PdO: Gli Oranje, la festa del re e l’inno nazionale

"Non credere a tutto quello che si trova su Internet, soprattutto se si tratta della foto di una persona famosa con accanto una citazione" Willem van Oranje

“Non credere a tutto quello che si trova su Internet, soprattutto se si tratta della foto di una persona famosa con accanto una citazione” Willem van Oranje

Il 27 aprile si festeggia il Re dei Paesi Bassi e Amsterdam diventa una bolgia infernale da cui gli abitanti, se poco poco possono, scappano. Per fortuna la data è cambiata solo da un paio d’ anni, prima si festeggiava il 30 aprile, giorno del compleanno della regina Juliana, nonna dell’attuale re. Quando Beatrix salì sul trono saggiamente si guardò bene dal cambiare la data della festa (anche perché il suo compleanno è a gennaio, e falla tu con questo clima una festa di strada a gennaio, che ancora non ci siamo ripresi dal corteo di San Nicola. ) Continue reading

I tedeschi e le bombe ai tre ponti

Il motivo per cui mio padre e i suoi cugini hanno sempre avuto questo rapporto specialissimo, quasi più da fratelli, è che durante la guerra molti andarono a stare dalla nonna Annina a Ofena, un paesino defilato in mezzo alle montagne, sicuramente più tranquillo di Pescara con il porto o altre grandi città in cui vivevano a rischio bombardamenti. Per cui crebbero tutti insieme come fratelli. Continue reading

La guerra nel mio quartiere: nonni e memoria

Oorlog in mijn buurt è un progetto scolastico che fa intervistare agli scolari di Amsterdam gli anziani che durante la guerra vivevano nel loro quartiere, o forse addirittura nella stessa casa. I racconti relativi al nostro quartiere sono qui, e stamattina, già che ci eravamo. Orso e la sua nonna polacca a colazione si sono raccontati le storie reciproche. La sua classe ha intervistato una signora sopravvissuta ai campi, e lui le ha chiesto dopo la guerra chi era rimasto che lei conosceva da prima. E lei dice di aver girato Amsterdam in bicicletta per tre giorni, senza incontrare nessun conoscente, tranne il suo dentista.

Mi madre gli ha raccontato che lei è nata nel 1943 e che all’ epoca suo padre era stato incarcerato a Montelupi, la prigione di Cracovia, e non sapeva se ne sarebbe uscito vivo o meno (poi ne uscì per spararsi un paio di campi di concentramento). E allora dalla finestra aveva lanciato un biglietto chiedendo a chi lo trovasse di far sapere a sua moglie che al tale giorno e ora sarebbe venuto alla finestra, di portargli a vedere la bambina.

E mia nonna aveva paura di andarci da sola con tutti i tedeschi in giro per Cracovia, chiese a zio Tadek, suo fratello, di accompagnarla e con la carrozzina andarono sotto Montelupi, e lei sollevò mia mamma per fargliela vedere.

Quando suo padre tornò dai campi, uno alto, magrissimo, stranito e senza capelli, lei aveva 3 anni, non lo conosceva e questo sconosciuto all’ inizio la spaventava moltissimo. Grazie agli amici socialisti Ludwig (perché mio nonno si chiama Ludwig e ci ho provato a suggerire a maschio alfa a suo tempo di chiamarlo un figlio Ludovic*, o almeno Ludin* e si è rifiutato, non so perché) era finito a fare il servizio in cucina e ogni notte, di nascosto, imboscava una ciotola di zuppa sul tetto di una baracca. Grazie a questa zuppa, per la quale rischiavano entrambi la pelle, se scoperti, il suo amico è sopravvissuto anche lui al campo.

Solo che questa storia mia madre e le sue sorelle e il fratello lo hanno saputo solo da adulti, quando questo amico sopravvissuto ha scritto un libro in cui raccontava le sue esperienze del campo e parlava anche di mio nonno. Mio nonno non ha mai parlato di quello che è successo, tranne alla fine da vecchio, l’inverno che io a 22 anni ho trascorso con loro per studiare a Cracovia, che ogni tanto mi diceva all’improvviso qualcosa.

E insomma stamattina Orso e mia madre si stavano scambiando i ricordi di guerra del nonno e della signora intervistata. E magari se in questi giorni non avessero avuto il progetto a scuola forse non avrebbero avuto la scusa per farlo. E visto che i nonni che durante la guerra erano già nati un po’ alla volta ci stanno finendo, trovo importante che ci si parli, ci si faccia raccontare e si ricordi bene alla gente come stavamo messi anche noi europei, con i nostri dittatori, i nostri bombardamenti, i nostri profughi e i paesi che li hanno accolti o respinti, perché la storia si ripete e dopo un po’ l’ umanità ricomincia a fare gli stessi errori.

