De rerum familia – Il restyling del castellone neogotico

La combinazione tra un architetto con la passione per il neogotico e un committente con più soldi che buon gusto e un enorme amore per quel medioevo titolato che nell’albero genealogico gli faceva difetto, visto che il titolo in famiglia arrivò in tempi molto più recenti per servizi resi alla chiesa, a volte si declina in torte di meringa alla panna, a volte nelle anteprime di Disneyland, a volte nella magione di Dracula restaurata da le Courbusier sotto steroidi.

E poi un capitolo a parte merita il castello ter H. dei von Z. de R. ter H., situato in ridente e paciosa campagna mitteleuropee, in cui tradizionalmente si trascorrevano le vacanze di tutta la famiglia di lontani parenti che alcune volte siamo andati a trovare, il tutto ogni anno nei mesi tra agosto e settembre, così già che c’erano vendemmiavano pure e facevano le finte feste campestri e i drammi pastorali come quello di Sascha che vi dico fra un attimo. Infatti dopo il fatto di Sascha almeno noi smettemmo di andarci.

Vi salto a piè pari la storia concisa di quella famiglia, che merita ben altro spazio, visto che dalle prime fondamenta di quella magione fortificata che fu concesso ad un capostipite di costruirsi per servizi resi al vescovo-principe locale, alla ricostruzione in grande stile delle rovine nel 19esimo secolo troppe ne hanno fatte e dette. E prima si suddivisero in 15 rami sparsi ovunque, poi la maggior parte di quei rami si estinsero (non prima di essersi fraternamente divisi in rami cattolici, riformati, luterani, un paio di ugonotti che dopo la revoca dell’editto di Nantes se ne andarono ad Amsterdam e poi uno entrò nel settore diamanti, la prima volta che mi ubriaco ricordatemi di parlarvene). Strada facendo ci furono un sacco di figlie femmine per cui le linee si arenavano, ma le cui discendenze ogni due per tre si sposavano con un lontano cugino, se non in prime in seconde nozze, abbiamo avuto un matrimonio morganatico, si sono trombati e imparentati con le teste coronate di tutta Europa, specialmente questi staterelli minuscoli, e non necessariamente nell’ordine che vi ho detto, Sofocle che era Sofocle, porello, ci si sarebbe perso, figuratevi io. Stendiamo un velo da sposa e passiamo oltre.

Arriviamo quindi direttamente verso il 19esimo secolo quando Constantin Thierry Etienne von Z. de R. ter H, giovane e promettente banchiere, sportivo a motore e filantropo, durante un ballo in maschera a Parigi in cui si era travestito da Thor seminudo, conobbe e fece un’impressione indimenticabile a Marie Victoire Heléne baronessa de R. (che in famiglia chiamavano MaViLéne, e poi tutti pensavano fosse Mariléne per un difetto di pronuncia e si meravigliavano moltissimo quando quegli stessi intimi nei momenti del bisogno prorompevano in delle grandi imprecazioni piene di R pronunciate benissimo e siamo gente di mondo ed è inutile che ve le ripeta, pensatele da voi. Comunque vi basti per capire come mai a un certo punto me ne sono fatta una ragione del fatto che a me quello stronzo di mio cugino Sascha, pace all’anima sua che la prossima vita ci pensa bene prima di annodarsi la sciarpina di seta al collo durante le orge per aumentare le sensazioni orgasmiche, che glielo dicevo sempre io: “Sascha, gioiello, quando devi fare queste cose stacci attento, una volta o l’altra uno dei tuoi scaricatori di porto non regola la forza e ci rimani secco, vai con gli artisti emaciati, per piacere, quelli un po’ debolucci, un musicista tisico al massimo, già gli scultori eviterei se fanno robe di marmo” ma niente, mica mi dava retta, infatti si è visto come è finita, insomma lo stronzetto decise bene da piccolo di contrarre i miei bellissimi nomi di Natascha Alba eccetera in Scialba, e il cielo si vede come lo ha punito, però appunto, se penso che manco so chi è stato l’infame che alla povera Marie Victoire Hélene ha ricacciato MaViLéne, I count my blessings e me lo tengo caro, il nomignolo di Scialba, che vedi come nella vita può sempre andarti peggio.)

Insomma Thierrenne e MaViLéne si conoscono alla festa, lei con la scusa di esaminare da vicino il martello di Thor ci attacca discorso, com’è, come non è, si innamorano e nel disaccordo di entrambe le famiglie, visto che lei ha pure la madre ebrea (ma non era neanche tanto quello il problema per i von Z. de R. ter H) decidono che alla facciaccia di tutti e soprattutto della futura suocera di Thierrenne, loro si sposano e fatevene una ragione.

Il discorso è appunto che MaViLéne non solo è straricca, ma pure figlia unica e la madre i suoi bei piani magari li aveva fatti in altre direzioni. Tantevvero che il giorno della festa di fidanzamento la madre di lei si presentò vestita a lutto e quel lutto lo portò per tutto il prospero resto della sua vita, che insomma, sempre quella trentina d’anni sono. Per dirvi di quanta madre era figlia MaViLéne, che manco lei alla fine era una mammoletta. Su quel matrimonio si giocò una prova di forza tra le due che, mi dicono, era iniziata già dagli ultimi mesi di gravidanza, con MaViLéne che mai un movimento, mai un calcetto fino al termine, dopodiché cominciò a scalciare come un’assatanata e ci mise altre tre settimane a venir fuori, tra una finta doglia, una contrazione moscia, una dilatazione a rate e 60 ore di travaglio, che si capisce perfettamente come mai figlia unica sia rimasta. Povera maman von R. davvero, il brutto carattere le sarà anche potuto venire dopo, una quasi la capisce.

