Storie di Cracovia e la damnatio memoriae di una strada

La madre di famiglia a questo giro si carica madre e figli in macchina per un giro al cimitero che le radici sono importanti e tocca approfittarne quando si può, a questo giro, nel vecchio quartiere di Podgórze a Cracovia.

“Bambini, guardate, questo era il parchetto dove Babcia veniva a giocare da bambina e a fare le offerte a Manitù”.

“Veramente, stavamo fuori tutto il giorno a giocare. Casa mia era nella strada dietro, ma è senso unico, non ci andiamo adesso”.

La madre di famiglia segue il navigatore, che solo una volta, in anni recenti ha fatto un giretto da queste parti a piedi.

“E qui”, indica la chiesa di san Giuseppe in cima al Rynek Podgórski, la piazza del mercato che scenda in giù “è dove si sono sposati mamma e papà, e dove mamma durante la guerra veniva a vedere qualcosa al mercato, e anche qui venivamo sempre a giocare, tutti i bambini del vicinato”.

Il navigatore mi fa seguire lo stradone con le rotaie del tram.

“Ma oltre questo punto non andavamo mai, questo era territorio proibito”.

Imbocco la Limanowskiego.

“Qui a un certo punto hanno messo un muro e ci hanno rinchiuso gli ebrei, solo il tram lo poteva attraversare, e qualcuno, di nascosto, se non ti vedevano i tedeschi che ti ammazzavano, lanciava qualcosa da mangiare. Li hanno chiusi qui, a farli morire di fame e di sete e poi li hanno portati nei campi.”

Adesso il navigatore mi indica che stiamo incrociando la Węgierska.

“In realtà non lo diceva nessuno, non è che qualcuno ce lo proibisse. Ma c’era un tale senso di disperazione tra queste case, che ancora oggi non ci passo mai, e anche se mi trovo sul tram lo faccio sempre malvolentieri. E anche allora la gente evitava.”

Lo stradone è ampio, col traffico quasi inesistente questa mattina di Natale con un raggio di sole, neanche i tram ci sono.

“Noi per esempio, per andare al cimitero, da casa facevamo il giro lungo sulla collinetta, che era pure in salita, pur d non passare di qui.”

Adesso il curvone.

“Qui c’era un altro pezzo di muro. Le case sono rimaste vuote a lungo, e poi, dopo la guerra, solo dopo sono arrivate famiglie da fuori, magari erano più poveri e gli andava bene di tutto.”

Io ancora non lo so, ma su google maps a un certo punto qui indicano il frammento del muro del vecchio ghetto.

“Facci caso che ancora adesso quasi non ci sono negozi”.

Infatti uno stradone così ampio, con il tram che lo attraversa, boh, allora non è la mattina di Natale che me lo fa sembrare vuoto.

Poi mentre stiamo per entrare nella Wielicka il navigatore mi fa girare a destra per il cimitero.

“Alla tomba con l’angelo dobbiamo salire un paio di file e poi sotto un albero c’è una tomba con due pezzi appoggiati insieme. Sono lì”.

Quando in seguito, per capire meglio che strada abbiamo fatto per arrivare al cimitero, me la sono andata a guardare su google maps, mi sono accorta che occorreva ingrandire di parecchio prima di leggere il nome della Limanowskiego. La Wielicka che la prosegue, e la Na Zjeździe che la incrocia all’angolo, e che non sono poi molto più grandi, anzi, la Na Zjeździe pure più piccola e senza tram, si leggono invece benissimo.

Mi chiedo fino a che punto possa arrivare la damnatio memoriae per una strada che ne ha viste troppe e troppo brutte. Che si porta attaccato ai muri il senso di una tragedia epocale. E mi chiedo come mai la volta scorsa, quando siamo venute a piedi io e mamma, non le è venuto in mente di raccontarmelo. Eppure il tram lì lo abbiamo preso.

“Ragazzi, io credo che sia importante che le sappiate queste cose. Per questo ve l’ho voluto raccontare. Ad Amsterdam c’e anche un posto del genere?”

“Si, de Joodse Buurt, che era dove abitavano, come si dice in italiano? Gli ebrei.”

Infatti ci hanno fatto uno svincolo di un’autostrada abortita, pur di scordarsi chi ci abitava, ad Amsterdam. A Cracovia, le case stanno sempre lì.

