci si riesce benissimo in casa). Ricordo una mia ex-vicina trentenne che raccontava, nell’ appartamento nuovo che avevano comprato, di aver fatto mettere apposta una presa per la friggitrice nel box macchina per poterci friggere a Capodanno senza impuzzonire la casa.

Perchè maschi, femmine, giovani, vecchi, tradizionalisti o trendy, a tutti noi la vera anima della casalinga sunta fuori solo quando ci mettiamo a friggere. Enjoy.

Non so dove passerete capodanno, noi saremo di fronte alla casa di Anna Frank, perchè è su quel ponticello all’ incrocio tra Prinsengracht e Bloemgracht che si fanno i fuochi più belli di Amsterdam. Se a mezzanotte sarete lì e ci incrociamo, fatevi riconoscere.

Credits foto: rubata da plazilla.com

6 commenti

dicembre 31, 2013 · 10:30 am

Ma che cos’ è questo amore (cit.)

Le due madri escono dalla piscina trascinandosi dietro quattro ragazzini eccitati, chi dal coraggio di aver fatto da solo e per la prima volta i tuffi dal trampolino grande, chi dalla sfiga di aver scordato gli occhialetti a casa e aver messo un muso fino a terra, seduto in un angolo della vetratona dietro cui le madri controllavano a distanza e all’ asciutto, chi ancora preso dall’ arrembaggio dal tappetino usato come zattera da tutti e quattro, chi assente e distratto a cui va ricordato di mettere un piede dietro l’ altro.

E poi le urla che vengono dal parcheggio come mettono piede fuori dalla porta automatica. Continua a leggere

Lascia un commento

dicembre 17, 2013 · 1:44 pm

Ottimi motivi per nascondere le diagnosi della famiglia al mondo esterno

Saranno alcuni anni che ho questo post in canna, e mi contraddico scrivendolo perché le sole parole sensate e che davvero mi hanno aiutato, che mi hanno guidata in cambiamenti comportamentali che davvero stanno facendo la differenza per il benessere di tutta la nostra famiglia, sono venute da chi ci era già passato. Allora mi sembra giusto rilanciare l’ aiuto, perché mio padre era un ragazzo semplice nelle sue reazioni, ma una delle cose che diceva sempre e mi sono sempre servite era la sua filosofia quasi buddista, se vogliamo: la vita è una ruota che gira, quello che ci immetti, ti tornerà indietro. E io ho già avuto tanto, fatemelo rimettere nel circolo.

Una famiglia in un percorso diagnostico è fragile, stanca, piena di dubbi, con poco tempo per fare tutto quello che deve fare. Se proprio vi preoccupate e volete esprimere partecipazione, portate una lasagna, venite un giorno a passarmi l’ aspirapolvere per casa o a stirarmi le camice con cui stiamo mantenendo l’ apparenza di poter continuare a lavorare e vivere come prima, quando non è così.

Da questa esperienza uno sfogo, un’avvertimento e un tentativo di condensare i buoni consigli che ci hanno aiutati negli ultimi mesi. E soprattutto: attenti a chi dite i fatti vostri. Adesso per coerenza vi dico i miei.

Continua a leggere

11 commenti

Archiviato in Matritudini

Il perfetto antistress

bax cellophan

(La foto non c’ entra, ma me l’ ha fatta Marina un paio di anni fa e mi piace).

Uuuuuffff, chi è che lo diceva che novembre è il mese dell’ introspezione, del raccolto, dell’ adattamento al buio e alle giornate brevi, insomma, del letargo? Io ho corso ininterrottamente come una trottola e ancora non mi sono fermata. Sarei stanca, ma come si fa a riposarsi? Sarei stressata, ma come si fa a destressarsi? Bè un sistema io ce l’ avrei se avessi tempo di praticarlo e ve lo racconto oggi su Genitori Crescono. Che è vero che l’ uncinetto per me da un paio d’ anni è una panacea antistress, ma come fai a uncinettare quando guidi, corri, cucini, stiri, metti a posto, carichi, scarichi, ammansisci i figli, trasporti i figli, ti trattieni dallo strangolare i figli che invece di collaborare fanno i tiratardi ipocondriaci?