La parte migliore dell’ostracismo di maman fu quella del servizio di argenteria di famiglia, che tradizionalmente passava alle figlie maggiori che si sposavano. Sua madre rifiutò di mollarlo fino al matrimonio della nipote, per cui saltarono una generazione. Comunque si capisce che stirpe di matriarche irriducibili che fossero ed era soprattutto per quello che la famiglia di Thierrenne era così contraria, che loro erano pure il ramo cattolico e ne avevano di monsignori che potevano celebrare i loro matrimoni, niente, si dovettero rassegnare a un matrimonio di rito misto, ma il vero motivo è che si mettevano in casa due notorie stronze, che si facevano pure la guerra, e i nostri erano paciosi di natura) .

Comunque nel frattempo tramite l’ennesimo prozio von Z. de R. ter H. morto senza figli, il castello avito costruito sulla magione fortificata originaria eccetera, e disabitato da tanto di quel tempo che ormai era un cumulo di rovine di cui si salvava giusto una torre medievale era finito nelle mani di Thierrenne, e i colombi decisero subito di ristutturarlo per farne una residenza per le vacanze e scelsero strategicamente il periodo di vacanze che tra le acque, la montagna, la crociera e altri riti cinquantennali di casa garantivano ulteriori due mesi lontani da mammà e dal suo lutto perenne portasfiga.

A quel punto contattarono l’architetto neogotico che già aveva dato prova di sé in un paio di stazioni, musei e parlamenti mitteleuropei e gli affidarono la ristrutturazione della magione, dando precise indicazioni per lo stile medievaleggiante, che era una tradizione di famiglia e ci tenevano tanto, che mo baroni, baroni, ma insomma, era Don Dinero il capostirpe, che permise l’acquisto di un titolo a suo tempo, quindi tanta puzza ma alla fin fine quello era. Poi siccome oltre a una gran paccata di soldi i nostri avevano il gusto delle collezioni, tra le giapponeserie dei viaggi in Asia e i tombaroli di fiducia da cui si rifornivano, quello che da fuori sembrava il castello di una principessa Disney dentro era un incubo neogotico di soffitti a cassettoni con medaglioni dipinti che manco la camera degli sposi del Mantegna, bassorilievi a gogò, il sarcofago egizio nel salotto piccolo che era stato ritrasformato in frigobar, e il fac-simile della tomba di Ilaria del Carretto nel salone a piano terra in cui i mentecatti durante le feste mettevano lo champagne in ghiaccio, vi siete fatti un’idea, credo.

I giardini che fecero mettere intorno e che sconfinavano nei boschi primordiali dal lato sud invece erano splendidi, anche se quando cominciammo ad andarci noi eravamo già adolescenti scazzati, ci siamo fatti tanti di quei giochi a nascondino e agli indiani con arrampicate al limite sugli alberi del parco, e la prova di iniziazione che consisteva nell’immergersi vestiti fino al collo nel fossato vicino al (fintissimo) ponte levatoio, come prova per i bagni clandestini nel ninfeo, che era proibitissimo per via delle cugine della Venere di Milo – che l’arte è una bella cosa ma con i bottini di guerra si fa subito a metter su una collezione e i baroni sempre dei grandi ammanicati sono stati – che ci avevano messo intorno, ma noi ci stavamo attenti e il bagno ce lo facevamo lo stesso, anche se non vestiti magari).

Insomma, visto l’andazzo in quelle vacanze, alla fine ho capito pure come mai in quella famiglia si sposavano così spesso tra lontani cugini, in particolare in seconde nozze. Divorzi o rimani vedovo o vedova, ti rifai una vacanza di famiglia al castello che ti invitano per consolarti, ti bevi un intero sarcofago di champagne, pensi alla beata gioventù e persino tuo cugino ti sembra improvvisamente un bonazzo, e tracchete.

Poi c’è da dire che il figlio della famosa nipote che ereditò l’argenteria di famiglia al matrimonio, era uno che bazzicava il jet set e gli artisti, e quindi quando andava lui al castello con gli amici c’erano anche Maria Callas, Brigitte Bardot, Jim Clark, che il Constantin terzo era un appassionato di motori, e insomma, facevano grandi baldorie pure loro.

Poi niente, morì senza figli pure lui un po’ di anni fa, che io non le capisco queste famiglie che si trombano il mondo ma non figliano, il castello è passato a una fondazione che lo cura e lo affitta per gli eventoni delle sciure cumendatrici, insomma, mi ci ritrovai a passare un paio di anni fa e mi ritrovai nel bel mezzo di un evento di vestiti da sposa meringosi, con quartetti d’archi, cocchi a noleggio con cavalli isterici con cui fare il giro dei giardini per vedere se te lo vuoi affittare per il grande giorno, sfilate di moda, catering e fiorai chic, una cosa, per me che ci ho passato dei giorni bellissimi nell’età formativa, un pochino angosciante, vi dirò.

Per fortuna ci ritrovai anche un lontano parente di quelli del ramo diamantari che era passato per la loro esposizione a fare un po’ lo charmant con tutte queste mamme e sposine in vena di shopping selvaggio, ci siamo riconosciuti, abbiamo estorto a quelli del catering un paio di bottiglie di champagne serio, non quello che facevano degustare alle sposine, e ci siamo imboscati nel ninfeo a raccontarcela e ci siamo fatti un sacco di risate. Alla fine stavamo persino per sfidarci a entrare vestiti nel fossato, ma è passato un cumènda che lo conosceva e abbiamo finito a petit fours e cioccolatini e mi ha salvato il Gaultier o altro che tintoria.

Che tutto sommato, in quel gran bombonierone storico del boudoir di MaViLéne i petit four facevano anche pendant e lì abbiamo concluso il viaggio lungo memory lane. Ma mi diceva il parente diamantaro che in primavera fanno anche un evento di antiquariato e forse ci porto un po’ del tarlume di famiglia che tocca fare spazio prima del mio funerale, mica vogliamo appioppare ai figli certe rogne, che questa generazione di oggi sono tutti così minimal.

 

De rerum familia, Clotilde e Leonzio e l’importanza delle liste nozze ponderate

Nel salottino della nonna c’era questa consolle con tante foto di tutti i parenti, soprattutto quei bei ritratti dei matrimoni dove tutti sono più belli, più acchittati, i bambini più ricamati e i fiori più opulenti, tutte in queste belle cornici d’argento, che poi dopo die Katastrophe toccò vendere, ma le foto le abbiamo conservate tutte. E una volta in un angolino nascosto dietro a tutte trovai questa foto di una giovane coppia, molto bella ed elegante, molto felice, in posa da foto di fidanzamento. Mi ricordavano qualcuno, ma non sapevo chi.

