MIA 2014 e il trionfo del fuffismo e del dio SEO

Non c’ è più religione, le stagioni si sono ribaltate e anche il Macchianera Italian Awards non è più quello di una volta. Quest’ anno me ne sono fatta una ragione e ho deciso che a questo gioco io non ci gioco più. Se fare il blogger significa stare a 90 gradi in nome del SEO, che poi manco è vero, e scrivere tuffa, che la gente accorre, i click salgono e gli inserzionisti pagano, mi dispiace. Io scrivo in rete perché mi piace e perché ho qualcosa da dire. Si chiamano contenuti. Ognuno ha i suoi, ognuno ha il suo pubblico.

Per chi non lo sapesse, c’ era una volta la blogfest a Riva del Garda, che noi a distanza seguivamo in streaming, con emozione, anche l’ anno che ci fu il nubifragio, le tende volavano e toccava aspettare che si ricomponessero tutti.

Perché il blog è una fede e MIA era il suo profeta. O una roba del genere. Era. Fu. Sarà. Insomma quelle cose lì. Vi avverto, questo è una metapost, un post autoreferenziale, un refugium peccatorum in questa valle di lacrime che manco i blogger sono più blogger. Sono influencer. O qualcosa del genere.

Si iniziava così, qualcuno ti diceva (o ti dicevi): ma perché non apri un blog? e magari una serata di insonnia, andavi su google, seguivi le istruzioni, ti sceglievi una piattaforma gratuita, e di solito la sceglievi ad minchiam a meno di non seguire già una serie di blogger e limitarti a fare quello che fanno loro.

E ti facevi un blog e ci scrivevi robe senza pretese, uno sfogo di qua, una constatazione di là, commenti o traduzioni o esegesi di un articolo/libro/saggio che ti aveva colpito, postavi le foto dei bambini, gatti, cani. Erano blog di chiacchiere, tematici tipo di di commento ai poster sovietici d’ epoca (giuro, esisteva e lo seguivo con gioia) o anche eclettico, di ricette con i chupa chups come ingrediente di base, di piante, di animale, quello che vuoi e che sai. O anche che non sai, che va bene lo stesso.

Poi forse diventa una cosa seria o forse no, qualcuno ti segue, qualcuno ti raccomanda agli amici, qualcuno ti chiede di scrivere per altri siti più grandi e seguiti. Il giorno che uno dei blogger tuoi di riferimento, quelli da 35 commenti a ogni loro post, ti lascia un commento ti sembra di toccare il cielo con un dito, conosci gente fai cose.

Poi ci sono quelli che da lì si sentono di colpo i fighi del net e si reinventano figure e professionalità e alcuni lo fanno bene e con dignità, altri si montano la testa e cominciano a scrivere per il SEO e i follower scervellati che qualunque cosa scrivano stanno lì a cinguettare nei commenti: siiiiiiiiih, sei grandeeeeeh, sei mitikooooooh. E tu scuoti la testa e ti dici: mah, erano tanto bravi e carucci prima, scrivevano cose belline, spiritose, ad hoc , che ti davano da pensare, che creavano belle discussioni, e adesso, signora miaaah, le dinamiche della reteeeh, ne rovinano di più il SEO e i follower che la drogaaaah.  Smetti di leggerli mentre loro attaccano con rubriche sul Fatto Quotidiano, Vanity Fair, D di Repubblica e altre belle cose.

Poi sono arrivati quelli che si dicevano: mi apro un blog così lavoro da casa e guadagno. e hai voglia a dirgli che no, non funziona così, ma mica perché lo diciamo noi duerni e puri, è perché lo dicono i mercati, fatti un business plan serio e te ne accorgi da te. Ma nulla duri, si facevano il blog per guadagnare. Un paio ci saranno anche riusciti, non dico di no, ma se scrivi in inglese e ti rivolgi a una audience internazionale forse viene meglio.

Ecco, anche il Macchianera Award, per gli amici MIA era iniziato così, come blogfest a Riva del Garda: una robina carina, simpatica, per nerd e i loro amici, che ci si scrive, ci si legge, ci si racconta e a questo punto incontriamoci dal vivo, con le vallette della prima ore che poi ti diventano dive del web, ma vengono sempre a dare una mano agli amici, qualche sponsor.

