De Rerum Familia: O Vienna o morte

Il lato veneziano della famiglia per un po’ di generazioni considerava Vienna l’unica altra grande città nelle vicinanze, il resto era contado (si, anche Milano per un certo tempo era quasi campagna, e comunque si sa che i veneziani hanno sempre lo sguardo rivolto un po’ più verso est o gli viene il torcicollo).

Per cui frequentavano lì, e insomma, un’estate in villa vennero a trovarli degli amici che si portarono dietro il primo baritono dell’Opera di Vienna che veniva a fare le acque ai colli Euganei, perché si sa che l’apparato fonatorio ha sempre bisogno della sua brava manutenzione, ordinaria e straordinaria. Non è che se lo portarono proprio dietro, ma si incontrarono alle acque e siccome Tante Gerty a casa lo aveva invitato alcune volte, anche lì con maman organizzò una cena per tutti quanti.

Questo primo baritono dell’Opera di Vienna era una persona straordinaria, un vero genio del gorgheggio, aveva un’estensione vocale, dio lo benedica, che spesso lo scambiavano per il tenore dell’Opera di Vienna, una persona brillante e piacevolissima, e peraltro, come si scoprì nel corso della cena, anche nato molto bene da una antica famiglia originaria di lì, in Galizia o Ucraina, ma poi i casi della Storia con la Esse maiuscola li avevano portati a Vienna e lui nato in questa città, vi aveva studiato canto e insomma, si era fatto un carrierone, era richiestissimo, lo invitavano, se lo contendevano.

Aveva soltanto un vezzo chiamiamolo così: era la compagnia più gradevole del mondo e per questo era sempre un piacere averlo accanto, ma una cosa lo irritava oltremodo, al punto che rischiavi che non ti si presentasse più e ti parlasse poco, ed era quando, ospite, lo pregavano di cantare qualcosina. Era uno di quei perfezionisti che intanto se non hanno tutta la preparazione e il contorno e l’orchestra e la grimeuse e la costumista e il direttore di scena eccetera, gli sembrava di non poter dare il meglio della sua arte e quindi ciccia che lui aveva ormai una posizione e non si poteva esporre. Così se la viveva lui e perché dargli torto, visto che era assolutamente un geniaccio?

Basti dire che quando si innamorò della moglie, e lei giustamente fingeva di nulla, ma una serenata era il minimo che si aspettava, e aveva pure tutti gli amici e colleghi della Filarmonica pronti ad accompagnarlo, persino la grimeuse si era messa a disposizione, che tutti gli volevano bene e questo amore giovanile lo stava consumando, niente, al momento buono si presentò con un grammofono e la sua ultima incisione per la Decca, non a caso un Nessun dorma e lei da dietro le finestre lo amò di più proprio per questo spiraglio di ragazzino che ci aveva intravisto.

È che lei lo aveva capito bene che di base lui era timido: era figlio e nipote di una di quelle drammatiche esistenze ribaltate, cresciuto da genitori allevati per presenziare a corte, imparentati con metà della case regnanti d’Europa, che si erano ritrovati a fuggire nella notte, con qualche gioiello nascosto tra i vestiti, un paio di tele di maestri fiamminghi staccate dalla cornice e arrotolate in un caleidoscopio messo a tracolla al più grande dei bambini con l’ordine di non staccarsene mai per tutto il viaggio, il padre che alla stazione dove erano stati portati da un fattore figlio di infiniti fattori che avevano servito quella famiglia lì strinse la mano all’uomo che a rischio della sua vita li aveva nascosti e portati oltre confine, e il figlio grande, con il caleidoscopio a tracolla e le mani convulsamente strette a quelle delle sorelline, si rese conto di vedere suo padre per la prima volta dare la mano a un contadino. Il nostro baritono veniva da lì, si capisce che passò la vita a sentirsi di dover dimostrare qualcosa, che a volte era troppo da dimostrare.

E siccome ti dicono tutti che i traumi famigliari si ereditano anche attraverso le generazioni lui era cresciuto con un’ombra sulla legittimità del suo posto nel mondo, con questa sensazione di essere sempre la persona sbagliata nel posto sbagliato e quindi a lui, pur consapevolissimo del suo talento e del suo potere, niente, gli sembrava sempre che se non poteva cantare sul palco con tutto l’eccetera di cui sopra, non era in grado di cantare, peggio, non aveva alcun diritto di cantare. E siccome i nostri punti deboli a volte ci portano a reagire più bruscamente del necessario chi lo conosceva si guardava bene dal chiedergli di cantare nel privato.