Qui ci sono cose, cosine, cosette, la chiusura dell’ anno e l’ inizio del nuovo anno, un natale da organizzare, che ho una gran voglia di natale, a questo giro, ma tocca prima aspettare che passi Sinterklaas. I bimbi crescono, io che rotolo in giro come una trottola, maschio alfa che tiene botta, zio Italo e Paula che reggono il forte e ci facciamo un mucchio di risate insieme, che in fondo il privilegio di vivere insieme da adulto il quotidiano con tuo fratello o sorella è una chance rara che per quanto breve, va colta al volo per ripristinare tante modalità comunicative che ti porti dentro come un’ unghia incarnita (mio fratello è venuto per aiutarmi con Da Gustare e ne ho approfittato per metterlo al lavoro anche per tutte le altre cose).

Sono successe cose molto serie e molto stressanti questi ultimi due anni che vi racconterò in un’ altra occasione, presto, e che mi hanno dato modo di riflettermi e confrontarmi con molte persone. Ma sono risultate in cose belle.

E infine un’ anteprima che per me è come un regalo di Sinterklaas anticipato: ci sarà un libro di ricette, collettivo, il prossimo anno, e ci saranno altri libri collettivi e non, tutte cose che senza il web, e quindi senza di voi, non ci sarebbero state. Per ora grazie.

Ora devo trovare 5 minuti per farmi una skypata in pace con mia madre che da settimane mi vede solo correre e mi manda sms angosciati del tipo: ciccia, stai bene? Mi sto preoccupando, ce la fai? Hai un attimo per venire su skype? E a me mia madre che si preoccupa per me, a torto, che io quando corro sto benissimo, ecco, mi stressa assai.

Eeeh, come vorrei trovare due minuti per sferruzzarmi uno sciallino.

4 commenti

novembre 28, 2013 · 3:59 pm

Amore fraterno

IMG_4145Oggi dopo settimane di latitanza causa lavoro, e pazienza e sopportazione del casino ai minimi termini, non solo mi ha punto la vespa della casalinga accurata, ma mentre ripulivo la libreria dagli infiniti aggeggi che ci si accumulano, perché tanto entri in cucina con delle robe in mano e trac, le poggi lì, siamo riusciti a mettere i bambini a fare i compiti.

E non solo erano relativamente concentrati e relativamente diligenti, che si devono essere disallineati i pianeti o non si spiega, ma c’ era persino del silenzio, dopo che sono riuscita a proibire a Ennio di ascoltare musica intanto che lavoravano.

“Non capisci, ascolto musica E faccio i compiti”.

“A scuola lavori ascoltando musica? No, eh? qui uguale” che non so voi, ma io ho avuto tre settimanine di lavoro matto e disperatissimo, fisico e mentale, e comincio ad avere un’ età, io e i soci ci siamo meravigliati di quanto sia durata la ripresa, ma appunto, non siamo più dei ventenni, e io tutto posso sentire tranne del rumore molesto. Perché i bambini hanno questo di speciale, sono delle piccole fabbrichette di decibel molesti. Ed Ennio, che non si dica che la Madonna non mi ha fatto la grazie, è un po’ più fabbrichetta del bambino medio.

“Lo fai appostaaaaaah” urlava il fratello in cerca disperata di concentrazione.

“Cosa”, faceva lui con aria innocente cliccando apri-e-chiudi il pulsantino della penna.

“Ennio, piantala di provocare o ti trito”, intervenivo io, che la presenza dell’ adulto pare abbia un suo perché.

Poi silenzio, io spolveravo, spostavo, smistavo, sedavo un attacco di disperazione da domanda difficile, continuavamo e veramente mi chiedevo che droga gli avessimo dato a colazione per vederli così buoni e diligenti a fare gli esercizi che avrebbero dovuto consegnare la settimana prima, ma non formalizziamoci sulle date.

