Shaken, not stirred: gli adulti, i ragazzi e la disonestà intellettuale

Leggo da un’amica di cui apprezzo la lucidità intellettuale e il senso della giustizia: “Aiutatemi a dire perché questa lettera mi genera orrore e un senso di disagio superiore alle mie forze. Questa retorica degli studenti che vanno a scuola contro voglia perché non conoscono il sacrificio e il lavorare duro per raggiungere gli obiettivi.” Leggo la Lettera di una professoressa sulla scuola  e non posso fare altro che condividere lo scoramento. Direi di più, questa lettera, il tono, il modo di argomentare mi spiegano più di qualsiasi trattato di sociologia che tipo di paese sia oggi l’Italia. Un’Italia da cui scappare, come mi scrivono quotidianamente imprenditori, ragazzi e genitori che chiedono consiglio su come trasferirsi in Olanda.

Ci vorrebbe un trattato per dire perché questo post mi suscita tutto questo, ma trattandosi di uno dei miei post shaken, not stirred, viscerale quindi e sciuè sciuè,  vi lascio con alcune delle mie prime riflessioni e sensazioni all’impronta, se vogliamo approfondire nei commenti ne sarei riconoscente.

Per gli approfondimenti su metodi educativi e cambiamenti, vi rimando allo splendido video di Ken Robinson qui sotto, con trascrizione e sottotitoli in italiano.

Ma torniamo al post che voglio analizzare. Mi dicono che sia piaciuto molto. Non ne dubito, perché è costruito di artifici retorici e piacionerie, è fatto per piacere a un certo pubblico. Ma non dice cose nel migliore interesse del pubblico in questione. E questo non mi sembra corretto.

È un post disonesto

È disonesto perché finge. Finge di rivolgersi ai ragazzi, ma si rivolge a certi adulti col culo al caldo. Forse verso la fine l’autrice se ne accorge perché dice: Questa invece è la lettera di una professoressa, per spiegare  cose che forse a scuola ai nostri alunni non diciamo mai. E perché non gliele dite, mi verrebbe da chiedere?)

Infatti agli alunni non sta spiegando niente, ripete invece una serie di banalità rassicuranti per un certo tipo di adulto che dell’essere ragazzi si è scordato il senso di volere e poter cambiare le cose, lottare, creare qualcosa di nuovo, la freschezza che ci porta a superare noi stessi perché magari non abbiamo una storia alle spalle che ci aiuta ad essere cauti e cacasotto, opposti al cambiamento perché siamo vecchi e abbiamo paura.

E invece se c’è una cosa che con i ragazzi non funziona è proprio la disonestà. I ragazzi possono essere giovani, freschi, ignoranti, ma hanno un’antenna infallibile per chi gli sta raccontando palle, magari ammantandosi di superiorità e conoscenza. Un insegnante, un genitore, ha il dovere della chiarezza e dell’onestà verso i bambini e i ragazzi, proprio in nome del grande ascendente che ha su di loro. Un insegnante che manca a questo dovere elementare nei confronti dei propri alunni, forse non è l’insegnante ideale.

Con una visione rassegnata e impaurita del mondo

Negli anni ho cambiato scuola un paio di volte a entrambi i figli e guardandomi indietro, il filo rosso di questa pressione sono stati insegnanti con una visione rassegnata e impaurita del mondo. Li ho tenuti, per loro desiderio, in scuole inadeguate, con insegnanti che non li capivano, a prendersi le botte dai bulli per non fargli lasciare gli amici a cui tenevano. Ho buttato al vento le raccomandazioni dell’ispettore del ministero e del medico scolastico che mi dicevano di fare ricorso, mandare un’ispezione, perché credo nel dialogo e nel patto di fiducia tra scuola e famiglia.

Quel patto viene meno quando la scuola non prende sul serio e non rispetta i propri alunni. Allora quando ce n’è stata la necessità ce ne siamo andati e abbiamo trovato di molto meglio, pur senza poterlo sapere in anticipo. A queste conclusioni ci siamo arrivati con anni di dubbi, incertezze e tentativi di dialogo. Lo voglio testimoniare qui perché magari è utile a chi in questo momento sta dubitando.

