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Shaken, not stirred: la pubblicità, i grandi marchi e il loro concetto di famiglia

A casa mia da piccola si mangiavano i biscotti di Gisa, non quelli del mulino bianco. E spesso e volentieri mia nonna andava a tener compagnia al pomeriggio alle nonne del forno, Gisa e Argentina, e insieme facevano i biscotti. Per questo io ho rosicato per anni, perché mentre tutta la mia classe cresceva a botte di macine e galletti io ero quella che non aveva la tazzona del mulino bianco, non avevo la tovaglia del mulino bianco, non avevo manco la famiglia del mulino bianco. I miei all’ epoca facevano i rappresentanti e verso el 19 io e mio fratello facevamo una merendona con latte e biscotto (di Gisa). Così se i miei rientravano, che bello, si metteva insieme una cena e si cenava insieme, se facevano tardi eravamo già cenati e andavamo a dormire.

È stata la mia salvezza, me ne rendo conto solo adesso.

Quindi scusate, ma voi che mangiavate col mulino bianco e ne avete visto tutte le pubblicità, lo dovete scoprire solo adesso come la Pensa Guido Barilla sulle famiglie?

Infatti io i prodotti Barilla non li ho mai mangiati.

Mi tolgono pure la soddisfazione di boicottarli.

‘Sti stronzi.

 

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settembre 26, 2013 · 11:57 am

Shaken, not stirred: lo sporcaccione e le bambine

Non so voi, ma dopo aver letto questa storia qui del delitto d’ onore che ha ammazzato due ragazzine e la loro madre per aver accennato a un passo di danza con dei bambini sotto la pioggia, e dopo aver letto questa cosa idiota qui di una che evidentemente considera normale farsi trombare in cambio del conto pagato al ristorante, mi mancava in effetti il tipo, giovane scrittore in carriera, che se trova delle quattordicenni al parco, nulla riesce a considerarle solo come tette e culi, la cosa lo turba e l’ unica che gli viene in mente è di pensare che lo stupro allora le sue attenuanti ce l’ ha. Però siccome non ha le palle di dirlo, finge che lo dicano delle amiche sue.

Gli amici suoi, invece, con una ragazza in calzoncini corti, mica ci si fidanzerebbero. Eh, no, troie in erba, ci mancherebbe. Continua a leggere

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luglio 2, 2013 · 6:17 pm

Shaken, not stirred: tette, tette, tette (e adesso imparate a contare i tumori)

Che belli i media e i loro riflessi prevedibili e i corto-circuiti: uno legge Angelina, tette, chirurgia plastica e vai con la deriva dell’ attrice bonazza e viziata e cretina. Il fatto che avere l’87% i rischio di cancro al seno non dica nulla a nessuno, in questi tempi matematicamente analfabeti, la dice lunga su come ci danno le informazioni. Continua a leggere

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Shaken, not stirred: se è mio non è tuo e l’ attivismo del clic

alternative-limb-project-foral-kiera-horizontal-galleryCari tutti, buon 25 aprile così sgombriamo subito dal campo gli equivoci. Questo post mi preme da giorni e giorni per uscire e l’ ho riscritto tre volte, quindi se i dovesse sembrare più (in)coerente del solito sapete a cosa è dovuto. Come tutti coloro che amano salvare il mondo cliccando “mi piace” su Facebook in questi giorni di passione ho seguito un mucchio di discussioni che mi hanno dato chiarissima la temperatura degli umori della folla, cosa che al PD non è riuscita, a quanto apre, e questo post lo dedico anche a loro sperando che la Madonna al prossimo giro li illumini. Che al PD si fa subito a rimproverare di tutto, sarà l’ abitudine all’ autocritica, ma nel frattempo in Italia è stata registrata Alba Dorata che tenterà di presentarsi alle comunali. Per dire che non si può più contare su niente e anche in tema di fascismi il Made in Italy ha abdicato alle copie importate dall’ estero. Complimenti. Continua a leggere

