Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

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Aver letto negli anni tanta letteratura buona e pessima ha il duplice vantaggio di farti attraversare i fatti della vita con un certo disincanto: sei un essere umano e nulla delle umane passioni e sfighe potrà mai esserti estraneo. E dico anche pessima letteratura, perché quella di solito ha come scopo quella di suscitare passioni, non di essere credibile e un paradigma di fact-checking, e si prende quindi  tranquillamente delle libertà che gli scrittori con pretese di serietà tenderebbero di loro ad evitare come la peste.

Tutti gli altri invece si appellano al magico principio della suspension of disbelief, che sarebbe il patto tacito tra autore e fruitore di sospensione dell’incredulità, per godersi il racconto, i personaggi e il fluire degli eventi senza stare adesso a fare tante questioni sul fatto se a Malta si guidi a destra o a sinistra (è un esempio). Perché siamo umani, si diceva e la cosa che ci aggancia immediatamente a una narrazione è sempre il vecchio trucco del: cosa avrei fatto io al suo posto? Una cosa che va ottimamente per il lettore che si vuole godere le passioni, il racconto, la suspension of disbelief eccetera. Ma quello che ci scordiamo per strada è che non non siamo al posto di nessuno. Non sappiamo i guai che hanno passato, l’aiuto che hanno chiesto e (non) gli è arrivato, la stanchezza, la disillusione, il senso di colpa.

Dovremmo, perché ce l’hanno insegnato almeno come concetto a scuola quando ci spiegavano la letteratura, fare appello alla nostra pietas. Ma quando ci si mette di mezzo la pancia, non c’è pietas che tenga.

Aggiungiamoci che adesso abbiamo i social media mentre ci siamo persi per strada le mezze stagioni e sappiamo che nel racconto delle grandi disgrazie si diventa tutti investigatore, pubblico ministero, psicologo, perito del tribunale e fornaia del paese e avviene così che la sera, invece di andare a dormire per tempo, notizie particolarmente cruente o appassionanti ci inchiodano alla tastiera facendo venire travasi di bile che ti rovinano definitivamente il sonno, procurano un cerchio alla testa e insomma, se fossi più furba e zen e mi guardassi dal reagire a tutte le cose che mi passano sotto il naso a quest’ ora avrei finito la copertina all’uncinetto terapeutica invece si starmene alle due di notte a scrivermi di dosso le brutte sensazioni con questo post.

Quella di stasera nello specifico è una di quelle storie da cui istintivamente uno sta alla larga perché è spaventosa, ed è la morte del ragazzino che si è buttato dal balcone quando la finanza è venuta a fare una perquisizione in casa per possesso di hascisc, finanza, pare, chiamata dalla madre.

Tutti ovviamente a dare addosso alla madre, perché di botto sappiamo tutti come gestirsi i figli adolescenti e il loro eventuale consumo di droghe leggere, avremmo tutti chiamato uno psicologo o pedagogista per tempo per curarci noi ed imparare ad essere una madre migliore, non avremmo chiamato la finanza e soprattutto al funerale non avremmo parlato con tanta freddezza. Tutti sembrano sapere che non è pentita, che non ha sensi di colpa.

Bene, questa cosa mi ha allibita e fatta incazzare, ma anche incuriosire. Come mai persone che conosco, carine, ragionevoli, talvolta intelligenti, si scordano la pietas e aprono le viscere? Cosa sta dicendo questa storia, questa madre, che apre le cateratte?

Se fossimo la madre di un ragazzino problematico che non sapevamo più come aiutare al punto da fare una cosa in effetti inusuale, chiamare la finanza per fargli perquisire casa (cosa che in un romanzaccio qualsiasi editor ti avrebbe detto di togliere dalle bozze del romanzo in quanto decisamente tirata per i peli delle palle)  noi cosa avremmo fatto? Tutti sembrano sapere di aver potuto fare di gran lunga meglio (“e si abdica al compito educativo”, tuonano i soloni da salone, “e non ci si prendono le proprie responsabilità”, “e se il ragazzino si drogava era per forza colpa dei genitori” e un sacco di cose che davvero mi hanno ferita da matti).

È saltata fuori una rapidità nel giudizio e nel pregiudizio, un gioco al massacro nei confronti di questa madre strega, orco, colpevole, e altri brutti epiteti che ho letto in giro, precipitati anche tra i dubbiosi nel momento che in TV la si è vista al funerale. (peraltro, aggiungerei, se io mi trovassi, dionelibberi che adesso esce fuori la mia anima superstiziosa abruzzese, in quella situazione spererei e chiederei che qualsiasi cosa dicessi o facessi al funerali di un figlio ragazzino fosse classificata sotto la temporanea incapacità di intendere e di volere.)

