Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

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Aver letto negli anni tanta letteratura buona e pessima ha il duplice vantaggio di farti attraversare i fatti della vita con un certo disincanto: sei un essere umano e nulla delle umane passioni e sfighe potrà mai esserti estraneo. E dico anche pessima letteratura, perché quella di solito ha come scopo quella di suscitare passioni, non di essere credibile e un paradigma di fact-checking, e si prende quindi  tranquillamente delle libertà che gli scrittori con pretese di serietà tenderebbero di loro ad evitare come la peste.

Tutti gli altri invece si appellano al magico principio della suspension of disbelief, che sarebbe il patto tacito tra autore e fruitore di sospensione dell’incredulità, per godersi il racconto, i personaggi e il fluire degli eventi senza stare adesso a fare tante questioni sul fatto se a Malta si guidi a destra o a sinistra (è un esempio). Continue reading

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Facebook mi ha appena ricordato che una volta, quando facevo parte del glorioso mommy-blogging italiano d’avanguardia andava di moda celebrare i compleanni dei figli con aneddoti, carinerie, toni commossi, ma come crescono in fretta, eccetera sul blog. In diretta, così, senza vaselina ma con tanto ammmmmooooorrreh.

Poi il logorio del moderno mommy-blogging o le direttive filiali sulla privacy, non so chi abbia contribuito di più a smantellare questo pilastro sociale, ci siamo persi.

Poi è arrivato Facebook.

Poi Facebook ha preso il vizio di ricordarti le cose che facevi in passato. Tipo questa.

Poi lunedì scorso figlio One è andato al campo con la scuola portandosi dietro un quantitativo da coma glicemico di dolcetti vari per offrirli alla classe il giorno del suo compleanno.

Che era ieri. Come il compleanno di suo zio. A cui a suo tempo mettemmo a credere di non aver fatto a tempo a fargli il regalo non perché stavamo partorendo, ma che il suo regalo era appunto il nipote. Da allora si vendica organizzando per primo le feste di compleanno in famiglia, in cui graziosamente festeggiamo entrambi.

E insomma ieri mando un cauto wazzap di auguri, che non lo so se in gita possono usare il telefonino sempre e comunque. Mi richiama. Vedo il nome registrato. Rispondo. Sento un vocione di uomo sconosciuto.

No, ma ditemelo com’era bello il mommy-blogging di una volta, quando avevamo i figli morbidi, con le guancette tonde e cinguettanti grazioserie che DOVEVAMO condividere con i posteri, manco la avessimo inventata noi la maternità (la maternità magari no, ma il glorioso mommy-blogging italiano si. Almeno quello me lo voglio riconoscere).

Insomma, oggi rientra dal campo scuola. Non oso pensare in che condizioni. spero solo che gli sia rimasto un angolino di guanciotta tonda e morbida da sbaciucchiarmi.

No, vabbè, dai, sembro una di quelle madri che

Boh.

Sto invecchiando, cavolo.

Posso almeno ricordarmi che maschio alfa all’epoca passava il tempo a cantarmi quel brano di Bocelli, solo che siccome lui è straniero aveva cambiato una parola che non gli veniva bene da pronunciare. Così mi tuonava a volte:

cooon teeeehh, PARTORIRO’

Poi una dice, ma le doglie te le scordi.

Siiiih, beata a te. Se penso a come me le ha fatte venire.

Bocelli, cavolo. Da parte di quello che mi sfotteva per i Dire Streats dicendo che erano musica da ascensore.

Ci ho fatto pure un figlio io con questo. Due, toh. Ma uno, nello specifico, ce l’ho fatto quindici anni fa. Fa quasi impressione.

Shaken, not stirred: Trump, Zwarte Piet e la paura del mondo ribaltato

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Shaken, not stirred, sono i post che mi escono di pancia, quando troppe cose mi si agitano in testa e cercano una loro collocazione. Poi di solito la trovano. Basta scriversela di dosso.

