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Del mommy-blogging, del dialogo con le aziende e delle marchette

Il Nemo, museo della scienza e della tecnica, progettato da Renzo Piano

Visto che ho aperto questa nuova piattaforma allo scopo dichiarato di usarla per lavoro, sarà bene che mi chiarisca come vedo il discorso del blog come strumento di promozione in proprio o al servizio di uno sponsor. Devo innanzitutto chiarirlo a me stessa, questo è il motivo per cui ho aperto un blog in primo luogo, e quindi lo faccio qui.

Quello che mi aiuta in questo senso è che da 25 anni faccio la traduttrice e l’ interprete, mestieri che sono il braccio armato della comunicazione dei miei committenti, e in cui ci metto come professionista la faccia e la firma. Devo quindi chiedermi ogni volta se la mia faccia e la mia firma valgono l’ importo sulla fattura. (Spesso lavoro gratis, a volte alzo i prezzi).

Sembra semplice ma non lo è e per spiegarlo parto da un esempio semplice semplice del tipo: se il cliente mi dà un testo fonte scritto male, pieno di errori logici, linguistici e di contenuti, sono tenuta a correggerglieli? In fondo ci sta sopra la mia faccia. Nessun utente fa l’ esegesi delle fonti di una traduzione, leggono, dicono: come è scritto male, chi è il cane che l’ ha tradotto? E sono fatti miei.

Oppure: se mi danno da fare una traduzione giurata di un documento che a me dà l’ idea di poter essere stato falsificato, cosa devo fare? Perché la traduzione giurata rischia di conferirgli l’aura dell’ autenticità.

Come vedete, si parte da riflessioni quotidiane nel mio lavoro. Il motivo per cui proprio oggi ho deciso di esternare tutto questo è che per caso negli ultimi giorni ho letto alcune cose che messe insieme giustificano una riflessione sull’ argomento: può un blogger cambiare il mondo? E se fa il portavoce dei reparti marketing di un’ azienda che ce l’ ha a libro paga, quanto vale tutto ciò?

Il primo è un vecchio post di Francesca Sanzo, che a suo tempo mi era sfuggito. La cosa più interessante sono le reazioni viscerali che ha scatenato. Per quanto alcune di queste fossero dolorose da leggere, credo che ci abbia fatto bene. Due anni dopo stiamo ancora a parlarne, ma in modo leggermente diverso.

Poi oggi ha risollevato la questione un post di Loredana Lipperini, mia maitresse à penser (posso anche dire che grazie a commenti da lei ho rimorchiato un bonazzo che quest’ estate è venuto ad aiutarmi a fare i pomodori? E son cose).

Il bello della discussione da Lipperini è che lei è fuori dai giochi, non è una mommy-blogger anche se è entrambe le cose, ma il trattino fa tutta la differenza del mondo. È un posto dove ci si può appassionare e fare discussioni interessanti senza alzare la voce e senza litigare. E siccome le api vanno al miele, mi ci sono ritrovata tante amichette di blog, che conosco di persona, telefonicamente o solo virtualmente, e il costringerci a tenere lì una discussione che noi sappiamo a memoria, ma che ci rendevamo conto di dover esporre per chi era fuori dai nostri giri, ci ha dato la misura di due cose:

  • ognuno il blog e le scelte di marketing se le fa come gli pare, riflettendoci o meno
  • siamo molto più avanti delle aziende che ci vorrebbero attaccare al loro carro, perché del mezzo blog conosciamo vita, morte e miracoli, al contrario del markettaro che si sveglia la mattina e spedisce una mail generica esordendo con: cara mamma-blogger, ecco una proposta che non puoi rifiutare. E noi gli facciamo prrrrr e poi cominciamo a sentirci fra noi e tutte quelle che hanno avuto la stessa mail spediscono risposte dolce-sarcastico, e chissà che prima o poi ci arrivino. È un lavoro duro ma qualcuno deve farlo, una mica è madre per niente dopo che hai passato i migliori anni della tua vita a soffiar nasini e pulire culetti si tende a farlo con tutti gli incapaci che incontri. E QUESTO È MALE.
  • Le aziende ci provano a giocare  con il senso di gratificazione delle mommy blogger, specie se hanno tanti followers e tante visite, regalano loro una cosina e ci sono quelle che ci cascano. Ci sono anche quelle che invece ci hanno messo anni a costruirsi una credibilità sul web e mica la svendono per mezzo piatto di lenticchie? Le più brave la vendono e più sono brave, più sono prodighe di consigli. Non faccio nomi, le conoscete.