E continuo a dirmi quanto spesso, nei fatti di cronaca nera, alla donna sofferente in genere, ma soprattutto alla madre, sia riservato un unico ruolo socialmente accettabile: quello della prefica disfatta dalle lacrime, che si strappa i capelli e si graffia la faccia dal dolore. Lì, e solo lì, si può sperare in qualche grammo di empatia, pena, desiderio di voler stare proprio il più lontano possibile dai suoi panni. O mater dolorosa o niente.

Se invece i prodigi della scienza medica moderna hanno come vantaggio che detta madre magari al funerale ci va imbottita di tranquillanti e quindi invece di piangere, strapparsi e buttarsi nella fossa sulla bara per essere seppellita con il figlio e magari fratturarsi alcune costole nel tentativo, riesce persino a fare un discorso, che potrebbe non essere quello che si aspettano tutti, e presentare una narrazione divergente da quella dei social media, ecco che viene tacciata di freddezza, e automaticamente diventa strega, menzognera e unica colpevole delle proprie disgrazie, nonché assassina del figlio.

E a cui nel frattempo si aggiunge il linciaggio morale da parte di sconosciuti, ma di quello ci occuperemo per condannarlo se, e solo se, in seguito al bullismo dell’opinione pubblica la madre si ammazza, se ne riparla di nuovo per quel giorno e mezzo, e via a seguire.

(Io è vero che mi sono rifiutata di leggere checchessìa cronaca di questa vicenda fin dall’inizio, ma non ho sentito mezzo accenno a un padre, come sempre, è sempre la madre la colpevole di tutto. Anzi no, mi dicono che il padre pare abbia fatto pubblico mea culpa per la propria assenza, cosa che essendo un uomo, automaticamente lo proietta nella categoria: “santo”. Ha sbagliato, ma ne è consapevole e si pente. Questo si che è uno che ci ha capito tutto di come funzionano gli umori delle folle)

E insomma, nel tentativo di spiegarmi l’ondata di merda che ho visto uscir fuori da questa vicenda anche da parte di persone che conosco come ragionevoli, umane, intelligenti, mi posso solo consolare dicendomi che probabilmente ha origine non nella spietatezza dell’essere umano, ma proprio in un eccesso di tenerezza. È una storia brutta brutta da tutti i punti di vista, una storia dei cui dettagli sappiamo poco e niente, non sappiamo nulla delle difficoltà di quella famiglia e della sofferenza di quel ragazzo e, di conseguenza dell’eventuale calvario dei genitori per aiutarlo, perché che lo volessero aiutare in qualche modo pare sia l’unica cosa certa emersa dalle cronache.

Da questa madre dobbiamo e vogliamo scappare per il terrore che sarebbe potuta essere lei nostra madre, che saremmo potuti essere noi i genitori di quel figlio. E ci possiamo riuscire solo distruggendola.

Che questa donna in carne ed ossa sia una povera creatura come tutti noi che vive tutta questa tragedia più le immani carrettate di merda che le vengono riversate contro è un dettaglio secondario.

Perciò recuperiamo la chiave morbida della nostra indignazione, il senso di pietà, il fatto che se fosse un romanzaccio ci sarebbero infiniti motivi per cui le cose siano andate come sono andate senza che fosse colpa di nessuno, se non del fato e degli dei che ci ridono in faccia. Appelliamoci alla suspension of disbelief  della vita, se in questo momento ci sfugge la compassione, perchè delle volte se vogliamo andare avanti mantenendo un minimo di sanità mentale e umanità, a quella ci dobbiamo attaccare. Nella vita e nei romanzi. E soprattutto sui social media.

Perché diciamocelo chiaramente, abbiamo scritto tutto e il contrario di tutto, e forse in questo momento ce ne stiamo segretamente vergognando. Avremmo dovuto lasciar perdere fin dall’inizio. Purtroppo siamo umani pure noi.

Buonanotte.

PS: Scialba della Zozza mi prega di aggiungere da parte sua che se avete avuto le madri stronze mica è colpa di questa poveraccia, inutile che adesso diate addosso a lei, vedetevela con le mamme vostre, se avete rogne da grattarvi.

PPS: E leggetevi già che ci siamo quello che ne scrive Zauberei, che lei sì che lo fa di mestiere.

