Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Pulizie e ossessioni igieniche della casalinga olandese

immagine da Shutterstock

Anche le pulizie sono culturalmente determinate, non so se ci avete fatto caso. All’epoca dei post sulle varie ossessioni igieniche, sanitarie e ospedaliere degli italiani all’estero vi avevo promesso per par condicio quello sulle ossessioni di pulizia degli olandesi.

E ci ho messo tanto, ma tanto tempo, perché è da prima del secolo d’oro che gli olandesi, e in particolare le casalinghe olandesi sono famigerat pardon, volevo dire rinomate per certe loro manie di ordine, pulizia e igiene. Pensate solo al marchio dell’Olandesina per certi prodotti di pulizia. E se su Google cercate Olandesina e pulizia troverete un mucchio di imprese di pulizia italiane che hanno adottato questo nome. Qualcosa, quindi vorrà pur dire. Continue reading

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Primo Verae, moda e stile di Scialba della Zozza

Sapete cos’è davvero la primavera? è quel periodo di interregno tra le spanciate delle feste (Natale, Capodanno, Carnevale) e l’ordalia della prova bikini, quando le giornate si stiepidiscono e tu cominci a toglierti le calze, ma poi ti accorgi che se non ti fai una pedicure decapante e non esci dalla pelle dell’orso, meglio che ti rinfili nello scafandro.

La primavera è quella stagione che spuntano i crochi e i narcisi, e anche le gemme sugli alberi ma sai che potrebbe ancora darsi una gelata di marzo. E nel frattempo gelata o meno tornano i pollini e fioriscono gli antistaminici.

Insomma mes amis, intanto che prenotate estetisti, chirurgi plastici, personal trainer e comprensibilmente volete uscire dallo scafandro, eccovi alcuni elementari consigli di stile per coprire le magagne ed aprirsi alla bella stagione.

  1. Fiorellini e fiorelloni

    La voglia di colore e motivi floreali in primavera è insopprimibile, ma trasformarsi nella parodia del divano in cintz è un attimo. Soprattutto se non siete (ancora) delle silfidi l’unica è andare di fiorelloni giganti

  2. Ammazza il pelazzo

    Il primo impulso di togliersi le calze va sicuramente seguito quando si presenta, mentre invece occorre resistere a quello contemporaneo di afferrare il rasoio e rendersi presentabili. Ripensateci, la rasatura selvaggia lascia il tempo che trova e rende difficoltoso il ricorso immediato all’estetista. Quando vi viene il raptus intanto prenotate immediatamente una ceretta, in attesa della quale riparate su eleganti pantaloni morbidi, che vi consentono di lanciare le odiate calze dalla finestra senza far prendere freddo e luce eccessivi al pelazzo invernale. Lo sappiamo tutti che la prima ceretta della stagione è la più dura, tanto vale farla con criterio

  3. Oversize mon amour

    Non negatelo, è tutto l’inverno che ci marciamo con il freddo, la neve e il gelo per vestirci a strati che mimetizzano gli stravizi che si accumulano nella zona centrale del corpo. Fino a che potevamo mettere gli stivali, bastava scegliere quelli con le linee più tondeggianti per confondere le proporzioni. Adesso che invece vorremmo – ma non possiamo – mettere scarpine più esili si presenta il dramma in tutto il suo splendore. E qui ci vengono in aiuto ben due tattiche: una è l’oversize. Inutile cedere alla tentazione della nuova collezione in taglia estrema, ovvero quella che ti convinci che appena dimagrisci quel paio di chili ti starà divinamente. Fate una cernita dell’armadio, tirate fuori tutto quello che avete comprato con questa scusa e non avete mai, o quasi, messo, riempite una bustona e donatela alla Caritas. Così con l’armadio semivuoto avete la scusa ideale per darvi allo shopping selvaggio e a questo giro scegliete con criterio: una taglia in più vi dà istantaneamente l’aria smunta e patita, la gente dirà subito: ma quanto sei dimagrita/o, stai benissimo, e poi in separata sede magari chiederà se state bene che vi hanno visti così sciupati. L’ideale sarebbero i caffettani stile Mina lunghi e fluttuanti che con un colpo solo risolvono pelazzi e rotondità, sempre in attesa che risolviate radicalmente in una fase successiva. Hanno delle controindicazioni che dirò sotto, ma fanno la loro figura.

