De rerum familia, Clotilde e Leonzio e l’importanza delle liste nozze ponderate

Nel salottino della nonna c’era questa consolle con tante foto di tutti i parenti, soprattutto quei bei ritratti dei matrimoni dove tutti sono più belli, più acchittati, i bambini più ricamati e i fiori più opulenti, tutte in queste belle cornici d’argento, che poi dopo die Katastrophe toccò vendere, ma le foto le abbiamo conservate tutte. E una volta in un angolino nascosto dietro a tutte trovai questa foto di una giovane coppia, molto bella ed elegante, molto felice, in posa da foto di fidanzamento. Mi ricordavano qualcuno, ma non sapevo chi.

“E questi chi sono?”

La nonna sospirò: “Sono Clotilde e Leonzio da giovani”.

La zia Clotilde me la ricordo benissimo, è una signora magra magra, molto divertente, ha sempre aneddoti carinissimi, in particolare di quando suo fratello si sposò in una famiglia piena di Clotildi, e allora per non confondersi lei la chiamavano la grande Clo per distinguerla dalla sorellina della sposa, la piccola Clo, con la differenza che lei appunto era piccola piccola e magra magra e la piccola Clo a 13 anni era alta come lei e forse due volte più larga (poi con lo sviluppo si riproporzionò) e questa cosa della grande e della piccola faceva ridere, e poi c’era anche nonna Clotilde, e la zia Tilde, e un’amica della nonna che chiamavano Madama Tildina, insomma, alla fine si erano ricapate. La zia Clotilde è molto attiva tra le Dame di san Vincenzo e per le feste tipo Natale o Pasqua mette di mezzo amici e nipoti per il presepe vivente e la sacra passione, che un anno con la scusa che ero piccola mi misero a fare la pecorella nel coro di natale e io mi vergognavo da morire. Mi avessero almeno messa a fare il lupo.

Lo zio Leonzio invece è un cugino di mamma, di cui si parla molto, a spizzichi e sussurri, più che vederlo. Diciamo che più che un parente è un proverbio, perché spesso li senti dire: “Come direbbe Leonzio”, oppure: “Quella volta che Leonzio” e cose del genere.

È molto carino anche lui, quando viene ha sempre chicche e regali per noi bambini, poi la mattina lo vedi scendere con i suoi elegantissimi pigiami e vestaglie di seta, dei sigaretti piccini piccini, e va a far ridere la nonna, e tutti quanti in effetti, raccontando anche cose tremende secondo me perché i grandi pensano che non ce ne siamo accorti, ma certe volte come ci vedevano entrare smettevano di parlare, rimanevano tutti a ridacchiare e ci portavano via subito. Zio Leonzio deve avere qualche lavoro molto strano perché nessuno lo ha mai detto bene, “è un uomo di affari” dicono, e viaggia molto, ma quali affari non so proprio.

Si dice persino che sia stato diseredato da suo padre, anche se non ho capito bene come, visto che si vedono sempre e si rispettano. Forse perché vive senza essere sposato con una signora con cui si vogliono molto bene “e per fortuna che lei ha del suo e vivono in casa sua”, “che ha una pazienza quella santa donna”, “la fortuna anche che non hanno figli insieme”

“Ma la zia Clotilde e zio Leonzio sono amici? Non li ho mai visti insieme.”

La nonna ci pensò un po’.

“Senti, sei grande, tanto vale che te lo dica ma non ripeterlo a nessuno: sono stati sposati. Poi per tanti motivi non sono più rimasti sposati e la Sacra Rota ha annullato il matrimonio. È stato nello stesso periodo in cui suo padre lo ha diseredato, ma si erano messi d’accordo su tutto. Solo che è tutta una cosa un po’ strana e anche un po’ imbarazzante, per questo non ne parla nessuno, ma loro sono amici, si vogliono bene, si scrivono, qualche volta si vedono, ma non hanno piacere di sbandierarlo in giro. E io voglio bene a tutti e due e me li voglio ricordare da fidanzati.”

E insomma, così in una botta sola a 12 anni avevo messo le mani su uno dei Grandi Misteri di Famiglia (cosa fosse la Sacra Rota me lo feci spiegare dopo da suor Filomena che mi faceva catechismo privatamente per la cresima), e meno male che ero curiosa e avevo fatto domande, perché davvero poco dopo zio Leonzio morì, e anche lì ci fu un funerale strano, non ci dissero nulla, io non potei più fargli le domande che avrei voluto e della zia Clotilde avevo soggezione perché immaginavo abissi di sofferenza matrimoniale, considerato poi che lui viveva con l’altra e lei invece faceva la dama di san Vincenzo anche se con l’annullamento avrebbe potuto risposarsi, e anzi, ce n’erano che la volessero, ma niente. Insomma, nessuno di noi nipoti avrebbe mai saputo niente se io fossi stata meno impicciona, in questa e altre occasioni.

