Shaken, not stirred: Trump, Zwarte Piet e la paura del mondo ribaltato

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Shaken, not stirred, sono i post che mi escono di pancia, quando troppe cose mi si agitano in testa e cercano una loro collocazione. Poi di solito la trovano. Basta scriversela di dosso.

Il passato coloniale dei Paesi Bassi è sempre un argomento un po’ controverso, e l’elefante nella sua stanza è la questione della schiavitù. Come molte cose nella vita, se non ci passi, o non hai amici che ci sono passati, in un primo momento fai fatica a capire. E cosa c’entra tutto questo con Trump e ancora di più, che c’entra trump con Zwarte Piet (e chi è ZP?). Mettiamoci comodi che vi mixo un drink.

Come sapete i miei studi e lavoro sulle differenze culturali mi hanno strutturato e reso esplicito un sapere che nella mia famiglia multi-culti era sempre dato per scontato, al punto che manco ci facevi caso. Fino a che, appunto, qualcuno te lo faceva notare. E questo influenza il mio sguardo, e che ci posso fare? Io molte cose le noto e me le spiego in chiave di contrapposizioni culturali.

Per questo mi ha sempre molto incuriosito la reazione estremamente incazzata, difensiva, insultante a volte, di tanti olandesi bianchi che conosco, ma proprio delle cose aggressivamente esagerate da parte di persone normalmente carucce, civili, istruite, proprio insospettabili (e anche alcuni italiani batavizzati). “Ci vogliono rubare i nostri sogni d’infanzia, no pasaràn”. Ovvio che si sta toccando un punto dolente. Ovverp la sacra festa di Sinterklaas, di cui vi ho parlato qui.

E qual’è il punto dolente? Il punto dolente PRESUNTO, guardate come ve lo metto bello visibile, è la natura del personaggio di Zwarte Piet, l’aiutante di san Nicola, quello che il 5 dicembre porta i regali ai bambini buoni.  A quelli cattivi, sempre prestando fede alle tenere canzoncine infantili e innocenti che si cantano per la festa, Zwarte Piet da una scarica di mazzate sul culo così impari. Poi li ,mette nel sacco e li porta in Spagna quando ripartono. Che per fare tutti questi regali la manodopera non sindacalizzata è fondamentale.

Caruccio, vero, Zwarte Piet che mette i bambini cattivi nel sacco per portarseli in Spagna, presumibilmente per venderseli come schiavi

Caruccio, vero, Zwarte Piet che mette i bambini cattivi nel sacco per portarseli in Spagna, presumibilmente per venderseli come schiavi

“Wie zoet is krijgt lekkers, wie stout is de roe” (Chi è buono riceve cose buone, chi è cattivo il bastone).

Poi mettici Maria Montessori, mettici che cambia la sensibilità comune, mettici che i bambini non li terrorizziamo più a mazzate, da diavolo che era all’origine, passando per lo spazzacamino sporco di fuliggine per giustificarne il colorito scuro, insomma la tradizione si è ammorbidita, le madri non minacciano più i figli di darli all’uomo nero, è rimasta la parte simpatica appunto di bambini che tra fine novembre, quando Sinterklaas arriva dalla Spagna, al 5 dicembre che aprono i regali, il massimo del pericolo, buoni o cattivi che siano, è il picco glicemico da caramelle e iniziali di cioccolata, ma la minaccia di botte, bastonate e rapimento vivaddio è sparita. Tranne che nelle canzoncine e sfido qualsiasi bambino a prendere alla lettera le canzoncine festive, per dire, io ci ho messo anni a capire che non era “AsPro del ciel, Pàaa-rgol di vin” noto inno natalizio per beoni di vini scadenti.

Exit bastone. Rimane Zwarte Piet.

La questione irrisolta della tratta degli schiavi nei Paesi Bassi

Ora facciamo un passo indietro: lo vedete quel bel bassorilievo in cima a tutto, dorato e dipinto? Quello è il Cocchio d’Oro (De Gouden Koets), donato alla regina Wilhelmina per l’ incoronazione nel 1898, e ora usato solo una volta l’anno per il discorso della corona del monarca di turno, di fronte ai membri degli stati generali e al popolo. E sulla fiancata sinistra, appunto, il pregevole pannello dal titolo di: Elogio alle colonie. Con gli schiavi neri di Indonesia e Africa che si sottomettono e offrono beni. Sono in parecchi , in anni recenti, ad aver fatto presente che la sensibilità moderna, la schiavitù, il passato coloniale, nevvero? Che forse non è bon ton andare a fare il discorso della corona su un mezzo che ricorda ai sudditi abbronzati che i loro nonni sono stati schiavi, comprati, venduti, privi di potere decisionale sulla propria vita e diritti riproduttivi e linguistici, e viva la costituzione e la democrazia (viva!).