Fino a che il provocatore occulto non ha colpito ancora (povero, non è lui, è la sua natura, lo disegnano così) suscitando l’ ira funesta del fratello, che con urla belluine, l’un contro l’altro armato, di botto me li vedo a tentare di accoltellarsi con la penna.

“Fermiiii, FER-MI, ma siamo matti, è pericolosissimooooh” che vorrei veder voi a urlare nel momento in cui hai in mano una brocchetta blu di cristallo di Slesia e non osi tirar fuori il dodipetto per paura di vedertela sbriciolare tra le dita.

Si voltano e mi guardano esterrefatti:

“Mamma, ma questo è amore fraterno”.

Ah, vabbè, se me lo dite voi.

Caino e Abele, signora mia, a me mi spicciano casa.

1 commento

novembre 18, 2013 · 7:07 am

È parecchio che non ci si sente, vero?

foto

È un po’ che non ci si sente e me ne dispiace davvero, ma io sinceramente non so dove mi vanno a finire i giorni. E dove mi va a finire la testa. E in generale noto che negli ultimi due anni tendo a rinchiudermi un pochino in una scatola. Non vedo gente, non faccio cose, non vado in giro. Tutte affermazioni che volendo, chiunque abbia a che fare anche marginalmente con me, potrebbe confutare immediatamente. Ma nella mia testa non è così. Come mai? Boh. So solo che se davvero potessi tirarmi una coperta in testa e restare lì, in silenzio per un paio di giorni (se qualcuno mi portasse un dim-sum o un cioccolatino nel frattempo, gradirei immensamente però) ecco, se potessi lo farei. Ma sono tentazioni a cui la donna saggia sa che è meglio non cedere.

Forse, come dice Supermambanana, negli ultimi anni ci sono state delle circolarità che si ripetono e che si succhiano tutta la mia attenzione residua. Dov’ è la novità? Nel fatto che siamo stanchi. Siamo stanchi sia io che maschio alfa e, sospetto, anche i bambini. Per carità, noi siamo dei lottatori, di salute stiamo benissimo e così tutti i nostri e se c’ è una cosa che in questi due anni è assolutamente chiara, limpida e inequivocabile, è che ci amiamo, stiamo bene insieme e siamo mediamente felici. A volte persino più della media. Ma io in testa ho un sacco di rumore di fondo.

Penso che siamo in parecchi a stare così ultimamente, con un rumore di fondo nella testa anche se da fuori sembriamo gli stessi, facciamo grossomodo le stesse cose o anche qualcunina di diversa, in realtà non fa lo stesso effetto. C’ è quel brusìo fastidioso, un basso continuo che ti costringe a metterti in dubbio, valutare l’ opportunità delle tue scelte continuamente, o anche se non fai nulla ti accompagna quando ti addormenti e quando ti svegli.

Poi nel mio caso ci sono stati un bel po’ di scalini da salire ultimamente, e sapete com’ è salire le scale, a un certo punto sposti il baricentro un po’ in avanti e riesci a continuare a salire per forza di inerzia, purché ti tenga sempre un passo e una respirazione costanti. Allora ti si svuotano certi pezzi di testa e alla fine sei riuscita a vedere delle cose di te con molta chiarezza, solo che alla fine non te ne fai niente. È questa non conclusività delle cose che mi stanca (oh, io sono impaziente di natura).

Penso che lo scorso anno, quando ho deciso di buttarmi nell’ avventura di Da Gustare ci ho buttato dentro tanto, ma tanto delle cose che mi piacciono, delle sinergie con le infinite persone che ho conosciuto nella vita, di tante passioni che ho, delle energie che in quel momento sembrano infinite ma lo sai che la vita ti presenterà il conto. E contemporaneamente ho scritto La risposta del cavolo, sono venuta in Italia a presentarlo prima a Più libri più liberi, la splendida fiera della piccola editoria che si tiene a Roma ai primi di dicembre, e poi con il Cavolo-tour a febbraio, il giro autogestito, autofinanziato e autogoduto, ma non automunito, visto che ho ispezionato da vicino tutte le ferrovie di Lombardo-Veneto, Ticino e Piemonte e i divano-letto di tante persone, e anche quella è stata una bomba di energie date e ricevute, di belle persone che conoscevo o che ho conosciuto o che ho visto in faccia per la prima volte dopo una sorellanza/fratellanza virtuale.  