  4. Stretch, stretch, Oddì che stretch (e parlo da solo)

    Il principio uguale e contrario dell’oversize, che in più è esteticamente più gradevole è il jersey, gli abitini stretch, cose del genere. Perché il fluttuante fluttua quando vi pare, ma oggettivamente il volume di spazio occupato da una taglia 54 è comunque maggiore di quello occupato da una 44 e se intorno ci metti il tendone del circo Orfei lo spazio occupato aumenta in proporzione. Invece partendo dal presupposto che anche con la migliore della buona volontà poche persone sono davvero sferiche, adottare abitini stretch, anche loro una taglia più grandi del necessario per l’effetto oversize mette in risalto le rotondità socialmente accettabili, ognuno ha le sue, e minimizza le altre. Che per finire di minimizzarle le stole in voile colorate, enormi e fluttuanti drappeggiate strategicamente sono una mano santa e visivamente appesantiscono meno del tendone. Non sottovalutate neanche l’utilità dei fuseaux: quelli in cotone, al ginocchio o lunghi, oltre a mimetizzare il pelazzo che ammazza, e a farvi da mutandone comodo senza tutte le righe incarnite degli elastici delle mutande nei fianchetti che rovinano la linea dei vestitini, hanno il vantaggio non indifferente di evitare il lividume nel lato interno della coscia causato dallo strofinamento dei prosciuttini sudati, che ne ha ammazzate più il prosciuttino in estate che il morbillo.

  5. Accessori e proporzioni

    Sempre per il discorso proporzioni, inutile mettersi un caffettano a vela che ci sta benissimo se poi sopra ci facciamo troneggiare una testina piccina picciò: col bel tempo e il primo raggio di sole possiamo tirar fuori accessori oversize: il cappellone di paglia, gli occhialoni da diva misteriosa, le borsone tipo spiaggia, magari in paglia o le tracollone hippy. E non ci scordiamo gli zatteroni, che senza gli stivaloni inutile, solo lo zatterone ci salva. O quegli zoccoli scandinavi col taccone solido, non si rischia la storta e ci fai fuori l’eventuale rapinatore che incroci.

  6. Vita sana

    Il primo passo per volersi bene e ritrovarsi in forma è uscire a godersi il sole: passeggiatone a piedi o in bici, giretti in barca, magari a remi smuovono le trippe e producono endorfine, vi sentirete più energici e felici e pensate a quanta vitamina D ricominciate a procurarvi. In mancanza di meglio il personal trainer sceglietevelo bene, che ci sono quelli che magari meno personal, ma molto trainer che vi rimettono in circolo tutti gli ormoni. Le primizie di frutta e verdura in questa stagione sono buonissime e dolcissime, quindi cruditè a tutti gli antipasti, aperitivi e merendine come se grandinassero sul posto delle fragole. Gli spritz allungateveli con tanta acqua minerale, durano di più, rinfrescano e dissetano e reidratano. E se siete in spiaggia subito via le scarpe e fate tante camminate con i piedi nell’acqua, che l’effetto cartavetro di sabbia e acqua salata provvede ad ammorbidire gli strati cornei dei talloni facilitando la successiva pedicure che vi sbrigherete a fare.

E già che siete nella natura, passerotti miei, portatevi l’antistaminico preferito, cogliete fiori e intrecciatene ghirlande con cui adornarvi, capiranno che siete quelle tipe eccentriche e nessuno vi degnerà di una seconda occhiata in cerca degli eventuali difetti estetici per paura che gli attacchiate qualche pippone. Mentre voi, dietro il mistero di veli fluttuanti, cappelloni e occhialoni potrete esaminare la scena mondata indisturbate senza farvi sfuggire un unico dettaglio. Che animerà le conversazioni con le amiche e vi guiderà saggiamente nello shopping futuro.

L’ importante è amarsi così come si è. E di questo oggi ho scritto altrove. 