Il fatto è che in questo paese tutto puoi dire tranne ricordargli che i soldi veri, nel Secolo d’Oro, se li sono fatti con gli schiavi, oltre che con le spezie. Che loro sono egalitari, democratici e queste cose brutte li fanno soffrire, se non ti va bene tornatene al tuo paese. Ahem. Ringrazia e zitto.

Ora il punto è che sempre più olandesi di origine coloniale, quelli più o meno abbronzati, per capirci, e non solo loro grazie al cielo, insistono che è inutile girarci intorno: inutile dargli il contentino del Keti Koti, la festa del taglio delle catene, che a parte il buffet caraibico mica ce li vedo tutti questi olandesi bianchi, i miei parenti per primi, a festeggiarlo, il Keti Koti. A differenza di chi lo festeggia e lo sente una festa sua, gli olandesi quegli altri, quelli abbronzati.

Quindi, già che ne stiamo parlando a un certo punto parecchi olandesi di colore hanno iniziato a dirlo, che loro la festa di Sinterklaas da piccoli e da adulti se la sarebbero pure goduta di più, se a scuola e fuori non li sfottessero dandogli dello Zwarte Piet, se al lavoro non si dovessero sentir dire tutti gli anni: “ah, che bello, beato a te che puoi fare il Piet senza neanche doverti truccare” (ma chi cazzo t’ha detto che ci tengo, io voglio fare Sinterklaas col cavallo bianco). Una presa per il culo fissa e stagionale, uno a un certo punto si scoccia e lo dice pure. Ma il dirlo, eh, lo schiavo negro che si ribella agli stereotipi? Apriti cielo (Un attimo, che ci arrivo pure a Trump).

Patrick Mathurin prova a ribaltare gli stereotipi razziali intorno alla festa di Sinterklaas

Patrick Mathurin prova a ribaltare gli stereotipi razziali intorno alla festa di Sinterklaas

Che di Zwarte Piet bianchi col cerone nero siamo strapieni, mentre un Sinterklaas nero, eh, ci è voluto Patrick Mathurin a proporlo e comunque per amore della discussione e poi li devo vedere, i Sinterklaas abbronzati, eh.

E comunque ci si è messa di mezzo una commissione apposita delle Nazioni Unite che visto e considerato tutto quello che c’era da vedere e da considerare sulla questione, ha concluso che si, sono stereotipi razzisti contrari a costituzione e legislazione nazionale (che magari ci si arrivava da soli senza scomodare le Nazioni Unite).

Cioè, metti uno nero, con i labbroni, il naso camuso e l’anello in faccia, quanto difficile è capire che non si tratta esattamente dell’iconografia dell’arcangelo Gabriele? Che poi basterebbe poco: neanche, apriti cielo, i Piet colorati con cerone verde, rosso, che fanno allegria “ma non sono la tradizione della mia infanzia”. Va bene, non vi tocchiamo lo Zwarte Piet, prendiamo atto che un’iconografia superata lo propone come schiavo negro, fingiamo che sia uno spazzacamino (che pure quelli, eh, a rivendicazioni sindacali sai quanto stavano più avanti degli schiavi). Ma diciamo che in Olanda se sfottiamo gli spazzacamini al massimo si incazzano gli italiani e noi siamo gente che per amore di pace e della festa, lasciamo pure perdere. Toglietegli i labbroni, toglietegli il naso camuso, lasciatelo al naturale del colore che è, ma soprattutto smettete di perculare i negri che avete sottomano dandogli dello ZP aggratis, che mica ci vuole tanto. Rimane Piet, il paggio di Sinterklaas, stessi vestiti, stesso ruolo, le botte gliele abbiamo tolte da tempo dall’iconografia, a riprova che anche per Piet le tradizioni arcaiche possono cambiare, nel sacco ci stanno i regali e non i bambini rapiti e pace, tutti contenti, passa questo marzapane, dai. No. Non si può o ci incazziamo di brutto. O quantomeno ci scocciamo. Comunque non capiamo manco se ce lo spiegano. Questo il modello corrente.