Nel frattempo avevo un paio di stalker, li chiamo così, persone con cui ho avuto rapporti di lavoro che mi firmano accordi che non leggono e poi si impermaliscono e quando quella santa donna dell’ Avvocata Nostra gli fa capire gentilmente che non hanno proprio motivo di prendersela con me, dalle vie legali passano alle vie dirette. Oppure persone con cui NON ho avuto rapporti di lavoro e non ci siamo firmati nulla, ma anche loro decidono che tutte le loro disgrazie dipendono dal mio stare al mondo e devono punirmi per questo. Non so come altro spiegarmelo, non perché io sia chissà quanto interessante, ma forse delle volte si fraintendono le mie energie e comunque è una reazione umana prendere a calci qualcosa che ti sta vicino e di cui in fondo non ti importa molto, quando in realtà ce l’ hai con altre persone o fatti della tua vita, che siccome li hai davvero troppo vicino, forse non ti fidi davvero di prenderli a calci direttamente e lo fai per interposta persona.

Poi vabbè, le cose troppo vicine per guardarle in modo spassionato o per raccontarle urbi et orbi sul blog o su Internet in genere non ci sono mancate per niente. Ma degli stalker avrei fatto volentieri a meno perché anche se è fatta, finita e non li sento più continua a rodermi e ho paura che me ne salti fuori qualcun altro. Allora prendo io a calci delle cose che stanno appena al di fuori dal mio campo visivo e che non fanno troppo male perché non abbastanza vicino al mio nucleo, però lo so che non serve.

Insomma non sto scrivendo un altro libro anche se del materiale ce l’ ho. Non sto inventando altre ruote, anche se le strade mi stanno aspettando. Non sto focalizzandomi come dovrei e lascio che dei brandelli di opportunità mi sfilaccino intorno furiosamente. Ma i pezzi sento che ci sono, che mi stanno tutti intorno e stanno agitandosi vorticosamente nello shaker, perché il rumore di sottofondo che mi insegue non è altro che quello dei cubetti di ghiaccio agitantisi.

Qualcosa è lì, dietro l’ angolo, sta aspettando che arrivi a vederlo e lo vedrò non appena le cose raggiungeranno il punto di sedimentazione. Forse ci sono appena arrivata scrivendomi di dosso tutto questo. Perché la cosa di cui ho paura, è sempre la paura a fregarci, è che ho voluto fare troppo in una volta solo e non so se sono ancora capace. La cosa di cui ho paura è che se mi vanno bene delle cose ritroverò degli stalker sulla strada. La cosa di cui ho paura è che da tre anni ho pochissimo lavoro retribuito e non ho la testa per inventarmene un altro, anche se ci sto provando, perché il salto dall’ idea eccezionale e il lavoro sovrumano per realizzarla, al guadagno che metterebbe tutti noi più sereni non riesco ancora a farlo. La cosa di cui ho avuto paura, anche se lo avevamo deciso insieme, che visto che il lavoro non c’ era forse era il caso di mettermi tranquilla per un po’ e seguirmi casa e figli, che mi urlavano a gran voce la necessità di dare una raddrizzata alle cose. E io l’ ho fatto, ma perché non avevo scelta. E questa NON scelta mi ha riempito la testa.

Comunque sto continuando a salire gli scalini, testa bassa, baricentro leggermente spostato in avanti e un ritmo automatico che ancora non raggiungo.

Nel frattempo Da Gustare 2013 sta ripartendo (se ci fate un clic mi fa anche piacere), ma ha dovuto prendermi a calci Marina. Dio me la benedica. Calci magari non più, ma se a qualcuno avanzasse una spintarella, si grazie. Sto qui.

