Crescere figli bilingue come atto politico

“Ma tu a tuo figlio l’hai insegnato il tedesco?”

“Ma sei matta? Ti pare che viviamo a Milano e io ai giardinetti o a scuola gli parlo in tedesco?”

Non è che sia necessario essere in proprio bilingue per insegnare ai nostri figli una seconda lingua. Ai tempi del glorioso primo mommy-blogging italiano, quando i figli erano piccoli e io colma del sacro fuoco del bilinguismo mi inventavo di tutto per esporli il più possibile alla nostra lingua minoritaria di casa, l’italiano, la mia più profonda ammirazione andava a Letizia che con il suo blog Bilingue per gioco il sacro fuoco se lo era giocato con l’inglese, una lingua che lei parlava bene, ma che non era una lingua di famiglia dei suoi figli. Ma lei aveva deciso che per loro era importante, come famiglia, cercare di far apprendere le lingue ai propri figli giocandoci.

Nello stesso periodo frequentavo ai giardinetti vicino casa una mamma svizzera, con cui chiacchieravo in italiano, che alle figlie parlava in romancio e lei sì che era eroica, visto che se decidi di investire nell’insegnamento di una lingua ai tuoi figli, potendo scegliere tra quelle tre o quattro che parli benissimo, decidere che proprio quella che avrà un 60.000 parlanti al mondo, quello si che ha una motivazione importante.

Perché una delle cose che ci diciamo più spesso, quando decidiamo appunto di investire nel bi- o multilinguismo dei nostri figli, che è comunque una cosa che richiede spesso un ragionamento a monte, fatica, convinzione, amore, magari ci consoliamo dicendoci che gli sarà utile nella vita. E questo è perfettamente vero. Ma ovviamente non è l’unico motivo.

Un bambino bilingue in un paese monolingue, parlo per esperienza mia e con i miei figli, sarà sempre un bambino diverso dagli altri, a meno di non poter contare su una comunità più o meno organizzata intorno alle stesse lingue che i tuoi figli parlano. Un bambino diverso dagli altri noi adulti possiamo vederlo come un arricchimento, ma da piccolo resta comunque uno che gli altri bambini non bilingue vedono comunque come diverso e questo può essere difficile sia per i bambini che per i genitori nella socializzazione.

Come appunto il mio amico altoatesino che io chiamo Tiroler Schützen-inside, ma lui mi corregge dicendo: “anche outside”, ma che vivendo a Milano non ha reputato necessario o auspicabile insegnare al figlio la sua altra lingua di casa (costui è quello che quando gli abbiamo presentato un altro amico di Bolzano la prima cosa che gli ha detto è stata: “Tu però sei italiano?”) che vi ho citato all’inizio.

Quindi ci sono tanti ottimi e cari motivi, affettivi, utilitaristici, speranzosi, pratici (pensiamo alla comunicazione con nonni e altri parenti che parlano una sola delle lingue dei nostri figli), di appartenenza per voler insegnare una seconda o terza lingua ai propri figli. E ce ne sono altrettanti ugualmente validi per scegliere di non farlo: fatica, desiderio di non farti notare, voglia di integrazione propria o per i figli, timore.

Un’esperienza che ho visto spesso con la mia scuola di lingue sono madri olandesi che vogliono iscrivere i figli a un corso di lingua per insegnargli la lingua del padre emigrato. Dico madri perché dai loro racconti emergeva spesso la situazione di un padre che ha già fatto tanta fatica per integrarsi nel nuovo paese, impararne la lingua, che semplicemente fa una fatica bestia a fare quello che i linguisti chiamano code-switching: passare da una lingua all’altra a seconda dell’interlocutore e della situazione. Questi poveri padri tornano a casa la sera e semplicemente non riescono a parlare olandese alla moglie e la propria lingua ai figli. Non ce lo scordiamo che qualsiasi esperienza di emigrazione comporta una fatica della quotidianità sempre maggiore di quella che abbiamo nel nostro paese.

Un’altra esperienza vissuta in proprio da bambina è stata quando mia madre ha rinunciato a parlarci in polacco a causa delle tante pressioni dell’ambiente circostante. Gli altri bambini ci sfottevano e ci isolavano, mio padre e mia nonna avevano nei confronti di questo quell’ostilità di chi si sente escluso dagli affetti, di chi teme che stiano usando l’altra lingua per sparlare di te. Mio padre era arrivato al paradosso di incoraggiare mia madre esplicitamente a insegnarci il russo e scoraggiarla implicitamente e costantemente a parlarci in polacco. I bambini queste cose le percepiscono e noi quindi ci rifiutammo, a un certo punto, di continuare a risponderle in polacco. Una cosa che ho rimpianto amaramente col senno di poi.