Il passato coloniale dei Paesi Bassi è sempre un argomento un po’ controverso, e l’elefante nella sua stanza è la questione della schiavitù. Come molte cose nella vita, se non ci passi, o non hai amici che ci sono passati, in un primo momento fai fatica a capire. E cosa c’entra tutto questo con Trump e ancora di più, che c’entra trump con Zwarte Piet (e chi è ZP?). Mettiamoci comodi che vi mixo un drink. Continue reading

Del lutto (di terremoti in diretta e in differita)

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“Manca il lutto” ha detto giustamente Claudio su Facebook a proposito dello straniamento tra chi sta vivendo in diretta il terremoto del centro Italia di questi giorni, e chi lo vive in differita. E ha perfettamente ragione, per cui fatemi mettere un po’ d’ordine tra le riflessioni sparse intorno ai miei terremoti di Internet.

“Il primo terremoto di Internet” di Massimo Giuliani, aquilano, terapeuta, orfano del terremoto come me, fu questo tentativo (che speravamo salvifico, ma cosa mai può essere salvifico quando devi fare i conti con la perdita del tuo passato e del tuo futuro) di storia della storia del terremoto, un racconto corale per recuperare persone e coordinate sperse in mezzo alla polvere. Un tentativo allora ancora più urgente per la politicizzazione e le narrazioni tossiche che si stavano creando (e tuttora vanno avanti) su quello che è stato il post-terremoto aquilano.

Sempre nell’ ottica della politicizzazione  di questo, abbiamo visto alcuni tentativi di militarizzazione del territorio anche per il successivo terremoto in Emilia, ma per allora, anche se perennemente sfollati, sotto l’onda lunga di processi vessatori (processane uno per educarne mille, ha funzionato benissimo) gli aquilani e il (minimo, per carità) pubblico di “esterni” che ormai avevano iniziato a seguire i loro sforzi di contronarrazione dal basso e dal territorio, sono stati in grado di partire, aiutare, avvisare, consigliare. “Non fatevi militarizzare”, e in parte ci sono riusciti.

Vi risparmio gli aneddoti e i dettagli a prova di queste narrazioni pubbliche che si servivano ottimamente del paradigma “aquilani piagnoni, ingrati o oscurantisti” perché oggi parlo di lutto. E se ci parliamo e leggiamo reciprocamente, lo sapete già.

Ma la premessa sulle narrazioni deviate è essenziale per spiegare la profonda differenza nel sentire il lutto e la perdita tra chi questi terremoti li ha vissuti in diretta e chi li ha inevitabilmente vissuti in differita.

In diretta non lo vivono solo le persone che sentono le scosse e vedono aprirsi le crepe nelle pareti di casa e la polvere sollevarsi (“quando siamo usciti di corsa abbiamo visto tanta nebbia, poi solo dopo abbiamo capito che era la polvere dei crolli”). Lo vivono a distanza anche quelli che appartengono ai luoghi del terremoto ma sono lontani, e la vivono forse in maniera per altri versi ancora più lacerante, perché non mitigata dal cervello rettile di chi sta ballando e pensa solo a come sopravvivere – la natura, ah, la natura come funziona bene con suo meccanismo fight or flight, peccato che su Internet non funziona e la razionalizzazione ti ammazza.

In differita non la vivono solo le persone che non sentono le scosse: in queste scosse distruttive mezzo centr’Italia e oltre ha ballato, chiedendosi, se era così forte, dove esattamente fosse l’ epicentro. Ed è tipicamente a questo punto che il sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia si impalla per le troppe visite e la gente è costretta a scrivere su facevo: l’avete sentita? dov’era? mamma mia che botta, l’ abbiamo sentita anche qui e qui, amici di X, come state? e per fortuna Markuccio nostro, a differenza di chi si occupa dei siti di INGV e protezione civile, che stanno lì ma non servono nel momento del bisogno, Facebook, dicevo, nel frattempo ha attivato la funzione di far sapere ai tuoi amici che stai bene se per caso ti localizza in zone di disastri, attentati e sfighe varie che potrebbero impensierire chi non ti sente. E diciamocelo, che nella situazione di panico, linee telefoniche interrotte, qualche anima santa che pensa a ricordarti di mandare sms per dire che stai bene e non fare troppe telefonate per non intasare le linee che servono per i soccorsi e ti si scarica la batteria se non sei scappato col caricatore appresso, ecco, questa funzione di Facebook è la cosa migliore che ci si potesse inventare.