Theme song: Extraordinary Machine, by Fiona Apple

I cant’ help if the road just rolls out,

behind me,

be kind to me, or treat me mean

I’ll make the most of it I am an

Eztraordinary Machine

13 commenti

settembre 18, 2013 · 5:17 am

Undici e nove

“Mamma, ieri al telegiornale dei ragazzi hanno detto che era nine-eleven”.

“Vero”.

“Sai, quando c’ è stato quell’ incidente con quegli aerei”.

“In realtà non era proprio un incidente, è stato un attacco terroristico ed era pianificato. Sono stati dei kamikaze”.

Silenzio.

“Ma sono dei pazzi, i kamikaze”.

“Sicuramente stanno molto male. Ma possono stare male anche perché sono convinti di vivere malissimo in una situazione senza via d’ uscita, e secondo loro la via d’ uscita era quella. Anche i partigiani erano considerati dei terroristi, poi a seconda di come va, potrebbero anche essere degli eroi”.

“E le persone saltavano dalle finestre”.

Oddiodddiodddio, spero non l’ abbiamo fatto vedere al telegiornale a scuola, quella era la parte che 12 anni fa, che ero incinta, mi ha dato la mazzata in fronte. Manco glielo chiedo perché sono le 7:20, ci stiamo faticosamente vestendo e vorrei arrivare in tempo a scuola senza troppo stress. A nove anni non è il mio argomento preferito a colazione, tutta la disamina su bene e male di prima mattina, con con l’ undicenne sofferente di la’, che sta male da qualche giorno, pensiamo anche li per una questione di bene e male da chiarire (“Mamma e lo sai cosa dicono? che a loro fare i bulli piace“).

“Saltavano perché l’ edificio era in fiamme”.

“Secondo me saltavano le persone a cui non piace essere creminate quando muoiono. Neanch’ io voglio essere creminato“.

“Ti seppelliamo, stai tranquillo”.

O forse qualcuno finirà per seppellire me. D’ altronde, con due figli di undici e nove anni, forse semplicemente non me lo posso ancora permettere, ci sono troppe spiegazioni da dare ancora, troppe rassicurazioni necessarie, troppe sfumature di bene e di male da cui ancora non esco bene fuori.

7 commenti

settembre 12, 2013 · 11:13 am

Il friendsurfing e le vacanze rigeneranti

Quest’ anno, rubo il termine a Chiara, parte delle nostre vacanze si fanno con il friendsurfing. Per me fare le vacanze in Italia in genere è un lavoro, un investimento e una missione che in realtà non potrei permettermi. Finché avevamo la casa a Ofena, anche se è un posto che si chiama non a caso il Forno d’ Abruzzo e spupazzarsi due bambini quando fuori, fino alle 7 di sera le temperature sfiorano i 40-43 gradi, ci riuscivo. La cosa per me fondamentale era creargli un posto in Italia che potessero sentire come loro, che potessero chiamare casa, e dove si potessero coltivare degli amici. Proprio quando come età ci stavamo arrivando a quel minimo di autonomia, casa è diventata inagibile e non so quando me la ridaranno mai.

E a questo punto farsi delle settimane di vacanza in Italia è diventato un lusso che semplicemente non abbiamo i mezzi per permetterci. Un fatto che nelle ultime estati mi ha destabilizzato parecchio, ma poi un rimedio si trovava sempre, e questo rimedio è stato lo scambio casa. In fondo abbiamo una casa bellissima, spaziosa e centrale ad Amsterdam, e quanta gente non ci vorrebbe venire? Ecco, tutti quelli che ci sono venuti gli scorsi anni ci hanno regalato un pezzo di casa loro vicino a qualche mare, ed è stato bellissimo. Perché con gli oggetti quotidiani e i libri che la gente ha in casa e te li mette a disposizione, si rafforzano dei legami umani che a noi fanno molto piacere, e si impara a conoscersi meglio.