“E questi chi sono?”

La nonna sospirò: “Sono Clotilde e Leonzio da giovani”.

La zia Clotilde me la ricordo benissimo, è una signora magra magra, molto divertente, ha sempre aneddoti carinissimi, in particolare di quando suo fratello si sposò in una famiglia piena di Clotildi, e allora per non confondersi lei la chiamavano la grande Clo per distinguerla dalla sorellina della sposa, la piccola Clo, con la differenza che lei appunto era piccola piccola e magra magra e la piccola Clo a 13 anni era alta come lei e forse due volte più larga (poi con lo sviluppo si riproporzionò) e questa cosa della grande e della piccola faceva ridere, e poi c’era anche nonna Clotilde, e la zia Tilde, e un’amica della nonna che chiamavano Madama Tildina, insomma, alla fine si erano ricapate. La zia Clotilde è molto attiva tra le Dame di san Vincenzo e per le feste tipo Natale o Pasqua mette di mezzo amici e nipoti per il presepe vivente e la sacra passione, che un anno con la scusa che ero piccola mi misero a fare la pecorella nel coro di natale e io mi vergognavo da morire. Mi avessero almeno messa a fare il lupo.

Lo zio Leonzio invece è un cugino di mamma, di cui si parla molto, a spizzichi e sussurri, più che vederlo. Diciamo che più che un parente è un proverbio, perché spesso li senti dire: “Come direbbe Leonzio”, oppure: “Quella volta che Leonzio” e cose del genere.

È molto carino anche lui, quando viene ha sempre chicche e regali per noi bambini, poi la mattina lo vedi scendere con i suoi elegantissimi pigiami e vestaglie di seta, dei sigaretti piccini piccini, e va a far ridere la nonna, e tutti quanti in effetti, raccontando anche cose tremende secondo me perché i grandi pensano che non ce ne siamo accorti, ma certe volte come ci vedevano entrare smettevano di parlare, rimanevano tutti a ridacchiare e ci portavano via subito. Zio Leonzio deve avere qualche lavoro molto strano perché nessuno lo ha mai detto bene, “è un uomo di affari” dicono, e viaggia molto, ma quali affari non so proprio.

Si dice persino che sia stato diseredato da suo padre, anche se non ho capito bene come, visto che si vedono sempre e si rispettano. Forse perché vive senza essere sposato con una signora con cui si vogliono molto bene “e per fortuna che lei ha del suo e vivono in casa sua”, “che ha una pazienza quella santa donna”, “la fortuna anche che non hanno figli insieme”

“Ma la zia Clotilde e zio Leonzio sono amici? Non li ho mai visti insieme.”

La nonna ci pensò un po’.

“Senti, sei grande, tanto vale che te lo dica ma non ripeterlo a nessuno: sono stati sposati. Poi per tanti motivi non sono più rimasti sposati e la Sacra Rota ha annullato il matrimonio. È stato nello stesso periodo in cui suo padre lo ha diseredato, ma si erano messi d’accordo su tutto. Solo che è tutta una cosa un po’ strana e anche un po’ imbarazzante, per questo non ne parla nessuno, ma loro sono amici, si vogliono bene, si scrivono, qualche volta si vedono, ma non hanno piacere di sbandierarlo in giro. E io voglio bene a tutti e due e me li voglio ricordare da fidanzati.”

E insomma, così in una botta sola a 12 anni avevo messo le mani su uno dei Grandi Misteri di Famiglia (cosa fosse la Sacra Rota me lo feci spiegare dopo da suor Filomena che mi faceva catechismo privatamente per la cresima), e meno male che ero curiosa e avevo fatto domande, perché davvero poco dopo zio Leonzio morì, e anche lì ci fu un funerale strano, non ci dissero nulla, io non potei più fargli le domande che avrei voluto e della zia Clotilde avevo soggezione perché immaginavo abissi di sofferenza matrimoniale, considerato poi che lui viveva con l’altra e lei invece faceva la dama di san Vincenzo anche se con l’annullamento avrebbe potuto risposarsi, e anzi, ce n’erano che la volessero, ma niente. Insomma, nessuno di noi nipoti avrebbe mai saputo niente se io fossi stata meno impicciona, in questa e altre occasioni.

E invece è pure una bella storia, compresa quella della morte di zio Leonzio, che uno dice, come fai a dire che è bella, se è morto, ma è così. Ci sono delle persone che muoiono come hanno vissuto, facendo le cose che gli piacevano di più e dopo seppi che zio Leonzio era morto mentre stava giocando – e vincendo – a poker al circolo, con uno dei suoi sigaretti in mano e il suo whiskey preferito accanto. Stava mettendo giù la mano vincente quando di colpo cadde in avanti con la testa sul tavolo, nella sala accanto c’era anche un gran professorone in medicina che accorse subito ma poté solo constatare che era morto di botto, e dicono che stesse sorridendo. E questa cosa del sorriso me la ricordo, perché quando mi portarono alla veglia, che da piccola e dopo non so quanti morti mi avranno fatto vedere perché si usavano le veglie e in fondo era come se dormissero, nel loro letto con il copriletto di pizzo e i 4 ceri intorno, ecco, continuava ad avere quel sorriso, e tutti che dicevano: “Ecco, è proprio lui, la morte più bella che potesse avere.”

E sembrava che avesse appena raccontato una di quelle barzellette che noi non potevamo sentire. Poi siccome quando successe io ormai ero grandina e la storia la sapevo, misi insieme vari pezzi e capii che era per quella malattia del gioco e delle scommesse che la zia Clotilde era stata costretta a lasciarlo, perché non ce la faceva proprio ad aspettarlo tutte le sere che rientrasse dal circolo.

