Quasi a casa

Sono a casa e non sono a casa. Dopo tutti questi anni di crepe nei muri, rilievi, scalpellamenti, puntellamenti, buchi nei muri, polvere dappertutto e scatoloni sparsi per un trasloco che non si fara’ mai, caa mia a Ofena la sento sempre meno mia. Solo la cucina e’ un pochino agibile, ma il resto, uno sconforto.

Per fortuna che dall’ autunno scorso mamma si e’ trasferita in un MAP, un Modulo Abitativo Provvisorio (detto anche il container di Bertolaso, quelli che diceva che non sarebbe stato necessario far venire, tanto entro 6 mesi L’ Aquila e dintorni sarebbero stati perfettmente ricostruiti), e tranne l’ inverno profondissimo, che e’ il classico periodo in cui viene a trovarci ad Amsterdam e la salita qui e’ ghiacciata e la sua macchinetta non ce la fa, diciamo che ha trovato qui una sua dimensione.

All’ inizio eravamo un po’ perplessi perche’ il posto c’ era a Civita, un paese in cui, guarda caso, non conosciamo proprio nessuno. Credevamo.

Ha tanti vicini carini, perlopiu’ anziani, visto che abitavano tutti nel centro storico che adesso e’ sbarrato e va in malora. E questi vicini si sono ricostituiti la dimensione sociale del paese. Per collocare i MAP hanno sbancato dei pezzi di collina, ce li hanno messi in fila con un passaggio davanti, e la strada un paio di metri sotto.

La signora N, per esempio, una di quelle vecchiette con lo zinale, sul terrapieno davanti casa sua si e’ messa l’ orto, anche se ne ha uno parecchio piu grande in campagna. La signora M., che fa la badante da queste parti, ha creato piccole aiuole lungo la strada con un bordo di sassi mettendoci tutte le piante spontanee della montagna, e la stessa cosa ha fatto un’ altra signora che ha il terrapieno coperto di quelle piante grasse dai fiori viola, bellissime.

Altri abitanti le cui case danno direttamente sull strada e hanno solo il maciapiede, lo hanno riempito di vasi di fiori, ere e qualche piantina di pomodoro. Per noi che non abbiamo mai vissuto in case con la porta che da’ direttamente sulla strada, si e’ aperto un mondo. I bambini, che il primo giorno abbiamo letteralmente dovuto costringere a fare una passeggiata su una strdina che sale verso un bosco du un cocuzzolo, passano il tempo a studiare lucertole, formiche e farfalle. Hanno coperto che la roccia calcarea si stacca dalla collina (‘Mi raccomando, anche se la vedete, NON ENTRATE MAI in una grotta, che pu venirvi gu in testa e non vi troviamo piu”) e passano i pomeriggi dietro casa a scalpellarla per farne armi primitive. Tipo selci, che poi con il Power Tape, il nastro adesivo grigio, attaccano a lance improvvisate.

Il resto del tempo lo passiamo a leggere, pisolare, fare la marmellata con i fichi comprati da una signora con l’ Apetta al bivio di Bussi, invitare zio preferito a cena, fare improvvisate alle amiche che vivono in zona.

E poi, mica era vero che a Civita non conosciamo nessuno. Abbiamo riscoperto vecchi amici di mio padre, tra cui Gina, il boss dello zafferano di Navelli. E mi e’ bastato rientrare a casa sua per riconoscere il corridoio, la cucina, la sala, in cui ero stata da bambina (e le ho preso in prestito per forse 35 anni, uno dei volumi della raccolta delle Mille e una Notte).

Sentire le storie di quando mio padre e suo fratello facevano i corsi per i coltivatori diretti in un paio di province qui intorno, e arrivavano alle 2 di notte con 50 persone per una spaghettata e il caffe’, che lei faceva nella callara.

Farmi raccontare di ricette ormai scomparse, di cui non avevo mai sentito parlare, come le morr’.

E poi per me, sveglirmi la mattina presto, sedermi sulla sedia davanti casa col caffe’ e qualcosa da leggere, e vedermi davanti tutti i campi aperti della Piana di Navelli, e Caporciano di fronte, e il castello di Bominaco arrampicato sul monte. E poi congelari per l’ umidita’, tornare a letto e farmi un’ altra ora di sonno.

E’ come stare quasi a casa.

E poi quasi a casa ci risalgo fra due giorni, tanto ho capito che i figli sono in buone mani, me ne rivado ad Amsterdam a fare un paio di lavori, che non posso permettermi di dire di no ad alcun lavoro, e poi aspettare maschio alfa che vada in ferie anche lui e farci quei 1600 km., soli soletti in macchina, che come terapia matrimoniale dopo un anno in cui abbiamo stretto i denti tutti e due per arrivare in fondo, senza mai un momento per parlare in pace, secondo me fa tanto. E secondo Lorenzo non dovremmo metterci meno di 5 giorn, perdendoci per strada e facendo sparire tracce di noi. Ma credo che la faremo di corsa, tanto e’ tutta discesa. Cosi’ possiamo rpesentare Civita anche a lui.

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