(DIS)integrazione

Castello di sabbia ad Ijmuiden

Prendo spunto da un commento anonimo a un post del vecchio blog, anche se l’anonimato su un blog non andrebbe incoraggiato.

Le domande (a mio avviso un pelo tendenziose, ma magari dipende da me e dal periodo in cui vivo) eccole, le affronto poi una alla volta.

“Qual è la “consistenza” di stranieri integrati ad amsterdam? Cioe’ dei tuoi vicini circa 100% (pochi insomma) sono persiani/farsi/bangladesh/x/y….Amsterdam e’ davvero cosi’ invasa oggi nel 2008? Negli anni come e’ cambiata la situazione? E’ possibile vivere ad amsterdam e fare esperienze di vita con “autoctoni” oppure no? E’ una meticcio-cultura impossibile da evitare?”

Bangladeshi non conosco nessuno. Gli iraniani che conosco e pratico parlano il farsi che è la loro lingua e ne conosco appunto un tot sposati con olandesi, una dei quali più francofila di de Gaulle. Poi incidentalmente frequento un caffè letterario iraniano, un buchino in cui si mangia benissimo tre cose e sempre quelle fatte dalla mamma e ci vado per le serate di musica o quelle di racconti. Una sera ci ho recitato per festeggiare il compleanno di un’amica italiana (abbiamo avuto per un po’ tutta una serie di commistioni italo-iraniane in quel caffè lì) la traduzione di Qualcuno era comunista di Giorgio Gaber, per sentirmi dire dal fondatore che quasi tutto si applicava anche ai comunisti iraniani che conosce lui (come suo padre, che per questo suo essere comunista si è preso la famiglia tra cui questo figlio neonato e se ne sono andati a piedi attraverso le montagne, per poi approdare ad Amsterdam).

1) Qual è la “consistenza” di stranieri integrati ad amsterdam?
Non ne ho idea. Non ho neanche idea della consistenza di olandesi integrati ad Amsterdam. Io stessa non mi sento affatto integrata, ma lo sono poi tantissimo rispetto a un sacco di italiani di prima, seconda e persino terza generazione qui e altrove. Facciamo del nostro meglio o del nostro peggio, ed essendo Amsterdam comunque una realtà a sé e multinazionale, non so quanto senso abbia farsi una domanda del genere.

2) Cioe’ dei tuoi vicini circa 100% (pochi insomma) sono persiani/farsi/bangladesh/x/y….
Io per ora abito in un quartiere nato e noto come yuppieland e penso di aver detto tutto. Il tasso di arianesimo in zona è spaventoso. persino le babysitter e le colf sono spessissimo bionde (le mie lo sono). Un buon 80% della popolazione adulta (dico a cavolo, ma è per spiegare) ha una formazione di tipo universitario, il resto sono studenti e quel paio di reprobi che non mancano mai. Abbondano le professioni libere e in campo creativo.

Ora, questi miei vicini della festa sono per la maggior parte i miei amici, quelli che frequento quotidianamente e a cui affiderei a occhi chiusi i miei figli. (Il che forse potrebbe dirla lunga sul MIO tasso di integrazione). Gli stranieri nel mio quartiere sono invisibili, nel senso che sono per la maggior parte europei o americani sposati a olandesi o dipendenti di quel paio di multinazionali che gli affittano appartamenti qui. Non ci sono ghetti, che ce li facciamo allegramente da soli. Non so se la domanda fosse quella.

Forse faccio prima a dire che la nostra scuola elementare dietro casa, che è piccola perché esiste solo da 4 anni, ha una settantina di bambini tra cui una serie che a casa parlano francese, inglese, spagnolo portoghese, arabo, farsi, dari, finlandese, polacco, ceco e molto altro che mi sfugge sicuramente, che se li vai a contare tutti i bilingue saranno almeno un terzo. Non è assolutamente la composizione tipo di una scuola di Amsterdam qualsiasi, però è la mia composizione ideale.

3) Amsterdam e’ davvero cosi’ invasa oggi nel 2008?
Invasa, invasa… cosa volete che dica? Amsterdam era invasa pure nel XVII secolo se è per questo. Era ed è tuttora una specie di porto franco, dove se non rompi eccessivamente, ti fai gli affari tuoi, paghi le tasse e non infrangi la legge, nessuno ti da fastidio. Sarà per questo che attira sempre persone che in qualsiasi altro posto verrebbero segnate a dito dai locali.

4) Negli anni come e’ cambiata la situazione?
Non lo so, ci abito da soli 10 anni, ma a me non sembra sia cambiata nell’ultimo paio di secoli, se quello di cui stiamo parlando è la dimensione multiculturale. C’è di tutto. Pare che almeno un 40% dei maschietti nata ad Amsterdam si chiami Mohamed, ma anche questo ha una sua spiegazione e non è solo quella dell’invasione islamica.