 

10 motivi per NON trasferirsi in Olanda

Olanda, terra di sogni e di chimere: ricominciano i progetti per cambiare vita da settembre e ricomincia a scrivermi gente che sogna di venire a vivere qui per essere più felice. Io lo so che in certe ondate di entusiasmi collettivi spesso hanno la loro parte  anche quegli articoli del piffero  che decantano l’esistenza quassù come il massimo nella vita, e la felicità e la mancanza di stress, e i lavori part-time, e le biciclette e chennesò io la gente da cosa si fa conquistare.

Fedele quindi al mio mandato di smontare i miti sull’ Olanda che ha la gente – è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare – vorrei elencare alcuni motivi e circostanze per cui,  a mio modesto avviso, sarebbe meglio ripensarci. Continue reading

Pimp your bike: riflessi


Era un po’ che non vi postavo più una una bicicletta del genere chi autodafé fa per tre. Che mi dite di questo modellino riciclo creativo? tra gli specchiettini mosaico e i CD, un raggio di sole per le giornate piovose.

100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Pulizie e ossessioni igieniche della casalinga olandese

immagine da Shutterstock

Anche le pulizie sono culturalmente determinate, non so se ci avete fatto caso. All’epoca dei post sulle varie ossessioni igieniche, sanitarie e ospedaliere degli italiani all’estero vi avevo promesso per par condicio quello sulle ossessioni di pulizia degli olandesi.

E ci ho messo tanto, ma tanto tempo, perché è da prima del secolo d’oro che gli olandesi, e in particolare le casalinghe olandesi sono famigerat pardon, volevo dire rinomate per certe loro manie di ordine, pulizia e igiene. Pensate solo al marchio dell’Olandesina per certi prodotti di pulizia. E se su Google cercate Olandesina e pulizia troverete un mucchio di imprese di pulizia italiane che hanno adottato questo nome. Qualcosa, quindi vorrà pur dire. Continue reading

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Primo Verae, moda e stile di Scialba della Zozza

Sapete cos’è davvero la primavera? è quel periodo di interregno tra le spanciate delle feste (Natale, Capodanno, Carnevale) e l’ordalia della prova bikini, quando le giornate si stiepidiscono e tu cominci a toglierti le calze, ma poi ti accorgi che se non ti fai una pedicure decapante e non esci dalla pelle dell’orso, meglio che ti rinfili nello scafandro.

La primavera è quella stagione che spuntano i crochi e i narcisi, e anche le gemme sugli alberi ma sai che potrebbe ancora darsi una gelata di marzo. E nel frattempo gelata o meno tornano i pollini e fioriscono gli antistaminici.

Insomma mes amis, intanto che prenotate estetisti, chirurgi plastici, personal trainer e comprensibilmente volete uscire dallo scafandro, eccovi alcuni elementari consigli di stile per coprire le magagne ed aprirsi alla bella stagione.

  1. Fiorellini e fiorelloni

    La voglia di colore e motivi floreali in primavera è insopprimibile, ma trasformarsi nella parodia del divano in cintz è un attimo. Soprattutto se non siete (ancora) delle silfidi l’unica è andare di fiorelloni giganti

  2. Ammazza il pelazzo

    Il primo impulso di togliersi le calze va sicuramente seguito quando si presenta, mentre invece occorre resistere a quello contemporaneo di afferrare il rasoio e rendersi presentabili. Ripensateci, la rasatura selvaggia lascia il tempo che trova e rende difficoltoso il ricorso immediato all’estetista. Quando vi viene il raptus intanto prenotate immediatamente una ceretta, in attesa della quale riparate su eleganti pantaloni morbidi, che vi consentono di lanciare le odiate calze dalla finestra senza far prendere freddo e luce eccessivi al pelazzo invernale. Lo sappiamo tutti che la prima ceretta della stagione è la più dura, tanto vale farla con criterio

  3. Oversize mon amour

    Non negatelo, è tutto l’inverno che ci marciamo con il freddo, la neve e il gelo per vestirci a strati che mimetizzano gli stravizi che si accumulano nella zona centrale del corpo. Fino a che potevamo mettere gli stivali, bastava scegliere quelli con le linee più tondeggianti per confondere le proporzioni. Adesso che invece vorremmo – ma non possiamo – mettere scarpine più esili si presenta il dramma in tutto il suo splendore. E qui ci vengono in aiuto ben due tattiche: una è l’oversize. Inutile cedere alla tentazione della nuova collezione in taglia estrema, ovvero quella che ti convinci che appena dimagrisci quel paio di chili ti starà divinamente. Fate una cernita dell’armadio, tirate fuori tutto quello che avete comprato con questa scusa e non avete mai, o quasi, messo, riempite una bustona e donatela alla Caritas. Così con l’armadio semivuoto avete la scusa ideale per darvi allo shopping selvaggio e a questo giro scegliete con criterio: una taglia in più vi dà istantaneamente l’aria smunta e patita, la gente dirà subito: ma quanto sei dimagrita/o, stai benissimo, e poi in separata sede magari chiederà se state bene che vi hanno visti così sciupati. L’ideale sarebbero i caffettani stile Mina lunghi e fluttuanti che con un colpo solo risolvono pelazzi e rotondità, sempre in attesa che risolviate radicalmente in una fase successiva. Hanno delle controindicazioni che dirò sotto, ma fanno la loro figura.