Insomma Tante Gerty si era molto raccomandata di non imbarazzarlo o irritarlo con richieste non gradite e ovviamente tutti si erano accodati. Solo che papà, che aveva un po’ lo spirito Garibaldino e gli piacevano i practical jokes, in più era sfiatato come la tromba dell’Hejnal di Cracovia quando i tartari lo colpirono alla gola con una freccia per impedirgli di suonare l’allarme, aveva detto “si, si” ma aveva una lucetta negli occhi. Per cui maman si presentò nello studio, gli fece una tirata preventiva minacciandolo delle peggio cose se solo si azzardava a farne una delle sue e papà mogio mogio promise di controllarsi.

E c’è da dire che fu bravo, mangiarono, risero, conversarono. Bevvero. E quando arrivarono alla vodka e c’era questa diatriba sui battellieri del Volga e una cosa e l’altra e zio per fare una battuta e incoraggiare la discussione attaccò – senza cantare, per carità – hej ichnjom tipo incitamento, papà si scordò tutto e anche se lui il russo proprio non ce la faceva a ricordarselo, neanche da ubriaco, che in genere invece gli dava il dono delle lingue come allo spirito santo, gli scappò proprio un la-la-la laaa sull’aria di Volga Volga, ma sfiatata, come dicevo, che a casa nostra i cori russi erano tradizionalmente la conclusione delle cene in famiglia e come faceva l’acuto di Kalinka majàaaaaaaaaa zia Tamara, che era pure l’unica astemia ma in Siberia c’era stata, porella, e insomma la consegna andò in vacca.

Tutti si scordarono del gradito ospite e delle sue fisime e cominciarono a canticchiare mentre maman fulminava papà con gli occhi, e a quel punto l’ospite non si tenne più, che la sentimentale anima slava ne ha fregati tanti, e alzatosi in piedi lanciò il calice di cristallo a terra, si scordò di essere un baritono quasi tenore e come il migliore dei bassi ottavisti russi spalancò la bocca su Jesjo raaaaa-zik, je-e-siò da raaaazzzz mentre il parentame gli faceva il coro.

E insomma, cantarono fino alle tre e quando alla fine l’ospite si congedò con un Nessun dorma ma cantato proprio de core, tutto il vicinato, che al buio ascoltava in ciabatte e berrette da notte da finestre aperte, balconi e terrazze alla fine gli fecero un applauso clamoroso per almeno 10 minuti.

Lì il poveretto si spaventò, tornò in se e stava per scappare per l’imbarazzo, e invece andò da papà, lo abbracciò, si baciarono, e fratelli di canto si lasciarono, uno il primo baritono dell’opera di Vienna, l’altro trombetta sfiatata, ma grande motivatore di talenti altrui.

Vergine e martire

Care le mie ragazze, ammettiamolo, ci crescono semplicemente con i valori sbagliati e noi che siamo brave ragazzine educate, ci crediamo, cerchiamo di viverli quei valori e poi arriviamo nel mezzo del cammin di nostra vita, e vuoi gli ormoni, vuoi l’esperienza, vuoi gli uomini giusti o sbagliati di cui il destino giammai è parco, insomma, tocca rivedere le cose.

E il principe azzurro, e Sir Gawain and the Green Knight, e il drago, e the damsel in distress, una alla fine si rende conto che una manicure in meno e qualche sfanculamento in più, davvero si sarebbe vissute meglio. Ma non è mai troppo tardi per cominciare, abbiamo l’esempio della zia Clotilde.

Per carità, io non mi posso lamentare, alla fin fine ho sempre sposato dei gentiluomini con cui non ci siamo mai fatti un torto, anche se Manfred, in effetti, con quella storia dell’architetto con cui è scappato quando stavamo riarredando l’orangerie del castello di famiglia in Baviera, ecco, Manfred oggettivamente è stato un tesoro, ma la pazienza, la pazienza signora mia che ci è voluta. Non a caso mia sorella allora e tuttora lo chiama Sturm und Drang.

Cioè, e creatura santa, ma non potevi fare come tutti che escono dall’armadio quando capiscono che in fondo in fondo, le donne sono una bella cosa ma è altrove che ti porta lo sturm e anche il drang? E siamo donne di mondo, ne potevamo parlare. E soprattutto mi sarei risparmiata un po’ di tutte quelle cure delle acque che ci è toccato fare per la tua cosiddetta nevrastenia, che mi stavo sciogliendo i calcoli e le gonadi a botte di acque salatine. E meno male che i clisteri li ho sempre rifiutati, invece da lì, forse mi sarei dovuta mettere una pulce nell’orecchio, che capisco che voi tedeschi siete salutari ed igienisti, ma queste cure de-tox di cui eri così patito che ti ficcano acqua in tutti gli orifizi un minimo sul qui vive mi avrebbero dovuto mettere. E se lo sapevo che bastava l’architetto bonazzo, guarda, avremmo subito restaurato la cappella di famiglia. Tu invece mi esci dall’orangerie con le mutande in mano, tesoro, ma un po’ di aplomb.