 

Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

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Aver letto negli anni tanta letteratura buona e pessima ha il duplice vantaggio di farti attraversare i fatti della vita con un certo disincanto: sei un essere umano e nulla delle umane passioni e sfighe potrà mai esserti estraneo. E dico anche pessima letteratura, perché quella di solito ha come scopo quella di suscitare passioni, non di essere credibile e un paradigma di fact-checking, e si prende quindi  tranquillamente delle libertà che gli scrittori con pretese di serietà tenderebbero di loro ad evitare come la peste.

Tutti gli altri invece si appellano al magico principio della suspension of disbelief, che sarebbe il patto tacito tra autore e fruitore di sospensione dell’incredulità, per godersi il racconto, i personaggi e il fluire degli eventi senza stare adesso a fare tante questioni sul fatto se a Malta si guidi a destra o a sinistra (è un esempio). Continue reading

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fifteen

Facebook mi ha appena ricordato che una volta, quando facevo parte del glorioso mommy-blogging italiano d’avanguardia andava di moda celebrare i compleanni dei figli con aneddoti, carinerie, toni commossi, ma come crescono in fretta, eccetera sul blog. In diretta, così, senza vaselina ma con tanto ammmmmooooorrreh.

Poi il logorio del moderno mommy-blogging o le direttive filiali sulla privacy, non so chi abbia contribuito di più a smantellare questo pilastro sociale, ci siamo persi.

Poi è arrivato Facebook.

Poi Facebook ha preso il vizio di ricordarti le cose che facevi in passato. Tipo questa.

Poi lunedì scorso figlio One è andato al campo con la scuola portandosi dietro un quantitativo da coma glicemico di dolcetti vari per offrirli alla classe il giorno del suo compleanno.

Che era ieri. Come il compleanno di suo zio. A cui a suo tempo mettemmo a credere di non aver fatto a tempo a fargli il regalo non perché stavamo partorendo, ma che il suo regalo era appunto il nipote. Da allora si vendica organizzando per primo le feste di compleanno in famiglia, in cui graziosamente festeggiamo entrambi.

E insomma ieri mando un cauto wazzap di auguri, che non lo so se in gita possono usare il telefonino sempre e comunque. Mi richiama. Vedo il nome registrato. Rispondo. Sento un vocione di uomo sconosciuto.

No, ma ditemelo com’era bello il mommy-blogging di una volta, quando avevamo i figli morbidi, con le guancette tonde e cinguettanti grazioserie che DOVEVAMO condividere con i posteri, manco la avessimo inventata noi la maternità (la maternità magari no, ma il glorioso mommy-blogging italiano si. Almeno quello me lo voglio riconoscere).

Insomma, oggi rientra dal campo scuola. Non oso pensare in che condizioni. spero solo che gli sia rimasto un angolino di guanciotta tonda e morbida da sbaciucchiarmi.

No, vabbè, dai, sembro una di quelle madri che

Boh.

Sto invecchiando, cavolo.

Posso almeno ricordarmi che maschio alfa all’epoca passava il tempo a cantarmi quel brano di Bocelli, solo che siccome lui è straniero aveva cambiato una parola che non gli veniva bene da pronunciare. Così mi tuonava a volte:

cooon teeeehh, PARTORIRO’

Poi una dice, ma le doglie te le scordi.

Siiiih, beata a te. Se penso a come me le ha fatte venire.

Bocelli, cavolo. Da parte di quello che mi sfotteva per i Dire Streats dicendo che erano musica da ascensore.

Ci ho fatto pure un figlio io con questo. Due, toh. Ma uno, nello specifico, ce l’ho fatto quindici anni fa. Fa quasi impressione.

Consigli consigli e bon-ton per i regali di Sinterklaas tra adulti

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Sta per arrivare Sinterklaas e come se non bastassero le ambasce che ci procurano i figli che ancora ci credono e bisogna fargli tutto alle spalle, la questione regali si ripresenta anche per le feste in famiglia, in classe per i ragazzini più grandi, tra colleghi o gruppi di adulti. Ecco il bon ton per risolversi.

Cosa, a chi, quanto (€)

La prima cosa è che se si decide di fare un Sinterklaas con regali in un gruppo di adulti, si dice anche subito con quali regole: quanto deve costare il regalo, in genere una cifra che non impoverisce nessuno.

