#mettilatoppa: la vocazione del tappabuchi dall’ ormone dei figli

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Serena ha perfettamente ragione: quante volte nella vita ci tocca mettere toppe umane e metaforiche, e magari non ce ne importa niente, non abbiamo la vocazione, non lo sappiamo fare e non abbiamo neanche tempo? Epperò lo fai, perché ti tocca, o pensi che ti tocchi. L’ ultima toppa l’ abbiamo messa io e Oum Kelthoum (si, a volte mi prende la deriva Malaussèniana) ai nostri figli maschi undicenni.

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Non so se avete presente i figli maschi undicenni: erano fino al giorno prima bambini carucci, simpatici, piacevoli, tanto epr bene, poi gli parte l’ ormone e noi madri rimaniamo sbigottite. Da noi è cominciata talmente presto questo fatto che in qualche modo ne abbiamo preso atto e io lo sto usando come esercizio zen, come ho detto tante volte.  La povera Oum Kelthoum, invece era abituata a figlia grande deliziosa ed ha passato delle settimane a preoccuparsi inutilmente. Quando ci siamo scambiate le lamentele e abbiamo scoperto che mal comune mezzo gaudio, ci siamo riprese.

I figli invece no. Si amano, si odiano, sono migliori amici, se la fanno con il peggior nemico, sono testoni, gli chiedi di fare pace e non ti vogliono parlare. Tu provi anche a spiegarglielo, ma loro ti accusano di prendere le parti del nemico temporaneo.

Poi abbiamo avuto un drammino, Ennio torna zoppicante da scuola, incazzato, indignato, deluso, il suo migliore amico è passato al nemico, lo hanno ignorato, escluso dal calcio e, injury added to insult, preso a calci sull’ ex gamba rotta.

“Senti, parlo con sua madre”.

“Non voglio”.

“Parlo con la maestra”.

“Non voglio”.

“Parliamo insieme con lui e gli spieghiamo che a te la gamba fa troppo male”.

“Non voglio”.

Ha zoppicato due giorni, nonostante il paracetamolo non riusciva a dormire per il dolore , che sospettavo fosse più di cuore che di stinco, e per toglierci un pensiero siamo andati dal medico. Che non riteneva i fossero rotture, ma per toglierci tutti il pensiero ci ha mandato a fare i raggi. Una giornata sprecata al pronto soccorso. Che per fortuna i raggi all’ OLGV si fano senza appuntamento, basta presentarsi con l’ impegnativa e via. E facciamo i raggi, e aspettiamo fuori che il medico li guardi e come due settimane fa per il ditone di Orso, mi aspetto che dopo 10 minuti qualcuno esca fuori per dire: “non si vede niente, tutto a posto, tornate a casa”.

E stiamo ad aspettare e qualcuno esce e dice: “Passate al pronto soccorso, il medico vuole guardarci meglio”.

(Io non ce la posso fare di nuovo con questo qui ingessato in casa per dei giorni, sono quasi due mesi che non esco di casa e non vedo gente se non per portarli a scuola e fare una piccola spesa. Meno male che sono venuti i Serenidi a trovarci e rallegrarci un paio di giorni, ma io ho bisogno di libertà  dopo due settimane di vacanze di maggio in casa con loro a fare le tasse. Cioè, non ce la posso fare così presto).

Ci sediamo, ci beviamo la cioccolata della macchinetta, che nel pronto soccorso è gratis, nella zona ambulatori tocca metterci i soldi. Non c’ è niente da leggere per lui, si annoia. Insiste per andarsi a comprare un Topolino e va e torna e noto che non zoppica più e non c’ è bisogno di trascinarlo reggendolo.

Ci infilano in una cameretta con la tenda sul lettino in attesa del dottore, l’ infermiera riempie il dossier sul come a quando. Stiamo lì un paio d’ ore ad aspettare che tocchi a noi, l’ osso sacro protesta contro l’ ergonomia delle sedie del pronto soccorso, Gnorpo ha fame ed in effetti abbiamo saltato il pranzo, vado a prendere due panini e ne mangia mezzo.