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aprile 25, 2013 · 9:19 am

Shaken, not stirred: S/conforto e le tecniche di respirazione

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Sono talmente abituata a viaggiare con Ryan Air che non mi ricordavo più che le linee aeree serie hanno i posti assegnati, così che mi sono dovuta spostare, ma avevo lo stesso il finestrino. E una volta atterrata e in attesa dello scatolone stracolmo di prosecco, carciofi e radicchi rossi di Treviso (e lane, non ci scordiamo le lane) ho guardato fuori dal vetro che ci separava dalla sala d’ aspetto di Schiphol e li ho visti seduti lì, con il naso immerso in un Topolino Pocket.

Una signora me li ha chiamati e ci saremmo baciati leccando il vetro senza remore batteriche, se in quel momento non fosse arrivato il mio scatolone e non li avessi potuti raggiungere fuori. Ci siamo abbracciati, baciati, detti che ci siamo mancati, e sussurrati parole dolci in segreto:

“Ti devo dire una cosa, ma te la dico all’ orecchio: io ti amo”, del mio Orsetto che mi guardava negli occhi. E poi ce ne siamo andati al Burger King che eravamo tutti stanchi e provati.

Eh, poi una volta rientrati cara grazia che sono riuscita ad aprire lo scatolone e mettere i carciofi in frigo (e infatti il formaggio e il salamino svizzeri stanno ancora nel borsone, ora che ci penso) e cercare di metterci a dormire. Cosa che tra traslochi vari non è riuscita per niente, e alla fine eravamo in tre nel lettone, come Cornelia madredeiGracchi con i suoi gioielli uno a destra e uno a sinistra, a respirare e cercare di rilassarci, ma niente.

“Mamma, proprio non ci riesco, ho pure fatto shanà, ma niente”.

Fare shanà è un tentativo di quando ho seguito un corso di meditazione Acem, che ci si concentra sul respiro e ti ripeti una parola che ti assegnano, a me shanà, appunto, e meditare regolarmente non mi è mai riuscito, ma a volte, se mi ricordo, chiudere gli occhi e ripetermela forse aiuta e per disperazione l’ avevo insegnata al quel gufetto insonne di Ennio.

“Allora ci sdraiamo, respiriamo e facciamo il body-scan“, che una che ha le amiche spiritual-sciroccate che la portano a fare le camminate sul fuoco, alla lunga quel paio di assi nella manica se si concentra li tira fuori, se funzionassero.

“Mamma, tu dici che devo respirare dalle dita dei piedi, ma io non ci riesco”.

“No, non dico che devi respirare dalle dita dei piedi, dico che quando respiri prova a immaginarti come in un cartone animato un raggio blu di respiro che ti sale dai piedi e quando lo espiri diventa rosso e si porta via tutti i pensieri che non ti fanno dormire”.

Hai voglia. Io poi avevo in mente quel paio di risultati elettorali che avevo fatto a tempo a sbirciare prima di trasformarmi, inutilmente, lo dico subito, nel guru della respirazione de noantri. E il sonno, nonostante shanà, e tutto il resto mi era passato, la stanchezza no.

“Ah, ma quindi me lo devo immaginare che respiro dai piedi?”

Immaginazione, quella che ci è mancata a tutti quanti. Io un po’, nel mio sano cinismo, non ci avevo mica creduto che la gente non si sarebbe fatta fregare per l’ ennesima volta dalla lucertola nazionale. Che lui si che gli assi nella manica li sa tirar fuori.

Però ecco, io sono contenta di aver votato chi ho votato. Ho persino pensato un pochino su come agire strategicamente, che la legge elettorale che abbiamo ci vuole una laurea in ingegneria aeronautica per capirla, ovvero il moto di fede che ti dice che anche una massa di acciaio può librarsi sopra le nuvole. Non ho capito il sistema ma ho fatto come consigliava chi dice di capirlo.