E invece è pure una bella storia, compresa quella della morte di zio Leonzio, che uno dice, come fai a dire che è bella, se è morto, ma è così. Ci sono delle persone che muoiono come hanno vissuto, facendo le cose che gli piacevano di più e dopo seppi che zio Leonzio era morto mentre stava giocando – e vincendo – a poker al circolo, con uno dei suoi sigaretti in mano e il suo whiskey preferito accanto. Stava mettendo giù la mano vincente quando di colpo cadde in avanti con la testa sul tavolo, nella sala accanto c’era anche un gran professorone in medicina che accorse subito ma poté solo constatare che era morto di botto, e dicono che stesse sorridendo. E questa cosa del sorriso me la ricordo, perché quando mi portarono alla veglia, che da piccola e dopo non so quanti morti mi avranno fatto vedere perché si usavano le veglie e in fondo era come se dormissero, nel loro letto con il copriletto di pizzo e i 4 ceri intorno, ecco, continuava ad avere quel sorriso, e tutti che dicevano: “Ecco, è proprio lui, la morte più bella che potesse avere.”

E sembrava che avesse appena raccontato una di quelle barzellette che noi non potevamo sentire. Poi siccome quando successe io ormai ero grandina e la storia la sapevo, misi insieme vari pezzi e capii che era per quella malattia del gioco e delle scommesse che la zia Clotilde era stata costretta a lasciarlo, perché non ce la faceva proprio ad aspettarlo tutte le sere che rientrasse dal circolo.

Ma erano matrimoni di altri tempi, e anzi, per quei tempi fu davvero straordinario che lei lo lasciasse, ma il fatto era che non erano cattivi, nessuno, e la sua famiglia lo sapeva bene che era così, ma non l’avevano mai detto a Clotilde nella speranza che avesse trovato una ragazza in gamba che lo avrebbe tenuto a bada e distratto dal gioco. E così non fu purtroppo, che poi si sentivano in colpa, ma proprio per questo si sono sempre trattati e invitati tappando la bocca alle malelingue col sorriso.

E il padre lo dovette diseredare proprio perché lo avevano avvertito che ne aveva fatto una grossa e rischiavano che i creditori chiedessero il sequestro, e poi cosa fatta capo ha. Perché alla fin fine era vero tutto, di Leonzio, gran giocatore e grande uomo di affari, e in entrambi una volta gli andava bene e una volta gli andava male, cadeva e si rialzava.

(Che poi anni dopo, quando ormai anche la zia Clotilde era vecchia, e stava morendo, e la andavamo a trovare per farle compagnia, le domande gliele feci eccome, e anche lei si era stufata di tutti questi segreti. E scoprimmo che lei era molto fragile di nervi e prendeva quindi un sacco di tranquillanti quando lui non rientrava e lei si agitava, “ma anche l’oppio, la cocaina, tutte cose che adesso ci vuole la ricetta dell’anestesista, però poi dormivo” e noi alzavamo gli occhi al cielo all’idea di zia Clotilde psichedelica, che chi l’avrebbe detto, e certi funghi che le riportava un missionario dal Sudamerica, altro che ricetta quelli, averceli pure noi.)

E ci raccontava di quella volta che le regalò una parure di diamanti, ma la settimana dopo gliela chiede sa impegnare – poi la riscattò ma ormai lei si vergognava a portarla, come se tutti l’avessero vista al banco dei pegni. Invece l’altra donna di zio Leonzio, proprio perché non erano sposati e lei era padrona in casa sua e delle sue cose, la prendeva diversamente. Una volta anche da lei portò una statua in bronzo bellissima, un’occasione, ma quando gli servì per riscattarla lei disse solo: “Ormai sta qui, ci sono affezionata e qui rimane, quanto ti serve che me la compro io?” e la zia Clotilde lo diceva ammirata, perché  lei quella presenza di spirito non l’avrebbe avuta.

E ci diceva sempre: ragazze, la cosa più importante per una donna sono l’istruzione e aver del suo, mi raccomando, fatevi sempre intestare dei beni inalienabili per il debutto, e teneteveli a cari, che ben che vada sono vostri e non ve li tocca nessuno e male che vada li lasciate ai nipoti. E infatti a me lasciò un frutteto e a mia sorella un seminativo che stanno ancora lì e rendono.

