De rerum familia, Clotilde e Leonzio e l’importanza delle liste nozze ponderate

Nel salottino della nonna c’era questa consolle con tante foto di tutti i parenti, soprattutto quei bei ritratti dei matrimoni dove tutti sono più belli, più acchittati, i bambini più ricamati e i fiori più opulenti, tutte in queste belle cornici d’argento, che poi dopo die Katastrophe toccò vendere, ma le foto le abbiamo conservate tutte. E una volta in un angolino nascosto dietro a tutte trovai questa foto di una giovane coppia, molto bella ed elegante, molto felice, in posa da foto di fidanzamento. Mi ricordavano qualcuno, ma non sapevo chi.

“E questi chi sono?”

La nonna sospirò: “Sono Clotilde e Leonzio da giovani”.

La zia Clotilde me la ricordo benissimo, è una signora magra magra, molto divertente, ha sempre aneddoti carinissimi, in particolare di quando suo fratello si sposò in una famiglia piena di Clotildi, e allora per non confondersi lei la chiamavano la grande Clo per distinguerla dalla sorellina della sposa, la piccola Clo, con la differenza che lei appunto era piccola piccola e magra magra e la piccola Clo a 13 anni era alta come lei e forse due volte più larga (poi con lo sviluppo si riproporzionò) e questa cosa della grande e della piccola faceva ridere, e poi c’era anche nonna Clotilde, e la zia Tilde, e un’amica della nonna che chiamavano Madama Tildina, insomma, alla fine si erano ricapate. La zia Clotilde è molto attiva tra le Dame di san Vincenzo e per le feste tipo Natale o Pasqua mette di mezzo amici e nipoti per il presepe vivente e la sacra passione, che un anno con la scusa che ero piccola mi misero a fare la pecorella nel coro di natale e io mi vergognavo da morire. Mi avessero almeno messa a fare il lupo.

Lo zio Leonzio invece è un cugino di mamma, di cui si parla molto, a spizzichi e sussurri, più che vederlo. Diciamo che più che un parente è un proverbio, perché spesso li senti dire: “Come direbbe Leonzio”, oppure: “Quella volta che Leonzio” e cose del genere.

È molto carino anche lui, quando viene ha sempre chicche e regali per noi bambini, poi la mattina lo vedi scendere con i suoi elegantissimi pigiami e vestaglie di seta, dei sigaretti piccini piccini, e va a far ridere la nonna, e tutti quanti in effetti, raccontando anche cose tremende secondo me perché i grandi pensano che non ce ne siamo accorti, ma certe volte come ci vedevano entrare smettevano di parlare, rimanevano tutti a ridacchiare e ci portavano via subito. Zio Leonzio deve avere qualche lavoro molto strano perché nessuno lo ha mai detto bene, “è un uomo di affari” dicono, e viaggia molto, ma quali affari non so proprio.

Si dice persino che sia stato diseredato da suo padre, anche se non ho capito bene come, visto che si vedono sempre e si rispettano. Forse perché vive senza essere sposato con una signora con cui si vogliono molto bene “e per fortuna che lei ha del suo e vivono in casa sua”, “che ha una pazienza quella santa donna”, “la fortuna anche che non hanno figli insieme”

“Ma la zia Clotilde e zio Leonzio sono amici? Non li ho mai visti insieme.”

La nonna ci pensò un po’.

“Senti, sei grande, tanto vale che te lo dica ma non ripeterlo a nessuno: sono stati sposati. Poi per tanti motivi non sono più rimasti sposati e la Sacra Rota ha annullato il matrimonio. È stato nello stesso periodo in cui suo padre lo ha diseredato, ma si erano messi d’accordo su tutto. Solo che è tutta una cosa un po’ strana e anche un po’ imbarazzante, per questo non ne parla nessuno, ma loro sono amici, si vogliono bene, si scrivono, qualche volta si vedono, ma non hanno piacere di sbandierarlo in giro. E io voglio bene a tutti e due e me li voglio ricordare da fidanzati.”

E insomma, così in una botta sola a 12 anni avevo messo le mani su uno dei Grandi Misteri di Famiglia (cosa fosse la Sacra Rota me lo feci spiegare dopo da suor Filomena che mi faceva catechismo privatamente per la cresima), e meno male che ero curiosa e avevo fatto domande, perché davvero poco dopo zio Leonzio morì, e anche lì ci fu un funerale strano, non ci dissero nulla, io non potei più fargli le domande che avrei voluto e della zia Clotilde avevo soggezione perché immaginavo abissi di sofferenza matrimoniale, considerato poi che lui viveva con l’altra e lei invece faceva la dama di san Vincenzo anche se con l’annullamento avrebbe potuto risposarsi, e anzi, ce n’erano che la volessero, ma niente. Insomma, nessuno di noi nipoti avrebbe mai saputo niente se io fossi stata meno impicciona, in questa e altre occasioni.