Ma erano matrimoni di altri tempi, e anzi, per quei tempi fu davvero straordinario che lei lo lasciasse, ma il fatto era che non erano cattivi, nessuno, e la sua famiglia lo sapeva bene che era così, ma non l’avevano mai detto a Clotilde nella speranza che avesse trovato una ragazza in gamba che lo avrebbe tenuto a bada e distratto dal gioco. E così non fu purtroppo, che poi si sentivano in colpa, ma proprio per questo si sono sempre trattati e invitati tappando la bocca alle malelingue col sorriso.

E il padre lo dovette diseredare proprio perché lo avevano avvertito che ne aveva fatto una grossa e rischiavano che i creditori chiedessero il sequestro, e poi cosa fatta capo ha. Perché alla fin fine era vero tutto, di Leonzio, gran giocatore e grande uomo di affari, e in entrambi una volta gli andava bene e una volta gli andava male, cadeva e si rialzava.

(Che poi anni dopo, quando ormai anche la zia Clotilde era vecchia, e stava morendo, e la andavamo a trovare per farle compagnia, le domande gliele feci eccome, e anche lei si era stufata di tutti questi segreti. E scoprimmo che lei era molto fragile di nervi e prendeva quindi un sacco di tranquillanti quando lui non rientrava e lei si agitava, “ma anche l’oppio, la cocaina, tutte cose che adesso ci vuole la ricetta dell’anestesista, però poi dormivo” e noi alzavamo gli occhi al cielo all’idea di zia Clotilde psichedelica, che chi l’avrebbe detto, e certi funghi che le riportava un missionario dal Sudamerica, altro che ricetta quelli, averceli pure noi.)

E ci raccontava di quella volta che le regalò una parure di diamanti, ma la settimana dopo gliela chiede sa impegnare – poi la riscattò ma ormai lei si vergognava a portarla, come se tutti l’avessero vista al banco dei pegni. Invece l’altra donna di zio Leonzio, proprio perché non erano sposati e lei era padrona in casa sua e delle sue cose, la prendeva diversamente. Una volta anche da lei portò una statua in bronzo bellissima, un’occasione, ma quando gli servì per riscattarla lei disse solo: “Ormai sta qui, ci sono affezionata e qui rimane, quanto ti serve che me la compro io?” e la zia Clotilde lo diceva ammirata, perché  lei quella presenza di spirito non l’avrebbe avuta.

E ci diceva sempre: ragazze, la cosa più importante per una donna sono l’istruzione e aver del suo, mi raccomando, fatevi sempre intestare dei beni inalienabili per il debutto, e teneteveli a cari, che ben che vada sono vostri e non ve li tocca nessuno e male che vada li lasciate ai nipoti. E infatti a me lasciò un frutteto e a mia sorella un seminativo che stanno ancora lì e rendono.

E la compagna di zio Leonzio, che poi al funerale si parlarono e si trovarono simpatiche e anche lei la veniva a trovare con noi, aggiungeva: ragazze, oltre ai beni, però, pensate alla lista di nozze, che la cosa fondamentale sono un bel set di padelle in ghisa, che durano in eterno, e ormai come quelle di una volta non ne fanno più, ma basta saperle curare. E infatti lei alle sue di nipoti lasciò le padelle.

Per questo io nella lista di nozze ho chiesto un set di padelle in ghisa, che solo la padellata in ghisa risolve tante piccole cose nei migliori matrimoni. Quelle in tefal, sinceramente, giusto l’uovo ci puoi friggere perché sono troppo leggere per salvare i matrimoni. E con le case piccole di oggi è bene che gli oggetti di cucina siano multi-tasking.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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Primo Verae, moda e stile di Scialba della Zozza

Sapete cos’è davvero la primavera? è quel periodo di interregno tra le spanciate delle feste (Natale, Capodanno, Carnevale) e l’ordalia della prova bikini, quando le giornate si stiepidiscono e tu cominci a toglierti le calze, ma poi ti accorgi che se non ti fai una pedicure decapante e non esci dalla pelle dell’orso, meglio che ti rinfili nello scafandro.

La primavera è quella stagione che spuntano i crochi e i narcisi, e anche le gemme sugli alberi ma sai che potrebbe ancora darsi una gelata di marzo. E nel frattempo gelata o meno tornano i pollini e fioriscono gli antistaminici.

Insomma mes amis, intanto che prenotate estetisti, chirurgi plastici, personal trainer e comprensibilmente volete uscire dallo scafandro, eccovi alcuni elementari consigli di stile per coprire le magagne ed aprirsi alla bella stagione.

  1. Fiorellini e fiorelloni

    La voglia di colore e motivi floreali in primavera è insopprimibile, ma trasformarsi nella parodia del divano in cintz è un attimo. Soprattutto se non siete (ancora) delle silfidi l’unica è andare di fiorelloni giganti

  2. Ammazza il pelazzo

    Il primo impulso di togliersi le calze va sicuramente seguito quando si presenta, mentre invece occorre resistere a quello contemporaneo di afferrare il rasoio e rendersi presentabili. Ripensateci, la rasatura selvaggia lascia il tempo che trova e rende difficoltoso il ricorso immediato all’estetista. Quando vi viene il raptus intanto prenotate immediatamente una ceretta, in attesa della quale riparate su eleganti pantaloni morbidi, che vi consentono di lanciare le odiate calze dalla finestra senza far prendere freddo e luce eccessivi al pelazzo invernale. Lo sappiamo tutti che la prima ceretta della stagione è la più dura, tanto vale farla con criterio

