“In questo ruolo la tua è un’energia di tipo sessuale, non puoi fare diversamente. Puoi solo scegliere se te la vuoi giocare tipo Jayne Mansfield o tipo Marilyn Monroe”.

È morto a 87 anni Frans Weisz, uno dei maggiori registi olandesi, che per mia e nostra grande fortuna anni fa ci incrociò in “Quelli di Astaroth” il primo gruppo teatrale italiano ad Amsterdam che ho co-fondato, e ci prese in simpatia. Ci prese in simpatia perché Frans era un grande appassionato dell’Italia, degli italiani, del loro modo di fare cinema e teatro, e in qualche modo il nostro modo di lavorare gli ricordava la sua gioventù.

Il 10 gennaio alle 16 l’Eye Filmmuseum ripropone Charlotte, un film sulla vita dell’artista Charlotte Salomon uccisa nei campi di concentramento. Inoltre sul film player del museo sono disponibili altre opere di Weisz.

Frans Andor Benjamin Weisz nasce ad Amsterdam nel 1938, figlio di uno dei grandi attori teatrali tedeschi, Géza L. Weisz, e di Sara Drielsma. Suo padre scappa da Berlino ad Amsterdam, poi va in clandestinità, viene tradito e deportato ad Auschwitz dove muore, mentre sua madre, anch’essa deportata, sopravvive ai campi di sterminio. Frans cresce tra famiglie affidatarie e l’Ofanotrofio maschile ebraico (het Joods Jongenshuis). Ma di questo non ci ha mai parlato più di tanto.

Frans è stato uno dei registi più prolifici dei Paesi Bassi, con una carriera che ha attraversato più di mezzo secolo, spaziando dall’arthouse alle pubblicità televisive, portando le sue esperienze personali e familiari nel cuore delle sue opere, esplorando spesso il trauma della Seconda Guerra Mondiale.

Nel corso della sua carriera, Weisz ha realizzato film di grande impatto come Charlotte (1981), dedicato alla vita dell’artista uccisa ad Auschwitz Charlotte Salomon, e Leedvermaak (1989), tratto da opere teatrali che affrontano l’eredità emotiva della Shoah. Ha inoltre lavorato a opere di intrattenimento più popolari e a sperimentazioni visive, come la proiezione su più schermi a Expo ’70 di Osaka. La sua opera è stata celebrata per l’eleganza delle immagini, la precisione nella regia degli attori e la capacità di coniugare sensibilità personale e rigore cinematografico, conquistando numerosi premi, tra cui il Gouden Kalf per la regia, e il riconoscimento ufficiale come Ufficiale dell’Ordine d’Orange-Nassau.

Invece ci raccontò come ha iniziato a occuparsi di cinema: nel 1957 si era iscritto all’Accademia teatrale di Arnhem, ma dopo un anno ha lasciato perché non si sentiva abbastanza bravo per fare l’attore. Invece ad Amsterdam era appena stata aperta la Nederlandse Filmacademie e quindi aveva deciso di studiare regia.

Quando nel 1961 Luciano Emmer venne a girare ad Amsterdam La ragazza in vetrina Frans trovò un lavoretto sul set come assistente. E fin dal primo “ciak, si gira” scoprì che gli italiani lavoravano in maniera totalmente diversa. Cioè, raccontava lui, che era abituato che al “ciak, si gira” cade il silenzio e tutti si concentrano sulla scena, lì invece era il Circo Barnum. E la costumista era la cognata del tecnico, e poi si mangiava insieme e qualcuno metteva su una cucina da campo e si facevano delle grandi paste, tutti insieme appassionatamente. Questa esperienza lo colpì enormemente.

Per cui decise di venire a studiare un anno al Centro Sperimentale di Cinematografia a Roma con Silvano Agosti e Marco Bellocchio con cui è rimasto in amicizia. E siccome per qualche motivo misterioso agli studenti stranieri davano meno metri di pellicola da 35 mm per produrre la prova finale, cosa che a lui stava clamorosamente antipatica, trovò un modo per aggirare la regola.