E invece è pure una bella storia, compresa quella della morte di zio Leonzio, che uno dice, come fai a dire che è bella, se è morto, ma è così. Ci sono delle persone che muoiono come hanno vissuto, facendo le cose che gli piacevano di più e dopo seppi che zio Leonzio era morto mentre stava giocando – e vincendo – a poker al circolo, con uno dei suoi sigaretti in mano e il suo whiskey preferito accanto. Stava mettendo giù la mano vincente quando di colpo cadde in avanti con la testa sul tavolo, nella sala accanto c’era anche un gran professorone in medicina che accorse subito ma poté solo constatare che era morto di botto, e dicono che stesse sorridendo. E questa cosa del sorriso me la ricordo, perché quando mi portarono alla veglia, che da piccola e dopo non so quanti morti mi avranno fatto vedere perché si usavano le veglie e in fondo era come se dormissero, nel loro letto con il copriletto di pizzo e i 4 ceri intorno, ecco, continuava ad avere quel sorriso, e tutti che dicevano: “Ecco, è proprio lui, la morte più bella che potesse avere.”

E sembrava che avesse appena raccontato una di quelle barzellette che noi non potevamo sentire. Poi siccome quando successe io ormai ero grandina e la storia la sapevo, misi insieme vari pezzi e capii che era per quella malattia del gioco e delle scommesse che la zia Clotilde era stata costretta a lasciarlo, perché non ce la faceva proprio ad aspettarlo tutte le sere che rientrasse dal circolo.

Ma erano matrimoni di altri tempi, e anzi, per quei tempi fu davvero straordinario che lei lo lasciasse, ma il fatto era che non erano cattivi, nessuno, e la sua famiglia lo sapeva bene che era così, ma non l’avevano mai detto a Clotilde nella speranza che avesse trovato una ragazza in gamba che lo avrebbe tenuto a bada e distratto dal gioco. E così non fu purtroppo, che poi si sentivano in colpa, ma proprio per questo si sono sempre trattati e invitati tappando la bocca alle malelingue col sorriso.

E il padre lo dovette diseredare proprio perché lo avevano avvertito che ne aveva fatto una grossa e rischiavano che i creditori chiedessero il sequestro, e poi cosa fatta capo ha. Perché alla fin fine era vero tutto, di Leonzio, gran giocatore e grande uomo di affari, e in entrambi una volta gli andava bene e una volta gli andava male, cadeva e si rialzava.

(Che poi anni dopo, quando ormai anche la zia Clotilde era vecchia, e stava morendo, e la andavamo a trovare per farle compagnia, le domande gliele feci eccome, e anche lei si era stufata di tutti questi segreti. E scoprimmo che lei era molto fragile di nervi e prendeva quindi un sacco di tranquillanti quando lui non rientrava e lei si agitava, “ma anche l’oppio, la cocaina, tutte cose che adesso ci vuole la ricetta dell’anestesista, però poi dormivo” e noi alzavamo gli occhi al cielo all’idea di zia Clotilde psichedelica, che chi l’avrebbe detto, e certi funghi che le riportava un missionario dal Sudamerica, altro che ricetta quelli, averceli pure noi.)

E ci raccontava di quella volta che le regalò una parure di diamanti, ma la settimana dopo gliela chiede sa impegnare – poi la riscattò ma ormai lei si vergognava a portarla, come se tutti l’avessero vista al banco dei pegni. Invece l’altra donna di zio Leonzio, proprio perché non erano sposati e lei era padrona in casa sua e delle sue cose, la prendeva diversamente. Una volta anche da lei portò una statua in bronzo bellissima, un’occasione, ma quando gli servì per riscattarla lei disse solo: “Ormai sta qui, ci sono affezionata e qui rimane, quanto ti serve che me la compro io?” e la zia Clotilde lo diceva ammirata, perché  lei quella presenza di spirito non l’avrebbe avuta.

E ci diceva sempre: ragazze, la cosa più importante per una donna sono l’istruzione e aver del suo, mi raccomando, fatevi sempre intestare dei beni inalienabili per il debutto, e teneteveli a cari, che ben che vada sono vostri e non ve li tocca nessuno e male che vada li lasciate ai nipoti. E infatti a me lasciò un frutteto e a mia sorella un seminativo che stanno ancora lì e rendono.

E la compagna di zio Leonzio, che poi al funerale si parlarono e si trovarono simpatiche e anche lei la veniva a trovare con noi, aggiungeva: ragazze, oltre ai beni, però, pensate alla lista di nozze, che la cosa fondamentale sono un bel set di padelle in ghisa, che durano in eterno, e ormai come quelle di una volta non ne fanno più, ma basta saperle curare. E infatti lei alle sue di nipoti lasciò le padelle.