Certo, ti ritrovavi con GenitoriCrescono in finale come “Miglior blog per mamme e bambini” che francamente faceva pensare un po’ a quei ghetti per ragazze madri indigenti all’ epoca in cui la ragazza madre dava scandalo, appunto le Casa della madre e del bambino, ma vabbeh, ai nerd si perdona. Glielo si fa notare, e l’ anno dopo la categoria diventa “Miglior blog per genitori e bambini” e tu apprezzi che nel tuo piccolo hai contribuito a un piccolo cambiamento epocale. Sei stata trendsetter persino per i nerd prima che tutte le pubblicità cominciassero a contemplare padri accudenti, imbranati e decereerati coma mai, che va bene il padre accudente ma di mamma ce n’ è una sola.

Quello che io personalmente ho sofferto di più ad accettare è stata la comparsa di categorie da votare che con i blog di una blogfest c’entravano poco. Va bene l’ apertura a Twitter, e il miglior tweet dell’ anno, e l’ hashtag e il personaggio web, ma chiedermi di votare programmi radio, TV, libri, risse in rete, personaggi? Boh.

Quando mi cominci a chiedere di votare la miglior webAgency, la miglior campagna ADV (chedè? boh, non sono così nerd), il miglior brand online, per carità, tutte cose attinentissime il web e la Rete, chi dice di no, per me però è chiara la direzione che ha preso la cosa. Non è più una blogfest e va bene così.

Quell’iniziativa carina e un po’ nerd che erano i Macchianera Awards si sono trasformati negli anni nel trionfo dell’autoreferenzialità. Io come blogger non mi ci riconosco più, è un problema mio e dei miei quattro amici blogger, pace.

Il peccato vero è che ai miei tempi (che non sei un blog vintage se non ti puoi vantare del fatto che quando hai aperto tu il blooooooooog, che sei stata una delle primeeeeeee, e pure io dico ai miei tempi, quando fare il blogger non era un prolungamento della tua presenza sui social media, o viceversa, adesso non mi ricordo) la Rete premiava i contenuti interessanti. Scrivevi cose che potevano avere un pubblico e questo pubblico ti trovava.

Quando mi sono chiesta come mai io in Rete ho conosciuto tante persone belle, interessanti, con cui ci siamo conosciuti fuori rete, abbiamo lavorato insieme, creato cose bellissime e intelligentissime, la risposta è stata: perché la rete è una grande selezionatrice. Questo era vero e lo resta, perché le persone con affinità e interessi comuni fanno subito a scegliersi e scremarsi.

Poi è partita l’ armata a cavallo degli scudieri del SEO: che un titolo interessante è peggio di uno banale che però contiene le parole chiave per farti ritrovare dai motori di ricerca. Diciamo che è iniziata la stagione del formalismo in rete: chissenefrega dei contenuti se il sito è raggiungibile, ritrattabile dai motori di ricerca, ha tanti visitatori e page-view al giorno e quindi ti fai pagare per farcirlo di pubblicità come un tacchino il giorno del Ringraziamento?

Be, Google c’ è da dire le dà delle soddisfazioni: l’ hanno capito anche loro, hanno cominciato a smanettare sull’algoritmo per riprivilegiare i contenuti.

Chi non ci è ancora arrivato sono forse i nerd del Macchianera Italian Awards: perché io non mi ci riconosco più ma tutti gli anni mi prendo quei 3/4 d’ ora per segnalare e votare i blog, i tweet, le persone e i soggetti che a mio avviso meritano, e vi assicuro che con tutte le categorie che si vanno aggiungendo è un lavoro.

E quando un’ amica dice: oh, ma l’ avete visto l’ amica nostra come deve aver toccato delle corde, il suo post è stato condiviso e rilinkato che non ci si crede, e un altro amico più presente al mondo rimpalla: vero, infatti mi è piaciuto così tanto che lo volevo proporre ai MIA 2014 come miglior post dell’ anno, e una dice: si, vero, bello facciamolo. E lo facciamo.

E scopri che quest’ anno il miglior articolo ha una categoria a parte e si vota qui. Scopri anche che come sempre accade, che i primi giorni di votazione basta che ti fai tremila account fasulli puoi votare tremila volte la stessa persona (e ogni volta che c’ è una votazione online si scopre questo trucco, un programmatore che sia uno che rimedi dall’ inizio esisterà?, yuhuuuuu c’ è qualcuno in ascolto?).