Poi vabbè era tutto a posto, ma io sto incazzata da ieri, perché quando ho chiamato la scuola per dire che non veniva perché andavamo a fare i raggi (tocca annunciare le assenze o ti mandano i controlli e le multe a casa, se ingiustificate) avevo detto che ero preoccupata per questa storia che siamo un anno dopo e lo picchiano sempre e la risposta era stata:

“Eh, ma che ci vogliamo fare, è l’ età” e io mi incazzo da morire, perché un anno dopo che lo hanno pestato fuori dalla scuola e non avete fatto niente, in cui abbiamo dovuto far intervenire noi la polizia e solo perché la poliziotta di quartiere addetta a questa scuola ci ha seguiti moltissimo e ha insistito lei ad avviare un dossier sulla storia, dopo che non vi siete neanche degnati di parlarne in classe “per non creare confusione” ma tanto tutta la scuola lo sa, dopo che hanno smesso di menargli solo perché è andato in giro un mese col gesso all’ anca e la sedia a rotelle per spostarsi, dopo che gli avete fatto il corso per spiegare che ci sono i bulli, le vittime, i conniventi, i supporter vigliacchi del bullo e quelli che non notano il bullismo e vanno d’ accordo con tutti, quelli che bullizzano a contratto per paura di essere i prossimi, dopo che avete pagato qualcuno per spiegare ai nostri figli tutte queste belle categorie, non mi puoi dire: e, so’ regazzi. Perché io vengo e ti meno.

Perché che hanno l’ ormone pazzo sono la prima a saperlo e metterci le pezze con mio figlio, che il bullismo è faticosissimo da affrontare lo so pure, che l’ esclusione, le parole, le prese in giro non sono quantificabili lo so. Ma un calcio è quantificabile che gliel’ hanno dato sulla gamba ex rotta pure, che io ho perso una giornata di lavoro in giro per medici e PS e ho dovuto chiamare il mio cliente e per la prima volta in 20 anni di onorata professione dirgli che non ce la facevo con la deadline della traduzione e di darmi un giorno in più, io questo lo quantifico. E vorrei che almeno la maestra in classe ne parli.

E vado la mattina dopo a portarlo a scuola, uscendo prestissimo e abbandonando Orso davanti alla sua scuola, deserta in una via di officine e cantieri, mezz’ ora prima dell’ apertura e meno male che non piove e tira vento, e salgo in classe e i primi che vedo sono il reprobo e sua madre.

“Hai un attimo che ti volevo dire una cosa? Anzi, senti, A., lo dico anche a te, Ennio è rimasto molto dispiaciuto del calcio alla gamba, ieri non è venuto a scuola perché siamo stati in ospedale a controllare”.

Dice che non si ricorda, ma ho capito che era dispiaciuto pure a lui e ha cercato di andarci a parlare, ma Ennio gli aveva detto che non voleva. Ci avviciniamo.

“Senti, A è dispiaciuto e ti vuole parlare, ma tu non volevi, diciamo che lo vuoi fare dopo?”

Ha nascosto la testa sul banco tra le braccia come ci siamo avvicinati, ma fa di si con la testa.

“Va bene, allora noi ce ne andiamo e voi ne parlate dopo”.

Mi chiama da scuola alle 15:

“Posso andare a giocare da A.?”

“Domani”.

Dopo la giornata degli sport della scuola, a cui sembrava fosse inutile andasse per via della gamba che gli faceva male, e poi è andato per aiutare gli arbitri, e poi ha partecipato a tutto ed è arrivato secondo ai 100 mt. “E se non mi faceva male la gamba arrivavo primo”, è stato tutto il pomeriggio a giocare da A. permettendomi così di andare alla masterclass di vini brasiliani e a un pezzetto di network event dei brasiliani, dove ho incrociato due che parlavano italiano e abbiamo scoperto che ci incrociamo sempre su LinkedIn e adesso ci siamo anche viste in faccia, il dramma è rientrato.