Per questo io nella lista di nozze ho chiesto un set di padelle in ghisa, che solo la padellata in ghisa risolve tante piccole cose nei migliori matrimoni. Quelle in tefal, sinceramente, giusto l’uovo ci puoi friggere perché sono troppo leggere per salvare i matrimoni. E con le case piccole di oggi è bene che gli oggetti di cucina siano multi-tasking.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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De rerum familia 1 o del vero nome di Scialba della Zozza

Io lo so che tutti vorreste sapere da dove deriva il mio nomignolo di casa Scialba. È tutta colpa di quello stronzo di mio cugino Alexander (“Quello è falso come la mamma”, diceva la suocera della zia, e aveva ragione). A me mi avevano chiamata Natascha come la mia madrina di battesimo, Alba come la nonna materna, Maria come lo zio Fernando Maria, e un altro paio di nomi che adesso non serve ricordare. E fino a un certo punto andava tutto bene, tanto che la nonna ci chiamava a me e allo stronzetto (p’tit e con sono in fondo state le prime due parole in francese che ho imparato grazie a lui) Sascha e Nascha, core della nonna se’.  Solo che il cazzone una mattina ha avuto la bella trovata di mettersi a urlare: “Nascha Alba perché è scialba” e tutto felice del suo spirito di patata mi ha rovinata per sempre. Perchè i nomignoli meno sono azzeccati più si appiccicano, n’est ce-pas?

Poi il cielo esiste, perché come disse una volta mio fratello: “Facci caso, tutti quelli che ci davano fastidio da piccoli sono morti di overdose”, insomma, pure Sascha ci rimase in qualche festino di quelli che giusto lui ci andava e hanno dovuto coprire lo scandalo, infatti la famiglia fece comprare entro le 6 di mattina tutte le copie della Gazzetta del capoluogo che non ne è avanzata neanche una, e per dei mesi su tutti i muri del centro comparivano queste scritte: “Chi fa le feste?”. Che poi muri del centro per modo di dire, solo sui palazzi loro e altre proprietà, manco il catasto era aggiornato come le scritte, quindi le deve aver fatte o fatte fare qualcuno che sapeva troppe cose.

E nel suo caso, ma giusto lui che era parente, non si trattava manco di overdose ma di un’orgia che gli era un po’ sfuggita di mano. È che al povero Sascha, che adesso diciamocelo, parlandone come se fosse vivo, stronzetto era stronzetto, e falso pure, ma gli ho voluto bene da bambina e ci siamo fatti tante risate, ma era anche uno che la vita voleva godersela a mille e per puro caso aveva scoperto che bastava un foulard di seta stretto attorno al collo, ma pochino pochino, eh, per intensificare gli orgasmi, e io glielo dicevo “Sascha, fai quello che vuoi ma ricorda cosa diceva la nonna: il letto come te lo fai ci dormi, e ti ricordo che era il suo modo pudico di dirci di stare attenti a chi ci trombiano, e tu gioia mia, ti piacciono davvero tanto quelli col bicipite turgido, che per carità, pure io, che c’entra, ma insomma, quando vuoi farti stringere il foulard meglio l’amante tipo intellettuale emaciato che il camallo che piace a te”, ma niente a lui piacevano robusti e truzzoni, e si è visto che fine ha fatto.

E allora visto che per tanti motivi che non posso sviscerare tutti qui, ma siete gente di mondo e la metà li avrete capiti da voi, io non potendo manifestarmi con nome e cognome veri (e dio benedica quei paesi dove ti puppi il cognome da sposata anche se divorzi, almeno fino a che non ti risposi, che con 3 matrimoni all’estero ben assestati ho confuso le tracce che manco la Pantera Rosa) io questo nomignolo adesso lo porto con orgoglio, tanto la saetta divina per ora mi ha dimostrato di vederci benissimo, e chi sono io per oppormi al volere dell’Eterno?

E  il della Zozza? Ma niente, quello fu il bisnonno per disperazione, che questi cognomi austro-ungarici ci si confondevano tutti con le consonanti nelle trascrizioni, a ogni documento una dizione diversa, insomma, al terzo rogito che tentavano di invalidargli con la scusa del nome che non si capiva si è deciso e ha italianizzato. Ma solo lui, col risultato che quando facciamo la riunione annuale alla reception si confondono sempre, ma poi ci si ricordano, eccome se ci si ricordano. Ma magari ve lo racconto un’altra volte, che con i cognomi ci serve un pochino di tempo, e meno male che non ho mai amato usare i titoli, che lì, uh, per pura tigna me li sono imparati a memoria a 5 anni con la prozia badessa, che quelle rinunciano a nome e cognome per sposarsi Gesù, ma non gli toccate i titoli, per carità del signore che fanno venire la grandine a forza di invocazioni, nevvero, un filino alternative, e giaculatorie, tante giaculatorie, una per titolo. E con la grandine di questa stagione ci si rovina l’uva, meglio di no, che altrimenti il vino della messa con cosa lo facciamo? Insomma, i titoli non so se ci torneremo sopra.

