Cosa ho imparato dal caos

Eli' s blues“Abbracciare il caos senza farsene travolgere è la grande lezione che la maternità mi ha regalato”. Esordisco così nel post di oggi del calendario dell’Avvento per genitori ideato quest’anno da Genitoricrescono.com. Perché ho dovuto aspettare la maternità per arrivarci? Perché come molti sono stata cresciuta con l’ idea che l’ ordine è una cosa buona e il suo contrario no.

Però vedete, a me questa cosa non ha mai davvero convinta. E non perché sono io quella intimamente caotica, ma perché ho sempre in qualche modo intuito che sia l’ordine che il caos possono essere miei amici, senza prendere posizioni troppo nette. Diciamo che per come funziona il mio cervello, le mie associazioni, il mio modo di guardare al mondo, il caos me lo sento più vicino e mi è più utile.

Il trucco secondo me è proprio nel: cercando di non farsene travolgere. E lì ci serve l’ ordine, ma per me ordine è giusto il quadro di riferimento, non la cosa che mi permette di metterci dei contenuti. Io come traduttrice vivo in funzione delle scadenze. E penso che professionalmente mi si sia potuta rimproverare una mancanza di ordine, spedisco tardi le fatture e certe volte sbaglio le somme, mi scoppia regolarmente il computer e perdo indirizzi mail e numeri di telefono, ma provvedo in altri modi. Una deadline che sia una deadline, però, se l’ ho valutata bene all’ inizio e non mi cambiano le carte in tavola per strada, non l’ ho mai saltata. anzi, è proprio la consuetudine col caos che mi permette, quando il cliente si incarta lui o mi cambia le carte in tavola il giorno prima della scadenza, a permettermi di consegnargli un lavoro impeccabile quando ho detto che lo avrei consegnato.

L’esempio colossale è stato uno dei primi grossi progetti di traduzione fatto per una multinazionale. Dovevano lanciare un sito dedicato al nuovissimo prodotto di punta, entusiasmare gli utenti, fargli capire che se compravano quel prodotto tutte le risorse del sito gli avrebbero permesso di goderselo come nulla al mondo avrebbe potuto. Era il 1999, all’ epoca tutti questi siti di entertainment, contenuti e miglioramento dell’esperienza del prodotto mica c’ erano. E il tutto andava consegnato in millemilalingue, tutto contemporaneamente in quel giorno a quell’ora. Un’ organizzazione militare che non avete idea, un manuale di stile con tutte le spiegazioni sul linguaggio, e il tono, e come volevano tradotte le battute, i doppi sensi, tutto. Bellissimo. Un giorno per studiarcelo, ma bellissimo.

Ed eravamo tutti carichi entusiasti, tornavamo a casa a ore innominabili, ma l’ agenzia ci coccolava e nutriva e obbligava a venire a pranzo. C’era elettricità, eravamo tutti innamorati del prodotto figo anche se constava troppo per noi, avevamo iniziato mentalmente a tagliare sulle spese superflue.

E poi c’ era l’account manager milanese. Che mi telefonava continuamente per rivedere il testo, che non so,non la convinceva. Questa frase noooo, no, proprio no. Quel tono inconcepibile. E intanto dovevo fare 3 revisioni ed esegesi a ogni testo e mi si accumulavano le traduzioni. e l’ acidità e negatività di quel feedback cominciava a farsi sentire, perché ero relativamente nuova a quei progetti e a quei clienti. Fino al giorno in cui, all’ ennesimo appiattimento e banalizzazione del mio testo accuratamente tradotto secondo le 300 pagine di indicazioni del manuale di stile sbotto: “Scusi, ma io più di tanto non mi posso attenere alle indicazioni del cliente, ha presente il tempo che ci metto ogni volta a verificare nel manuale di stile?”.

E si scoprì che la sede italiana se ne sbatteva il belino, excuse my French, delle indicazioni di stile della casa madre, “perché noooooh, qui da noi proprio non funziona”. E dirmelo 7 notti insonni prima, magari, visto che mi pagate a ora non era più furbo?  Che la traduzione banale sono capace di farla più velocemente di quella creativa?

Ecco, con i figli è così tutta la mia vita: lavoro, amore, salute e hobby.

E perché abbracciare il caos mi salva, lo potete leggere di là.

Comunque da allora agli account manager milanesi faccio prima il terzo grado e DOPO gli indico la deadline. E da come mi rispondono dipende pure il prezzo finale.

Perché il caos e chi lo abbraccia sono la cosa più bella del mondo, sono quelli che non vedono al di là del proprio ordine che mi complicano la vita. Ma poi, a volte, me la risolvono pure inaspettatamente e allora vedi che non è tutto caos quello che luccica?

E d’ altro canto tutti i trucchi della casalinga pigra per gestire il mio caos, come me li sarei potuta inventare diversamente?

Buon weekend, io cercherò di tirare su le decorazioni di Natale dalla soffitta. Che dall’ultima volta che l’ ho messa in ordine le ho ritrovate tutte e sarebbe un peccato non approfittarne.

One thought on “Cosa ho imparato dal caos

  1. Ciao Barbara, post simpaticissimo :))) Non sono ancora nella posizione adatta per capire il caos “famigliare”, ma condivido pienamente l’esperienza con le aziende italiane! Da 6-7 anni lavoro con le filiali italiane di varie multinazionali… se ne sbattono altamente delle regole imposte dalla casa madre e, nel mio caso, tocca giustificare il tutto ai super manager europei con il solito “eh, sai, li’ in Italia hanno le loro abitudini, sono un po’ anarchici, mo’ provo a convincerli ma non posso assicurarvi nulla…” 😉 Un abbraccio!

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