Poi scopri che non solo puoi dare voti ma anche toglierli. Poi ti fai un piccolo censimento tra amici e scopri che dei voti che abbiamo dato noi, i conti non tornano e capisci che se vuoi sostenere il tuo post preferito non solo devi dargli il tuo voto, ma ti devi anche mettere a togliere voti agli altri. Fino a che, forse non si scopre anche questo bug.

Tolgono infatti una categoria con questa motivazione: “Questo sotto42 è stato disabilitato a causa dei continui tentativi di inquinamento dei voti. Puoi continuare a votare per la migliore battuta attraverso la vecchia modalità, ovvero la segnalazione all’interno della form su Macchianera a questo indirizzo:http://www.macchianera.net/2014/06/19/mia14-macchianera-italian-awards-2014-1-prima-scheda-di-votazione-il-red-carpet/

E ti dici pure: e meno male che i nerd eravate voi. Ci sono sempre i wannabe del web che fanno squadra in nome del dio SEO, ogni anno dovete scoprirlo dopo giorni che si, anche qui c’ è una smagliatura nel sistema?

Allora ti dici che a questo gioco non ci vuoi giocare. Che segnalare persone intelligenti e che ti piacciono è una cosa, ma che persino un premietto carino, bellino, nerd fa parte di quei meccanismi da promozione di fuffa ad alto tasso SEO non è il web che pensavi tu. E non ti consola che pure Google sembra essere d’ accordo con te.

Macchianera Italian Awards, fammi sapere quando anche voi ricominciate a dare valore ai contenuti, all’ impegno, alle belle teste. Se gli sponsor vi autorizzano, of course.

#tisaluto

#TISALUTO

In Italia l’insulto sessista è pratica comune e diffusa. Dalle battute private agli sfottò pubblici, il sessismo si annida in modo più o meno esplicito in innumerevoli conversazioni.Spesso abbiamo subito commenti misogini, dalle considerazioni sul nostro aspetto fisico allo scopo di intimidirci e di ricondurci alla condizione di oggetto, al violento rifiuto di ogni manifestazione di soggettività e di autonomia di giudizio.In Italia l’insulto sessista è pratica comune perché è socialmente accettato e amplificato dai media, che all’umiliazione delle persone, soprattutto delle donne, ci hanno abituato da tempo.Ma il sessismo è una forma di discriminazione e come tale va combattuto.

A gennaio di quest’anno il calciatore Kevin Prince Boateng, fischiato e insultato da cori razzisti, ha lasciato il campo. E i suoi compagni hanno fatto altrettanto.
Mario Balotelli minaccia di fare la stessa cosa.

L’abbandono in massa del campo è un gesto forte. Significa: a queste regole del gioco, noi non ci stiamo. Senza rispetto, noi non ci stiamo.

L’abbandono in massa consapevole può diventare una forma di attivismo che toglie potere ai violenti, isolandoli.

Pensate se di fronte a una battuta sessista tutte le donne e gli uomini di buona volontà si alzassero abbandonando programmi, trasmissioni tv o semplici conversazioni.

Pensate se donne e uomini di buona volontà non partecipassero a convegni, iniziative e trasmissioni che prevedono solo relatori uomini, o quasi (le occasioni sono quotidiane).

Pensate se in Rete abbandonassero il dialogo, usando due semplici parole: #tisaluto.
Sarebbe un modo pubblico per dire: noi non ci stiamo. O rispettate le donne o noi, a queste regole del gioco, non ci stiamo.Se è dai piccoli gesti che si comincia a costruire una società civile, proviamo a farne uno molto semplice.
Andiamocene. E diciamo #tisaluto.Questo post è pubblicato in contemporanea anche da altre blogger: Vita da stregheMarina TerragniLoredana Lipperini, Lorella Zanardo, Giovanna Cosenza, Sabrina Ancarola, Zauberei, Lorenzo, La Mimosa, sud Degenere, I fratelli Karamazov, Essere donne, Se casomai,  El Gae
Se ti va, copincollalo anche tu!