5 thoughts on “Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

  1. Scusa se non leggo i commenti a questo post ma temo di infognarmi in discussioni infinite. Ho letto un post su FB del tono che dici tu.
    Mi ha colpito per l’estrema durezza e la frase “L’avrei voluto io quel figlio”.

    Mi ha fatto tornare in mente una persona. Una commercialista che ho conosciuto in terapia, che non ha mai avuto figli perché non ha conosciuto in tempo l’uomo giusto per farli. Nel cerchio di terapia ha detto una frase a un’altra donna, che raccontava di avere passato tutta la vita sentendosi rifiutata dai genitori né più né meno di un bambino gettato nel cassonetto. Le ha detto “Tante volte vedendo un bambino buttato nel cassonetto piangevo perché l’avrei voluto io quel figlio. Tu sei quel figlio che avrei voluto salvare dal cassonetto”.

    Capisci perché io renderei la terapia Gestalt obbligatoria per tutti, come e più del servizio militare.

    • Grazie Close, è un commento preziosissimo quello che scrivi. Ho cancellato il nome di quel contatto perché è una persona a cui voglio molto bene, quella che per prima mi ha scioccata con i suoi commenti durissimi e una di quel paio di amici insospettabili che hanno detto cose orrende, ma che mi hanno permesso di capire la sofferenza genuina e reale che li ha spinti a pensare e reagire così. Ho anche cercato di nascondere il post su facebook proprio perché sono convinta che questa storia abbia mosso a tutti, a diversi livelli, un confronto con l’indicibile, e ha permesso ad alcuni di dirlo, questo indicibile, nei modi ruvidi della sofferenza. Potrebbero vergognarsene in futuro, una colta fatti i propri conti, e non mi sembra giusto lasciare in giro queste tracce.

      Poi Scialba che è molto meno ecumenica di me e più stronza, ha detto quello che avrei voluto dire io una volta che l’ho capito, e quindi ho aggiunto anche questo in calce.

  2. Il titolo da solo ti vale la standing ovation, il post è come al solito denso di umanità e saggezza…
    Giudicare ferocemente gli altri è un modo per non fare i conti con noi stessi e con la nostra umana natura fallace, è un modo per trincerarsi verso false certezze (io farei così, a me non potrebbe capitare)…sono stata sempre una persona piuttosto giudicante, ma invecchiando mi rendo conto di come (pre)giudicare gli altri sia un segno di debolezza e di paura…

  3. Così è più comprensibile il tuo pensiero. Ti ricordi? La mia futuribile idea della patente genitoriale, ah!….non mi inoltrerò in questo discorso, mi fa troppo male, dolore vero, rabbia, conosco famiglie felici dove figli e genitori si fanno entrambi le canne, non insieme, perchè ciascuno ha il suo giro di amici, il proprio giro di pensieri e si rispettano. Ne conosco altre dove i figli fumano ma devono farlo di nascosto, anche se in gioventù i genitori hanno fatto la stessa esperienza. E so dell’esistenza di altre famiglie e di striscio sono entrato in contatto anche con queste, dove non solo le canne sono il diavolo ma anche l’eventualità della gayezza del figlio, o gli amici che ha o l’indirizzo di studio o la carriera lavorativa che vorrebbe intraprendere -” volevo fare lettere ma i miei non me lo hanno permesso” ”avrei voluto fare il ballerino ma mia madre mi ha impedito….”. O, ”ero innamoratissimo di quella ragazza ma ai miei non piaceva e sono stato costretto a lasciarla”. Ti assicuro Bà, le ho toccate con mano queste cose, e non solo nella mia stessa vita. Le imposizioni, su qualsiasi cosa, sono fascismo per me e mi credi se ti dico che contro farei qualsiasi cosa ? Esattamente come fece mio nonno paterno politicamente. Quella, sulla bara del figlio ha fatto un comizio tutto teso a discolpare se stessa, a giustificarsi, ”…vogliono farvi credere che farsi una canna non faccia male….” invece nascere in certe famiglie dove il dissenso è vietato o ti uccide o ti trasforma in un replicante. E via web basta così, dal vivo, tu con un bicchiere di vino in mano, io con una canna, ci possiamo fare l’alba.

  4. Come mamma non riesco nemmeno a immaginare il dolore di quella madre. Meglio sarebbe sospendere ogni giudizio e provare un minimo di empatia.
    Grazie per le tue parole, ci volevano proprio.

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