  3. Oversize mon amour

    Non negatelo, è tutto l’inverno che ci marciamo con il freddo, la neve e il gelo per vestirci a strati che mimetizzano gli stravizi che si accumulano nella zona centrale del corpo. Fino a che potevamo mettere gli stivali, bastava scegliere quelli con le linee più tondeggianti per confondere le proporzioni. Adesso che invece vorremmo – ma non possiamo – mettere scarpine più esili si presenta il dramma in tutto il suo splendore. E qui ci vengono in aiuto ben due tattiche: una è l’oversize. Inutile cedere alla tentazione della nuova collezione in taglia estrema, ovvero quella che ti convinci che appena dimagrisci quel paio di chili ti starà divinamente. Fate una cernita dell’armadio, tirate fuori tutto quello che avete comprato con questa scusa e non avete mai, o quasi, messo, riempite una bustona e donatela alla Caritas. Così con l’armadio semivuoto avete la scusa ideale per darvi allo shopping selvaggio e a questo giro scegliete con criterio: una taglia in più vi dà istantaneamente l’aria smunta e patita, la gente dirà subito: ma quanto sei dimagrita/o, stai benissimo, e poi in separata sede magari chiederà se state bene che vi hanno visti così sciupati. L’ideale sarebbero i caffettani stile Mina lunghi e fluttuanti che con un colpo solo risolvono pelazzi e rotondità, sempre in attesa che risolviate radicalmente in una fase successiva. Hanno delle controindicazioni che dirò sotto, ma fanno la loro figura.

  4. Stretch, stretch, Oddì che stretch (e parlo da solo)

    Il principio uguale e contrario dell’oversize, che in più è esteticamente più gradevole è il jersey, gli abitini stretch, cose del genere. Perché il fluttuante fluttua quando vi pare, ma oggettivamente il volume di spazio occupato da una taglia 54 è comunque maggiore di quello occupato da una 44 e se intorno ci metti il tendone del circo Orfei lo spazio occupato aumenta in proporzione. Invece partendo dal presupposto che anche con la migliore della buona volontà poche persone sono davvero sferiche, adottare abitini stretch, anche loro una taglia più grandi del necessario per l’effetto oversize mette in risalto le rotondità socialmente accettabili, ognuno ha le sue, e minimizza le altre. Che per finire di minimizzarle le stole in voile colorate, enormi e fluttuanti drappeggiate strategicamente sono una mano santa e visivamente appesantiscono meno del tendone. Non sottovalutate neanche l’utilità dei fuseaux: quelli in cotone, al ginocchio o lunghi, oltre a mimetizzare il pelazzo che ammazza, e a farvi da mutandone comodo senza tutte le righe incarnite degli elastici delle mutande nei fianchetti che rovinano la linea dei vestitini, hanno il vantaggio non indifferente di evitare il lividume nel lato interno della coscia causato dallo strofinamento dei prosciuttini sudati, che ne ha ammazzate più il prosciuttino in estate che il morbillo.

  5. Accessori e proporzioni

    Sempre per il discorso proporzioni, inutile mettersi un caffettano a vela che ci sta benissimo se poi sopra ci facciamo troneggiare una testina piccina picciò: col bel tempo e il primo raggio di sole possiamo tirar fuori accessori oversize: il cappellone di paglia, gli occhialoni da diva misteriosa, le borsone tipo spiaggia, magari in paglia o le tracollone hippy. E non ci scordiamo gli zatteroni, che senza gli stivaloni inutile, solo lo zatterone ci salva. O quegli zoccoli scandinavi col taccone solido, non si rischia la storta e ci fai fuori l’eventuale rapinatore che incroci.

  6. Vita sana

    Il primo passo per volersi bene e ritrovarsi in forma è uscire a godersi il sole: passeggiatone a piedi o in bici, giretti in barca, magari a remi smuovono le trippe e producono endorfine, vi sentirete più energici e felici e pensate a quanta vitamina D ricominciate a procurarvi. In mancanza di meglio il personal trainer sceglietevelo bene, che ci sono quelli che magari meno personal, ma molto trainer che vi rimettono in circolo tutti gli ormoni. Le primizie di frutta e verdura in questa stagione sono buonissime e dolcissime, quindi cruditè a tutti gli antipasti, aperitivi e merendine come se grandinassero sul posto delle fragole. Gli spritz allungateveli con tanta acqua minerale, durano di più, rinfrescano e dissetano e reidratano. E se siete in spiaggia subito via le scarpe e fate tante camminate con i piedi nell’acqua, che l’effetto cartavetro di sabbia e acqua salata provvede ad ammorbidire gli strati cornei dei talloni facilitando la successiva pedicure che vi sbrigherete a fare.

E già che siete nella natura, passerotti miei, portatevi l’antistaminico preferito, cogliete fiori e intrecciatene ghirlande con cui adornarvi, capiranno che siete quelle tipe eccentriche e nessuno vi degnerà di una seconda occhiata in cerca degli eventuali difetti estetici per paura che gli attacchiate qualche pippone. Mentre voi, dietro il mistero di veli fluttuanti, cappelloni e occhialoni potrete esaminare la scena mondata indisturbate senza farvi sfuggire un unico dettaglio. Che animerà le conversazioni con le amiche e vi guiderà saggiamente nello shopping futuro.

L’ importante è amarsi così come si è. E di questo oggi ho scritto altrove. 

 

Scialba della Zozza e lo spritz

23-pc-lomonosov-tea-cup-set-24k-spoon-cobaltMes petit joujous siete anche voi alle prese con questa Indian Summer, più summer che indian, che proprio non vuole saperne di farsi autunno? Qui tra la rentrée dei pupi, il cambio di stagione, che una vorrebbe portarsi avanti e poi le tocca farlo due volte o anche tre se butta male, e il torneo di polo in piazza dei Musei ad Amsterdam questo weekend, che tutti questi poneys imbizzarriti che manco i cavalli delle carrozzelle dopo la pasticca del primo pomeriggio, sto davvero arrancando.

E insomma, tocca tirare avanti a botte di spritz, che qui è avanzato un sacco di prosecco, sono circondata da gente che è appena uscita dalla rehab e vanno avanti a succo di melograno spremuto e una povera donna arriva a sera e dopo aver controllato i compiti ai figli o si spara o si fa una dose congrua di spritz per arrivare in qualche modo almeno al dopocena.

E quindi Scialba vostra che vi vuole bene ha deciso di condividere questi piccoli trucchetti che mi stanno salvando la sanità mentale.

