Ieri la camera dei deputati olandese (Tweede Kamer) ha dibattuto sul diritto delle scuole riformate (170 nei Paesi Bassi) di esigere dai genitori una dichiarazione firmata prima di iscrivere i figlioli a dette scuole. Tale dichiarazione vuole accertarsi che le famiglie si prendano l’impegno di tirar su secondo i crismi religiosi la prole, prescrive quanto spesso devono andare in chiesa i ragazzi, che tipo di interpretazione della Bibbia è auspicabile (questa) e cose del genere. E almeno un quarto di queste scuole nella dichiarazione identitaria (identiteitsverklaring) chiede di sottoscrivere letteralmente che “uno stile di vita omosessuale [è] contrario alla Parola di Dio ed [è] rifiutato in quanto tale” (‘een homoseksuele levenswijze [is] in strijd met Gods Woord en [wordt] als zodanig afgewezen’.) Immaginati la gioia di ragazzini che stanno crescendo in mezzo a questi riformati omofobi, cercando la propria identità e già sanno che la propria famiglia e la propria scuola non solo li respingono in quanto tali, ma l’hanno messo nero su bianco e sottoscritto.

Poi il problema sarebbero le scuole musulmane che incoraggiano (ma non glielo fanno mettere per iscritto e neanche lo impongono) le ragazze a portare il velo.

Non ci dimentichiamo che in uno stato laico come i Paesi Bassi le scuole hanno la cosiddetta missione di cittadinanza ( burgerschapsopdracht.) Non è nemmeno un anno fa che il ministro Slob (della ChristenUnie, partito confessionale minoritario) aveva inviato al parlamento la proposta di legge per il chiarimento di questa missione di cittadinanza introdotta nel 2006.

Infatti dal 2006, le scuole sono legalmente obbligate farlo, in quanto insieme ai genitori e tutori dei ragazzini hanno ruolo importante nell’insegnargli le conoscenze e i valori di cui hanno bisogno per poter partecipare pienamente allo stato democratico costituzionale e per poter vivere pacificamente con gli altri. Il problema era che non essendo chiaro cosa si intendesse con “cittadinanza”, molte scuole scuole avevano un’ampia libertà nell’esercitare questa loro missione di cittadinanza. L’obiettivo della nuova legge è quello di rendere più rigorosa la definizione di cittadinanza, di chiarire come la scuola possa darle concretezza e di rendere questo compito meno facoltativo.

Nella costituzione dei Paesi Bassi, come nella nostra, è vietato discriminare in base a una serie di parametri tra cui l’orientamento sessuale. Come è possibile che una scuola pubblica metta come condizione scritta per l’iscrizione l’obbligo di rifiutare gli omosessuali?

Questa è stata quindi materia di dibattito alla camera, cioè l’accettazione dell’identità sessuale della persona come condizione per partecipare pienamente allo stato democratico di diritto. Questo è un punto su cui parlamentari del PvdA, VVD, GroenLinks e SP (dai socialisti ai laburisti passando per liberali e verdi di sinistra) hanno insistito molto.

Come è andata? Beh, Arie Slob, che peraltro è ministro all’Istruzione, ha suscitato clamore con la propria dichiarazione che le scuole riformate possono continuare a discriminare “purché provvedano a creare un ambiente sicuro per tutti i propri studenti.”

I colleghi parlamentari Lisa Westerveld (GroenLinks) e Paul van Meenen (D66) parlano apertamente di discriminazione e si chiedono come faccia una scuola a offrire sicurezza se questa discrimina prima ancora che lo studente ci metta piede? Che ognuno sia libero di professare privatamente i propri valori è una cosa, ma questi non si possono imporre come legge alternativa a quelle dello stato che ti finanza.

Ma alle brutte gli tolgono i soldi. Che per carità quelli sono utili a tutti e in particolare alle scuole.

Quello che mi lascia perplessa è come sia possibile nei Paesi Bassi del 2020 stare ancora a discutere di queste cose. Ma purtroppo non è la prima volta che l’articolo 23 della costituzione olandese, quello sulla libertà d’insegnamento, porta a paradossi del genere. Peccato che siano sempre paradossi in direzione liberticida, di quelli emancipatori si discute meno, mi pare.

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