Come si vive ad Amsterdam oggi

Nel 2018 scrissi questo pensiero che vale ancora oggi, ma mi sono resa conto di non averlo mai esternato. Fatemelo elaborare un pochino, proprio perché in questo momento siamo tutti fino al collo in piena crisi Covid19 (e se volete, io vi traduco ogni giorno i notiziari olandesi più importanti e mi trovate su facebook con l’hashtag: #NLCovid19, se è quello che vi preme adesso). Non sappiamo quando e come ne usciremo e in che modo questa esperienza trasformerà il nostro quotidiano, le istituzioni dei paesi e le richieste dei cittadini, e per questo a me serve mettere un punto fermo su dove eravamo subito prima.

Ad Amsterdam quello che in questo momento gioca un ruolo forte è la vivibilità: mancano le case per i redditi medio-bassi (gli insegnanti dei nostri figli, i poliziotti, gli infermieri, la gente che ci rattoppa nel quotidiano insomma), le famiglie di ceto medio scappano perché non trovano da comprare o affittare, ognuno vive sulle rendite di posizione accumulate negli anni e i nuovi arrivati, a meno che non arrivino con lo stipendione della multinazionale, sono quelli che hanno meno diritti di tutti e fanno fatica. E questo è.

La fatica quotidiana di fatto è aumentata dalla Disneyzzazione della città o dall’esplosione non tanto di Air BnB. Quest’ultima è vero che esplosa è esplosa, lo dicono le cifre, e non si tratta solo del comune cittadino che si affitta stanza degli ospiti o casa sua durante le vacanze per arrotondare. Non è quello il problema. Qui si parla dei grandi speculatori che hanno scombinato il mercato immobiliare. Il centro è strapieno, hai voglia a promuovere Almere come Amsterdam 2, o De Pijp come l’estensione della cerchia dei canali e Noord come the booming city.

Ad Amsterdam mancano le infrastrutture per contenere l’aumento di persone che girano per la città. Non conto neanche quanti nuovi hotel enormi abbiano aperto negli ultimi anni e continuano a costruirne, anche in posti improbabili. Anche se la linea metro Noord-Zuid con tutti i cambiamenti del trasporto pubblico che ci hanno costruito intorno ha davvero reso la città più raggiungibile e in modo capillare (tranne forse la zona a ovest del Ring, che sono tutti i quartieri dove ancora si può comprare casa). Che l’infrastruttura non basta lo dimostra come si incasina stazione centrale se solo non funziona un segnale o si intasa una linea, basta vedere come è congestionata la tangenziale A 10 sempre più presto alle ore di punta del mattino e del pomeriggio. Poi il problema sarebbero Uber e Air Bnb, ma grazie tante.

E questa situazione è di fatto dovuta ai partiti della deregulation, i partiti del fare, che invece di dare risposte adatte a una città che da secoli ha nell’apertura allo straniero e nell’accumulo di talenti la sua fonte di ricchezza e creatività, alzano muri per rassicurare gli olandesi bianchi. Da alcuni anni ci sono richieste sempre più pressanti dalla parte buona degli intellettuali e dalla società civile non bianca: scendere a patti con e riconoscere sia il passato coloniale e schiavista con le sue conseguenze, sia l’attuale razzismo. Ma l’olandese bianco, specie di provincia, si sente attaccato nella sua bolla di civiltà a sentirsi dire che questa è una società più razzista di quanto sono disposti a vedere coloroche non ne sono toccati. (Il rapporto di Amnesty sulla polizia NL che fa ethnic profiling i bianchi lo possono tranquillamente ignorare, ma io vivo in un quartiere multietnico e lo vedo.)

In questo momento in cui partiti di governo e opposizione si allineano sull’approccio soft all’emergenza NLCovid-19 fa paura doversi trovar quasi d’accordo con gli xenofobi fascistoidi ovvero il duo “Tuttimidiconobionda” Wilders e “Hofattoilclassico” Baudet, che chiedono il lock down. Ora, il loro concetto di lockdown da Corona è informato da quelle che sono le loro politiche protezioniste sul sogno di un Nederland bianco se non monorazziale (non ci scordiamo che la moglie di Wilders è ungherese, alla faccia delle sue tante iniziative contro i migranti dall’Europa dell’Est) e se io mi auguro un lock down ragionato, quelli magari se lo sognano più stile marocchino, con l’esercito per strada e i carri armati schierati sulla A10.