Quest’ anno non ci siamo riusciti, ma ci siamo arrangiati diversamente, e inoltre, finalmente, possiamo contare sulla casettina sostitutiva di mia madre che ha una vista bellissima e, pur vicina al forno d’ Abruzzo, è un paesetto più addosso alla montagna, per cui di notte fa fresco e si dorme benissimo. Se trovo i pomodori, che quest’ anno stiamo messi male, rifaremo le solite scorte, leggeremo, ripuliremo computer e amministrazione e faremo improvvisate agli amici.

E poi grazie ai vecchi amici, siamo riusciti comunque a ritagliarci alcuni preziosissimi giorni di mare sul mio Adriatico, che lo so che detto dopo essere stati lo scorso anno in Sardegna, la gente arriccia il naso se sente medio Adriatico, con le sue acque verdognoline perché quello è il colore suo, le secche a poche centinaia di metri dalla riva, dove da bambini ti fai un punto di onore ad arrivare (la prima secca la conquistavamo verso gli 8 anni, la mattina ci si arrivava anche allungandosi molto in punta di piedi e con poche bracciate alla fine) e la seconda secca, il trionfo che raggiungi verso i 12 anni quando sai anche nuotare meglio.

Per me il rientro a casa è stato l’ albergo di Anna, proprio davanti al mare, con il suo fascino vecchiotto di quello che sicuramente è stato un albergo di lusso 50 anni fa e lo dimostrano l’ ampiezza degli spazi, gli immensi saloni con i lampadari di cristallo e le boiserie e l’ imponente bancone della reception.  E che adesso, in attesa della ristrutturazione del prossimo inverno, è un albergo vecchiotto, da noi conosciuto come se fosse casa della zia, il posto che ci ha salvato la sanità mentale quando i figli erano piccoli, e che loro chiedevano insistentemente di poter rivedere.

Con tre passi sei in spiaggia, e soprattutto, tutte le finestre guardano sul mare. Come uno spicchio di finestra a casa dei miei che adesso è stata demolita e da lì non lo rivedrò più. Che per me significa dormire con le tapparelle spalancate per guardarmi nei brevi risvegli notturni, le luci dei pescherecci e delle lampare, il cielo che cambia colore, al mattino, quando rinfresca, e le linee viola e arancioni sull’ acqua, proprio prima dell’ alba. Che allora ho tutto il tempo per abbassare la serranda, infilarmi un costume e scappare in spiaggia per il primo bagno prezioso, mentre i maschi dormono.

Un albergo per famiglie e anziani, dove i nostri amici ci permettono di venirli a trovare e passare delle serate con Maria Laura a raccontarci di figli e vita, con Giovanni e Melissa di progetti e Australia, con Anna della fatica di mandare tutto avanti da sola. Con i bambini che giocano e nuotano in piscina, maschio alfa che passa i pomeriggi con i figli a fare giochi mentre io pisolo, Orso che passa anche mezzo pomeriggio a studiarsi le formiche in giardino e la signora Maria in sala sempre comprensiva con le inappetenze dei miei figli che si ingozzano di pasta al pomodoro e cocomero, ma snobbano tutto il resto (ed è un enorme peccato, meno male che a forza di nuotare maschio alfa e io smaltiamo il piacere di mangiare cose buonissime).

Stare in un albergo così che è quasi casa è per me l’ unica opzione, perché da figlia di albergatori io ho l’ allergia degli alberghi. Mettetemi dovunque, ma risparmiatemi gli alberghi (e si che grazie al mio lavoro negli anni ho potuto stare in alberghi fantastici, mi ricordo il Metropol a Mosca e il Sacher a Salisburgo, meravigliosi,  che privilegio, ma, appunto erano alberghi). Ma questo è praticamente come stare nel nostro di albergo, con la differenza che alle cinque del mattino mi vado a fare il bagno invece di lucidare il granito della hall e poi apparecchiare per le colazioni.

