Io ho un problema, che voi che mi leggete conoscete benissimo: non so mai fermarmi al dettaglio giusto. Sono la regina delle subordinate di subordinate di subordinate appese a una principale che nel frattempo non si è capito dove sia finita, parto da una cosa, apro una parentesi, nella parentesi trovo una persona, quella persona mi porta a un ricordo, il ricordo mi porta a un luogo, il luogo mi riporta alla cosa da cui ero partita, e nel frattempo il lettore ha conosciuto cinque persone e mangiato un piatto di ravioli.

Quando racconto qualcosa, mi porto dietro tutto il resto, è un po’ come quella storia che racconta Massimo Giuliani in Madri a proposito della sovrabbondanza nei concerti di Bruce Springsteen. Secondo lui, dietro quelle maratone dove sembra che il concerto non debba finire mai, c’è anche il retaggio della mamma italiana: le grandi riunioni di famiglia, il tavolo che si allunga, il posto aggiunto all’ultimo momento, il piatto in più perché “non si sa mai”.

Uguale, perché tra #madridifamiglia ci capiamo. Io sono quella che aggiunge sempre una sedia (due, tre, dieci), e forse è anche per questo che i miei workshop finiscono per essere così.


Questo weekend a Ofena avevo organizzato un ritiro di scrittura meditativa, come ne ho fatti tanti negli anni, ad Amsterdam, in altri luoghi, qui in Abruzzo.

Ma questa volta c’era qualcosa di diverso, perché non erano soltanto due incontri, era la possibilità di stare insieme più a lungo, di condividere un pranzo, di continuare una conversazione, fino alle 2 di notte se necessario. Di lasciare che le persone smettessero piano piano di essere “partecipanti” e diventassero semplicemente persone sedute allo stesso tavolo.


Il primo giorno, come sempre, siamo partiti dalla cosa più semplice: lasciare scorrere la penna. La scrittura meditativa non parte dall’idea di scrivere bene o dalla frase perfetta, parte dal gesto, dalla mano che scorre sulla carta, dal respiro.

Se non sai cosa scrivere, scrivi proprio quello:

“Non so cosa scrivere.”

“Non mi viene in mente niente.”

“Non so perché sono qui.”

Poi succede spesso una cosa strana: la mano, dopo un po’, si stanca di ripetere sempre la stessa frase e comincia ad andare avanti da sola e porta sulla carta cose che la testa non aveva programmato.


Io durante questi incontri sono la custode del fuoco sacro. In pratica dò il tema, tengo il tempo e suono la campanellina quando dobbiamo smettere di scrivere. Ogni tanto ricordo alle persone una cosa che sembra banale:

“Vi state ricordando di respirare?”

Perché succede davvero, quando la mano prende l’abbrivio e la penna comincia a correre sulla carta, ce lo dimentichiamo.


E poi c’è la parte che forse nessun manuale di scrittura meditativa prevederebbe, si parla, madonna quanto si parla. Si parla tantissimo, si scrive, si ascolta, si legge, chi vuole. Si beve acqua. Tanta acqua e tanto caffé. Si mangia, perché l’introspezione mette fame. Il primo giorno Beatrice ci ha preparato i ravioli, e non erano semplicemente ravioli, erano un pezzo di casa. Quel tipo di pranzo in cui non stai solo mangiando qualcosa di buono, ma senti che qualcuno ha pensato a te prima ancora che arrivassi.


Quest’anno il gruppo era anche particolare perché avevamo un incontro trilingue. Una delle partecipanti era olandese e quando interveniva parlava in inglese, così chi poteva la seguiva direttamente e poi io traducevo per il resto del gruppo. E viceversa. Che poi forse è una delle cose che amo di più: vedere come una storia cambia leggermente quando attraversa una lingua diversa.


La seconda mattina abbiamo iniziato con una domanda semplice:

“Cosa vi ha stupito del primo giorno?”

Le risposte sono state diverse: I pensieri intrusivi che non si aspettavano. Le emozioni che arrivavano nel corpo mentre scrivevano di una situazione che le aveva toccate. La sorpresa di scoprire cosa usciva dalla pagina.

Ma soprattutto tornava una cosa: gli altri, la compagnia, le piccole perle preziose che sono gli altri partecipanti. L’apertura. La coesione del gruppo.

Quell’atmosfera che si crea quando persone che fino a poche ore prima non si conoscevano iniziano a raccontarsi qualcosa di vero. Una delle persone arrivate soltanto il secondo giorno ci ha detto che avrebbe voluto esserci anche il primo. E questo forse è proprio il senso di un’esperienza residenziale: non perdi solo un esercizio, perdi un pezzo della storia che nasce nel frattempo.


La notte tra il primo e il secondo giorno sono successe cose: una delle partecipanti era arrivata con quello che lei chiamava il suo blocco dello scrittore. Dopo una carriera da avvocata prima e ricercatrice poi aveva ricevuto una proposta editoriale. Il passaggio difficile era trasformare una tesi scritta per una commissione italiana in un libro destinato a un pubblico internazionale.

Nella notte tra il primo e il secondo giorno ha riscritto l’ordine dei capitoli, non perché qualcuno le avesse dato una formula magica, ma forse perché, per qualche ora, aveva smesso di guardare il suo testo come un esame da superare e aveva iniziato a guardarlo come qualcosa da raccontare.