Facebook ormai è la mia finestra sul mondo e dal terremoto dell’Aquila e a parte quello di Amatrice, che c’ero ma dormivo (“stanotte mi sono svegliato per la scossa e il mio primo pensiero è stato: ma è il terremoto, il secondo: vabbè, chissenefrega, siamo in un MAP, e mi sono rimesso a dormire”)  tutto il panico di amici e vicini che invece rivivevano nella carne e nel cervello rettile quello che gli era successo dai quei maledetti secondi alle 3.32 del 6 aprile del 2009 all’Aquila, e che al fatto che da allora sono sfollati nei Moduli Abitativi Provvisori o MAP, che per definizione sono antisismici il cervello rettile se ne fregava, lo poteva fare solo chi non c’ era stato, io come stanno quelli che ballano lo so da quello schermo col pollicione.

E quindi è su Facebook che l’ altra sera ho saputo che c’erano scosse (diciamo che lo so da anni da Facebook che ci sono scosse, proprio perché ho troppi amici e conoscenti che vivono in zone sismiche e vuoi o non vuoi, dopo che sopravvivi a un terremoto distruttivo diventi un po’ un sismografo vivente, avverti pure le scossette tra i 2 e i 3 gradi, quelli che in teoria vengono registrate solo dagli strumenti).

E meno male che gli aquilani sono capaci di riderci sopra.

E mi sono risentita da vicino tutto il dubbio lacerante di chi a sera inoltrata, col tempo da tregenda, la pioggia e il cervello rettile che ti insulta, si chiede: esco, non esco, vado a dormire in macchina, ma mio marito si rifiuta, che faccio? Sono a casa sola con i bambini e mi sono infilata sotto il tavolo. 

E lì siamo partiti con il senno di poi, confortando, distraendo, riesumando e ripubblicando le nostre liste messe insieme dopo il sisma, i nostri patetici consigli su cosa fare in caso di sisma, sperando che questa volta qualcuno li leggesse prima.

“Qualunque cosa, tieni telefono, computer e tablet sotto carica e lasciaci sempre il caricatore attaccato. Se succede qualcosa hai la batteria piena”

“Preparati una borsina di emergenza, metti qualche bottiglia d’acqua e coperte in macchina e parcheggiala lontana dai cornicioni”

“Preparati una cartellina con i contratti importanti, qualche bolletta recente pagata e la dichiarazione dei redditi, un mio amico ha dovuto ripagare le tasse perché le ricevute stavano sotto tre piani di macerie. Non ti servirà, ma fallo per scaramanzia, e mettici il decodificatore di Sky, che almeno ti distrai”

Ecco, quei momenti lì delle paure, delle preoccupazioni, dei dubbi su cosa fare (e non cercate le risposte sul sito della Protezione Civile che non ha di default in homepage una sezione dedicata ai numeri di emergenza e a cosa fare, ma solo le solite robe istituzionali e autoincensatorie, e che ora che mette un aggiornamento i giornalisti già hanno fatto le foto ai piatti abbandonati a metà della cena per far capire al pubblico bue a casa come ci si sente quando scappi da un terremoto, bravi davvero) ti attacchi a Internet.

E poi c’è il dopo. Il dopo in cui si contano i morti, si fanno le classifiche, si postano le foto ad effetto, l’orsacchiotto nella polvere, la buca nella strada, il cornicione in bilico, la tamponatura squarciata con gli spaccati di vita quotidiana immobilizzati lì per sempre, la barella col lenzuolo sopra. C’è qualcosa di confortante, per alcuni, in questo conto delle vittime: dai, ne sono di meno che a X, dai, la ricostruzione a norma dopo il terremoto precedente ha funzionato, dai, le strutture di emergenza rimaste in zona dopo il terremoto dell’Aquila si stanno rivelando utili, dai, la maggior consapevolezza fa partire interventi utili e mirati, chiudiamo le scuole, facciamo i sopralluoghi, evacuiamo gli edifici pubblici, apriamo i punti di raccolta, sindaco perché non mettete una tensostruttura per gli anziani che hanno paura a dormire in casa ma in macchina non li puoi far stare?