Liberiamo una ricetta: la ricetta del cavolo

foto




L’ iniziativa di blogger Liberiamo una ricettaha una genesi che vi risparmierò ma che ha a che fare con amicizie virtuali che talvolta sono belle come quelle reali, con la netiquette, col fatto che se sei una bella persona anche dal web si capisce e viceversa.

Quest’ anno quindi è stata riproposta con una coda che a me piace molto: usare l’ iniziativa per aiutare la mensa dei rifugiati del Centro Astalli dei gesuiti di Roma. Ho un paio di amici che lavorano per il Centro Astalli e anche grazie a loro sono al corrente delle infinite attività umanitarie di cui si occupano. In fondo al post troverete le istruzioni su come dare un contributo importante dentro casa nostra, a un’ iniziativa concreta e trasparente

Ma si diceva, la ricetta da liberare.  Che altro poteva proporvi l’ autrice di un libro che si chiama La risposta del cavolo se non una ricetta del cavolo? Completa di storia e foto. Altre ricette ‘letterarie’ sono state raccolte su Zebuk.

La storia

Orso da un annetto sta riducendo sempre più il numero di cose che accetta di mangiare, anche se mangia di buon appetito tutto il resto. ma insomma, io già soffro con un vegetariano in casa, figuratevi se posso essere felice di fare sempre le stesse 5-6 cose?

Dal punto di vista pratico il grosso problema era il pranzo a scuola: qui si mangiano panini e lui era arrivato a rifiutare tutto, tranne l’ uovo sodo a fettine e il burro di arachidi. Pensate un po’ come mi sono ridotta, io che ho lottato contro il burro di arachidi ai miei figli in tutte le mense di nido e doposcuola, sono arrivata a comprarglielo. Fair trade (per un periodo insisteva per quello della Nestlé, ma sul mio cadavere la Nestlé) ma mi ero arresa.

Mi è venuto incontro maschio alfa che si è messo a pensare cosa piaceva a lui da piccolo nel pane. Io lo so cosa piaceva a me, la mortadella, ma questo reprobo di mio figlio non la vuole. Maschio alfa ha cominciato a fare prove empiriche ed è tornato a casa con quello che qui si chiama il gebraden gehakt (trad.: il macinato brasato) Che ha incontrato il gradimento di figlio2 .

Ora il gebraden gehakt io me lo sono studiata, perché non sia mai che ai miei figli dia roba con conservanti, addensanti, carne di batteria, sale, grassi insaturi eccetera e ho capito che in fondo era il polpettone. Fatto bello sodo, con tanti farinacei dentro per renderlo compatto come un salame da tagliare con l’ affettatrice, ma polpettone.

E fingendo di niente gli ho detto: Orso, ma non ti piacerebbe in fette più spesse? Si, gli sarebbe piaciuto. E non è che ce lo vogliamo fare da soli. Si, potremmo.

Ora, siccome uno dice il virtuale, ma a me quando si è rotto il robot da cucina e stavo studiando vari modelli costosissimi da ricomprarmi e ho chiesto consiglio alle blogger che non conosco, ma pratico su facebook, Pentapata me lo ha offerto e detto fatto, mi è arrivato a casa. L’ Orrido, perché così lo chiamavano loro, è un bravo ragazzo e fa il suo dovere, ma per l’ uso a cui serviva a loro (svezzamento pupo) era stato una delusione e stava da un po’ in garage a prender spazio. Poi uno dice il mondo virtuale, mi è arrivato a casa in un bel pacco enorme che occupa in effetti mezzo garage. Due delusioni si incontrano in un gesto utile.

Da quando ho l’ Orrido ho potuto ricominciare a farmi le verdure sminuzzate tipo dado fatto in casa con cui io sopravvivo all’ inverno. E quindi comprando il macinato per il polpettone, ho preso un mucchio di verdure tra cui quel cavolo a punta sopra, che ditemi se non è bellino, biologico e costava € 1,49, che ce lo lasciavo?

Io adoro il cavolo che è una verdura meravigliosamente sana, ma non so mai bene cosa farci, e se lo lessi comincia a dare odore di cavolo che non a tutti fa piacere. Per cui pensavo di sminuzzarlo in mezzo al resto delle verdure e imboscarlo sano sano com’ è, in tutti i soffritti, sughi e minestrine che faccio.