E girare per il nord Italia in treno in questi giorni, annusare umori, dubbi e paure della gente, toccare con mano la differenza tra le ferrovie lombarde, quelle venete e quelle ticinesi e altoatesine, la metro a Milano e quella a Torino, contare i negozi che chiudono e quelli che aprono, parlare con insegnanti, giornalisti, avvocati, imprenditori, agrari, operai e impiegati, ex-grillini, aspiranti grillini e grillini convinti, destrorsi e sinistrorsi, liberali e progressisti, PD-isti per cocciutaggine e principio, ex delusi da Berlusconi, parlare di cose neutre come i figli che abbiamo e quelli che siamo stati, chiederci dove stiamo andando e come uscirne e ricordandomi che la mia cifra filosofica è sempre stata quella dell’ ottimismo come sforzo della volontà, che a volte me lo ricordo anche quando casco in quelle buche profondissime che stanno nel mio carattere, perché proprio perché ce l’ ho so che ne posso riuscire, ecco, tutto questo mi ha ricordato che forse usciremo tutti insieme anche da questa buca qui.

Ma so anche che questo avrà un prezzo umano altissimo, l’ ho visto in Polonia tra il 1989 e il 1991. I vecchietti e gli indigenti e i malati e i poveri sono schiattati come le mosche, ma questo le statistiche non te lo dicono quasi mai. La mia consolazione è che con internet abbiamo i guru populisti, ma abbiamo anche tante belle teste che fanno controinformazione. Prima o poi affineranno i mezzi anche loro. O schiatteremo come le mosche tutti quanti.

Inspira, espira, i tuoi alluci sono la sola certezza di contatto con il suolo.  Ad averli.

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febbraio 26, 2013 · 12:05 pm

Shaken, not stirred: il calcio e i calci in culo passando per l’ Ucraina e i suoi cani (tette, dimenticavo le tette)

Se non è sfuggito a me, che non me ne potrebbe importare di meno del calcio, tranne quando ha attinenza con mio figlio (la stella sopra è un regalo dell’ allenatore al team che adesso si disperde: suo figlio passa a atletica, lui non allena più, i giocatori rimanenti passano ad altre squadre del club e per fortuna grazie alle manovre di suo padre Ennio pare finisca nella squadra in cui si trovano tre suoi amici di scuola), immagino ve ne siate accorti anche voi, si gioca.

Si gioca nonostante eventi recenti e non recenti vi abbiano dimostrato, cari tifosi, che le vostre squadre del cuore e i vostri idoli calcistici vi prendono bellamente per culo, comprando e vendendosi le partite e chissà perché voi gli date ragione continuando a guardarveli, comprandovi le magliette e facendo incassare tutti i soldi della pubblicità all’ indotto che ci gira intorno, pubblicità che vi e ci suscita bisogni fasulli per cui quei pochi soldi che abbiamo e non abbiamo li andiamo a regalare per cose che davvero non è che ci rendano poi così felici. Però contenti voi, contenti tutti.

Me ne sono accorta perché il mio quartiere che per decenni era un quartiere popolare di gente umile ma onesta che a forza di lavorare e far andare i figli a scuola ci ha provato a raggiungere qualcosa in più nella vita (un signore che ho conosciuto mi raccontava che da piccolo, siccome sua madre si era ammalata e non ce la faceva a star dietro ai figli, il padre gli ha comprato un posto da convittore nell’ orfanotrofio locale e anche per questo motivo si è girato un sacco di scuole elementari ad Amsterdam Noord, ma la domenica la passava a casa con i suoi. È venuto su bene anche lui, ha una splendida enoteca, fine digressione).