Naturalmente, mentre tutti si portavano a casa luce, energia e nuove idee, la gestrice dell’intero ambaradan, cioè io, la prima sera è finita a letto con un dolore notevole a schiena, gambe e pianta dei piedi. E no, non avevamo fatto grandi camminate. La verità è che il corpo presenta il conto quando per due giorni tieni insieme persone, tempi, emozioni, cibo, lingue, conversazioni e tutto il resto.

E io ormai lo so. La stanchezza profonda che arriva dopo un’esperienza così intensa non è una sorpresa, è il rovescio della medaglia dell’entusiasmo.

Molti partecipanti mi hanno detto di essersi portati a dormire una strana combinazione di euforia e stanchezza, quella buona che arriva quando per un po’ sei stato davvero presente. Sono venuta per staccare la spina, mi hanno detto.


Il secondo giorno dovevamo andare a Villa Santa Lucia. Il piano era bellissimo: scrivere nel giardino di Tagliavè, seduti sulle coperte abruzzesi. Poi è arrivato il caldo, quello serio. Per cui all’ultimo momento ci siamo spostati nella scuola accanto, che scuola non è più, ma che continua a custodire la memoria di quelli che ci sono passati. Infatti due anni fa proprio lì avevo fatto il primo workshop di scrittura meditativa in questa zona.

E quest’anno, dopo pranzo, ho proposto l’esercizio della sedia vuota. Ho chiesto a tutti di immaginare una persona seduta a capotavola e di scriverle per quattro minuti.

Qualcuno ha scritto con entusiasmo. Qualcuno non è riuscito a scrivere. Qualcuno ha pianto.

Io ho scritto a mio padre. Ho pensato a lui giovane insegnante, che con il sole o con la neve percorreva in salita la mulattiera da Ofena a Villa Santa Lucia per andare in quella scuola. Gli ho scritto che probabilmente, mentre saliva quella mulattiera, non avrebbe mai immaginato che un giorno sua figlia sarebbe tornata lì non come scolara, ma per insegnare ad altri a scrivere. E gli ho chiesto (mi sono chiesta): lo avremmo mai potuto anche solo immaginare?

Quella scuola che oggi non è più una scuola, e che mi ha accolta per scrivere con gli altri.


La foto all’inizio di questo articolo racconta proprio questo filo. È una vecchia foto di una scolaresca, mio padre è indicato con una penna. Mio figlio l’ha ricevuta questa primavera, quando ha accompagnato la mamma novantenne di alcuni amici canadesi che per la prima volta veniva a Villa Santa Lucia, il paese natale del padre.

Le storie fanno giri strani.


E poi ci sono le cose che uno scrittore serio forse non metterebbe, ma io sì, e voi, miei lettori ormai lo sapete.

C’è il cane che l’anno scorso aveva deciso di partecipare al workshop mettendosi sotto il tavolo, seduto sui piedi di Andrea. Quest’anno abbiamo fatto fatica a convincerlo che poteva stare con noi, ma magari un po’ più di lato. C’è la passeggiata del silenzio tra gli ulivi che si è trasformata in una corsa collettiva verso il bar per cercare fresco e spritz. C’è stata la terrazza fino alle due di notte perché un “ti faccio compagnia per una sigaretta” è diventato una conversazione che nessuna aveva voglia di interrompere.

C’è stata quella strana combinazione che molti hanno raccontato: la stanchezza profonda insieme all’euforia, la sensazione di portarsi a dormire qualcosa di luminoso. Tutto questo non mi ha stupito perché ormai so che succede quando per un po’ di tempo si vive così intensamente.


Alla fine ho chiesto a tutti una parola o una frase che riassumesse questi giorni.

Sono arrivate:

Sintonia.

Coming into balance and calm.

Appartenenza.

Balance – Equilibrio

Serenità

Io rubo una parola bellissima di Antonella: Luce.

E la migliore, spiegata: la mia parola è PRESENZA.
Presenza per sottolineare la bellezza di vedersi in… presenza… presenza di un luogo che ti inonda di energia, presenza di un gruppo che fa la differenza, presenza di una tutor che con il suo impegno va oltre e ti accompagna oltre. Presenza sempre.

E ne arriveranno altre. Le conserverò, perché forse sono loro il modo migliore per raccontare cosa è successo.

Io posso solo dire questo: ogni volta che apro questa casa, aggiungo una sedia, preparo un tavolo e lascio scorrere la penna, succede qualcosa che non avevo programmato.

Alla fine mi sono resa conto che io continuo a chiamarlo workshop di scrittura meditativa perché un nome bisogna pur darglielo. Ma la verità è che ormai è diventato qualcos’altro. È un fine settimana in cui si scrive, sì, ma soprattutto si fa posto. Alle persone. Alle storie. Ai silenzi. Ai ravioli di Beatrice. Ai campanelli di mio padre. Perfino ai cani che insistono per seguire il corso da sotto il tavolo. E a quanto pare, ogni tanto, anche a noi stessi. Le storie arrivano quando qualcuno fa spazio.


Prossimo appuntamento: 29-30 agosto 2026.

Perché evidentemente una sola data non basta mai, e noi, come nelle grandi famiglie italiane, una sedia in più la troviamo sempre.

Per prenotare la vostra sedia, scrivetemi a: info@madrelingua.com, carta e penna portateli voi.

Per capire di che accidenti parliamo quando parliamo di scrittura meditativa: https://mammamsterdam.net/scrittura-meditativa/