1) You never drink alone (ma quando capita, vacci piano)

Circondata come sono da minorenni ed astemi, e d’ altronde dopo l’ estate il fisco bussa alle porte e i rendiconti delle carte di credito rientrano tutti insieme, insomma, va bene berci sopra ma non esageriamo, ho scoperto che quando stappo i bianchi e le bollicine, mi conviene mettere in comodi bicchierini mono-porzione quello che avanza della bottiglia e congelarlo. Sono perfetti per uno spritz di consolazione (scegliete bicchierini il cui diametro massimo non superi l’apertura della teiera, per i motivi che vi spiegherò nel successivo punto

2) Quando perdi la brocca, attaccati alla teiera

Io sono per la scuola della brocca, quando si mixa, perché diciamocelo, il tumbler grande è stato pensato per il whisky e non per lo spritz, con buona pace dei baretti hipster che lo usano perché in lavastoviglie rende meglio del calice, a cui si spezza il gambo. E quando ti viene voglia di spritz e ti manca la brocca adatta, ecco, che deve fare una povera donna? Tira fuori la teiera grande del servizio Lomonosov, che dopo 5 generazioni ormai giusto quella e tre tazze grandi e due medie, sono rimaste, e tanto vale usarle. La teiera grande, rispetto alla piccola che comunque avevo rotto da piccina e quante me ne hanno dette, un trauma gioie mie, ha il vantaggio che i bicchierini di prosecco o bianco che avevate surgelato ci entrano. Basta quindi estrarli dal frigo, diciamo 3, passarli velocemente sotto il rubinetto dal lato esterno per far staccare il ghiaccio dal bicchierino, metterli nella teiera, aggiungere aperol o campari e soda nella stessa quantità, e potrete fare a meno dei cubetti di ghiaccio, che, diciamocelo, annacquano e rinfrescano, ma qui noi siamo per il concentrato.

Che poi il vantaggio di servire alle amiche lo spritz dalla teiera, è che i vicini si tranquillizzano e la smettono di chiamare i servizi sociali ogni volta che ci spiano in giardino mentre i bambini fanno survival in piscina. E se nella tazza ci mettete una fettina di arancio, invece che di limone, meglio ancora.

Insomma, contro il logorio delle madri moderne, andate di spritz che è una manosanta. In tutte le variazioni che i fondi di cantina e l’estro vi suggeriscono. Tanto poi per riaccompagnare le amiche a casa c’è l’ autista, perché la responsabilità al volante, soprattutto con le creature, è un dogma irrinunciabile.

E comunque bevete con moderazione, perché la vita è breve, le calorie ingestibili limitate e il girovita si perde nei meandri, ed è meglio giocarselo ad ostriche e caviale che a spritz. Che comunque, con moderazione e col caldo, la sua utilità ce l’ha.

Buon weekend mes petits pois, e lucidatela, quella teiera, ma lavatela rigorosamente a mano che la lavastoviglie per le decorazioni in foglia oro è funesta.

 

Scialba della Zozza scasa in un paradiso fiscale

IMG_4343Giusto cielo! I runners di S*th*by’s sono appena andati via dopo averci impacchettato la pinacoteca e le argenterie di famiglia, e lunedì arriveranno i giardinieri per traslocarci l’orangerie e io ho già l’emicrania.

Perché, miei cari fleurets de petit-pois, io vi saluto. Adieu! Good bye! Auf Wiedersehn! Tot Ziens! La decisione è presa, e pezzo pezzo stiamo scasando. Ma proprio tutto, tutto, ci portiamo dietro, tutta la magione di famiglia fossato e cantine comprese (l’Halliburton ci ha fatto un prezzaccio, ma il know-how se l’ erano già fatto pagare in Iraq e quindi adesso giusto giusto le spese vive e il pranzo per gli operai, che quanto mangiano, signora mia).   

IMG_4441Perché ma davvero, non c’è più religione! Infatti ci portiamo dietro anche la cappella di famiglia con la cupola appena rinfrescata e l’abbazia benedettina del ‘Dugento, che chi non l’apprezza compera. Ma noi non vendiamo e non svendiamo. Scasiamo. Nel senso che prendiamo casa e tutto e ce ne andiamo in un paradiso fiscale. Che già solo la parola, ce ne andiamo in paradiso. Tellement charmant, Madame!

(Non posso dirvi dove, ovviamente, altrimenti l’ Ufficio Imposte ci si sguinzaglia dietro, e allora è stato tutto per niente).

Perché su questa questione delle tasse sugli immobili sono un paio di generazioni che non se ne viene fuori, e le vogliono, e ci esentano, e le si paga ma poi ce le restituiscono per vie traverse, e fondi la religione così come chiesa non paghi, ma poi ci ripensano perché non è una religione monoteista, il che è pure un peccato, perché come religione ha avuto il suo bravo successo e un bel fatturato, migliore di quello dei vini. Infatti la religione la ribrandizziamo e ce la portiamo dietro pure lei. Insomma, adesso vorrebbero gli arretrati a partire dal 1198. E ciao!

Insomma, mes petits, se non ci siamo più visti né sentiti per tanto tempo, adesso sapete in cosa sono stata impegnata. Non le sfilate primavera-estate, non l’ Expo che è una cosa tellement ordinaire, cioè, veramente Dogs&Pigs! No no, ho dovuto scasare. Ma di brutto. Ma proprio tutto.

Non vi dico quanta roba abbiamo dovuto buttare, meno male che S*th*by’s ha pensato a tutto, che hanno anche una sezione di aiuti ai poveri, e si sono presi anche la collezione di pitali storici di porcellana di Limoges, che davvero non avrei saputo dove mettere, che con il clima, lì, il Limoges non tiene. 

Le reliquie, non le nostre ovviamente, che con le nostre ci facciamo i gadgets per i seguaci che ce le comprano sul webshop, ma quelle vecchie proprio, non avete idea, erano sparse per tutta casa. La sindone del prozio Rogier crociato in mezzo agli strofinacci, sembrava di prim’acchito il salvataggio della moka esplosa, che mia sorella come sapete ha la mania di salvare tutte le pezzette e gli stracci, poi per fortuna la Cecilia, che quella donna si che ha occhio per queste cose, mi è caduta in ginocchio e al terzo giro di rosario ho capito anch’io. Come ci è finita non lo sapremo mai, ma ho i miei sospetti.