Io e Oum Kelthoum siamo riuscite a metterci una pezza pure stavolta.

In direzione non sono manco andata a rovesciare il tavolo.

Perché alla fine aveva pure ragione, so’ ragazzi.

11 thoughts on “#mettilatoppa: la vocazione del tappabuchi dall’ ormone dei figli

  1. Ma sì dico quel che penso. Lui voleva avere conferma che ti saresti occupata di lui, rassicurandolo perché aveva paura, ma, nel contempo, non voleva mettere in mezzo i genitori un po’ perché vuole sentirsi forte nel rapporto con i coetanei e non un bimbetto che si fa difendere dalla mamma. E forse un po’ lo pensava anche lui che “so ragazzi!” perché, com’è naturale, qualche calcio l’avrà dato pure lui, solo si sarà sentito incapace perché non crede di riuscire a far male come ha subito. So i pregressi, ma ogni episodio è a sé e i ragazzi sanno che “domani è un altro giorno”.

  2. Dalla mia esperienza italiana, mia personale e riferita per ora alle elementari, una cosa così e a scuola chiamavano anche gli osservatori dell’ONU. Se per una semplice caduta con sangue dal naso ti telefonano in tre maestre, Più la bidella. Attivano l’assicurazione e ti chiamano pure a casa di pomeriggio per sapere se è tutto a posto. Figurati un pestaggio…Non oso immaginare. Certo tutta questa attenzione ti fa sentire a posto. Dopo due anni scolastici nella bambagia, il Camp in Germania di quest’estate per nostra figlia mi mette un poco d’ansia… Chissà cosa le faranno! E quanto se ne sbatteranno le insegnanti!

    • Don. guardala in positivo, tua figlia diventerà una tigre, si divertirà da matti e imparerà che fuori dalla bambagia a volte ci si graffia, ma ci si diverte di più i miei campi in Polonia li ricordo con affetto enorme. Non fasciarti la testa prima di farla partire, hai visto mai (ma non t dà fiducia l’ organizzazione o è solo un pensiero tuo?)

      • Scusa il rimpallo tardivo…lavori in corso a casa. Allora, prima delle elementari in Italia ci siamo cuccate 4 anni di asili tedeschi. Che ancora quando la Ari mi racconta certi episodi, da genitrice mi raccapriccio…Ecco perché la nostra esperienza italiana, così coccolata, e seguita è serenizzante. Diciamola così, per la Germania: troppi bambini per classe e troppi con tratti aggressivi e poco interventismo da parte degli insegnanti (sulle presentazioni del metodo tutti bravi, ma sul campo…). Ma non mi preoccupo seriamente. Uno, conosco i miei polli, ora, e poi sono certa della buona stella di mia figlia e del suo spiccato spirito indipendente. E reattivo. Buon proseguimento e buona estate!

    • Il problema italiano sono i genitori. Anche il più distratto di fronte a un lieve incidente è pronto a denunciare insegnanti, scuola e genitori degli altri bambini o, quanto meno, a chiedere la proclamazione dell’esistenza di una persecuzione della propria creatura da parte dei bulli. Le insegnanti sono sotto questa continua minaccia e i dirigenti scolastici sono sempre pronti a scaricare su di loro tutto. Quello che è significativo è che anche i genitori non italiani (che magari nel loro paese trovano normali punizioni corporali o vedere i bambini giocare all’aperto senza controllo con qualsiasi condizione climatica) dopo pochi mesi si sentono in dovere di diventare iperprotettivi. Le e gli insegnanti, per evitare guai, si attivano di conseguenza. I poveri bambini vedono dare importanza a cose di cui non ricordano granché dopo un paio d’ore.

  3. Non ho figli e la mia nipotina (femmina, appunto) ha appena 5 mesi ma, devo dire, anche questo post è una piccola grande lezione di vita. Sei mitica.
    Però, in tutta la mia fragilità, ammetto una certa amarezza nel leggere l’ennesimo esempio di testardaggine, “durezza autoimposta” e cameratismo di tanti esponenti del sesso forte, anche di giovanissima età.

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