 

Le sopracciglia a quindici anni (pensieri sparsi e rincollati)

Il quindicenne una mattina si sveglia

con le sopracciglia di sua madre.

Cioè, è sua madre che lo guarda negli ultimi fili di sonno aggrovigliati

come lo guarda peraltro tutte le mattine

da quando è nato, per capire

se è lì, se respira, se è vivo, se è ancora suo,

e di botto tra fronte e ciglia e capelli unticci

scopre delle linee più scura, grosse,

che si mangiano un po’ quella fronte di bambino biondo,

il perfetto bimbo ariano delle pubblicità, che era fino all’altroieri

e che adesso ha un nasone.

(Perché ieri per caso non era lei a svegliarlo.

E si è persa tutto.)

“Ma hai visto le sue sopracciglia? Sono cresciute anche loro”

perché questa è l’età in cui cambiano dal mattino al pomeriggio

in quelle ore di vita autonoma e ritrovato spazio in testa

in cui la madre riesce a riprendersi e per qualche ora non si vede madre perché sa

che sono grandi e possono rientrare e scaldarsi un piatto di minestra,

persino fare la spesa e avviare una cena

e la madre questo momento se lo sognava la notte, tra una poppata e l’altra

in cui si chiedeva se

il suo corpo sarebbe mai stato di nuovo suo

e la vita la sua

e il tempo il suo,

e si diceva che no, che ormai era fatta,

e il suo corpo, il suo tempo, la sua vita, la sua testa,

che tutto ormai era ampliato, amplificato, 2.0

che non si poteva tornare più indietro, solo andare avanti

tra minestrine, orari di scuola, pediatra, notti condivise

con altri corpi, altre teste, i sogni che si mischiano tra loro, con il respiro

(che, diciamocelo, quel respiro di angeli adesso sa di tigre che ha mangiato la bruschetta a cena).

 

Perché sono tutte fasi, le dicono e lo dice.

Iniziano, vanno avanti, diventano qualcos’altro.

 

I compiti urlandosi addosso.

I baci del mattino, della sera, del pomeriggio.

I no che aiutano a crescere.

(I vaffanculo pure).

La mano che ti prendono per strada, senza pensarci, perché sanno che sei lì,come quando erano piccolipiccoli.

I weekend con grovigli di braccia, gambe, cuscini, capelli, vita, cartacce e controller di quindicenni nel soggiorno, o nei soggiorni altrui (e l’occasionale orsetto nello zaino, che siamo grandi e ci ridiamo sopra e possiamo permettercelo allora)

Il tè a letto quando stai male (e non l’hai neanche chiesto).

Le scarpe dello stesso numero per una breve stagione

Ti rubano i pantaloni della tuta

E le mutande al padre

E i calzini ormai di tutti in un unico cassetto

Dopo il tempo, la testa, il corpo, i pensieri, si prendono i vestiti.

 

E tu che l’hai già visto succedere tanti anni fa,

sai che è nel corso delle cose,

con qualche soprassalto:

la voce estranea che risponde al suo numero che stai quasi per dargli del lei,

e ti fermi in tempo (ma strano ti fa strano, non c’è scampo).

 

E adesso queste sopracciglia estranee, di cui chiedi anche al padre che magari sei tu.

“E vero”. E tace.

“Sono identiche alle tue”.

 

E lì capisci che non c’è scampo, per nessuno, che Mendel lo aveva già detto,

e anche quella signora sconosciuta che disse a tua madre:

“Ma sa che sua figlia mi ricorda tanto il mio vecchio ispettore scolastico.”

 

Per forza, era lo zio di tua nonna l’ispettore.

 

È che da piccoli siamo tutti i bimbi delle pubblicità.

E poi un po’ alla volta diventiamo come i prozii, le stesse facce di famiglia, i nasoni, a volte i baffi.

 

E  (questo non stava nel manuale) si comincia dalle sopracciglia.

 

 

Storie e racconti con i ragazzi

A volte non mi rendo abbastanza conto della grande fortuna che ho avuto a crescere circondata da gente che raccontava fatti e storie. Poi avendo intorno anche forti lettori automaticamente le mie storie, da ragazzina solitaria, le cercavo nei libri e i fatti ho cominciato a non vederli più come fonti di storie. Quelle erano chiacchiere.

È stato grazie al blog che ho trovato un modo di scrivere, un tipo di voce, che, ora mi rendo conto, è quella delle persone con cui ci siamo sempre seduti accanto per raccontare e ascoltare fatti. Spesso me lo dicono, che quando scrivo sembra di starmi seduti accanto a raccontare e questo è il complimento più bello che mi si possa fare. Un po’ è spontaneo, un po’ ci ho lavorato, un po’ è diventato un vestito mentale.