Poi il mio quartiere è diventato un quartiere di poveracci, pieno di emigranti, anziani e gente che vive del sussidio. Da qualche anno è ibrido, nel senso che mano a mano che si svuota qualche appartamento le case popolari si vendono e arriva sangue fresco. Gente con  bici fighe, tende trendy e un potere d’ acquisto maggiore che si traduce in ristorantini più o meno fighetti, palestre e scuole e asili che piacciono a questi genitori qui, con un indirizzo pedagogico preciso, tipo Montessori o Dalton. Perché i genitori, come tutti, amano mandare i figli in scuole in cui incrociano gente come loro.

Però a differenza di altri quartieri come De Pijp, che veramente si è infighettito da matti, Noord è ancora un ibrido, con le casette sulle dighe in legno dei poveracci di un paio di secoli fa che adesso, risistemate da architetti di grido, ospitano gente come il nostro ex ministro delle finanze, i quartieri di case popolari degli anni ’20, le città giardino che sembrano dei paesetti e i paesetti che sono stati inglobati dalla città e tagliati dal resto del paesetto fuori dalla tangenziale per diventare un quartiere. E poi un sacco di palazzoni enormi anni ’70 ma anche quartieri nuovi di villini unifamiliari per non costringere le famiglie a trasferirsi fuori città, che finalmente l’ hanno capita questa cosa al dipartimento urbanistica.

Per capire dove abitano davvero i poveracci bisogna aspettare queste cose qui calcistiche, i mondiali, gli europei, quello che è, mi confondo sempre. Perché allora dove vedi una concentrazione enorme di bandierine, festoni, lucette, cotillon, la maglia del cuore appesa alla finestra e varie, capisci che abitano lì e che la prossima volta che io o la mia vicina vogliamo spargere volantini sulle degustazioni di vini o i corsi di yoga, quei blocchi lì evitiamoli direttamente che si risparmiano carta e fatica.

Cioè avete pochi soldi, vi fate prendere per culo dai vostri idoli calcistici e spendete pure tempo e fatica e soldi per inquinare di arancione casa vostra. Poi uno si chiede perché c’è chi nella vita resta sempre lì. E io pago le tasse.

Ma non è questa la cosa che mi ha dato più fastidio di questi Europei. A me la cosa che mi ha scocciato di più, e per fortuna da quando sono iniziati davvero i giochi hanno smesso, sono tutti quelli che nei social network invitano a protestare contro i mondiali perché in Ucraina hanno allestito i forni crematori su ruote per catturare i randagi e arrostirli direttamente (a parte che ad avvelenarli in massa si fa prima e costa meno).

Ora, io non è che non ami i cani, ci sono cresciuta insieme e quello che so delle dinamiche di gruppo l’ ho imparato dal branco di pastori abruzzesi che mio padre allevava. Amo talmente i cani che mi rifiuto di averne uno, a parte che hanno un’ impronta al carbonio enorme, me lo dice uno studio recente.

Io amerei pure tutti quei miei amici che postano imperterriti delle robe del genere, ma poi quando li avverto che secondo me è una bufala, vorrei che si informassero e la piantassero. Si fa presto a cercare in rete se una cosa è una bufala o no, e io ne ho trovati di siti che lo confermano (non li cito perchè uno di loro aveva anche il banner per l’ unificazione della Lombardia alla Svizzera e capite che questo mi mina parecchio la credibilità, ma diciamo che non erano l’ unica fonte).

Cioè, se da qualche parte davvero fanno le ecatombi di cani randagi prendendoli a randellate, io veramente li maledico. Ma se proprio vogliamo boicottare l’ Ucraina e i mondiali, io sinceramente troverei molto più coerente farlo per la questione dei diritti umani, per il fatto che forse non è una dittatura ma ci sta pericolosamente vicino ed è solo questione di sfumatura, che la ex-presidente Julia dalla bionda treccia sta incarcerata senza processo e con capi d’ accusa vaghi e ha mandato fuori dal carcere le foto in cui fa vedere i lividi di quanto la pestano. Se dobbiamo parlare dell’ Ucraina parliamo per favore di come stanno i bambini lì (a suo tempo ne ho parlato), soprattutto quelli negli istituti e negli orfanotrofi (sui riformatori non oso manco pensarci).