E la compagna di zio Leonzio, che poi al funerale si parlarono e si trovarono simpatiche e anche lei la veniva a trovare con noi, aggiungeva: ragazze, oltre ai beni, però, pensate alla lista di nozze, che la cosa fondamentale sono un bel set di padelle in ghisa, che durano in eterno, e ormai come quelle di una volta non ne fanno più, ma basta saperle curare. E infatti lei alle sue di nipoti lasciò le padelle.

Per questo io nella lista di nozze ho chiesto un set di padelle in ghisa, che solo la padellata in ghisa risolve tante piccole cose nei migliori matrimoni. Quelle in tefal, sinceramente, giusto l’uovo ci puoi friggere perché sono troppo leggere per salvare i matrimoni. E con le case piccole di oggi è bene che gli oggetti di cucina siano multi-tasking.

Pimp your bike: riflessi


Era un po’ che non vi postavo più una una bicicletta del genere chi autodafé fa per tre. Che mi dite di questo modellino riciclo creativo? tra gli specchiettini mosaico e i CD, un raggio di sole per le giornate piovose.

100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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De rerum familia 1 o del vero nome di Scialba della Zozza

Io lo so che tutti vorreste sapere da dove deriva il mio nomignolo di casa Scialba. È tutta colpa di quello stronzo di mio cugino Alexander (“Quello è falso come la mamma”, diceva la suocera della zia, e aveva ragione). A me mi avevano chiamata Natascha come la mia madrina di battesimo, Alba come la nonna materna, Maria come lo zio Fernando Maria, e un altro paio di nomi che adesso non serve ricordare. E fino a un certo punto andava tutto bene, tanto che la nonna ci chiamava a me e allo stronzetto (p’tit e con sono in fondo state le prime due parole in francese che ho imparato grazie a lui) Sascha e Nascha, core della nonna se’.  Solo che il cazzone una mattina ha avuto la bella trovata di mettersi a urlare: “Nascha Alba perché è scialba” e tutto felice del suo spirito di patata mi ha rovinata per sempre. Perchè i nomignoli meno sono azzeccati più si appiccicano, n’est ce-pas?

Poi il cielo esiste, perché come disse una volta mio fratello: “Facci caso, tutti quelli che ci davano fastidio da piccoli sono morti di overdose”, insomma, pure Sascha ci rimase in qualche festino di quelli che giusto lui ci andava e hanno dovuto coprire lo scandalo, infatti la famiglia fece comprare entro le 6 di mattina tutte le copie della Gazzetta del capoluogo che non ne è avanzata neanche una, e per dei mesi su tutti i muri del centro comparivano queste scritte: “Chi fa le feste?”. Che poi muri del centro per modo di dire, solo sui palazzi loro e altre proprietà, manco il catasto era aggiornato come le scritte, quindi le deve aver fatte o fatte fare qualcuno che sapeva troppe cose.

E nel suo caso, ma giusto lui che era parente, non si trattava manco di overdose ma di un’orgia che gli era un po’ sfuggita di mano. È che al povero Sascha, che adesso diciamocelo, parlandone come se fosse vivo, stronzetto era stronzetto, e falso pure, ma gli ho voluto bene da bambina e ci siamo fatti tante risate, ma era anche uno che la vita voleva godersela a mille e per puro caso aveva scoperto che bastava un foulard di seta stretto attorno al collo, ma pochino pochino, eh, per intensificare gli orgasmi, e io glielo dicevo “Sascha, fai quello che vuoi ma ricorda cosa diceva la nonna: il letto come te lo fai ci dormi, e ti ricordo che era il suo modo pudico di dirci di stare attenti a chi ci trombiano, e tu gioia mia, ti piacciono davvero tanto quelli col bicipite turgido, che per carità, pure io, che c’entra, ma insomma, quando vuoi farti stringere il foulard meglio l’amante tipo intellettuale emaciato che il camallo che piace a te”, ma niente a lui piacevano robusti e truzzoni, e si è visto che fine ha fatto.

E allora visto che per tanti motivi che non posso sviscerare tutti qui, ma siete gente di mondo e la metà li avrete capiti da voi, io non potendo manifestarmi con nome e cognome veri (e dio benedica quei paesi dove ti puppi il cognome da sposata anche se divorzi, almeno fino a che non ti risposi, che con 3 matrimoni all’estero ben assestati ho confuso le tracce che manco la Pantera Rosa) io questo nomignolo adesso lo porto con orgoglio, tanto la saetta divina per ora mi ha dimostrato di vederci benissimo, e chi sono io per oppormi al volere dell’Eterno?