Tu vieni a scuola, ogni giorno, pensando quasi sempre che sia una cosa noiosa che ti tocca fare per legge. Dai sei ai diciotto anni sei costretto a stare lì, in classe, in nostra compagnia, che siamo vecchi e spesso monotoni.

Che non prende i ragazzi sul serio

Questo da un’insegnante del paese che ha dato al mondo Maria Montessori, don Milani, il metodo Reggio Emilia, un approccio all’insegnamento e al bambino e ragazzo, questo si, che tutto il mondo ci ha copiato. Ce ne siamo dimenticati, evidentemente.

Io al magistero ci ho studiato e mi sono laureata nel 1993. Non ricordo questo approccio. Non mi venite a dire che sono la buona scuola e le varie riforme Gelmini e Co. ad averci portato a questo punto, perché di amici che lavorano nella scuola pubblica italiana con presupposti molto diversi ne conosco eccome. E i paragoni posso farli anche come storia di famiglia a lungo termine: il primo a lavorare nelle scuole del regno e poi della repubblica, a casa mia, è nato nel 1880, ci sono maestre ultranovantenni nell’aquilano che ancora se lo ricordano. Ho almeno cinque generazioni di insegnanti in Italia alle spalle e in famiglia gli insegnanti parlano di scuola e di ragazzi. Forse una mezza idea, anche se i miei figli sono cresciuti in un sistema scolastico diverso, ce l’ho, del percorso fatto dalla scuola italiana come istituzione negli ultimi decenni.

Maleducazione, di chi?

Ti lamenti, più di quanto si siano lamentati gli alunni delle generazioni precedenti alla tua, e in maniera più maleducata e persino violenta.”

Se penso a cosa succedeva nelle scuole e nelle piazze negli anni ’70, a quello che è stato il movimento studentesco, ma persino più tardi la Pantera, ecco, mi chiedo di cosa stia esattamente parlando questa insegnante. Dove è vissuta, dove lavora.

No, la scuola non è più noiosa di un tempo, anzi spesso, fidati, lo è molto meno. Le lezioni sono più interattive e i docenti oggi sanno che devono almeno tentare di essere più vivaci e meno rigidi. Quello che è cambiato è il mondo attorno, l’Italia in cui viviamo.

I docenti “sanno che devono almeno tentare.” Meraviglioso. Cinquantanni di studi su come sono cambiati i paradigmi educativi e questi insegnanti devono almeno tentare di essere “più vivaci e meno rigidi”, che qualsiasi cosa ciò voglia dire non mi sembra un programma di lavoro. L’Italia in cui viviamo è cambiata. Io direi che è cambiato completamente il mondo e che i nostri figli lo sanno molto meglio di noi e, evidentemente, dei loro insegnanti. Come fanno a prenderci sul serio se a scuola gli si fa calare dall’alto la concessione che la scuola non è più così noiosa come un tempo. Si dovrebbero fidare. Ma meno male che questo, come dicevo all’inizio, non è un post scritto per i ragazzi, ci sarebbe da farsi ridere dietro per i prossimi 20 anni.

Un esempio di come funziona il rapporto genitori, insegnanti e ragazzi all’estero lo potete leggere qui.

La cultura e lo studio sono il nostro unico patrimonio. Vale anche per gli insegnanti

Meno male che poi dice una cosa giustissima: La cultura, la conoscenza e persino un percorso di studi regolare e ben strutturato servono.  Solo che appunto, anche qui, anni di studi e ricerche che ti dimostrano che motivare è meglio che costringere, si impara prima e meglio. Ma no, questa scuola, dice la nostra professoressa non può essere divertente, bisogna soffrire, sacrificarsi.

Chi ti propone una scuola facile, un ameno parcheggio che non ti crea nessun problema e dà solo nozioni basilari insegnate in maniera superficiale e mnemonica, o addirittura sostiene che una occhiata ad un sito internet e un paio di test siano la stessa cosa di un corso di studi ben strutturato, ti sta fregando. 