Adesso che lo so, anzi, mi chiedo se sia per caso uno degli effetti dell’ADHD:  ve ne parlavo qui a proposito delle voci in testa, ma ci stavo pensando stanotte che in una botta di insonnia mi sono ascoltata questa bellissima lezione di Alessandro Barbero sulle mistiche del medioevo e le voci di dio e degli angeli che gli parlavano. Insomma, io quando faccio cose senza doverci fare uno sforzo intellettuale specifico, cioè cammino, giro, cucino, lavoro, costruisco, io ho ininterrottamente in testa la voce narrante che mi elabora quello che penso, faccio, voglio, come se lo stessi scrivendo. Se avessi anche il dettatore automatico, uuuh quante storie mi ritroverei belle e pronte.

Però delle volte col maschio alfa ci chiediamo se i nostri figli abbiamo ereditato da noi questo piacere per la lettura: da anni a casa li vediamo leggere soprattutto fumetti o libri divulgativi. Eppore a loro le storie piacciono un sacco. Quando erano più piccoli non erano molto bravi a raccontarle, nel senso che non erano proprio abituati a costruirle con un inizio, uno svolgimento ed eventualmente delle conclusioni, saltavano di palo in frasca e lo svolgimento toccava crearselo come quei disegni che compaiono unendo i puntini. A scuola invece leggevano un sacco di libri, Figlio 1 verso i 10 anni in un paio di mesi si è fatto tutta la saga di Harry Potter dalla biblioteca scolastica, ovvero nel tempo che a scuola gli facevano dedicare alla lettura individuale. Figlio 2 la gestiva direttamente, la biblioteca scolastica, si studiava dei gran manuali e poi riferiva alla classe. Non che facesse parte del programma, ma i suoi compagni erano affascinati da come raccontava di pianeti, gravità, macchinari vari e i santi insegnanti lo lasciavano fare.

Io invece ho un piccolo trauma sul leggere ai figli: a un certo punto ci siamo arenati su Lo Hobbit che gli leggevo a puntate in italiano la sera, proprio il grande specialmente era incapace di stare zitto e buono senza interrompermi 20 volte al minuto con domande che se fosse stato un attimo zitto gli rispondeva il testo, aveva l’ansia di anticipare. Un salmo penitenziale, in pratica. Insomma, a un certo punto affanculo, a 30 secondi dalla fuga rocambolesca degli hobbit ci siamo arresi e non ho mai saputo né voluto sapere come era andata a finire, ero traumatizzata.

Invece gli ho sempre raccontato moltissime storie, ci stendevamo insieme al buio a letto per addormentarlo (chi mi ha mai sentito parlare degli anni di insonnia di mio figlio sa quante energie mi costavano quei racconti serali nel momento in cui il mio cervello voleva fare solo PLOK e staccare la spina, ma era un piacere irrinunciabile) e ogni volta mi chiedeva: raccontami una storia che ancora non mi hai raccontato. Raccontami di quando eri piccola. Raccontami di nonno Ennio. Raccontami una storia.

Una sera, esausta, alla terza richiesta mi feci forza ed esordii: “Vi racconto la storia della principessa sul pisello”. Risata omerica.

“Ma che avete capito? Il pisello verde, quello che si mangia.”

“Aaaah, quello.”

Ma ormai la magia era andata.

Insomma, meno male che oggi Serena su Genitoricrescono ci racconta di questa sua scoperta della lettura in parallelo con il figlio preadolescente e mi ha ispirata. Ieri sono andata a saccheggiare i fondi di bottega della libreria Italiana di Amsterdam, che dopo 40 eroici anni dedicati alla diffusione della letteratura italiana nei Paesi Bassi, stacca la spina, e gli ho trovato in olandese sia una storia a fumetti di Peppino Impastato che il secondo volume della trilogia di Wunderkind di GL D’Andrea, quella trilogia che l’editore italiano a suo tempo ha pensato bene di far uscire il terzo volume solo in e-book, tradendo i lettori che avevano gli altri due, ecco, questa trilogia che ormai per tigna mi ero cercata in biblioteca in olandese, e l’avevo trovata, adesso ne abbiamo un volume anche noi.

E con questi due spero di poter cominciare ad adottare il metodo di Serena e riscoprire il piacere di leggere insieme ai figli anche le cose che interessano a me. Perché quello, dopo le storie raccontate e lette ad alta voce, è un balzo in avanti considerevole nell’ intrattenimento condiviso genitori-figli.