Se dobbiamo sostenere una causa in Ucraina vogliamo filarci un attimo il movimento femminista Femen, si, avete capito bene, quelle che dimostrano in mutande e tette al vento, ah, ecco, vedo che quando scrivo tette c’è un’ impennata nell’ attenzione, me lo dicono gli strumenti di bordo. E per cosa manifestano le donne di Femen? Be, tra le altre cose per esempio per portare l’ attenzione sulla prostituzione che va insieme a eventi di massa tipo gli europei. Che in Ucraina la topa costa poco, chiedetelo a tutte le ragazze vittime della tratta, guardate, non c’ è manco bisogno che veniate in Ucraina per farlo, basta farsi un giro di sera verso la bonifica del Tronto.

Insomma, con tutto il rispetto per i cani, parliamo anche di cose più concrete per gli umani, dove si fa molta fatica ad argomentare se siano o meno bufale, a parte che se c’ è ancora chi è capace di dubitare della shoah e dell’ allunaggio, posso credere a tutto. È vero anche che se guardi come trattano i cani capisci anche come trattano le fasce deboli della popolazione, ma ci vuole il moto di fede per farlo questo collegamento.

E quindi parliamo anche delle fantastiche foto che pubblica Repubblica. Avete presente che all’ ombra di grandi festival a volte si creano festival per dei minori, come lo shadow o il fringe. Be, io non lo sapevo ma a Berlino hanno fatto un fringe degli europei in cui a calcio giocavano attrici porno con la maglietta finta ottenuta con il body painting. Ma ragazze mie, ho capito che vi sfruttano, ma dico, fare sport senza un reggiseno rinforzato, voi che delle tette ci vivete? Ecchèccavolo, ma questa è distruzione di capitale, il vostro manager non ve le dice queste cose? Ah, no certo che non ve le dice, Repubblica non ne parla ma qualcuno su Facebook ultimamente ha postato un link a un articolo su un documentario sull’ industria del porno e c’ è da suicidarsi, altro che cani. (Si, i cani li usano anche lì e pare che tutte, ma proprio tutte le donne costrette ad eseguire bestialità si suicidano in brevissimo tempo). Be, non è che non si potesse immaginare, a me mi dovete ancora convincere che una lascia il posto in banca perché la sua vera vocazione è quella  di farsi massacrare da attori che vengono scelti proprio in quanto macchine, perché dice l’ articolo che queste povere criste le riempiono di emorragie ogni due scene e si incazzano pure perché intanto che ripulisci il sangue si spreca pellicola. Però evidentemente ci sono lavori ancora più logoranti, che so, consigliere regionale della Regione Lombardia, si, quella che dovrebbe unirsi alla Svizzera, e chi sono io per giudicare, non avendo mai fatto né l’ uno né l’ altro né il terzo mestiere.

D’altronde siamo seri, una sana industria del porno e della prostituzione è indispensabile, perché visto quello che stanno facendo alla 194 e ai diritti delle donne e in tema di violenza di genere, dovrei pensare che se non ci fosse questa gli stupri sarebbero ancora più frequenti.

Per forza poi il caporale che all’ Aquila ha massacrato una ragazza lasciandola ad assiderarsi priva di conoscenza nella neve ha avuto gli arresti domiciliari, se dovessero arrestare tutti gli stupratori davvero non ci sarebbe posto nelle carceri. La poveretta le hanno dovuto mettere 64 punti (quasi come a un’ attrice porno dopo le riprese) e l’ ipotesi di reato pende più sul tentato omicidio che stupro, ma tanto il caporale ha un ottimo avvocato che sostiene la tesi del rapporto consenziente e quindi attende serenamente a casa il processo. Lei ha deciso che lascia l’ Italia e la capisco benissimo, non glielo posso dire da sorella maggiore che tanto che dici a fare, ma non credo che all’ estero le cose vadano tanto meglio.