E poi i bambini stessi sono delle piccole macchinette stronze ed efficienti e minimizzano gli sforzi: chi glielo fa fare a sforzarsi di parlare due lingue nel momento in cui capiscono che gliene basta una sola, quella dominante? Il genitore che abbia provato ostinatamente a crescere figli multilingue sa che in genere verso i 3 anni, come capiscono che gliene basta una e inoltre entrano nell’età dello spirito di contraddizione, tocca tenere molto, molto duro o è la fine dell’esperimento bilingue. E se tipicamente a quell’età ti tocca già tenere molto duro dalla mattina alla sera per fagli infilare le scarpe, farlo vestire, farlo uscire di casa, farlo rientrare convincerlo a mangiare o a dormire è frequente che il genitore esausto si dica: ma chi accidenti me lo fa fare e molli la cosa al momento meno indispensabile per la sopravvivenza.

Per questo io parlo dell’importanza dell’ambiente e della comunità, perché alla fine i bambini oltre a essere le piccole macchinette stronze ed efficienti e recalcitranti che dicevo sopra, sono anche degli animaletti sociali, vogliono giocare con gli amici e nulla come dei coetanei con cui comunicare per imparare una lingua, alla faccia dei genitori e dei loro sforzi. Per questo una delle domande più frequenti dei genitori italiani all’estero su tutte le bacheche o gruppi facebook è sempre: qualcuno ha voglia di far giocare i bambini insieme così parlano italiano fra loro? E questa è la tecnica più intelligente. Fino a quando non scoprono che in fondo se si parlano la lingua di scuola che magari conoscono tutti, si fa anche prima.

Ma il motivo più importante e sottovalutato, a mio avviso, per sbattersi così tanto per crescere dei figli bi- o multilingue è un altro. È un atto di coscienza politica.

Voi buttatela come vi pare, ma il mio discorso limitato in questo momento è incentrato su famiglie in cui si parlano più lingue a causa di emigrazione, matrimoni misti, situazioni personali in genere. Ed essendo appunto personali, ognuno se la gestisce come vuole e come può.

Ma siamo sempre più persone ad andare in giro, in vacanza, per metter su famiglia, per lavoro, per voglia di vedere il mondo, e se abbiamo dei figli gli regaliamo anche questo bagaglio qui. Che è un dono prezioso.

L’essere umano ce l’ha questa cosa di spostarsi e andare a vedere se dietro quella collina c’è qualcosa di più interessante, il bilinguismo che io auspico lo vedo diventere sempre più frequente. E con quello anche le diffidenza, le persone che magari non si sono mai spostate troppo dal proprio angolo di mondo e vivono come un’invasione ai propri danni la voglia o la necessità di spostarsi di altri. Cominciare in proprio, in famiglia, a fare lo sforzo di diventare la bandiera della nostra voglia di spostamento, a legittimarla agli occhi della comunità in cui viviamo, è a mio avviso non solo un regalo per la nostra famiglia e i nostri figli, ma anche per la comunità che ci circonda, per aprirgli delle finestre sul mondo che magari non sapevano potessero interessargli.

In Italia io sono sempre vissuta più o meno in provincia e vedo spesso le contraddizioni di tutto questo: laureati vecchio stampo che si fanno un vanto di non conoscere lingue straniere tanto loro non sono quelli con la necessità di andar fuori per fare carriera (ce ne sono sempre meno, mi auguro, ma ne conosco, voi no?)

L’amica chic, viaggiatrice, cittadina del mondo, nata e vissuta fino ai 50 anni nella stessa via del centro della sua città che solo a seguito di una disgrazia che l’ ha costretta a spostarsi in un paesino ha fatto conoscenza con signore musulmane che portano il velo, una realtà sempre più diffusa nelle nostre città e nei nostri paesi, ma niente, lei tanto sociale e cittadina del mondo fino a quando viveva nella sua bolla mica aveva mai avuto modo di interagirci.

E in una situazione come quella attuale, in cui la criminalizzazione dello straniero, di chiunque è diverso da noi è un preciso obiettivo politico che sta dando i suoi frutti, scegliere di insegnare un’altra lingua ai propri figli è un piccolo gesto gratificante e utile non solo per noi e la nostra famiglia, ma è anche un segnale per il mondo esterno. Togliersi di dosso quella timidezza tutta italiana di non sfoggiare le lingue che si sanno per non sembrare quello che se la tira – e che si sta tirando fuori dal gruppo, agli occhi di molti – è un regalo che stiamo facendo a noi stessi e al mondo.

Magari in questo momento  lascia il tempo che trova, ma riparliamone sul lungo termine.

