Il processo all’avvocata Inez Weski si gioca su un confine pericoloso: quello tra diritto alla difesa e complicità con l’organizzazione criminale.
Il processo Marengo, nei Paesi Bassi, è il più grande procedimento penale contro la “Mocro Maffia”, scaturito dall’arresto del boss Ridouan Taghi a Dubai nel 2019. L’organizzazione è accusata di narcotraffico, gestione di squadre della morte e attacco frontale allo Stato: una scia di sangue senza precedenti culminata negli omicidi dell’avvocato Derk Wiersum e del giornalista Peter R. de Vries, entrambi colpevoli di aver assistito il testimone chiave, Nabil B.
Mi interessa perché non è solo una vicenda giudiziaria ma è lo specchio di una crisi profonda del sistema legale europeo. Al centro c’è Inez Weski, arrestata con l’accusa di aver fatto da “postina” per Taghi. In uno spezzone del processo, l’ho sentita dichiarare quanto la pressione di un incarico simile fosse insostenibile. Il pubblico ministero ha chiesto per lei una condanna a 4,5 anni di reclusione per appartenenza a un’organizzazione criminale e lei nega ogni addebito.
Da profana mi chiedo cosa succederà adesso (come interprete faccio poco penale, soprattutto cause civili, ma appunto mi interessa il meccanismo della giustizia). Me lo chiedo da quando hanno ucciso de Vries in pieno centro ad Amsterdam; da quando Taghi ha fatto ammazzare il fratello del testimone chiave Nabil B., un meccanico che non c’entrava nulla con il narcotraffico, solo per suggerire al fratello di non parlare. Dopo la morte dell’avvocato Wiersum, il panico tra gli addetti ai lavori è diventato tangibile (e io ne leggevo le dichiarazioni sui media e mi dicevo: ragazzi, siete cresciuti professionalmente in quello che credevate un sistema protetto in cui fare tanti soldi come avvocati d’affari, date un’occhiata a quello che è successo in Italia). E questa situazione ha sollevato una domanda fondamentale: se lo Stato di Diritto si basa sul diritto alla difesa, ma le organizzazioni criminali usano quel diritto per sabotare l’ordinamento, come si tiene in piedi il sistema? Solo se la condanna resta un atto definitivo, indiscutibile e privo di derive autoritarie possiamo dire che la giustizia vince.
Questo è un punto delicatissimo che in Italia, tra Maxiprocesso, aule bunker e pool, abbiamo cercato faticosamente di risolvere. Nei Paesi Bassi, invece, la questione è esplosa con una violenza inaspettata. Weski aveva una reputazione indistruttibile: ha difeso figure come Desi Bouterse (ex presidente del Suriname condannato per gli “omicidi di dicembre” del 1982) e ha guidato il caso Checkpoint, fondamentale per i limiti legali dei coffee shop.
Cosa ci dice tutto questo sul sistema? Dalla prospettiva italiana che è quella del 41-bis e dei grandi processi di mafia, vedo un apparato giudiziario sfidato sui suoi principi base, in bilico tra libertà individuale e necessità di giustizia. L’Ordine degli avvocati olandese è finito in una tempesta: l’arresto di Weski ha comportato la chiusura del suo studio familiare, travolgendo anche il futuro dei figli. Questa vicenda ha imposto una brutale autocritica alla categoria, dimostrando che l’autoregolamentazione ha fallito.
La reazione è stata drastica: ispezioni a tappeto negli studi che si occupano di criminalità organizzata, la fine dell’era del “lupo solitario” (introducendo forme di controllo interno o compliance) e nuove regole per i colloqui in carcere. E comunque la chiusura dello studio Weski ha lasciato centinaia di fascicoli scoperti e molti legali terrorizzati all’idea di prenderli in carico.
Io penso che Inez Weski sia stata lasciata sola dallo Stato e dall’Ordine. Il terremoto che ne è seguito dimostra che il modello “liberale”, basato sulla fiducia assoluta nella toga, non regge l’urto di una mafia che corrompe o minaccia sistematicamente. L’avvocato che difende i grandi boss non può più essere visto solo come un paladino dei diritti, ma come un soggetto ad altissimo rischio da monitorare per la sua stessa incolumità.
L’Olanda sta cercando di costruire il proprio “modello antimafia” partendo dalle macerie dello studio Weski, ma non so quanto si stia guardando all’esperienza italiana e ai nostri martiri: Giorgio Ambrosoli, Fulvio Croce, Serafino Famà (che rifiutò di manipolare il processo come voleva il cliente, una situazione molto simile forse a quella di Weski), Enzo Fragalà o il magistrato Antonio Scopelliti. In Italia la mafia ha ucciso chi rifiutava di sabotare il sistema o ha assorbito chi accettava di farlo tramite il concorso esterno. Credo che Weski si sia trovata nel mezzo: forse per hybris ha pensato di poter gestire Taghi da sola e, senza un sistema a proteggerla, è finita stritolata.
Oggi lo Stato olandese deve capire come proteggere le toghe per proteggere se stesso. Vedremo se saprà farlo senza tradire i propri principi. Vi scrivo tutto questo perché vedo molte analogie con quella che è stata la situazione stato e mafia in Italia nei miei anni formativi e mi interessa vedere come ce la possiamo risolvere anche qui. La domanda non è solo cosa accadrà a Inez Weski. La vera domanda è se i Paesi Bassi riusciranno a difendere lo Stato di diritto senza comprometterlo.