Non vanno meglio perché c’ è la crisi, perché abbiamo tutti la consapevolezza che pendiamo a un filo, pure noi la classe media con le mele, che blogga da un Mac, ha l’ i-phone, ha l’ i-pad, la wii e tante altre cose, ma appena perdiamo il lavoro e di questi tempi lo potremmo perdere tutti, non abbiamo più un salvagente. Non abbiamo la casa di proprietà perché è di proprietà delle banche, anche se le tasse le paghiamo come se fosse nostra. E le banche, ah le banche. Meno male che qualcuna ancora ancora sponsorizza il calcio o non ci restava neanche quello.

Quindi io mi devo ancora rallegrare di tutto quest’ arancione che se l’ Olanda non si fa buttare fuori subito dagli europei un altro paio di settimane continuerà a rallegrare. E francamente, del calcio non me ne frega niente, ma intanto tifo per la Grecia. Così, giusto perché forse ne hanno un pochino più bisogno della Germania.

Questi sono tutti gli ingredienti che mi si agitano nello shaker da un mesetto, che farci, le notizie deprimenti mi si attaccano come le pulci ai cani. e meno male che ho tagliato fuori un altro paio di questioni. Per fortuna, come dice saggiamente il non calciatore dei miei figli:

“Insomma, adesso ci sono le partite qualcuno vince, qualcuno perde e poi fra quattro anni ricominciano da capo, vero papà?”

Verissimo. E chissà perché la cosa non mi conforta.

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Shaken, not stirred: Cosa stiamo facendo ai nostri figli

Inauguro così una nuova rubrica per tutte quelle riflessioni, altrimenti detti pipponi, che non sapevo bene come collocare in questo nuovo blog, ma che nel vecchio mi hanno dato grandi soddisfazioni, fosse solo per il loro valore terapeutico. Sono alcuni giorni che ho in ballo un paio, shakerati, centrifugati e da sedimentare vari sugli europei, la cattiva coscienza, la vita, il mondo e come ci facciamo prendere per culo e sembriamo persino contenti di ringraziare. Ma oggi pomeriggio mi stavo facendo un’ altra riflessione in macchina e poi rientro e trac, mi ritrovo in mano questo post di Desian.

La riflessione di partenza era che con i figli ho poche idee buone e neanche confuse. Tutto il resto è negoziabile. È vero, casa nostra la si potrebbe intitolare: dopo il ciclone in qualsiasi momento uno arrivi, tranne per una festa (in quei casi è un ciclino). È vero, ho un lavoro con orari irregolari e mi tocca barcamenarmi se mi arrivano richieste all’ ultimo momento su come sistemo vita, figli, pranzi e cene. Ma queste sono le condizioni che mi permettono di tirare fuori il meglio da me stessa. Infatti ultimamente una collega diceva a un’ altra che a me mi puoi prendere, ficcare in un sacco e mettermi a testa in giù a fare una simultanea su argomento oscuro e ostico e la farei comunque con proprietà di linguaggio e immediatezza, e mi sembra uno splendido coronamento di oltre vent’ anni di professione. Ecco, lavorativamente potrei morire felice adesso, ma non subito per favore.

Ho una sogliola, cioè una soglia, ma piccola e carina, di tolleranza al casino molto più alta di quella dei maschi di casa, ma è anche una necessità, io quello che non ho sotto gli occhi manco mi ricordo che esiste (sono un tipo visivo, vedo un errore di spelling o il brillantino che manca in un pavé  da tre km. di distanza, ma le macchie di vino sulla tovaglia, se si lavanoda sole con uno schizzo di smacchiatore e il programma apposta bene, sennò la prossima volta sull’ alone ci poggio una formaggera e passa la paura.