Dado di verdure fatto in casa

Si fa così, tanto non è ancora questa la vera ricetta del cavolo: lavate, sbucciate e tagliate a pezzettoni le seguenti verdure a piacere: cipolle, porro, aglio, carote, sedano o sedano rapa, zucchine, cavolo, biete varie, spinaci, tutti gli odori che potete, prezzemolo basilico, quello che avete a disposizione e preferite. Almeno cipolla sedano e carota però mettetecele (io ho messo il sedano rapa). Sminuzzate tutto nell’ Orrido o altro robot, insieme a manciatine di sale grosso, deve risultare piuttosto salato alla fine. Mettete tutto in un colino e lasciatecelo almeno una notte, semmai con un piatto e un peso sopra per scolare tutto l’ eccesso d’ acqua. Il giorno dopo lo imbarattolate e conservate in frigo fino a consumazione, io l’ ho tenuto anche un mese. O lo surgelate in miniporzioni. Io lo uso tutte le volte che non sono riuscita a comprare verdure fresche per improvvisare piatti sani e nutriente: nelle polpette a chili, per esempio, a volte in peso pari a quello della carne, così i bambini che non amano le verdure le mangiano senza accorgercene. [fine della ricetta bonus]

Poi da una cosa nasce l’ altra. Il polpettone è piaciuto, il macinato di manzo bio era in offerta al super e che faccio, ce lo lasciavo? Sabato si sono festeggiati in famiglia i compleanni congiunti di Ennio e mio cognato piccolo (a mio cognato 11 anni fa abbiamo messo a credere che Ennio era il suo regalo di compleanno) e io mi sono offerta di portare il polpettone, visto che ci sto prendendo gusto a farlo, ma qui lo mangiamo solo in due (figurati se a Ennio può piacere una cosa che piace a suo fratello).

Io mi sono ricordata che mia madre e mia nonna in Polonia facevano i Gołąbki, che significa piccioncini e sono degli involtini di riso e carne avvolti nelle foglie di cavolo, e detto fatto, mi si è sincretizzato il cavolo, il polpettone, il macinato brasato ed ecco qua il piccioncione da compleanno.

La ricetta del cavolo della casalinga pigra

foto

Comprate un bel cavolo, pulitelo dalle foglie esterne e poi staccate alcune foglie esterne grandi e pulite. Potrei dirvi di lessarle, scolarle e farle asciugare su un canovaccio pulito, ma la casalinga pigra mette tutto direttamente sul piatto del microonde (pulitelo magari prima) e fa girare tutto per 10 minuti. Le foglie escono asciutte, cotte e morbide e la puzza di cavolo non si sente e non sprecate un canovaccio pulito. Tagliate la parte dura e curva in basso dello stelo della foglia, che così si appiattisce, e foderateci una forma da cake.

foto

Stendete un primo strato di polpettone e schiacciatelo bene, poi alcune uova sode sgusciate in fila, poi un altro strato di polpettone, schiacciate bene per compattarlo, ripiegate le foglie di cavolo esondanti dalla forma sopra, rifinite con un’ altra foglia su misura che copra tutta la carne, metteteci sopra una foglia di scarto che si bruciacchierà e potrete buttare, e passate in forno caldo a 180 per un 60 minuti o più se avete una forma molto grande, o fate prima un paio di polpettoni di prova per capire quanto ci mette nel vostro forno, che le ricette al forno sono sempre così tocca conoscere il forno e adeguarsi. Dopo abbassate il forno e lo lasciate un’ altra oretta a 40-50 gradi così vi si caramellano le voglie di cavolo scoperte.

foto

A questo punto io spegno il forno e lascio tranquillamente raffreddare così com’ è, magari aiuta, se vi piace, metterci un peso sopra, ma in genere basta così. Per la festa l’ ho fatto il due giorni prima, il giorno prima l’ ho tolto dalla forma e l’ ho lasciato a sgocciolare su una tavoletta di legno, poi prima di uscire l’ ho rimesso nella forma per proteggerlo e arrivati a destinazione, senza forma e sottosopra, in modo da finire di asciugare e colorare anche le foglie di cavolo inferiori, un ulteriore passata in forno a 180 gradi per riscaldarlo, e servito. Un successone.

Cosa dite, il polpettone? Ah, si.