(Oh, poi se vi siete mai visti “Un pesce di nome Wanda” col fascino arrapante della lingua straniera, vi sto solo suggerendo altri vantaggi. E per quanto riguarda la foto del post, oh, beh, questa è una mia piccolissima soddisfazione intima. È da quando è uscito che non riesco in alcun modo a ordinare il libro Sangue giusto di Francesca Melandri, né a distanza né quando sono in Italia, sapete che c’è, è stato ottimamente tradotto, fatemi fare ciao ciao con la manina alla Rizzoli, che io me lo leggo in olandese. Perché IO POSSO.)

 

9 pensieri riguardo “Crescere figli bilingue come atto politico

  • 20 settembre 2018 in 5:12 am
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    Bel post…concordo con te..rimpiango che mia mamma non mi abbia parlato in francese…al contrario da emigrato parlo solo italiano a mia figlia e così pure mia moglie svedese le parla solo italiano in modo da creare una nostra piccola comunità…adesso è piccola vedremo dai tre anni in poi come andrà, però l’italiano in casa rimarrà 💪👊 e i cartoni quando sarà il momento in inglese…tanto poi c’è la scuola dove imparare lo svedese e la comunità circostante…

    Ad ogni modo concordo anche l’idea politica della faccenda…

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    • 26 settembre 2018 in 11:04 am
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      Ma siete bravissimi, dai. Questa cosa del parlare in famiglia la lingua minoritaria lo abbiamo fatto spesso anche noi, verso i 4-6 anni, iniziata la scuola, a volte bastava lasciarli un paio di giorni da soli dai nonni per bloccargli l’ italiano fino al rientro successivo, e facevamo lo stesso, senza stressarli troppo se ci rispondevano in Olandese, ma tutti a parlargli in italiano in effetti.

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  • 26 settembre 2018 in 9:23 am
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    “…E con quello anche le diffidenza, le persone che magari non si sono mai spostate troppo dal proprio angolo di mondo e vivono come un’invasione ai propri danni la voglia o la necessità di spostarsi di altri. ”

    sante parole !!!

    mi fa un gran piacere leggere questo post oggi! la maestra del mio grande mi ha chiesto se voglio intervenire per la giornata delle lingue che pare cada questa settimana. E a me m’é presa la timidezza e tante altre cose pero’ poi mi son detta e si, che cavoli. CHe questo pezzettino di.. del mio grande inizia a dirmi mamma mi da fastidio quando parli francese, non parli bene (dove quel “mi da fastidio” forse é “mi vergogno”).

    E io gliel’ho fatto il pippone… non mi fermavo più, ero posseduta…. Guarda che se qualche tuo compagno s’azzarda a prendermi in giro tu mica incassi la presa in giro eh! Tu invece gli devi dire che sei fiero di tua mamma che parla quattro lingue molto bene e un’altra pochino pochino (proprio l’olandese, mannaia…) Che mica é facile, che cosa credi tu? Io mica son cresciuta in un’altro paese imparandone i suoni da piccolissima (…che poi per inciso per quelli che dicono che fortuna, cosi’ questi bambini bilingui che imparano senza fatica… chi lo sa se davvero tante difficoltà e tanta fatica che non si riusciva a focalizzare non venissero dal bilinguismo, chi lo sa davvero??). Io ognuna delle lingue che so le ho imparate da grande, vivendo nel paese, immergendomi, non capendo una cippa di quel che si diceva intorno a me per un bel pezzo; Inglese compreso per il quale avevo una conoscenza ridicola quando mi sono trasferita in USA.
    E poi mi sono talvolta beccata i colleghi che mi prendevano in giro. Anche per l’accento. E guarda caso erano quelli che parlavano solo la loro lingua e non si azzardavano a rischiare una parola in un’altra.
    E allora si, la maestra mi deve invitare. Io gli canto una canzoncina (quale poi?? ) e poi mi preparo un piccolo speech che prevenga quell’ottusità. Che apra gli orizzonti e inviti alla tolleranza verso chi parla un po’ strano… Echeca…
    Grazie!!!

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    • 26 settembre 2018 in 11:02 am
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      si, sei grandissima, buttati, falloe ragionaci col pupo.
      Sul discorso: chissà se dipendeva dal bilinguismo: sapessi quante volte me lo sono chiesta pure io. Poi alla fine, chissà

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  • 26 settembre 2018 in 10:58 am
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    oh no, non mi dire che é scomparso… ho scritto stamane un commento molto viscerale. Me l’ero pure copia-incolalto altrove, ma é sparito pure là
    no dai, dimmi che hai la moderazione on…