Il frammento della vera croce è finito per sbaglio nel dito della petite (che una si chiede, ma le nurses zurighesi che ci stanno a fare, ma credeva volesse dire le preghierine della sera, questi piccoli sicofanti, promettono bene fin da piccoli, cara). Una scheggiona, sapeste le urla, siamo dovuti correre in elicottero al Bambin Gesù che almeno hanno esperienza di queste cose e gliel’ hanno non solo estratta, ma riconsegnata in un reliquiario. Di quelli semplici, in silicone chirurgico, ma d’altronde la ASL quelli passa.

Avevamo avuto dei problemi con la Beata Argìa nella teca, che queste sante mummie oltreoceano ce le considerano materiale organico e mica ce le fanno entrare. Come le pere e i salamini, la povera Beata Argìa, equiparata a un culatello (che peraltro, oddio, a un’occhiata superficiale, in effetti un po’ ci somigliava, il microclima della cripta è straordinario, infatti il povero papà ci teneva il vino quello buono, dietro la pala d’ altare, parlandone come se fosse viva l’Argìa non è che ci avesse dato tanto giù duro a digiuni, in vita, ma non è il digiuno che fa il santo, sono i miracoli). Infatti miracolo ci è stato, ci siamo rivolti a una di quelle ditte che ti diamantizzano le ceneri del caro estinto e invece della teca l’Argìa l’abbiamo incastonata ed è passata per la dogana. Per la canonizzazione l’avvocato ci ha detto che non c’è problema, la diamantizzazione, a differenza della fecondazione eterologa, la accettano, si sono modernizzati, eh).  

Insomma, cari miei, ci siamo fatte una tale esperienza di traslochi radicali, che su Genitoricrescono la mia gemella scema, la casalinga pigra, ci ha scritto un tutorial, ve lo leggerete lì.

Io invece adesso devo occuparmi delle cose serie, che il consorte ha detto che mi lascia qui se non dimezzo almeno le paia di scarpe. Se conoscete qualche associazione benefica che possa aver bisogno di 1387 paia di scarpe vintage misura 43, vi prego di farmelo sapere.

Baxin, bazeti e bisous, dalla vostra

Scialba 

Scialba della Zozza pontifica: il maschio tra erotismo, igiene e paternità

Scialba della Zozza, la nostra esperta di life&style torna con una riflessione sull’erotismo e il maschio moderno. Perché sarà pure vero che il sesso è overrated e se ne parla e se ne guarda più di quanto se ne faccia (risultato della pornografizzazione della vita moderna), ma quel poco che si fa, meglio farlo in modo ragionato. E, soprattutto, igienico. Viva il bidet.

bidet

Se c’è una cosa che mi diserotizza definitivamente il maschio, questa è la paternità. Il maschio che si è consapevolmente riprodotto con un’ altra, semplicemente non può (anzi, lo dico meglio: NON PUÒ) attizzare una donna che prenda un minimo sul serio l’erotismo, il piacere, la frisson, la potente spinta sovversiva che nelle moderne società represse solo il sesso realizzato in proprio e di persona può dare. Perché? Perché saggezza popolare dice che la minchia non vuole pensieri, mentre se c’ è una condizione umana che di pensieri ne da a gogò, questa è la genitorialità. Contestualizzo, eh, seguitemi.

Dico sesso realizzato in proprio perché il mio estetologo preferito mi informa che da suoi campi di ricerca il problema della pornografizzazione di quanto ci circonda è che è definitivamente passato il messaggio che il vero godimento te lo dà il vedere, filmare, condividere su facebook, parlare, dissezionare ma non agire il sesso. O forse lui ha detto qualcosa di più intelligente, ma io l’ ho capita così perché non sono questa grande intellettuale. E insomma, l’ intelletto no, i padri no, il sesso no, la pornografia manco, poi uno dice che ingrasso, ma per forza!

Che poi per erotismo, che può essere tante cose impalpabili, forse devo specificare che qui si intende proprio sleazy, juicy sex, quella cosa insomma che fa sangue, si suda e mette alla prova le proprietà igroscopiche delle mutande, e che buon senso vorrebbe, qui entro a piè pari nel tema del mese su igiene e cura di sé, accompagnato da un minimo di abluzioni prima e dopo, se non proprio durante, che a fare sesso sotto la doccia si rischia la lussazione dell’anca più che gli orgasmi multipli e bagnati. Però dire erotismo fa più intellettuale dannunziano e mi evita il SEO negativo, che non avete idea di che chiavi di ricerca utilizzi certa gente che mi finisce sul blog.

La domanda quindi è: il maschio consapevolmente padre, può far sangue a una donna? E mi rispondo di no, che a me proooooooooprio sembra di no. E vi spiego perché.

Mi ci ha fatto pensare una discussione sui social-media a proposito dell’ appetibilità dei padri ai giardinetti con i figli. Cioè, ci sono donne che proprio proibiscono al marito di andarci da soli, per tema che altre femmine assatanate di maschio paternizzato glielo concupiscano tra i cespugli dietro lo scivolo. Che a me queste esternazioni mi fanno pensare immediatamente: ma cercartene una brava no? ma non lo dico ad alta voce perché sono una signora. Però lo penso. Cioè, quello bravo/a di terapeuta se lo dovrebbero cercare tutti quanti: la moglie gelosa, la femmina concupiscente padri e il padre che ci sta. No, ma come vi viene in mente proprio. avete dei figli, santo cielo, come vi rimane la concentrazione necessaria per procurare e godervi un orgasmo, o anche più di uno?

Lo penso perché se andiamo a vedere cosa ci fa davvero sangue in una persona, e c’ è gente che in mancanza di meglio ha teorizzato seriamente su queste cose, la vulgata popolare suddivide in due filoni divisi per genere.