Il polpettone io lo faccio a occhio, mettendo nell’ Orrido in 3 parti uguali:

1) pane secco grattugiato grossolanamente (o fette biscottate sbriciolate)

2) con una cipolla, verdure varie, magari del dado preparato prima, gli avanzi di cavolo se volete, le verdure in fondo mettetene quante ne volete, anche più`del pane e del formaggio, e

3) un tocco di feta, o se preferite la ricotta, dategli una salata extra, e se prima di iniziare ho grattuggiato nell’ Orrido dei resti dei pecorini vecchi, mettete anche quelli. Per legare, una o due uova, che facilitano anche lo sminuzzamento se usate le fette biscottate. A questa massa aggiungete una massa uguale o maggiore di macinato di manzo. Potete impastare  a mano, ma con un ulteriore giro di Orrido anche il macinato diventa più fine e la pasta è più omogenea. Se lo preferite senza foglie di cavolo basta avvolgerlo bene nella carta da forno, metterlo sulla placca o in una teglia e lasciar cuocere per un’ oretta a 180 gradi. Lasciatelo raffreddare nella carta e mangiatelo a fettine fini come ripieno di un panino, oppure come secondo in fettone più grandi.

Versione vegetariana

Potete anche decidere di mettere delle lenticchie scolate bene al pappone, al posto della carne macinata, fargli fare un giretto di Orrido anche a loro e procedere con o senza foglie di cavolo come preferite.

Ce l’ avete fatta? Siete arrivati fin qui? Siete ancora vivi? Ma siete fantastici, posso offrirvi una fetta di polpettone?


col cavoloimage-x-generic-portraitLe storie sono per chi le ascolta, le ricette per chi le mangia. Questa ricetta la regalo a chi legge. Non è di mia proprietà, è solo parte della mia quotidianità: per questo la lascio liberamente andare per il web.

Il Centro Astalli – JRS opera a Roma e in altre città italiane dal 1981, grazie all’impegno concreto di centinaia di volontari.
Accompagnare, servire, difendere i diritti dei rifugiati di tutto il mondo: questa è la missione che il Centro Astalli ha scelto di portare avanti nella realtà italiana. In un anno quasi 21.000 persone si sono rivolte ai servizi del Centro Astalli: mensa, ambulatorio, assistenza legale, scuola di italiano, centri di accoglienza, case famiglia.

La mensa del Centro Astalli è aperta cinque giorni a settimana, e ogni giorno prepara più di 400 pasti caldi. Il costo dei pasti: 5eur per un giorno, 25eur alla settimana o 100eur al mese. Si può donare qualunque cifra, utilizzando il conto corrente postale, n. 49870009, intestato a: Associazione Centro Astalli – via degli Astalli 14/A – 00186 Roma o tramite Bonifico Bancario, Banca popolare di Bergamo, sede di Roma, via dei Crociferi 44: IBAN IT 56 N 05428 03200 000000098333.

Indicheremo nella causale la dicitura “#liberericette”, per far sentire la nostra presenza. Voi ci sarete?

Blog-action per Rossella Urru

Se non esistessero i social-media io manco saprei chi è Rossella Urru. Per questo invece partecipo volentieri all’ appello della sua liberazione.

Rossella è una cooperante italiana che facevo un lavoro utile e bellissimo per i rifugiati del Sahara ed è stata rapita. Da allora nessuno ne parla e non se la fila nessuno, non ci sono notizie e il governo non pare abbia intrapreso passi per sollecitare sue notizie o la sua liberazione. Così, sparita dalla faccia della terra e dimenticata.

I suoi amici e la sua famiglia hanno aperto questo sito: http://www.rossellaurru.it che vi invito a visitare e a scrivergli per lasciare un messaggio di solidarietà, se credete.

Personalmente questa cosa mi fa molto impressione perché credo che avere una persona cara che sparisce nel nulla e non se ne sa più niente sia la tortura peggiore che possa capitare. Se uno muore almeno hai questa certezza basilare e riesci a dargli un posto nella tua vita. Se una persona cara sparisce, resti nel limbo fino a che non ne sai di più. E a volte non se ne sa di più. Quindi c’ è gente che vivrà per sempre nel limbo.

Quindi anche se non conosco Rossella e il suo lavoro, riesco ad immedesimarmi molto bene in chi sta aspettando di saperne qualcosa, e vi invito a non far scendere nel silenzio il suo nome e la sua vita.