Cioè, che se io dovevo dare retta all’educazione e gli insegnamenti dovevo minimo cadere in deliquio, ma che ci posso fare se mi è venuto il singhiozzo dal ridere? E tua madre che voleva farla passare per crudeltà mentale durante la causa di divorzio, ecco, la mia sana abitudine agli sfanculamenti è nata lì.

Insomma, damselline mie, uscite dal distress che la vita moderna già ci procura tanto stress, e insieme cominceremo a smontare uno a uno tutti i miti, dannosi, che ci inculcano e ci impediscono di spiegare le ali. E il primo di cui ci dobbiamo liberare è proprio il complesso di Maria Goretti. Date retta a me, meglio martiri che vergini. Ci si diverte di più.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

<iframe style=”width:120px;height:240px;” marginwidth=”0″ marginheight=”0″ scrolling=”no” frameborder=”0″ src=”https://rcm-eu.amazon-adsystem.com/e/cm?ref=tf_til&t=wwwmammamster-21&m=amazon&o=29&p=8&l=as1&IS2=1&asins=8809820568&linkId=11ba39b299b302672de86201628ef96d&bc1=000000&lt1=_blank&fc1=333333&lc1=0066C0&bg1=FFFFFF&f=ifr”>
</iframe>

Primo Verae, moda e stile di Scialba della Zozza

Sapete cos’è davvero la primavera? è quel periodo di interregno tra le spanciate delle feste (Natale, Capodanno, Carnevale) e l’ordalia della prova bikini, quando le giornate si stiepidiscono e tu cominci a toglierti le calze, ma poi ti accorgi che se non ti fai una pedicure decapante e non esci dalla pelle dell’orso, meglio che ti rinfili nello scafandro.

La primavera è quella stagione che spuntano i crochi e i narcisi, e anche le gemme sugli alberi ma sai che potrebbe ancora darsi una gelata di marzo. E nel frattempo gelata o meno tornano i pollini e fioriscono gli antistaminici.

Insomma mes amis, intanto che prenotate estetisti, chirurgi plastici, personal trainer e comprensibilmente volete uscire dallo scafandro, eccovi alcuni elementari consigli di stile per coprire le magagne ed aprirsi alla bella stagione.

  1. Fiorellini e fiorelloni

    La voglia di colore e motivi floreali in primavera è insopprimibile, ma trasformarsi nella parodia del divano in cintz è un attimo. Soprattutto se non siete (ancora) delle silfidi l’unica è andare di fiorelloni giganti

  2. Ammazza il pelazzo

    Il primo impulso di togliersi le calze va sicuramente seguito quando si presenta, mentre invece occorre resistere a quello contemporaneo di afferrare il rasoio e rendersi presentabili. Ripensateci, la rasatura selvaggia lascia il tempo che trova e rende difficoltoso il ricorso immediato all’estetista. Quando vi viene il raptus intanto prenotate immediatamente una ceretta, in attesa della quale riparate su eleganti pantaloni morbidi, che vi consentono di lanciare le odiate calze dalla finestra senza far prendere freddo e luce eccessivi al pelazzo invernale. Lo sappiamo tutti che la prima ceretta della stagione è la più dura, tanto vale farla con criterio

  3. Oversize mon amour

    Non negatelo, è tutto l’inverno che ci marciamo con il freddo, la neve e il gelo per vestirci a strati che mimetizzano gli stravizi che si accumulano nella zona centrale del corpo. Fino a che potevamo mettere gli stivali, bastava scegliere quelli con le linee più tondeggianti per confondere le proporzioni. Adesso che invece vorremmo – ma non possiamo – mettere scarpine più esili si presenta il dramma in tutto il suo splendore. E qui ci vengono in aiuto ben due tattiche: una è l’oversize. Inutile cedere alla tentazione della nuova collezione in taglia estrema, ovvero quella che ti convinci che appena dimagrisci quel paio di chili ti starà divinamente. Fate una cernita dell’armadio, tirate fuori tutto quello che avete comprato con questa scusa e non avete mai, o quasi, messo, riempite una bustona e donatela alla Caritas. Così con l’armadio semivuoto avete la scusa ideale per darvi allo shopping selvaggio e a questo giro scegliete con criterio: una taglia in più vi dà istantaneamente l’aria smunta e patita, la gente dirà subito: ma quanto sei dimagrita/o, stai benissimo, e poi in separata sede magari chiederà se state bene che vi hanno visti così sciupati. L’ideale sarebbero i caffettani stile Mina lunghi e fluttuanti che con un colpo solo risolvono pelazzi e rotondità, sempre in attesa che risolviate radicalmente in una fase successiva. Hanno delle controindicazioni che dirò sotto, ma fanno la loro figura.