Ma fa paura appunto doversi ritrovare con loro nel sentimento contro il governo di Rutt* dell’ottimismo al teflon e dionelibberi l’economia.

Il Ministro Bruijns della Sanità sviene durante un dibattito parlamentare dopo l’intervento di Wilders, per cui tocca interrompere, portarlo fuori a braccia e il giorno dopo comunicato che sta bene ma è distrutto dalla superfatica delle ultime settimane – lo dicevo io che dietro le quinte qui hanno iniziato subito a lavorare a misure di contenimento e prevenzione, anche se diverse da quelle italiane. Poi subito dopo si dimette (si sussurra possa aver contratto il Covid-19) e mettono il suo vice ministro al suo posto. Ecco, questa la trovo un’immagine potente del contrappasso poetico di questa vicenda.

Perché dico contrappasso poetico? Perché Hugo de Jonge che è stato nominato al volo per sostituirlo, è stato scelto si perché conosce molto bene la sanità e la situazione attuale contro il Covid-19 in quanto vice-ministro di Bruijns, quindi scelto per garantire continuità. Ma anche perché dal 2012 al 2017 ha collaborato attivamente alla commissione di riforma della Sanità, quella che ha fatto i tagli più brutti degli ultimi anni. E adesso si trova a correre contro le sue stesse misure per portare i letti di terapia intensiva a 1500 e acquisire al più presto le attrezzature per metterne su di ulteriori in tempi brevissimi.

Aggiungo che un annetto fa è fallito uno dei grandi ospedali di Amsterdam, lo Slotervaart, dato in gestione a imprenditori di origine turca e chiuso per bancarotta fraudolenta. Il gruppo teatrale Dood Paard ci ha fatto uno spettacolo intitolato Slaughtervaart, che come titolo dice tutto. Un macello che ha scombinato cura, liste di attesa e sanità cittadina con gli altri ospedali che si sono dovuti dividere i pazienti. Insomma, nulla di che ma se invece di dare in gestione un ospedale si continuava a gestirlo senza troppa deregulation adesso dei letti in più funzionanti ci sarebbero stati.

E insomma, noi stiamo ancora ballando sull’orlo del vulcano e io oggi con i guanti e l’alcol mi prendo l’auto condivisa e vado a rifare una spesa che mi consentirà di non dover uscire troppo di casa nei prossimi giorni. E sono fortunata che uno di noi ancora lavora, e da casa, e quindi uno stipendio arriverà per ancora un po’, e questo ci permette di farla, la spesa grande.

Perché quando venerdì scorso la gente ha cominciato a saccheggiare gli scaffali della carta igienica, del latte a lunga conservazione, dello zucchero e di altri beni di conforto come l’inossidabile paracetamolo (e anche i termometri erano scomparsi) il mio supermercato low cost davanti casa era l’unico a non avere gli scaffali drammaticamente vuoti dei vari AH del paese di cui i miei amici sparsi ovunque postavano le foto su facebook.

Questo ti mostra chiarissimamente dove sta la questione di classe: AH è il supermercato storico olandese, quello che ha la holding quotata in borsa, che vende più piatti pronti e articoli di lusso, quello frequentato in grandissima parte dagli elettori di Rutt*, diciamocelo. E loro i soldi per farsi la spesona ce l’hanno. Dal Dirk vanno invece gli anziani, immigrati, gli studenti, chi ha un reddito basso e che quindi, anche volendo, tutti questi soldi tutti insieme per fare una spesona di cautela non ce li hanno. Allora comprano la carta igienica che, come dice uno psicologo, è un paccone grande, costa poco, ti riempie il carrello e ti dà la confortante sensazione che insomma, quello che puoi lo hai fatto per metterti al sicuro.

Insomma, Geef mij maar Amsterdam, ma l’Amsterdam per cui ho scelto 23 anni fa, non quella degli speculatori, quella delle comunità creative, degli incubatori di talenti imprenditoriali, di chi regala a questa città, piccola, tirata fuori a forza da una palude, l’aura della grande capitale europea.

L’Amsterdam di chi fa la spesa al Dirk, ma svuota solo lo scaffale della carta igienica. Che il management saggiamente non fa riempire, ma se ti rivolgi a uno dei ragazzini che in questi giorni sono stati chiamati più del solito a riempire gli scaffali, loro in magazzino un pacco, ma un pacco solo, te lo vanno a prendere. Perché i manager sono clienti da Dirk pure loro e lo sanno cosa significa quando devi fare la spesa con oculatezza.

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