La cugina Rivka e le feste all’Atlanta di Rotterdam

Vi avevo raccontato dei nostri parenti diamantari, mi sembra e oggi vi volevo raccontare come in effetti la cugina Rivka si sposò in quella famiglia, che è una di quelle storie carine che mia mamma adora farsi raccontare quando ci danno giù con lo sherry e credo di averla sentita ripetere fin da quando era ragazzina. Sono storie formative perché una le sente da piccola e le controbilanciano tutte quelle storie di principi azzurri e damigelle da salvare con cui ci rovinano il carattere a noi signorine agées.

Comunque dopo la guerra ad Amsterdam parecchie famiglie ebree tornarono, parecchi dalla clandestinità e, pochi, dai campi, e alcuni avevano molto forte l’idea di ricostituire una comunità ebraica in città. Infatti parecchi si trasferirono nel quartiere di Buitenveldert, perché era vicino allo sjoel , altri ad Amstelveen, per via della scuola ebraica, che comunque sono due zone vicinissime. Poi uno ci si trasferiva anche solo per avere gli amici vicino e in sinagoga non ci andava e mandava i figli alle scuole normali, ma rimaneva forte quel senso di stare vicini.

E in alcuni era anche molto forte la pressione nei confronti dei figli per sposarsi tra di loro, anche se questa cosa poteva avere le motivazioni più diverse, che ogni famiglia aveva le sue. Comunque allora come ora si trovava utile organizzare feste, vacanze e ritrovi per i vari figli, un po’ appunto per dargli il senso di comunità conoscendo e frequentando coetanei con tradizioni famigliari simili, con cui non c’era bisogno di starsi a dare tante spiegazioni, e un po’ con la speranza che erano giovani, bastava mettere la paglia accanto al fuoco, sposatevi e riproducetevi.

La cugina Rivka veniva da una di quelle famiglie liberali che non è che sentissero tutta questa necessità di omologazione, ma con la scusa degli incontri per giovani ebrei se ne andava pure lei alle feste, ma giusto per fare casino. E uno dei posti dove organizzavano queste feste era l’hotel Atlanta di Rotterdam, uno dei pochi edifici sopravvissuti ai bombardamenti, che aveva sempre avuto una forte clientela ebrea e quindi dopo la guerra ci organizzavano le serate danzanti, e arrivavano ragazze e ragazzi da tutta l’Olanda e persino dal Belgio.

“Capirai, era pieno di questi bravi ragazzi yiddish viziati dalle mamme, figurati quanto ce ne importava. Tanto a fare eventualmente i figli ebrei bastavamo noi, erano i maschi poveretti, che a una certa età iniziavano a stressarsi. Che prima uscivano e si fidanzavano con tutte queste biondine e poi quando era ora di pensare ai figli cercavano la madre ebrea. E già solo per questo mi stavano antipatici, poi aggiungici pure le madri, appunto. Ma intanto dormivamo fuori, c’erano le gare, i giochi, si ballava, si andava al night, per noi ragazzi negli anni ’60, con le nostre famiglie uscite dalla guerra poi, era una botta di vita. Ti mettevano in valigia un vestito da sera, e via sul treno. Andavamo in camera in 4, e ci svegliavamo in 10 la mattina dopo”.

“Poi la prima volta che andammo al night e vedemmo uno strip tease, la sera con le compagne di stanza, tra di noi, in camera ci riprovammo, ma finì talmente a ridere che qualcuno telefonò alla reception e mandarono a bussare per chiederci di fare più piano.”

“Ma Hervé quindi l’hai conosciuto lì?”

“Si, c’era questo puzzle tipo caccia al tesoro da fare a coppie in macchina per la città, e ci estrassero a sorte.  Irene venne a dirmi di nascosto che quello che mi era capitato era il figlio di un diamantaro di Anversa e che quindi era un buon partito e già questo mi indispose, che io ho sempre avuto lo spirito di contraddizione. Quindi partimmo per questa caccia al tesoro e io ero un po’ sulle mie, anzi, diciamo che ero proprio stronza con la pala. Lui era tanto caruccio, si perse totalmente la strada e più ci perdevamo, più si innervosiva pensando che io avrei pensato che lo facevo apposta. Insomma, a un certo punto non so come finimmo al porto, poi vicino allo zoo. Io nel frattempo con la cartina sulle ginocchia e gli indizi cercavo di venirne a capo. E c’è da dire che il belga cominciava a starmi simpatico, un po’ per quell’accento dolce che hanno, un po’ perché hanno questo modo così carino di parlare con tutte queste parole francesi, a un certo punto insomma decidemmo di lasciar perdere le cacce al tesoro e ce ne andammo a mangiare le cozze in una pescheria che avevamo incrociato, e la signora ci spiegò bene la strada per rientrare. Arrivammo puzzolenti di pesce e cozze mentre  tutti avevano finito di cenare e stavano iniziando a ballare, e restammo a ballare senza cambiarci, così com’eravamo. Della puzza di cozze me lo disse uno che conoscevo da scuola, uno dei ragazzi Asscher mentre ballavamo, e allora lasciai perdere per la vergogna e scappai in balcone, che faceva pure un freddo cane ed era pieno di gente a pomiciare negli angolini. Lui mi raggiunse con due tazze di té e passammo la serata a chiacchierare, poi mi riaccompagnò ad Amsterdam in macchina e si presentò ai miei in modo talmente formale, che sempre belga era, che mamma non appena ripartì si attaccò al telefono ad annunciare il fidanzamento, che manco c’era stato. Io gliene dissi di tutti i colori e comunque alla festa dopo avevamo avuto il tempo di pensarci, ci eravamo scritti, anche telefonati una volta con entrambe le sacre famiglie ad ascoltare cosa ci dicevamo, guarda, un miracolo che alla fine ci siamo sposati. In comune, così imparano a farmi pressioni.”

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