  4. Stretch, stretch, Oddì che stretch (e parlo da solo)

    Il principio uguale e contrario dell’oversize, che in più è esteticamente più gradevole è il jersey, gli abitini stretch, cose del genere. Perché il fluttuante fluttua quando vi pare, ma oggettivamente il volume di spazio occupato da una taglia 54 è comunque maggiore di quello occupato da una 44 e se intorno ci metti il tendone del circo Orfei lo spazio occupato aumenta in proporzione. Invece partendo dal presupposto che anche con la migliore della buona volontà poche persone sono davvero sferiche, adottare abitini stretch, anche loro una taglia più grandi del necessario per l’effetto oversize mette in risalto le rotondità socialmente accettabili, ognuno ha le sue, e minimizza le altre. Che per finire di minimizzarle le stole in voile colorate, enormi e fluttuanti drappeggiate strategicamente sono una mano santa e visivamente appesantiscono meno del tendone. Non sottovalutate neanche l’utilità dei fuseaux: quelli in cotone, al ginocchio o lunghi, oltre a mimetizzare il pelazzo che ammazza, e a farvi da mutandone comodo senza tutte le righe incarnite degli elastici delle mutande nei fianchetti che rovinano la linea dei vestitini, hanno il vantaggio non indifferente di evitare il lividume nel lato interno della coscia causato dallo strofinamento dei prosciuttini sudati, che ne ha ammazzate più il prosciuttino in estate che il morbillo.

  5. Accessori e proporzioni

    Sempre per il discorso proporzioni, inutile mettersi un caffettano a vela che ci sta benissimo se poi sopra ci facciamo troneggiare una testina piccina picciò: col bel tempo e il primo raggio di sole possiamo tirar fuori accessori oversize: il cappellone di paglia, gli occhialoni da diva misteriosa, le borsone tipo spiaggia, magari in paglia o le tracollone hippy. E non ci scordiamo gli zatteroni, che senza gli stivaloni inutile, solo lo zatterone ci salva. O quegli zoccoli scandinavi col taccone solido, non si rischia la storta e ci fai fuori l’eventuale rapinatore che incroci.

  6. Vita sana

    Il primo passo per volersi bene e ritrovarsi in forma è uscire a godersi il sole: passeggiatone a piedi o in bici, giretti in barca, magari a remi smuovono le trippe e producono endorfine, vi sentirete più energici e felici e pensate a quanta vitamina D ricominciate a procurarvi. In mancanza di meglio il personal trainer sceglietevelo bene, che ci sono quelli che magari meno personal, ma molto trainer che vi rimettono in circolo tutti gli ormoni. Le primizie di frutta e verdura in questa stagione sono buonissime e dolcissime, quindi cruditè a tutti gli antipasti, aperitivi e merendine come se grandinassero sul posto delle fragole. Gli spritz allungateveli con tanta acqua minerale, durano di più, rinfrescano e dissetano e reidratano. E se siete in spiaggia subito via le scarpe e fate tante camminate con i piedi nell’acqua, che l’effetto cartavetro di sabbia e acqua salata provvede ad ammorbidire gli strati cornei dei talloni facilitando la successiva pedicure che vi sbrigherete a fare.

E già che siete nella natura, passerotti miei, portatevi l’antistaminico preferito, cogliete fiori e intrecciatene ghirlande con cui adornarvi, capiranno che siete quelle tipe eccentriche e nessuno vi degnerà di una seconda occhiata in cerca degli eventuali difetti estetici per paura che gli attacchiate qualche pippone. Mentre voi, dietro il mistero di veli fluttuanti, cappelloni e occhialoni potrete esaminare la scena mondata indisturbate senza farvi sfuggire un unico dettaglio. Che animerà le conversazioni con le amiche e vi guiderà saggiamente nello shopping futuro.

L’ importante è amarsi così come si è. E di questo oggi ho scritto altrove.