Leggere insieme ad un preadolescente

Pedagoghi con i figli degli altri: quando una madre non è una prefica

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Aver letto negli anni tanta letteratura buona e pessima ha il duplice vantaggio di farti attraversare i fatti della vita con un certo disincanto: sei un essere umano e nulla delle umane passioni e sfighe potrà mai esserti estraneo. E dico anche pessima letteratura, perché quella di solito ha come scopo quella di suscitare passioni, non di essere credibile e un paradigma di fact-checking, e si prende quindi  tranquillamente delle libertà che gli scrittori con pretese di serietà tenderebbero di loro ad evitare come la peste.

Tutti gli altri invece si appellano al magico principio della suspension of disbelief, che sarebbe il patto tacito tra autore e fruitore di sospensione dell’incredulità, per godersi il racconto, i personaggi e il fluire degli eventi senza stare adesso a fare tante questioni sul fatto se a Malta si guidi a destra o a sinistra (è un esempio). Continue reading

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fifteen

Facebook mi ha appena ricordato che una volta, quando facevo parte del glorioso mommy-blogging italiano d’avanguardia andava di moda celebrare i compleanni dei figli con aneddoti, carinerie, toni commossi, ma come crescono in fretta, eccetera sul blog. In diretta, così, senza vaselina ma con tanto ammmmmooooorrreh.

Poi il logorio del moderno mommy-blogging o le direttive filiali sulla privacy, non so chi abbia contribuito di più a smantellare questo pilastro sociale, ci siamo persi.

Poi è arrivato Facebook.

Poi Facebook ha preso il vizio di ricordarti le cose che facevi in passato. Tipo questa.

Poi lunedì scorso figlio One è andato al campo con la scuola portandosi dietro un quantitativo da coma glicemico di dolcetti vari per offrirli alla classe il giorno del suo compleanno.

Che era ieri. Come il compleanno di suo zio. A cui a suo tempo mettemmo a credere di non aver fatto a tempo a fargli il regalo non perché stavamo partorendo, ma che il suo regalo era appunto il nipote. Da allora si vendica organizzando per primo le feste di compleanno in famiglia, in cui graziosamente festeggiamo entrambi.

E insomma ieri mando un cauto wazzap di auguri, che non lo so se in gita possono usare il telefonino sempre e comunque. Mi richiama. Vedo il nome registrato. Rispondo. Sento un vocione di uomo sconosciuto.

No, ma ditemelo com’era bello il mommy-blogging di una volta, quando avevamo i figli morbidi, con le guancette tonde e cinguettanti grazioserie che DOVEVAMO condividere con i posteri, manco la avessimo inventata noi la maternità (la maternità magari no, ma il glorioso mommy-blogging italiano si. Almeno quello me lo voglio riconoscere).

Insomma, oggi rientra dal campo scuola. Non oso pensare in che condizioni. spero solo che gli sia rimasto un angolino di guanciotta tonda e morbida da sbaciucchiarmi.

No, vabbè, dai, sembro una di quelle madri che

Boh.

Sto invecchiando, cavolo.

Posso almeno ricordarmi che maschio alfa all’epoca passava il tempo a cantarmi quel brano di Bocelli, solo che siccome lui è straniero aveva cambiato una parola che non gli veniva bene da pronunciare. Così mi tuonava a volte:

cooon teeeehh, PARTORIRO’

Poi una dice, ma le doglie te le scordi.

Siiiih, beata a te. Se penso a come me le ha fatte venire.

Bocelli, cavolo. Da parte di quello che mi sfotteva per i Dire Streats dicendo che erano musica da ascensore.

Ci ho fatto pure un figlio io con questo. Due, toh. Ma uno, nello specifico, ce l’ho fatto quindici anni fa. Fa quasi impressione.

Shaken, not stirred: Trump, Zwarte Piet e la paura del mondo ribaltato

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Shaken, not stirred, sono i post che mi escono di pancia, quando troppe cose mi si agitano in testa e cercano una loro collocazione. Poi di solito la trovano. Basta scriversela di dosso.

Il passato coloniale dei Paesi Bassi è sempre un argomento un po’ controverso, e l’elefante nella sua stanza è la questione della schiavitù. Come molte cose nella vita, se non ci passi, o non hai amici che ci sono passati, in un primo momento fai fatica a capire. E cosa c’entra tutto questo con Trump e ancora di più, che c’entra trump con Zwarte Piet (e chi è ZP?). Mettiamoci comodi che vi mixo un drink. Continue reading

Del lutto (di terremoti in diretta e in differita)

a-terremoto
“Manca il lutto” ha detto giustamente Claudio su Facebook a proposito dello straniamento tra chi sta vivendo in diretta il terremoto del centro Italia di questi giorni, e chi lo vive in differita. E ha perfettamente ragione, per cui fatemi mettere un po’ d’ordine tra le riflessioni sparse intorno ai miei terremoti di Internet.