Ecco, mentre lo scrivevo l’ ho capito perfettamente, poi uno dice che a shakerare non si ottiene molto di più che ad agitare. Io noto e mi diverto molto di più con le assenze che con le presenze. Cavolo, ho risolto uno dei dilemmi della mia vita, magari non mi serve più finirlo questo post. No, va bene, vado avanti. More is more, ma less va bene uguale perché offre più spunti creativi.

Non essendo di natura organizzata e precisa a me mettere insieme un minimo di ordine convenzionale che vada bene agli altri costa una fatica enorme, d’ altro canto se mi date una lista di cose da fare entro un tempo impossibile e la libertà e le risorse per gestirmele, in genere non solo sono pronte per la deadline stabilita, ma state pur sicuri che nel frattempo copro un altro paio di emergenze proprie e altrui e se mi viene bene nei momenti morti rischio pure di produrre 4 vasetti di marmellata di rabarbaro, prima che mi vada a male entro detta deadline. Per un archivista dentro come mio marito vivere con me deve essere un inferno, ma è un ragazzo forte e la manutenzione che gli faccio evidentemente per ora funziona.

Quindi ho da sempre una casa ciclone e faccio tremila cose contemporaneamente e poi mi scordo di scrivere fatture e farmi pagare. Però cucino from scratch e il meno possibile con i prodotti del supermercato e se sono bio e a km. zero meglio, faccio poi dei gran km. con roba inutile tipo le lenticchie di Santo Stefano in tasca e il barattolo di ventricina nel bagaglio a mano. E perdo un aereo per il piacere di comprarmi una bottiglia di Leone de Castris o Feudi di San Gregorio al duty free. Ognuno ha le sue perversioni.

E allora oggi in macchina riflettevo che certo, io lo so benissimo come fare per avere la casa in ordine, i figli tranquilli e le cene apprezzate. Mi basterebbe avere l’ abbonamento per la TV, riempire i miei figli di pizza surgelata e cibi precotti e preconditi e magari pure predigeriti e comprare a tutti noi meno riviste, fumetti e libri. Anzi, eliminarli che fanno polvere e disordine. E anche quelle tonnellate di lego che si infilano nelle fessure del pavimento. Azzo che casa vuota e pulita che avrei allora. E che figli silenziosi e godibilissimi, non avrei neanche bisogno di urlargli contro perché mangino. Quanto tempo mi avanzerebbe per farmi i 30.000 fatti miei nel momento in cui mi zompano in testa. Penso che riuscirei persino a spedire le fatture per tempo.

Bene, io penso che con tutti gli avanzamenti tecnici con cui ci semplifichiamo la vita ci sono alcune cose in cui non siamo poi cambiati tanto in questi milioni di anni di evoluzione. Inutile che mi parlate di nativi digitali, è vero, i miei figli in quella mezz’ oretta di computer al giorno che con sudore, lacrime, sangue e trattative sempre riaperte perché non sia mai che non ci provino a costo di rendermi isterica, scoprono cose che io dal Mc ancora non ero riuscita a farmi dire. È vero, abbiamo appena comprato un televisore e già sanno come attaccarci l’ hard disk volante su cui archiviamo i film e come collegalo a Internet per guardare i filmini su MineCraft che ovviamente continuiamo a rifiutarci di comprare. E quando hanno messo le zampette sul mio I-phone sa solo dio le applicazioni inutili che ci hanno piazzato (ho avuto la dabbenaggine di dirgli al mia password a patto che scaricassero solo un paio di app gratis innocue e ho dovuto bloccare tutto e ancora non capisco come ripristinare la sincronizzazione, mannaggia, quando ti serve un nativo digitale non c’ è mai).