Poi ognuno fa la lista delle cose che desidera, entro quella cifra. ricordo che in classe di figlio 2 si portavano dietro il depliant delle catene di negozi, che in questo periodo sono piene di offerte, in modo che spesso mi arrivavano liste dettagliatissime tipo: il set timbro e ceralacca dello Xenos, € 2,99.

Infine si estrae a sorte, le liste dei desideri comprendono il nome e ognuno si ritrova la persona specifica a cui fare il regalo, è il ricevente che non sa chi glielo farà.

Nel paragrafo sulle risorse in rete vi metto anche dei siti per fare l’ estrazione a sorte automatica.

La rima

La maledizione di Sinterklaas è che il regalo, piccolo o grande, ma in genere piccolo, va accompagnato dalla surprise e dalla poesia in rima, in cui con garbo e delicatezza, diciamo anche insulti a cuore aperto, si fanno rpesenti al destinatario dei suoi aspetti migliorabili. Insomma, la grande tradizione delle rime a sfottere.

Per fortuna esistono online generatori di rime, per cui metti nome e 4 elementi e ti fanno una rima standard.

Aperture standard sono:

Sint zat hard te denken/ wat zou ik XY schenken? 

oppure:

XY is een lief  kind/ dat dacht de goede Sint

Per le rime a sfottere uno potrebbe iniziare con:

Sommige mensen zijn niet aardig.
Die zijn niet eens een cadeautje waardig.
En hoe zit het met jou dit jaar?
Staat er voor jou een pakje klaar?

(Certe persone non sono carucce, e non si meritano neanche un regalo, tu quest’ anno come stai messo? ci sarà un pacchetto per te?)

Poi ci sono quelle positive:

Je bent een echte spring in ‘t veld,
zo heeft Piet aan mij verteld.

Jij bent een bescheiden mens,
want je hebt slechts één grote wens.

‘k Zeg het maar recht in je gezicht:
dit wordt een slijmerig gedicht.

Dit wil ik even aan je kwijt:
Je bent een lieve, leuke meid.

De hoofdpiet heeft mij uitgelegd: 
met jou gaat het beslist niet slecht. 

A volte il povero Sinterklaas legge una lista dei desideri e non sa da dove cominciare:

Sint werd van schrik een beetje bleek
toen hij laatst jouw lijstje bekeek.

(Dallo spavento immantinente, sbiancò Sint,recentemente, quando lesse la tua lista)

Sint kon het juiste cadeau niet vinden
en liep zich behoorlijk op te winden.
(Sint non trovava il regalo giusto, e non è proprio di suo gusto)
“Tjonge Sint, het is wel duur,”
sprak Zwarte Piet een beetje zuur.

(Porcamiseria, quanto è esoso, fece Z Piet incazzoso)

La surprise

Armatevi di carta, colla, cartoni, glitter e ammennicoli, che regalo e rima vanno impacchettati in un oggetto che richiami o lo sfottò, o i gusti del destinatario, o il regalo, possibilmente tutti e tre concettualmente intrecciati. Dopo 20 anni a fare surprises a noi le installazioni di Tracy Emin ci fanno un baffo.

Risorse in rete

www.sinterklaas.rijmnu.nl/

www.sinterklaas.101tips.nl/rijmen.php

http://de-rijmpiet.nl/wordpress/

http://www.sinterklaasgedichten.com

http://www.rijmgein.nl/sinterklaas/gedichten_generator.html

E per estrarre a sorte i destinatari dei regali, noi usiamo da anni https://www.lootjestrekken.nl/. Basta inserire gli indirizzi e-mail dei componenti del gruppo, confermare cliccando sul link che ti mandano e quanto tutti hanno confermato puoi fare una lista dei regali che vuoi, leggere quella del tuo destinatario, se non l’ ha fatta il sistema gli manda anonimamente la richiesta di esprimersi e poi ci sono infiniti consigli per gli acquisti,d a filtrare, se del caso, in base a età, genere, spesa ecc

 

Buon divertimento. Come vedete, o ci vuole molta fantasia, o basta parecchio mestiere e un po’ di aiuto.

 

Buon divertimento