Bello, inventarsi a casaccio tre cose che messe in fila sembrano aver senso e darsi ragione da soli. Esattamente quello che spero nessuna scuola insegni ai figli, a cavarsela così senza un pensiero, una capacità dialettica e di approfondimento. La scuola può essere facile e amena, e insegnare moltissimo, anche in maniera strutturata e rigorosa, se uno lo sa fare e studia come insegnare in questo modo. Però infiliamoci di mezzo la parolina magica “parcheggio” così tutti siamo d’accordo che se un parcheggio è ameno e facile, non può insegnarti niente. Grazie al cavolo, sicuramente non ti insegna in modo strutturato. Ma una scuola, una scuola seria, si che ti insegna tutto questo, e guarda un po’, persino facendoti scoprire il piacere di imparare cose che ti piacciono e ti interessano.

E, cari professori col culto della frusta e della fatica fine a sé stessa, indovinate un po’? Ci sono gente, istituzioni, università, editori scolastici che da alcuni anni stanno interrogandosi, rivedendo il proprio ruolo e applicando tutto questo che si sa, sull’apprendimento e sui materiali di studio, anche ad altro. Motivazione positiva, si chiama.

Un suggerimento di metodo

Non so se nessuno ve l’ha mai detto che Internet, se la scuola ti insegna a usarlo bene, ma forse dovrebbe prima imparare a valorizzarne le funzionalità, è uno strumento potentissimo e c’è un mucchio di materiale in rete che spiega le cose benissimo. Certo, si dovrebbe fare la fatica di cercarlo e capirlo e selezionarlo per i propri figli e alunni, e inserirglielo in un percorso di studi strutturato. Che senza quello rimaniamo abbandonati al nozionismo,ovvero, come mi si sussurra da almeno 4 decenni, il male della scuola italiana.

Mi hanno appena riferito che in Emilia Romagna una scuola media che ha deciso di fare un corso per gli alunni di cyberbullismo ha chiamato una docente che non sapeva nulla di internet. Gli insegnanti che l’hanno organizzato non sapevano che diversi alunni delle loro classi sul telefonino ci scaricano gli e-book e se li leggono lì sopra, quando sembra stiano appiccicati solo allo schermo. Ma tanto il bullismo è il bullismo, dicono. Si, ma c’è una componente tecnica, impostazioni sulla privacy, filtri, come difendersi online che se non provvediamo noi adulti a spiegarlo ai figli prima di mettergli in mano uno smartphone, se non ci pensiamo noi a calmierargli le ore di schermo, inutile dire che Internet è il male ma che purtroppo non ci possiamo fare niente.

Gli adulti siamo noi, come dicevo qualche giorno fa .

Stiamo abdicando al nostro dovere educativo?

La buona notizia, come dicevo prima, è che i bambini e i ragazzi sono bravissimi a riconoscere la disonestà intellettuale. Magari fino a quando sono giovani non hanno gli strumenti per controbattervi e difendersi. O meglio, una difesa ce l’hanno, ottima. Il disinteresse. Loro Internet lo sanno usare benissimo e non solo per i video porno. Certo se li lasciamo soli ad orientarci, abdichiamo tutti quanti al nostro dovere educativo.

Ma mi chiedo fino a che punto, un post come quello che ho brevemente analizzato fino ad ora se lo ponga, il problema del dovere educativo. Perché io non ce lo vedo.

Ci vedo noia, concetti pigri e stantii, un perbenismo di facciata, la semplicità di dare addosso ai ragazzi che non sanno come va il mondo e vogliono la pappa pronta e tutto facile perché in fondo che ne sanno? Ci vedo tutta la paralisi innovativa e di pensiero che funesta l’Italia da quando anch’io mi chiedevo cosa volessi imparare dalla vita, dalla scuola e dal lavoro, e me lo sono cercata dove trovavo chi le prendeva sul serio queste aspirazioni.

Possiamo decidere noi se estinguerci così.

Ma sono sicura che ci penseranno i nostri ragazzi a salvarsi e salvarci, e la mia, di aspirazione, è partecipare attivamente alla loro crescita e alle loro soluzioni. Perché se guardo ai miei figli, so che loro sono migliori di noi.

Basta tenerli lontani da certi insegnamenti.

 

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