E  il della Zozza? Ma niente, quello fu il bisnonno per disperazione, che questi cognomi austro-ungarici ci si confondevano tutti con le consonanti nelle trascrizioni, a ogni documento una dizione diversa, insomma, al terzo rogito che tentavano di invalidargli con la scusa del nome che non si capiva si è deciso e ha italianizzato. Ma solo lui, col risultato che quando facciamo la riunione annuale alla reception si confondono sempre, ma poi ci si ricordano, eccome se ci si ricordano. Ma magari ve lo racconto un’altra volte, che con i cognomi ci serve un pochino di tempo, e meno male che non ho mai amato usare i titoli, che lì, uh, per pura tigna me li sono imparati a memoria a 5 anni con la prozia badessa, che quelle rinunciano a nome e cognome per sposarsi Gesù, ma non gli toccate i titoli, per carità del signore che fanno venire la grandine a forza di invocazioni, nevvero, un filino alternative, e giaculatorie, tante giaculatorie, una per titolo. E con la grandine di questa stagione ci si rovina l’uva, meglio di no, che altrimenti il vino della messa con cosa lo facciamo? Insomma, i titoli non so se ci torneremo sopra.

 

Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Pulizie e ossessioni igieniche della casalinga olandese

immagine da Shutterstock

Anche le pulizie sono culturalmente determinate, non so se ci avete fatto caso. All’epoca dei post sulle varie ossessioni igieniche, sanitarie e ospedaliere degli italiani all’estero vi avevo promesso per par condicio quello sulle ossessioni di pulizia degli olandesi.

E ci ho messo tanto, ma tanto tempo, perché è da prima del secolo d’oro che gli olandesi, e in particolare le casalinghe olandesi sono famigerat pardon, volevo dire rinomate per certe loro manie di ordine, pulizia e igiene. Pensate solo al marchio dell’Olandesina per certi prodotti di pulizia. E se su Google cercate Olandesina e pulizia troverete un mucchio di imprese di pulizia italiane che hanno adottato questo nome. Qualcosa, quindi vorrà pur dire. Continue reading

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Primo Verae, moda e stile di Scialba della Zozza

Sapete cos’è davvero la primavera? è quel periodo di interregno tra le spanciate delle feste (Natale, Capodanno, Carnevale) e l’ordalia della prova bikini, quando le giornate si stiepidiscono e tu cominci a toglierti le calze, ma poi ti accorgi che se non ti fai una pedicure decapante e non esci dalla pelle dell’orso, meglio che ti rinfili nello scafandro.

La primavera è quella stagione che spuntano i crochi e i narcisi, e anche le gemme sugli alberi ma sai che potrebbe ancora darsi una gelata di marzo. E nel frattempo gelata o meno tornano i pollini e fioriscono gli antistaminici.

Insomma mes amis, intanto che prenotate estetisti, chirurgi plastici, personal trainer e comprensibilmente volete uscire dallo scafandro, eccovi alcuni elementari consigli di stile per coprire le magagne ed aprirsi alla bella stagione.

  1. Fiorellini e fiorelloni

    La voglia di colore e motivi floreali in primavera è insopprimibile, ma trasformarsi nella parodia del divano in cintz è un attimo. Soprattutto se non siete (ancora) delle silfidi l’unica è andare di fiorelloni giganti

  2. Ammazza il pelazzo

    Il primo impulso di togliersi le calze va sicuramente seguito quando si presenta, mentre invece occorre resistere a quello contemporaneo di afferrare il rasoio e rendersi presentabili. Ripensateci, la rasatura selvaggia lascia il tempo che trova e rende difficoltoso il ricorso immediato all’estetista. Quando vi viene il raptus intanto prenotate immediatamente una ceretta, in attesa della quale riparate su eleganti pantaloni morbidi, che vi consentono di lanciare le odiate calze dalla finestra senza far prendere freddo e luce eccessivi al pelazzo invernale. Lo sappiamo tutti che la prima ceretta della stagione è la più dura, tanto vale farla con criterio