Insomma, per me questi touch down in Abruzzo servono per riappropriarmi di contatti e riti. Mettici poi che mio fratello lavora con l’ amica che a suo tempo ci ha organizzato il pranzo di nozze e che ha appena aperto un nuovo locale, metti che dopo la rimpatriata delle amiche dell’ università dello scorso anno quest’ anno con tre messaggi su Facebook abbiamo deciso di rifarla, la cena donzelle re-united, metti che contro tutte le previsioni ci siamo lanciati in un karaoke combattivo con gli ospiti dell’ altro tavolo, una canzone a turno (io ho il divieto formale da parte di maschio alfa di cantare in pubblico se lui è presente, si vergogna troppo). Metti che stare a Roseto significa un tentativo, quest’ anno andato male, di fare delle piccole rimpatriate con gli amici del liceo, che ci si apprezza molto di più 25 anni dopo, di ritrovare uno dei miei vigneron preferiti che è Marcello di Nicola e ricordarmi perché il suo metodo classico mi piaceva tanto, ma ancora di più mi piacciono i suoi liquori alla frutta a cui fra un po’ dovrò cercare un posto in macchina.

Metti che oggi lasciamo l’ albergo per rintanarci tra i monti, ma prima faremo una giornata all’ Odeon a Tortoreto, il nostro stabilimento storico, dove anche qui, per congiunzioni astrali, si sono sedimentati solo per oggi, zie, cuginetti, comari da tre generazioni e amici vari, dire che per quest’ anno la mia missione storica l’ abbiamo raggiunta.

E il friendsurfing? Non ci possiamo lamentare. Dalla prima notte in viaggio con maschio alfa, in cui siamo approdati a mezzanotte a Milano, ci siamo fatti aprire, abbiamo dormito, ci siamo rialzati, presi in caffè con l’ altra mia amica storica nonché cugin-cognata e ripartiti. Dal momento in cui, tra Milano e Bologna maschio alfa ha detto: fermati al primo autogrill che ci prendiamo un caffè e un cornetto e io ho fatto: no, porta un po’ di pazienza, ce lo prendiamo a Faenza da Marco Fiorentini, e ci siamo arrivati all’ ora dell aperitivo e che fai, non accetti l’ invito a pranzo estemporaneo di costei? E ti fai almeno una chiacchierata telefonica con la socia?

E dovevamo andare a Roma ad accamparci a casa di Anna, ma fa troppo caldo, e andremo invece ad Arcevia dai nostri amici e con questa scusa passeremo a conoscere una pupetta nuova nuova, faremo mezzo ferragosto in Langa ospiti suoi e dell’ uomo che lavora per il mio produttore di Barolo preferito, e da lì poi ripartire, sarà solo un’ ultima tappa perché il 19 agosto ricomincia la scuola.

E insomma, per essere quelli che non si potevano permettere di andare in vacanza e rientrano riportandosi una neodiplomata in cerca di esperienza del mondo e di un lavoretto per pagarsi l’ università (che meraviglia, un’ altra donna in casa, una minifiglia praticamente, sarà bellissimo e ci starà comunque troppo poco) io direi che ci siamo organizzati benissimo, per tacere della vacanza di Ennio dagli amici dello scorso anno a Lanciano, punteggiata di piange-facebook e messaggi in cui gli mancavamo, di Orso dalla nonna che mi faceva piange-Skype fino al momento in cui è venuta a trovarlo la sua amichetta olandese preferita in vacanza con la mamma al lago di Bracciano, che in fondo è praticamente dietro l’ angolo.

E considerato che questa estate fantastica è iniziata dalla mia migliore amica, che per fortuna anche quest’ anno siamo riuscite a ritagliarci qualche giorno brevissimo di quotidianità condivisa insieme ai figli e alle vecchie amiche, e che meraviglia accorgerti che a un certo punto questi quattro bambini dai 5 ai 13 anni stavano in perfetta pace tutti insieme a costruirsi una pista di biglie, con ognuno che automaticamente si era preso un incarico e lo eseguiva, mi ha confermato ancora di più che quando sei lontano, le vacanze non sono un lusso, sono una sfacchinata per mantenere vivi affetti e legami con persone e luoghi che hanno segnato la tua vita ed è giusto che continuino a farne parte.

Per la beauty-farm ci sono i ponti e in weekend. Forse.

 

 

3 commenti

agosto 4, 2013 · 7:44 am