1) La donna seduce con l’accoglienza, dicono (lo disse persino Jacopo Fo, anni fa, in un suo manuale sul sesso). Il fatto di accettare un maschio, introdurlo nelle proprie cerchie, nel proprio mondo, nel proprio corpo e, in senso più fisico, prendergli l’ uccello in bocca (questo sembrerebbe il grandissimo appeal del sesso orale nell’immaginario attuale) e ingoiarne il seme con gioia (che una lo farebbe pure, ma bevetevi almeno questo succo di ananas e fatevi il bidet regolarmente, santo cielo, a parte la recente bufala che curerebbe la depressione, quid non, mi dispiace per chi sperava di usarlo come argomento definitivo e proprio unique selling point) sarebbero appunto i motori dell’ appeal nei confronti dei maschi. Che se uno guardasse certe pubblicità   (o questa) e leggesse con occhio disincantato certe bufale trasmesse dai media ultimamente, quasi sarebbe portato a crederci.

Ma sorvoliamo perché qui quello che seduce il maschio non è l’ argomento. E poi, madonnina, ma stiamo ancora al ruolo di accoglienza della donna? E io che pensavo che del buon sesso si facesse in condizioni di parità, almeno di testa. Evidentemente penso male, ecco perché ne scrivo invece di rotolarmi con l’ idraulico, in questo momento.

2) Cosa arrapa seriamente una donna? Qui si fa subito: la singola cosa più erotizzante è il desiderio del maschio (quello che ti interessa, ma a volte è un dettaglio)  nei suoi confronti. No, guardate che su questa cosa del maschio vittima incoercibile del proprio desiderio prorompente ci hanno costruito sopra interi sistemi culturali, che talvolta li vedi ancora emergere in tutta la loro nettezza, per esempio in certe discussioni su stupro e femminicidio. Eh, lei lo ha lasciato perché la pestava, ma lui l’ amava così tanto. Che. L’ha. Fatta. Fuori. Ma sempre con tanto amore e al desiderio non si pongono lacciuoli, signora mia.

Purtroppo è vero. Cioè, ma vi è mai capitato di soccombere al fascino di uno magari bruttarello, magari un po’ nerd, magari un po’ cavernicolo, magari un po’ idraulico (la casalinga che se la fa con l’ idraulico è topos quasi più potente di quello della donna arrapata dal padre per via del ribaltamento del ruolo caring, ovvero la fallacia di ragionamento che ti induce a credere che se riesce a costruire una pista lego per tre ore senza dare segni di noia vuol dire che abbastanza motricità fine e coordinamento occhio-mano da saperti trovare il punto G ce l’ ha, o districare i riccioli di una barbie  implichi che magari riesce persino ad attendere con pazienza che il cunnilingus che ti sta praticando raggiunga la sua naturale conclusione, ben tentata, ragazze, ma non è detto che vada così, ma ognuna crede a quello in cui vuol credere. O non avremmo il wishful thinking, però abbiamo le self-fulfilling prophecies, se funzionano sulle percentuali di stranieri che commettono crimini a fini elettorali altrui funzionerà anche per una buona trombata, cosa volete che ne sappia).

Insomma, il desiderio da soddisfare hic et nunc, in piedi contro una porta o sdraiati sul cofano della macchina dopo un tamponamento, nella fase tra la compilazione del modulo di constatazione amichevole e l’arrivo del carro attrezzi, pare sia un potente attizzatore del desiderio nella femmina umana.

Solo il motivo per cui a mio avviso non può funzionare con i padri è presto detto: già gli uomini non sono multitasking, sono monotasking e a volte anche quel mono gli viene da mona. Quindi la potenza dissacratoria delle convenzioni causata dalla botta di desiderio maschile hic et nunc vive in nome del monotasking. Cioè, il maschio concentrato in quel momento unicamente sul pensiero unico, ecco la cosa che fa sangue. Non la promessa di accoglienza, di cura e di tenerezza. Se ci manca una figura paterna che ci accolga e ci risolva la vita, non è facendosi trombare dal padre di qualcun altro che ne rimane abbastanza per noi. Il padre di figli ne ha già di cose per la testa, figurati se si riesce a concentrare sul qui ed ora passionale. Cara grazia che ci è riuscito quel tanto da procreare.

No, guardate, nulla come l’ idraulico mononeurone e sterile, che poi già solo per deformazione professionale, con i bidet ci ha confidenza, da dentro e da fuori. Questo si che fa sesso pulito, che è meglio dell’energia pulita. Fidatevi della Scialba, che lei ci riflette sulle cose e ne sa. Bidet regolari sono i prerequisiti base di sesso soddisfacente. Passate la saponetta.

Questo post tenta di partecipare al blogstorming sul tema del mese di Genitori Crescono, ma vedrai che mi scordo qualche passaggio essenziale del regolamento. 

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Focaccia e vita varia

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Due giorni di sole e torna l’ autunno, io non aprivo la posta da 3-4 giorni e stamattina avevo le paturnie, notizie preoccupanti ma non troppo dal fronte casa mi avevano messa a cercarmi un volo per tornare velocemente in Italia, ma poi era meno peggio di quanto pensassi e allora magari ci scappo il prossimo weekend che logisticamente mi viene meglio. Il weekend che viene c’ è il grosso evento di italianitudine all’ aperto del mio amico Aris Spada, un organizzatore e venditore troppo caruccio e con dei gran pezzi di cuore d’ oro, ma non so se andarci, però ci va il mio socio con il vino e che faccio, lo mando da solo?

Giammai. Mi sono messa ad impastare e ho sfornato 8 focacce. Almeno si è scaldata casa. E poi la nuova bimbina di Chiara che vado a conoscere stasera, un po’ di sole nel pomeriggio, figlio 2 che fa il figlio unico con cui ci siamo sbafati mezzo cocomero in due, soprattutto lui, io mi sono anche sbafata mezza focaccia, e le zucchine che stanno rosolando per cena.

Oh, ah, e c’ è anche il Macchianera Award e Scialba si chiedeva se qualcuno la voleva nominare come miglior fake. La trovate qui: https://www.facebook.com/scialba.dellazozza