E dopo, dopo in questo caso, si tira un sospiro di sollievo perché il terremoto in fondo non ha fatto vittime. E allora basta, passiamo ad altro, la ricreazione è finita, troviamoci altre notizie urgenti.

E questo lascia un vuoto enorme, una mancanza di sensibilità nei confronti, non tanto dei terremotati in diretta, che quelli sono sfollati e stanno quantificando i danni e spolverando le macerie e sono perfettamente riconoscibili come vittime, non se li filano più i media, ma le istituzioni almeno si, ma di quelli in differita.

Come se la lacerazione di veder sparire i luoghi del tuo passato e del tuo futuro, quando il presente lo stai vivendo a distanza, non contasse. Non ci sono morti, andiamo avanti con l’ ordine del giorno. E noi, noi terremotati a distanza, dobbiamo fingere di andare avanti, che ci importi ancora qualcosa di tutto quel quotidiano che fino a un momento prima rappresentava la nostra vita normale e il naturale punto di congiunzione tra il passato a il futuro altrove, lì, in quei posti e quei paesaggi dell’anima, prima che fisici, noi vorremmo correre lì e contare e vedere, e parlare e fare, e siamo inchiodati a una quotidianità maledettamente normale, circondati da gente che non ha idea, che non sa come ci sta facendo male con la loro ottusa indifferenza alla voragine sul cui orlo ci ritroviamo a camminare, che non ci capisce.

E a quel punto o ci inventiamo qualcosa o ci giochiamo un pezzetto di futuro, proprio qui ed ora. Meno male che abbiamo Facebook su cui ritrovarci e sfogarci. Ma il quotidiano, signora mia, il cervello rettile capisce solo il quotidiano. e se non puoi correre fin lì, puoi solo lottare. Cerca solo di non farlo contro te stesso, e prova, se ci riesci, a non farti troppo male.

(Non se ne esce, non subito, ma il tempo è galantuomo, anche quando la tua vita da quel momento la puoi solo dividere tra un “prima del terremoto” e un “dopo il terremoto”). 

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“Guida affettuosa al piacere del vino”

cascine-orsine-foto-monicaSono in Italia e ho appena finito i due Laboratori del gusto con cui abbiamo fatto uscire nel mondo la mia Guida affettuosa al piacere del vino, l’e-book edito da Pianopiano Book Bakery, con le bellissime illustrazioni di Laura Orsolini. E non potevi dirlo prima, mi direte, che magari qualcuno ne approfittava per unirsi? Eh.

Il fatto è che sono stanchissima. Ho la fortuna di avere grandi amiche, come Anna e Rachele Lo Piano, le mie editrici, che con tutto che per loro questo non fosse il periodo ideale per avviare la promozione, sapevano che questa è la mia settimana di libertà con i figli in vacanza, e che adesso toccava approfittarne. La fortuna di avere Patrizia Menchiari e Chiara, che come hanno sentito delle mie intenzioni di organizzare un laboratorio mi hanno messo generosamente a disposizione la sede del suo workshop e casa col marito casaro.

Così sono nate le due anime di questi laboratori:

le-quattro-terre-degustazioneuno in un setting molto professionale, quello dell’Agriturismo Le Quattro Terre a Corte Franca, nel cuore delle bollicine metodo classico italiane, la Franciacorta. Coadiuvata da un collega da cui ho tutto da imparare, Nico, che oltre a fare dei vini eccezionali (e premetto che di mio le bollicine metodo classico non sono, pardon, erano, tra i miei vini del cuore) segue con amore e competenza la cucina dell’agriturismo, di altissimo livello, e insomma andateci e sappiatemi dire. Questo corso lo abbiamo fatto al termine del workshop di Cardiomarketing di Patrizia e ho avuto modo quindi di parlare anche del marketing del vino e del perché preferisco i piccoli viticultori cocciuti.