“Avevo visto che avevamo anche un tavolo di montaggio per la pellicola da 16 MM, che essendo più piccola a parità di metraggio durava di più. E quindi produssi il mio film in 16 mm per avere la stessa durata degli italiani. Si incazzarono, ma non avendo specificato il formato non potevano dirmi niente.”

La critica olandese insiste molto su eventuali affinità felliniane, e sul suo stile visivo raffinato e la capacità di dirigere attori con grande sensibilità, elementi che caratterizzano tutto il suo lavoro. A noi invece sembrava più viscontiano.

L’aneddoto del film per l’accademia sperimentale lo contiene tutto. Io lo ricordo come una persona estremamente buona, gentile, incoraggiante, disponibile, umile, ma piena di inventiva e capacità tecniche. Lui che quando lo abbiamo conosciuto era dio, nel mondo dei film olandesi, con alle spalle la realizzazione di serie TV e film mitici, per pura simpatia veniva non solo ai nostri spettacoli, ma anche alle nostre prove. Arrivava in orario, apriva un quadernone, ci guardava e prendeva appunti. Poi alla fine ti diceva due cose, ma fondamentali.

A me che stavo litigando con un ruolo in cui facevo fatica, disse quella cosa fulminante dell’energia sessuale, a proposito della “troietta” (working title del mio personaggio ne “I venditori” di Erba) che se me l’avesse detta chiunque altro mi sarei rattrappita, mentre detta da lui così paternamente mi aprì un uso del mio corpo che all’epoca mi era proprio ostico. Da quel ruolo in poi ho persino imparato a sculettare, grazie Frans.

Poco dopo ho dovuto smettere di recitare cause sfighe nella vita, è una cosa che mi manca moltissimo, più brava di quello non sono mai diventata. Quando facemmo La Signorina Papillon di Stefano Benni, con il ruolo della Papillon ho litigato dall’inizio alla fine e oltre (tuttora non credo di averlo mai capito del tutto), che non so cosa stessi facendo e dove stessi andando per tutti i 6 mesi in cui ci abbiamo lavorato. Questo nonostante Stefano Benni himself (altra persona che ci aveva in simpatia, forse per come avevamo interpretato il suo Astaroth, nostro primo spettacolo nel lontano 2004) fosse venuto a più di metà delle prove aiutandoci a fare la regia. Alla fine della prima della Papillon, non appena rientrammo in camerino, Frans ci raggiunse per chiedermi: “Mi sono perso qualcosa, cos’era l’ultima battuta, cosa hai detto?” e io glielo dicevo e lui non capiva e mi incalzava: “Si, ma cosa hai detto?”

Ho capito io dopo che quello che lui aveva colto non era la battuta, ma l’effetto che aveva fatto al pubblico, perché l’avevo sentito pure io dal palco, una specie di “Glurp!” collettivo. E lì Frans mi disse: “Sei brava”, e ho sempre pensato che a questo punto nella vita posso anche morire senza dover dimostrare più nulla a me stessa.

Insomma Frans non aveva bisogno di capire le battute per dirti dove stava andando il pezzo. Gli bastava sentire il pubblico, ed è buffa questa cosa, che lui aveva per gli altri questa certezza, ma non per sé stesso. Il dubbio e l’autocritica rimanevano la sua cifra nel lavoro.

E così in un anno solo abbiamo perso Benni, abbiamo perso Frans e a me rimane solo la consolazione di averci potuto fare un pezzettino di strada insieme, ma con l’enorme dispiacere di un’epoca che si è chiusa un po’ per tutti coloro che non possono più godersi il lavoro meraviglioso che ognuno di loro, nel suo ed oltre, sapeva fare.

L’unica cosa che mi consola è il potermi leggere i suoi diari di regia, editi da Pluim.