L’altro giorno al supermercato sono passata davanti a uno scaffale che stavo ignorando, e niente, queste etichette, sparse su vari ripiani, mi hanno talmente colpita che mi sono fermata, le ho allineate e fotografate e mi sono detta che se c’è un modo azzeccato e soprattutto chiaro e informativo di convincere un acquirente distratto a scegliere proprio quella bottiglia da 3 euro in offerta rispetto a quella da 2,99 o 4,99, beh, era questo. Infatti sono vini rumeni.

Ma porcastramaledettalamiseria, con i vini che abbiamo in Italia, perché non siamo capaci di applicare queste regole anche a vini più meritevoli?

Non venite a dirmi che dipende dal fatto che le leggi sulle etichette in Italia non ti consentono praticamente niente e ti fanno multoni se non metti le informazioni obbligatorie e ti allarghi troppo su quelle facoltative. Questo è vero ed è il motivo per cui la maggior parte dei produttori per non inguaiarsi mette quello che è obbligatorio e pace. Infatti le stesse leggi valgono anche per la Romania.

Perché mi piacciono queste etichette? Perché dimostrano che chi le ha ideate si è sbattuto a fare un ragionamento minimo sul tipo di cliente a cui voleva proporle e come comunicarci. E questo, che vendiamo Brunello o vendiamo Tavernello, è qualcosa che andrebbe fatto sempre. Anzi, Tavernello lo fa, bene e con coerenza.

E a me sinceramente fa rabbia che con tutte le meraviglie enologiche che si producono in Italia, ma anche con tutto il vino da grande distribuzione che si produce in Italia, niente, ci areniamo sempre sulla comunicazione. Non sappiamo valorizzare quello che abbiamo, ma forse, ed è la cosa che mi fa più tristezza, non ci si pone spesso il problema di cosa dire al potenziale cliente per convincerlo a mettere nel carrello proprio la nostra bottiglia.

Non ci sappiamo vendere e per molti questo sembra quasi essere una medaglia al merito.

Provando a condividere questo mio pensiero mi sono state risposte cose tipo:

  1. “Ma il made in Italy non è un valore di per sé?” A cui risponderei: il Tavernello è made in Italy? Mi sa di si.
  2. “Ma un vino da 3 euro uno in Italia pensa che sia una ciofeca, siamo dei tali snob.” Certo, perché in Italia compriamo tutti vino da enoteche blasonate e al supermercato non lo prende nessuno.
  3. “A me pare che non c’è scritto niente di rilevante, le stesse cose le troviamo sulle nostre bottiglie nella parte posteriore. ” Appunto nella parte posteriore, per cui non ti salteranno mai all’occhio ma devi già prendere in mano la bottiglia, voltarla, e poi io non so voi, ma i caratteri piccolissimi delle retro etichette mica li leggo benissimo. Una fatica, per leggere cosa?

E parlando di retroetichette, fatemi fare un paio di esempi. Certo adesso magari mi metto a confrontare le mele con le pere ma è per capire il concetto. Ci sono dei produttori hanno avuto un’idea geniale e innovativa, quella di creare etichette in Braille per permettere anche agli ipovedenti di leggerla. E cosa legge l’aspirante cliente, ipovedente o meno, per capire se questo vino gli può interessare, se vale la pena di comprarlo?

“Prodotto esclusivamente nelle annate migliori, questo vino è ottenuto dalle sole uve coltivate a Poggio Vedetta, in un vigneto esposto a sud e che guarda il mare. I suoi filari si estendono nella località Monte di Muro, che deve il suo nome al convento di Santa Maria a Monte di Muro i cui resti si trovano nell’oasi protetta delle Bandite di Scarlino.” Che è un testo veramente bello e suggestivo, perfetto sulla pagina dedicata nel sito aziendale, sulla confezione o in un depliant apposito, ma appunto, cosa mi dice di questo vino? Di cosa sa? Il Muro, il mare, l’esposizione a sud, persino le Bandite eventualmente, cosa fanno a questo vino, che profumi gli danno, con che abbinamento posso valorizzarlo? Non lo saprò mai, per fortuna tra le informazioni obbligatorie c’è scritto Toscana e quello va bene e fa vendere tutto, quindi a posto così. Cliccate sul link per la foto, se volete

http://www.imbottigliamento.it/2015/11/12/etichetta-in-braille-per-il-vin

Ora è verissimo che le leggi sulle etichette del vino non aiutano. Qui possiamo trovare degli esempi ragionati degli elementi obbligatori a seconda del tipo di vino, leggetelo che è un articolo interessante con delle belle infografiche:

https://www.italianowine.com/it/degustazione/etichetta/vini-varietali/

Ed è anche vero che altri produttori fanno la scelta di mettere in etichetta le informazioni che a un cliente non intenditore fa comodo sapere per fare la sua scelta. Io questa etichetta la trovo perfetta, soprattutto la chiarezza degli abbinamenti, peccato sia sul retro e ci perdiamo l’effetto WOW del primo colpo d’occhio.

Passerina – Cantina Di Ruscio

Allora fatemi chiarire cosa mi ha colpito favorevolmente delle bottiglie del supermercato:

  1. La grafica, fresca e accattivante
  2. La descrizione sul davanti: posso non sapere, da acquirente non esperto, cosa sia un cabernet sauvignon, un pinot grigio, ma dimmi subito quello che devo sapere
  3. I caratteri leggibili della descrizione, che noi madri di famiglia ageé al supermercato siamo cecate di nostro.
  4. Il testo che in poche righe mi dice tutto quello che vorrei sapere su struttura, profumi e gusto di quel vino.
  5. Cavolo, è addirittura in inglese, allora veramente c’era un ragionamento sul mercato in cui voglio vendere, dietro questa etichetta.

Queste cose, non solo a me che quattro cose sul mercato del vino nei Paesi Bassi le so per motivi professionali, ma anche alla madre di famiglia media che compra un vino da 3 euro per vedere com’è, mi dimostrano che qualcuno ha pensato a me come potenziale cliente, riflettendo cosa voglio sapere e come farmelo sapere in maniera facile e immediata.

A questo punto quasi non mi interessa sapere cosa c’è dentro quella bottiglia, tanto dai vitigni si capisce che sono dei piacioni, abbastanza noti da essere riconoscibili a tutti e che anche in un vino da primo prezzo possono risultare dignitosi e gradevoli, soprattutto sapendo che li ho pagati tre euro. Che anche il prezzo fa la sua parte nella percezione del vino che stiamo bevendo.

E quindi mi chiedo, se questo sistema funziona, è tanto difficile applicarlo anche per dei vini di maggiore qualità, magari di zone e vitigni meno noti? Siamo sicuri che un minimo di cura e intervento professionale nella prima cosa che veniamo a sapere di un vino, l’etichetta anteriore, non facciano del bene per venderli meglio? Che alla fine un produttore che si sbatte tanto per fare un buon prodotto, lo fa per venderlo no? E allora fai capire ai (potenziali) clienti che ci tieni a loro, ad informarli, a raccontargli quello che ha valore per loro e non necessariamente è lo stesso che vale per te. (Non che vieni a chiedere a me di fartelo vendere in Olanda).

Alla fine io che non mi trovo nella tua cantina e nel tuo vigneto, ‘sto povero vino lo voglio bere, mica cercarmelo su Googlemaps. Mettiti nei miei panni e le Bandite me le presenti la volta che vengo a trovarti, non prima.

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