L’ altro, lo vedete dalla foto sopra, in un ambiente tutto amichevole e conviviale, nella casa colonica del casaro alle Cascine Orsine, con bambini, gatti e canona che entravano e uscivano, mentre Luca Aschieri ci spiegava esattamente come faceva i vari formaggi che ci ha fatto assaggiare. E amichevole perché sono venuti sia gli amici d’infanzia che gli amici di blog con cui ci si guardava in faccia per la prima volta, ed era come quelle riunioni in campagna che si facevano quando ero bambina con i miei. Poi eravamo pieni di biologi, medici, farmaceutici, e quindi è stato un attimo passare anche a questioni tecniche di microrganismi formaggiosi e vinosi.

Per cui io per un po’ continuo a fare le cose con calma e cerco di riposarmi un po’, ma stiamo comunque organizzando belle cose conviviali, degustazioni, incontri tematici intorno a questo libro, di cui posso veramente dire che sono soddisfattissima, e che ha goduto di ottimi interventi di chi ne sa, tra cui Eddy Furlan, il mio maestro sommelier e se capitate dalle parti di Nervesa della Battaglia fate di tutto per andarci a mangiare, Beppe Pescaja sul Piemonte vitivinicolo, Sara Boriosi che non solo è anche lei una donna che beve vino ma ha condiviso con noi un suo intimissimo excursus tra amore e vino, e tanti altri.

Per cui, se avete qualche ex-astemio o ex-beone a cui regalare la storia di un’epifania alla scoperta dei propri sensi per annusare, gustare e capire il vino, ricordatevi di noi.

Amiche che leggono i silenzi

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“Come stai?”

“Meglio”.

Da parecchi mesi, ovvero da quando in primavera sono stata davvero male male, come nn credevo sarei arrivata a stare, ma siamo umani e non pozzo senza fondo di risorse ed energie, dico che sto meglio. Ma non sto bene. E tendo a rinchiudermi in attesa che mi tornino energie, poi siccome il mio cervello è una ruota che gira di continuo e l’ horror vacui il pungolo che mi spinge come una Nimbus 2000 infilata nel sedere, qualcosa mi riprendo in mano, ma non mi restano energie per altro che quei piccoli pezzi di lavoro circoscritti, che mi rendono felice.

Ieri in macchina (dove altro?) ho provato a spiegarlo a Figlio 1 che sono già due volte ultimamente che mi vede piangere, e dico da mesi che me ne devo trovare una brava, ma ancora non ci arrivo. Non ci voglio arrivare, evidentemente. Dovrei anche muovermi, trovarmi qualcosa da fare, uscire a fare passeggiate almeno ora che dura il tempo buono. Me lo dico e poi non lo faccio.

Insomma, il mio star male si traduce in una chiusura al mondo, a quel paio di amiche fantastiche che ho vicino e che non mi mollano, quando dura troppo mi vengono a stanare.

“Tu lo sai che puoi e devi chiamarmi quando non  va”.

“Lo so, ma vedi, il punto è che quando sto proprio giù non mi viene neanche in mente di chiamare nessuno”.

“Stasera alle 20 vado ad Aquagym vicino casa tua, c’è un’ istruttrice tostissima”.

E così ieri alle 19 e 52 mi sono precipitata fuori casa col costume, l’asciugamano, niente lenti che mi sono scordata e ho fatto la lezione cieca, senza occhiali e tirando a indovinare, le cremine che dopo la doccia meglio coccolarsi.  E mi è passato di botto il mal di testa enorme che mi tiravo dietro da una settimana.

Per cui oggi chiamo io quel paio di amiche che sento da troppo tempo silenziose.

E comunque va davvero meglio, eh,mi sto organizzando un Wine Love Tour per metà ottobre che non avete idea.

Perché insomma,sarò stata in crisi profonda tutto questo tempo, ma almeno ho finito un libro, la “Guida affettuosa al piacere del vino”. E ad Anna e Rachele Lo Piano, che mi hanno incoraggiata e compresa tutto il tempo, e dato una spintarella per ripartire al momento giusto, gliela devo, una degustazione o due come si deve, no?

Stay tuned perché appena abbiamo le conferme definitive vi pubblico anche le date e le sedi in Nord Italia.