E io sinceramente della guerra e dei profughi che stiamo respingendo noi adesso continuo a non sapere bene come raccontarne ai miei figli. Meno male che abbiamo ancora mia madre che gli racconta della sua.

Fare spazio: in testa, in casa e in ogni luogo

Oggi Genitoricrescono mi ricorda che tempo fa avevo scritto questo post con una riflessione sul cambio di stagione. E rileggendolo mi sono sorpresa, perché senza accorgermene oggi ho tolto gli stivali dalla scarpiera, anche se solo ieri sera li avevo rimessi, il maschio lo scorso weekend, vedendomi sopraffatta dalla vita, ha proposto di prendere in mano lui l’archiviazione delle mie caselle di mail (e gliene sarò grata per sempre), e io da qualche settimana sto riflettendo su cosa significa per me fare spazio.

E mi sono resa conto che in questo momento significa soprattutto tagliare rami secchi, metaforici e vegetali, che è ora di reimpiantare un’idea di orto, difendere i miei confini di spazio e impegno nei confronti di tutti, si, anche dei figli, e concimare: farmi regalare briciole di sostegno ed energia da chi mi vuole bene.

Questo quindi il mio programma generico di primavera, sui dettagli ci risentiamo.

La presente vale anche come avvertimento: come sa chi mi scrive o mi si rivolge da anni, ho un po’ il complesso di Wonderwoman e Madre Teresa: adesso invece devo chiedervi di difendermi da me stessa, e non ci sono per consigli, pareri, aiuti e robe varie, piuttosto lo chiedo io qualche aiuto pratico a chi può. Quindi non meravigliatevi se a volte lascio delle porte chiuse. Mi farò risentire quando sarò pronta.

E come diceva Salvatorello, il banditore comunale di Ofena quando ero bambina e annunciava il rientro temporaneo di qualche emigrante dall’America: “Se qualcuno gli vuole portare qualcosa, sta alla casa”. Se volete portarmi qualcosa di bello e di buono, mi trovate a casa.

 

PdO: i sostantivi del maschio in olandese

't mannetje

Come già visto con il temine gozer (che vi avevo citato qui e qui) e che significa :uomo”, ma deriva dal termine yiddisch per “sposo”, ci sono molti modi in tutte le lingue per definire genericamente una persona di sesso maschile. Noi abbiamo tizio, o tipo, o zio, o quello che vi pare (e che mi direte nei commenti), io vi faccio il solito elenchino ragionato dei termini usati in olandese per parlare di, o rivolgersi a un uomo.

Cominciamo con man = uomo, e tutti i suoi derivati: mannelijk = maschile o mannelijkheid = mascolinità. E come diminutivo abbiamo mannetje = ometto, ma in un significato specifico: quello dell’ ometto tuttofare che aggiusta tutto. E infatti ad Amsterdam e Haarlem abbiamo due negozi di biciclette che si chiamano così, come vedete in foto.

Man però significa anche “marito”, così eliminiamo in una botta sola anche la differenza tra: “ti presento mio marito” e “ti presento il mio uomo” e non ci si pensa più.  Sinonimi del man-marito sono: echtgenoot = coniuge, gade, eega e gemaal che vanno più in direzione di compagno di vita, consorte (Prins-gemaal è il principe consorte, per esempio), manlief, mannie, wederhelft = l’altra metà.

Poi c’è kerel o vent, baas, basserool, bink (ketelbink nelle navi o macchine a vapore era il ragazzino che a caldaia spenta riusciva ad infilarcisi dentro per pulirla, il garzone del macchinista o il mozzo, insomma. Vedete anche la canzone strappalacrime sotto). broger, gast, heer, heerschap, kadee, kerel, kinkel,manspersoon, meneer, mijnheer, pief (spesso: een hoge pief = un pezzo grosso) snuiter (o rare snuiter, un tipo strano), gozer, kastaar, klant, knaap, knakker, knul, man, pee, peer ( o toffe peer = un tipo figo, interessante), postuur,  vrijer. Ad Amsterdam dicono anche gast, che significa ospite ma equivale a “tizio”. Per i ragazzini (pestiferi) si può anche dire gassies. 

Maat o mattie, makker, gabber = amico, compagno, fratello,Maat anche marinaio.

Vi lascio quindi con Ketelbinkje, un classico dei canti da marinaio sul piccolo mozzo che da Rotterdam morì in mare.