“Il primo terremoto di Internet” di Massimo Giuliani, aquilano, terapeuta, orfano del terremoto come me, fu questo tentativo (che speravamo salvifico, ma cosa mai può essere salvifico quando devi fare i conti con la perdita del tuo passato e del tuo futuro) di storia della storia del terremoto, un racconto corale per recuperare persone e coordinate sperse in mezzo alla polvere. Un tentativo allora ancora più urgente per la politicizzazione e le narrazioni tossiche che si stavano creando (e tuttora vanno avanti) su quello che è stato il post-terremoto aquilano.

Sempre nell’ ottica della politicizzazione  di questo, abbiamo visto alcuni tentativi di militarizzazione del territorio anche per il successivo terremoto in Emilia, ma per allora, anche se perennemente sfollati, sotto l’onda lunga di processi vessatori (processane uno per educarne mille, ha funzionato benissimo) gli aquilani e il (minimo, per carità) pubblico di “esterni” che ormai avevano iniziato a seguire i loro sforzi di contronarrazione dal basso e dal territorio, sono stati in grado di partire, aiutare, avvisare, consigliare. “Non fatevi militarizzare”, e in parte ci sono riusciti.

Vi risparmio gli aneddoti e i dettagli a prova di queste narrazioni pubbliche che si servivano ottimamente del paradigma “aquilani piagnoni, ingrati o oscurantisti” perché oggi parlo di lutto. E se ci parliamo e leggiamo reciprocamente, lo sapete già.

Ma la premessa sulle narrazioni deviate è essenziale per spiegare la profonda differenza nel sentire il lutto e la perdita tra chi questi terremoti li ha vissuti in diretta e chi li ha inevitabilmente vissuti in differita.

In diretta non lo vivono solo le persone che sentono le scosse e vedono aprirsi le crepe nelle pareti di casa e la polvere sollevarsi (“quando siamo usciti di corsa abbiamo visto tanta nebbia, poi solo dopo abbiamo capito che era la polvere dei crolli”). Lo vivono a distanza anche quelli che appartengono ai luoghi del terremoto ma sono lontani, e la vivono forse in maniera per altri versi ancora più lacerante, perché non mitigata dal cervello rettile di chi sta ballando e pensa solo a come sopravvivere – la natura, ah, la natura come funziona bene con suo meccanismo fight or flight, peccato che su Internet non funziona e la razionalizzazione ti ammazza.

In differita non la vivono solo le persone che non sentono le scosse: in queste scosse distruttive mezzo centr’Italia e oltre ha ballato, chiedendosi, se era così forte, dove esattamente fosse l’ epicentro. Ed è tipicamente a questo punto che il sito dell’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia si impalla per le troppe visite e la gente è costretta a scrivere su facevo: l’avete sentita? dov’era? mamma mia che botta, l’ abbiamo sentita anche qui e qui, amici di X, come state? e per fortuna Markuccio nostro, a differenza di chi si occupa dei siti di INGV e protezione civile, che stanno lì ma non servono nel momento del bisogno, Facebook, dicevo, nel frattempo ha attivato la funzione di far sapere ai tuoi amici che stai bene se per caso ti localizza in zone di disastri, attentati e sfighe varie che potrebbero impensierire chi non ti sente. E diciamocelo, che nella situazione di panico, linee telefoniche interrotte, qualche anima santa che pensa a ricordarti di mandare sms per dire che stai bene e non fare troppe telefonate per non intasare le linee che servono per i soccorsi e ti si scarica la batteria se non sei scappato col caricatore appresso, ecco, questa funzione di Facebook è la cosa migliore che ci si potesse inventare.

Facebook ormai è la mia finestra sul mondo e dal terremoto dell’Aquila e a parte quello di Amatrice, che c’ero ma dormivo (“stanotte mi sono svegliato per la scossa e il mio primo pensiero è stato: ma è il terremoto, il secondo: vabbè, chissenefrega, siamo in un MAP, e mi sono rimesso a dormire”)  tutto il panico di amici e vicini che invece rivivevano nella carne e nel cervello rettile quello che gli era successo dai quei maledetti secondi alle 3.32 del 6 aprile del 2009 all’Aquila, e che al fatto che da allora sono sfollati nei Moduli Abitativi Provvisori o MAP, che per definizione sono antisismici il cervello rettile se ne fregava, lo poteva fare solo chi non c’ era stato, io come stanno quelli che ballano lo so da quello schermo col pollicione.

E quindi è su Facebook che l’ altra sera ho saputo che c’erano scosse (diciamo che lo so da anni da Facebook che ci sono scosse, proprio perché ho troppi amici e conoscenti che vivono in zone sismiche e vuoi o non vuoi, dopo che sopravvivi a un terremoto distruttivo diventi un po’ un sismografo vivente, avverti pure le scossette tra i 2 e i 3 gradi, quelli che in teoria vengono registrate solo dagli strumenti).

E meno male che gli aquilani sono capaci di riderci sopra.