Ma cosa succederebbe se gli mettessi in mano un computer proprio, o, peggio ancora, una TV personale in camera? Non ho ancora mai visto un bambino con liberamente in mano il computer dei genitori scoprire volontariamente la magia di far funzionare un foglio Excel. E persino le presentazioni in Power Point che devono fare per la scuola, con uno pseudo powerpoint scolastico online a cui hanno accesso e che ci stiamo tuttora incartando tutti per mettere insieme una cosa che capiscano loro per primi, be, pure quello mi tocca tuttora spiegargli io i trucchi.  In breve, se mettessi in mano ai miei figli il computer più spesso di quanto non faccia, al massimo guarderebbero ancora più filmini su youtube e ancora più giochini online.

E quel tempo lì andrebbe a discapito di altre cose che per me sono un pochino più importanti: come sguinzagliarli in giardino o al parco ad infangarsi (e peccato se rientrano mollando zolle da 20 kg sul pavimento, tanto non è quasi mai appena pulito). Aprire di nascosto la baracca in giardino e trafficare con chiodi, martelli e il giravite elettrico. Solo dalla sega elettrica meglio che stiano lontani. E va bene anche quella volta che ero bloccata sopra da una telefonata importante e li avevo cacciati a urlacci per poi scoprire, una volta scesa, che si erano fatti la cena da soli: zuppina di pollo solubile (lo so, mi contraddico, ma Ennio se ne è innamorato in Polonia e mi sono appena fatta spedire 30 sacchetti da mia madre) e uovo al tegamino.

Verrà il giorno in cui computer gli servirà per cercarsi una ricetta, fare la spesa e cucinarcela, un obiettivo a cui lentamente ma inesorabilmente vorrei arrivare intorno ai 13 anni. Così magari la piantano ogni sera di piantare scenate da tregenda per assaggiare ed eventualmente mangiare qualsiasi cosa che non siano polpette, salsicce, pasta al pomodoro, stelline in brodo, piselli, mais e sacchettini di parmigiano grattugiato ingurgitati direttamente in bocca senza passare per nessuna stoviglia o pietanza.

Insomma, non voglio dire che i computer, la Tv, i giochini elettronici e il cibo industriale siano IL MALE (oddio, dell’ ultimo si, invece, ne sono convinta, ma a volte è un male necessario). Dico semplicemente che finché posso, invece di andare al McDonald (concesso al massimo tre volte l’ anno, lo sanno e tengono il conto loro) il sabato ci alziamo presto e andiamo a farci una gita all’ asta ittica in culo al mondo per comprare il pesce e fare un giro al porto. Che finché i nervi mi reggono, invece di parcheggiarli davanti alla TV mi trascino in casa ogni sorta di amichetti anche se so che un giorno mi sfonderanno il letto a furia di usarlo come trampolino e che il materasso che usano tipo slitta giù da due piani di scale poi urlando e bestemmiando lo devo riportare sopra io. E cerco di non sentirmi incompresa se ce ne andiamo alla fattoria a comprare il latto crudo da cui poi tento di ricavare formaggi che mangio solo io, ma è per il principio e l’ attività. Che invece di comprare caramelle regolarmente, ce le teniamo per un compleanno o una coccola occasionale, ma preferisco andare alla fattoria dei mirtilli e raccoglierli e sbafarceli fino ad avere le mani e la faccia e la lingua blu.

Insomma, hanno ancora tutta una vita davanti per andare dallo psicologo e pagarlo, come dice la storiella, tutte le settimane per ventanni per parlargli della propria mamma (quanto mi amano) e dirgli quanto gli ho rovinato la vita. Sapessero quanto l’ hanno rovinata a me da quando stanno in giro. Me l’ hanno rovinata in un modo che non smetterò mai per un secondo di ringraziare loro e la vita per il privilegio di fare insieme questo pezzo di strada della loro crescita.

Anche sa quando sono stati concepiti sono prigioniera. E pure ricattabile, volendo.

Comunque domani provo a fare le mozzarelle. E martedì vado dalla psic a fare il tagliando annuale e magari riprendo a lavorare un po’ su quel lato lì. Ma Minecraft per ora se lo scordano.

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