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  • 1 ottobre 2018 in 12:37 pm
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    Ti leggo sempre con molto entusiamo, ma non commento spesso. Questo argomento mi tocca da vicino. Io sono mamma di due splendidi bambini tedeschi di quasi 3 e quasi 5 anni. Io parlo sempre in italiano, il papà che è per metà tedesco sempre la sua lingua. Quando guardano i cartoni, li guardano principalmente in inglese. Mi capiscono benissimo, ma mi rispondono al 90% in tedesco. Il problema è quando cercano di parlare con i nonni italiani e sopratutto mio padre, che ha (cito) “nei confronti di questo quell’ostilità di chi si sente escluso dagli affetti, di chi teme che stiano usando l’altra lingua per sparlare di te”. (Meravigliosa analisi! Io non avrei saputo come esprimere questo concetto). Per ora ho visto che se i nonni stanno una settimana da noi, non basta per farli parlare in italiano. Dovremmo fare una full Immersion di almeno 2 settimane in Italia. Questo non riusciamo più ad organizzarlo. Vabbè, i miei genitori devono portare pazienza, no? Non so se, come e quando fare di più per l’italiano. Dovrei rimettermi a leggere articoli a riguardo. È sempre un piacere leggerti.

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    • 1 ottobre 2018 in 1:53 pm
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      ciao Elena, è molto interessante e riconoscibile quello che dici. Da un lato tu hai l’etá dei bambini: puoi ancora provare a tener duro e non rispondergli se non ti fanno richieste in italiano. Proprio spiegagli: scusami ma da oggi se non mi parli in italiano io non capisco. Possono ancora considerarlo uno scherzo, o un gioco, o un segreto (“ssssst, presto, dimmelo in italiano così papà non capisce”). Io considero da questo unto di vista eroica una mia amica con figlia inappetente, che si alzava alle 5 per prepararsi per il lavoro perché sapeva che dalle 7 alle 8 cucchiain cucchiaino tentava di far mangiare una mezza colazione alla figlia – la stronzetta all’asilo mangiava da sola. Arrivati verso i tre anni al momento in cui le rispondeva in oladese, lei ha cominciato a rifiutare di darle l’acqua o il succo o qualsiasi cosa la bambina le chiedesse se non lo faceva in italiano. “Scusa, non ti capisco, me lo ripeti in italiano per favore?” a un certo punto a forza di riderci sopra e tenere duro la cosa si è sbloccata. Con un bambino più grande tipo 7-8 anni non so se potrebbe riuscire. Se te la senti mettetevi d’accordo in famiglia e provaci. E prova anche a mollargli cartoni in italiano a noi a un certo punto era scomparso il telecomando dei dvd che quindi si vedevano di default nella lingua impostata. ci siamo limitati a lasciare in giro quelli in italiano e nascondere per un po’ gli altri. Ha funzionato.

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    • 1 ottobre 2018 in 1:57 pm
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      L’altro punto invece, è che a quell’età anche l’apprendimento delle lingue è molto fluido e soprattutto, buttarli insieme ad altri bambini che parlano italiano davvero fa una differenza enorme. Una settimana basta a indebolire una lingua minoritaria, non certo a rinforzala, e la frustrazione dei nonni la capisco tutta. A noi fino anche a 6 anni del primo, che era quello che aveva fatto più fatica a parlare checchessia, bastava una giornata dai nonni senza di noi e a sera faceva fatica a dirmi tre parole in italiano al telefono. Una volta dopo una settimana hanno perso entrambi l’abitudine all’italiano, ci siamo messi d’accordo con mio marito che a casa avremmo parlato solo italiano tutti e due, ma solo dopo essere tornati in Italia per le vacanze si sono rimessi a parlare italiano. Vero è che in caso di vacanze più lunghe in Italia a volte succedeva che a forza di giocare con altri bambini, anche a casa tra di loro giocavano in italiano per brevi periodi.

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    • 1 ottobre 2018 in 2:02 pm
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      È un processo faticoso e con i suoi tempi per tutti. IO veramente sono stata molto fanatica in proposito, essendo free-lance quando erano più piccoli andavamo in vacanza solo in Italia e io e i bambini restavamo sempre quelle 2-3 settimane in più da soli mentre mio marito che ha il lavoro fisso rientrava, io mi portavo dietro le traduzioni. Possibilmente cercandoci situazioni in cui buttarli in mezzo ad altri bambini, tipo le lezioni di nuoto o il campo estivo al mio comune in cui fino alle 17 stavano e mangiavano in colonia. Quando saranno un po’ più grandi potresti provare a farli stare una settimana da soli dai nonni con eventuali cuginetti, o mandarli a qualche campo di attività estive, tipo windsurf o vela o equitazione, la qualunque. Prova a informarti per tempo nella zona dei tuoi cosa offrono delle volte se ci sono attività per cui i bambini da mattina e pomeriggio inoltrato stanno a fare attività forse anche per dei nonni anziani riesce più facile tenerli una settimana da soli.
      Purtroppo il periodo che ho cercato io delle cose, erano tutte attività costosissime, ma magari se cominci a guardarci salta fuori qualcosa. In occa al lupo, se hai domande scrivimi tranquillamente.

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