  4. Stretch, stretch, Oddì che stretch (e parlo da solo)

    Il principio uguale e contrario dell’oversize, che in più è esteticamente più gradevole è il jersey, gli abitini stretch, cose del genere. Perché il fluttuante fluttua quando vi pare, ma oggettivamente il volume di spazio occupato da una taglia 54 è comunque maggiore di quello occupato da una 44 e se intorno ci metti il tendone del circo Orfei lo spazio occupato aumenta in proporzione. Invece partendo dal presupposto che anche con la migliore della buona volontà poche persone sono davvero sferiche, adottare abitini stretch, anche loro una taglia più grandi del necessario per l’effetto oversize mette in risalto le rotondità socialmente accettabili, ognuno ha le sue, e minimizza le altre. Che per finire di minimizzarle le stole in voile colorate, enormi e fluttuanti drappeggiate strategicamente sono una mano santa e visivamente appesantiscono meno del tendone. Non sottovalutate neanche l’utilità dei fuseaux: quelli in cotone, al ginocchio o lunghi, oltre a mimetizzare il pelazzo che ammazza, e a farvi da mutandone comodo senza tutte le righe incarnite degli elastici delle mutande nei fianchetti che rovinano la linea dei vestitini, hanno il vantaggio non indifferente di evitare il lividume nel lato interno della coscia causato dallo strofinamento dei prosciuttini sudati, che ne ha ammazzate più il prosciuttino in estate che il morbillo.

  5. Accessori e proporzioni

    Sempre per il discorso proporzioni, inutile mettersi un caffettano a vela che ci sta benissimo se poi sopra ci facciamo troneggiare una testina piccina picciò: col bel tempo e il primo raggio di sole possiamo tirar fuori accessori oversize: il cappellone di paglia, gli occhialoni da diva misteriosa, le borsone tipo spiaggia, magari in paglia o le tracollone hippy. E non ci scordiamo gli zatteroni, che senza gli stivaloni inutile, solo lo zatterone ci salva. O quegli zoccoli scandinavi col taccone solido, non si rischia la storta e ci fai fuori l’eventuale rapinatore che incroci.

  6. Vita sana

    Il primo passo per volersi bene e ritrovarsi in forma è uscire a godersi il sole: passeggiatone a piedi o in bici, giretti in barca, magari a remi smuovono le trippe e producono endorfine, vi sentirete più energici e felici e pensate a quanta vitamina D ricominciate a procurarvi. In mancanza di meglio il personal trainer sceglietevelo bene, che ci sono quelli che magari meno personal, ma molto trainer che vi rimettono in circolo tutti gli ormoni. Le primizie di frutta e verdura in questa stagione sono buonissime e dolcissime, quindi cruditè a tutti gli antipasti, aperitivi e merendine come se grandinassero sul posto delle fragole. Gli spritz allungateveli con tanta acqua minerale, durano di più, rinfrescano e dissetano e reidratano. E se siete in spiaggia subito via le scarpe e fate tante camminate con i piedi nell’acqua, che l’effetto cartavetro di sabbia e acqua salata provvede ad ammorbidire gli strati cornei dei talloni facilitando la successiva pedicure che vi sbrigherete a fare.

E già che siete nella natura, passerotti miei, portatevi l’antistaminico preferito, cogliete fiori e intrecciatene ghirlande con cui adornarvi, capiranno che siete quelle tipe eccentriche e nessuno vi degnerà di una seconda occhiata in cerca degli eventuali difetti estetici per paura che gli attacchiate qualche pippone. Mentre voi, dietro il mistero di veli fluttuanti, cappelloni e occhialoni potrete esaminare la scena mondata indisturbate senza farvi sfuggire un unico dettaglio. Che animerà le conversazioni con le amiche e vi guiderà saggiamente nello shopping futuro.

L’ importante è amarsi così come si è. E di questo oggi ho scritto altrove.