E mi sono risentita da vicino tutto il dubbio lacerante di chi a sera inoltrata, col tempo da tregenda, la pioggia e il cervello rettile che ti insulta, si chiede: esco, non esco, vado a dormire in macchina, ma mio marito si rifiuta, che faccio? Sono a casa sola con i bambini e mi sono infilata sotto il tavolo. 

E lì siamo partiti con il senno di poi, confortando, distraendo, riesumando e ripubblicando le nostre liste messe insieme dopo il sisma, i nostri patetici consigli su cosa fare in caso di sisma, sperando che questa volta qualcuno li leggesse prima.

“Qualunque cosa, tieni telefono, computer e tablet sotto carica e lasciaci sempre il caricatore attaccato. Se succede qualcosa hai la batteria piena”

“Preparati una borsina di emergenza, metti qualche bottiglia d’acqua e coperte in macchina e parcheggiala lontana dai cornicioni”

“Preparati una cartellina con i contratti importanti, qualche bolletta recente pagata e la dichiarazione dei redditi, un mio amico ha dovuto ripagare le tasse perché le ricevute stavano sotto tre piani di macerie. Non ti servirà, ma fallo per scaramanzia, e mettici il decodificatore di Sky, che almeno ti distrai”

Ecco, quei momenti lì delle paure, delle preoccupazioni, dei dubbi su cosa fare (e non cercate le risposte sul sito della Protezione Civile che non ha di default in homepage una sezione dedicata ai numeri di emergenza e a cosa fare, ma solo le solite robe istituzionali e autoincensatorie, e che ora che mette un aggiornamento i giornalisti già hanno fatto le foto ai piatti abbandonati a metà della cena per far capire al pubblico bue a casa come ci si sente quando scappi da un terremoto, bravi davvero) ti attacchi a Internet.

E poi c’è il dopo. Il dopo in cui si contano i morti, si fanno le classifiche, si postano le foto ad effetto, l’orsacchiotto nella polvere, la buca nella strada, il cornicione in bilico, la tamponatura squarciata con gli spaccati di vita quotidiana immobilizzati lì per sempre, la barella col lenzuolo sopra. C’è qualcosa di confortante, per alcuni, in questo conto delle vittime: dai, ne sono di meno che a X, dai, la ricostruzione a norma dopo il terremoto precedente ha funzionato, dai, le strutture di emergenza rimaste in zona dopo il terremoto dell’Aquila si stanno rivelando utili, dai, la maggior consapevolezza fa partire interventi utili e mirati, chiudiamo le scuole, facciamo i sopralluoghi, evacuiamo gli edifici pubblici, apriamo i punti di raccolta, sindaco perché non mettete una tensostruttura per gli anziani che hanno paura a dormire in casa ma in macchina non li puoi far stare?

E dopo, dopo in questo caso, si tira un sospiro di sollievo perché il terremoto in fondo non ha fatto vittime. E allora basta, passiamo ad altro, la ricreazione è finita, troviamoci altre notizie urgenti.

E questo lascia un vuoto enorme, una mancanza di sensibilità nei confronti, non tanto dei terremotati in diretta, che quelli sono sfollati e stanno quantificando i danni e spolverando le macerie e sono perfettamente riconoscibili come vittime, non se li filano più i media, ma le istituzioni almeno si, ma di quelli in differita.

Come se la lacerazione di veder sparire i luoghi del tuo passato e del tuo futuro, quando il presente lo stai vivendo a distanza, non contasse. Non ci sono morti, andiamo avanti con l’ ordine del giorno. E noi, noi terremotati a distanza, dobbiamo fingere di andare avanti, che ci importi ancora qualcosa di tutto quel quotidiano che fino a un momento prima rappresentava la nostra vita normale e il naturale punto di congiunzione tra il passato a il futuro altrove, lì, in quei posti e quei paesaggi dell’anima, prima che fisici, noi vorremmo correre lì e contare e vedere, e parlare e fare, e siamo inchiodati a una quotidianità maledettamente normale, circondati da gente che non ha idea, che non sa come ci sta facendo male con la loro ottusa indifferenza alla voragine sul cui orlo ci ritroviamo a camminare, che non ci capisce.

E a quel punto o ci inventiamo qualcosa o ci giochiamo un pezzetto di futuro, proprio qui ed ora. Meno male che abbiamo Facebook su cui ritrovarci e sfogarci. Ma il quotidiano, signora mia, il cervello rettile capisce solo il quotidiano. e se non puoi correre fin lì, puoi solo lottare. Cerca solo di non farlo contro te stesso, e prova, se ci riesci, a non farti troppo male.

(Non se ne esce, non subito, ma il tempo è galantuomo, anche quando la tua vita da quel momento la puoi solo dividere tra un “prima del terremoto” e un “dopo il terremoto”). 

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