Alcune ottime lezioni le ho ricevute da Massimo Carraro e dal suo fantastico libro Un etto di marketing (è un etto e mezzo, lascio?), uomo giustamente adatto a parlare di marketing perchè non nasce markettaro ma copyright.

Perché se non si era capito, io ho un’ enorme diffidenza per il marketing e chi lo esercita, fatte salve lodevoli eccezioni. Il problema di chi fa marketing per professione è che delle volte perde di vista il fatto che stai parlando a delle persone come te. O meglio, a persone che sarebbero come te fatta salva la non disprezzabile differenza che loro lavorano nel marketing e vedono il mondo da quell’ottica lì.

Sembrava una cosa bellissima il web come strumento per avviare conversazioni tra azienda e consumatore. Ma la maggior parte delle aziende ancora non ci arriva a capirlo e il risultato è che le aziende continuano a parlarsi addosso, sempre convinte che le conversazioni avvengano a senso unico da loro al popolo bue, e i consumatori consapevoli parlano tra di loro e non sempre parlano bene dell’ azienda. Il caso McDonald su Twitter è solo un esempio recente.

I blogger bravi invece lo capiscono benissimo, fanno scelte coerenti se le fanno e non si fanno sfuttare da una multinazionale in cambio della Goodie’s bag. È possibile diventare professionisti del blog e guadagnarcisi da vivere, anche se devo ancora vedere una mommy-blogger italiana che ci si arricchisce, ma è come il discorso che facevo sulla professionalità dei traduttori. Non basta conoscere bene le lingue per farsi pagare come traduttore, devi conoscere il mercato della traduzione, come funziona una traduzione, avere i mezzi per offrire un prodotto professionale e poter farti pagare (quindi: emettere fattura e conto in banca).

Tutto il resto, perchè in realtà questo post ho iniziato a scriverlo tra i miei commenti su Lupperatura potete vedervelo lì.

Per quanto mi riguarda, l’ idea di farmi pagare per tutto il tempo e l’ impegno che metto ad aiutare gente che non conosco e che tramite blog chiedono dritte, consigli ecc. la sto ancora elaborando. Già sarebbe tanto se la gente che mi consulta perché di Amsterdam e dei Paesi Bassi so davvero un sacco di cose che a loro serve sapere, si ricordassero di me quando devono fare i documenti, portarsi un interprete dal notaio perché comprano casa o vanno a convivere o a fare testamento, cosa che per ora non fanno e allora magari è colpa mia che devo spiegarmi meglio.

Però se dovessi ricorrere a degli sponsor per potermi permettere il lusso di scrivere post molto più completi e informativi e non solo le mie cose di pancia, io ecco, sceglierei il modello di Soulemama. Mi permetterebbe di avere il controllo sulle pubblicità che compaiono sulla mia pagine, mi permetterebbero di segnalare prodotti e aziende di cui conosco il modus operandi e nel cui valore credo, mi permetterebbe di non sputtanarmi. Tutte cose che cerco di fare da quando mi devo mantenere da sola e non vedo perché cambiare ora un modello che mi ha dato tante soddisfazioni e opportunità nella vita.

Ma voi, e mi rivolgo a chi già mi seguiva dal vecchio blog e quindi mi conosce da un po’ di tempo, cosa ne pensate? Cosa mi suggerite? Cosa vi serve davvero sapere su Amsterdam che io finora, in nome del diritto al blog come hobby, mi scordavo di dirvi?

16 commenti

febbraio 16, 2012 · 2:19 pm