5) E’ possibile vivere ad Amsterdam e fare esperienze di vita con “autoctoni” oppure no?
Dipende da te e dagli autoctoni che frequenti e quindi si torna alle affinità di tipo socio-economico e culturale, piuttosto che razziali. Io sono l’esempio vivente di una che i rapporti intimi di amicizia se li fa più facilmente con gli stranieri, ma anche solo per questioni di famiglia e vicinato, adesso alla lunga un po’ di amici olandesi ce li ho. Solo che loro vivono con l’agenda in mano, io invece da 5 anni non porto neanche più l’orologio, e quindi mi frequento con coloro con cui faccio meno fatica a combinare. Che capisci, fissare in pizzeria tre settimane prima non è manco il massimo dell’intimità, dal mio punto di vista.

Poi appunto, dipende. Tra gli stranieri, e soprattutto gli expat che ogni tot anni si trasferiscono, prolifera il mito secondo cui si possa vivere ad Amsterdam senza dover imparare l’olandese. Sarà anche vero da un punto di vista pratico. Ma la vita è qualcosa di più della semplice sopravvivenza, fare il tuo lavoro, cercar casa, fare la spesa e pagare le bollette. Parlare l’olandese ti arricchisce enormemente la vita sociale, se non altro per il segnale chiaro che dai agli olandesi: io in questo paese, nella sua gente, nella sua lingua ci sto investendo una parte di me. Ti vedono subito diversamente.

Insomma, è una strada a due sensi, ognuno deve fare la sua parte. In questo faremmo bene a imparare dagli olandesi, che dovunque vanno per lavoro si preoccupano di imparare la lingua locale. Poi uno dice che sono commercianti. Anni fa, ho organizzato un corso di italiano al responsabile dei primi approcci ABN-Amro/Antonveneta. Se lo racconto a un manager italiano questo mi casca dal pero. Per l’olandese, invece, anche se alla fine ha sempre l’interprete, ha una settimana lavorativa anche se non più piena del collega italiano e riesce a imboscarci le lezioni, anche se alla fine l’italiano lo parla soprattutto con il tassista, è un punto fondamentale che se stai affrontando un grosso progetto per lavoro che sai può durare del tempo, cominci con l’imparare la lingua.

Poi magari è la stessa persona che fa alzare i figli alle 6 la mattina per portarli alla scuola bianca lontana da casa.

6) E’ una meticcio-cultura impossibile da evitare?
E che ne so? Ti potrei dire che a mio avviso il meticciato è il futuro del mondo, i figli vengono pure più belli. Se uno si vuole costruire una sua isola, ci riesce ovunque. Non deve necessariamente venire ad Amsterdam. Idem il contrario, se sei aperto a culture diverse ormai gli stranieri da frequentare te li trovi pure nel paesello della Brianza. Tu sei l’inizio e la fine della maggior parte delle tue frequentazioni. Ognuno decide per sé quello che vuole dalla vita.

Per dire, della famiglia di mia madre, 4 figli, cresciuti nella Polonia comunista che non è che fosse un posto che incoraggiasse i contatti con l’estero, tre di loro si sono sposati con stranieri e saranno manco stati gli unici della famiglia. Io, mio fratello e un paio di miei cugini idem. Parlare di meticciato a me mi inviti a nozze, ma in realtà fa talmente parte della mia vita che non è che stia a farci caso più di tanto. Non abbiamo una riunione di famiglia che sia una in cui si parlino meno di 3 lingue tutte insieme. Io in quegli ambienti lì sto bene. Poi quando posso me ne vado ad Ofena e sto bene anche lì, ma per poco.

Ma io che considero ogni incontro, ogni differenza, ogni somiglianza e riconoscimento come un arricchimento personale, ho voluto vivere in questa città, e nonostante gli alti e i bassi, trovo ancora che questo sia il posto migliore per crescere i miei figli.

Insomma, so di aver deluso un mucchio di gente nella vita con il mio relativismo a oltranza, però quello è il mio compasso e quello seguo. Non mi scocciano né l’islamica con il velo (quella con il burka e gli occhiali da sole si, perché mi sembra di vedere Darth Vader e perché per un minimo di comunicazione vorrei poter guardare gli occhi del mio interlocutore, ho i miei limiti anch’io) né il pattinatore a chiappe nude che va in giro in inverno per il centro. Mi scoccia invece chi si pone il problema dell’altro da sé come una cosa che ti peggiora la vita. A me piace raccontare del background delle persone che descrivo semplicemente perché trovo che sia una parte di loro e perché le differenze esistono e tanto vale prenderne atto con cognizione di causa. Ma non mi ci andate a cercare dell’altro, che non c’è.

Sono stata spiecata? Adesso ditemi la vostra. Quanti stranieri ci sono alla vostra festa di compleanno tipo? E perché?

Quello che ti determina alla fin fine non è quello che fai perché hai deciso così. È quello che ti capita e il modo con cui reagisci. E a me capitano tante cose. E reagisco a modo mio.

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