  3. Oversize mon amour

    Non negatelo, è tutto l’inverno che ci marciamo con il freddo, la neve e il gelo per vestirci a strati che mimetizzano gli stravizi che si accumulano nella zona centrale del corpo. Fino a che potevamo mettere gli stivali, bastava scegliere quelli con le linee più tondeggianti per confondere le proporzioni. Adesso che invece vorremmo – ma non possiamo – mettere scarpine più esili si presenta il dramma in tutto il suo splendore. E qui ci vengono in aiuto ben due tattiche: una è l’oversize. Inutile cedere alla tentazione della nuova collezione in taglia estrema, ovvero quella che ti convinci che appena dimagrisci quel paio di chili ti starà divinamente. Fate una cernita dell’armadio, tirate fuori tutto quello che avete comprato con questa scusa e non avete mai, o quasi, messo, riempite una bustona e donatela alla Caritas. Così con l’armadio semivuoto avete la scusa ideale per darvi allo shopping selvaggio e a questo giro scegliete con criterio: una taglia in più vi dà istantaneamente l’aria smunta e patita, la gente dirà subito: ma quanto sei dimagrita/o, stai benissimo, e poi in separata sede magari chiederà se state bene che vi hanno visti così sciupati. L’ideale sarebbero i caffettani stile Mina lunghi e fluttuanti che con un colpo solo risolvono pelazzi e rotondità, sempre in attesa che risolviate radicalmente in una fase successiva. Hanno delle controindicazioni che dirò sotto, ma fanno la loro figura.

  4. Stretch, stretch, Oddì che stretch (e parlo da solo)

    Il principio uguale e contrario dell’oversize, che in più è esteticamente più gradevole è il jersey, gli abitini stretch, cose del genere. Perché il fluttuante fluttua quando vi pare, ma oggettivamente il volume di spazio occupato da una taglia 54 è comunque maggiore di quello occupato da una 44 e se intorno ci metti il tendone del circo Orfei lo spazio occupato aumenta in proporzione. Invece partendo dal presupposto che anche con la migliore della buona volontà poche persone sono davvero sferiche, adottare abitini stretch, anche loro una taglia più grandi del necessario per l’effetto oversize mette in risalto le rotondità socialmente accettabili, ognuno ha le sue, e minimizza le altre. Che per finire di minimizzarle le stole in voile colorate, enormi e fluttuanti drappeggiate strategicamente sono una mano santa e visivamente appesantiscono meno del tendone. Non sottovalutate neanche l’utilità dei fuseaux: quelli in cotone, al ginocchio o lunghi, oltre a mimetizzare il pelazzo che ammazza, e a farvi da mutandone comodo senza tutte le righe incarnite degli elastici delle mutande nei fianchetti che rovinano la linea dei vestitini, hanno il vantaggio non indifferente di evitare il lividume nel lato interno della coscia causato dallo strofinamento dei prosciuttini sudati, che ne ha ammazzate più il prosciuttino in estate che il morbillo.

  5. Accessori e proporzioni

    Sempre per il discorso proporzioni, inutile mettersi un caffettano a vela che ci sta benissimo se poi sopra ci facciamo troneggiare una testina piccina picciò: col bel tempo e il primo raggio di sole possiamo tirar fuori accessori oversize: il cappellone di paglia, gli occhialoni da diva misteriosa, le borsone tipo spiaggia, magari in paglia o le tracollone hippy. E non ci scordiamo gli zatteroni, che senza gli stivaloni inutile, solo lo zatterone ci salva. O quegli zoccoli scandinavi col taccone solido, non si rischia la storta e ci fai fuori l’eventuale rapinatore che incroci.

  6. Vita sana

    Il primo passo per volersi bene e ritrovarsi in forma è uscire a godersi il sole: passeggiatone a piedi o in bici, giretti in barca, magari a remi smuovono le trippe e producono endorfine, vi sentirete più energici e felici e pensate a quanta vitamina D ricominciate a procurarvi. In mancanza di meglio il personal trainer sceglietevelo bene, che ci sono quelli che magari meno personal, ma molto trainer che vi rimettono in circolo tutti gli ormoni. Le primizie di frutta e verdura in questa stagione sono buonissime e dolcissime, quindi cruditè a tutti gli antipasti, aperitivi e merendine come se grandinassero sul posto delle fragole. Gli spritz allungateveli con tanta acqua minerale, durano di più, rinfrescano e dissetano e reidratano. E se siete in spiaggia subito via le scarpe e fate tante camminate con i piedi nell’acqua, che l’effetto cartavetro di sabbia e acqua salata provvede ad ammorbidire gli strati cornei dei talloni facilitando la successiva pedicure che vi sbrigherete a fare.

E già che siete nella natura, passerotti miei, portatevi l’antistaminico preferito, cogliete fiori e intrecciatene ghirlande con cui adornarvi, capiranno che siete quelle tipe eccentriche e nessuno vi degnerà di una seconda occhiata in cerca degli eventuali difetti estetici per paura che gli attacchiate qualche pippone. Mentre voi, dietro il mistero di veli fluttuanti, cappelloni e occhialoni potrete esaminare la scena mondata indisturbate senza farvi sfuggire un unico dettaglio. Che animerà le conversazioni con le amiche e vi guiderà saggiamente nello shopping futuro.

L’ importante è amarsi così come si è. E di questo oggi ho scritto altrove.