Però, appunto, è un argomento estremamente scottante. Non sta da solo, ci sono le relazioni di Amnesty International sull’abuso dell’ethnic profiling da parte della polizia olandese, e pure quello inizialmente incontra resistenze inaspettate anche da parte degli olandesi istruiti, educati e gentili. Semplicemente il razzismo non fa parte in alcun modo dell’immagine di sé come Paese che hanno i Paesi Bassi.

Le canne, guarda, quante ne vuoi, il quartiere a luci rosse lo abbiamo smantellato a favore dei bordelli in campagna senza controlli per conto degli immobiliaristi, ma non ditelo ai turisti, la creatività al potere solo se ha € 7000 al metro quadro. Immagine lucidata, appunto, a meno di non essere scuretto o straniero e allora guarda, manco te lo devono venire a raccontare, ti capita talmente spesso. (Qui in italiano).

A me e tanti altri questa connessione tra l’iconografia popolare di Zwarte Piet e la schiavitù è chiarissima e aggiungici che ZP viene ed è sempre stato usato per discriminare o offendere bambini e adulti olandesi di origine straniera (“Ma non sai stare allo scherzo,” be, forse sei tu che non sai fare scherzi non razzisti, a me mi state ammorbando con mafia, Mussolini e Berlusconi da quando sto qui, qualcosa ne so) e si capisce perché diventa una discussione ricorrente tutti gli anni. Con la relativa negazione ad oltranza accompagnata da occasionale incazzatura, aggressività e sensazione di essere sotto assedio da parte “di quelli che sono venuti dopo nel nostro paese” (o che ci avete portato a forza). Inspiegabile se uno pensa alla persona singola che conosce, e che non riconosce in questo.

La spiegazione invece per via indiretta me l’ha data proprio la mia ex-vicina, pronipote di schiavi liberati, figlia e moglie di avvocati dei diritti umani di origine surinamese e da sempre attiva nel dialogo su razzismi, sessismi e discriminazione. Devo a lei la segnalazione di articoli  e dibattiti interessanti e siccome ormai questa questione sono un po’ di anni che la seguo, diciamo che comincio a farmi un’idea.

Bene, questa donna (a cui ho già chiesto un’ intervista per Mammamsterdam, appena abbiamo tempo e ci ricordiamo tutte e due) all’ indomani della vittoria di Trump ha pubblicato un commento su Facebook in cui ci ricordava che la stessa sensazione di sgomento e senso di fine del mondo che proviamo tutti noi a cui the Donald non è che sembri la persona più indicata a cui mettere in mano i codici delle testate nucleari, l’hanno provata 8 e 4 anni fa tutti quelli a cui l’elezione di un presidente di colore sembrava la stessa fine di un epoca, carica di pericoli, l’offesa a una sensibilità che non è condivisa da tutti. Perché?

Perché forse Obama non era caruccio, conciliante, garantista e democratico abbastanza? No, perché era nero. E fino a quel momento i presidenti USA, alcolizzati o meno, handicappati o meno, furbi o meno, democratici o repubblicani avevano una cosa fissa in comune, talmente fissa e talmente comune che solo quando sono arrivati quelli che erano diversamente, è cresciuto il panico: erano tutti maschi bianchi. Obama prima, e la prospettiva di Hillary dopo erano un rovesciamento di paradigma autoreferenziale talmente enorme che lo si è vissuto in questo modo.

E Ellen-Rose, che ha le antenne sensibili su questo, affinate sulla sua, è il caso di dirlo, pelle, lo ha captato e riconosciuto subito: La paura che abbiamo noi oggi, della fine di un’ epoca, l’hanno avuta loro prima di noi. Noi e loro. Non se ne esce.

Per questo durante queste elezioni l’espressione che si è sentita di più è stata quella di white supremacy, ma di questo è meglio che vi parlo un’altra volta.

Ma è la stessa white supremacy a far sì che Zwarte Piet rimane ancora oggi il modo di dare del negro a un negro, da quando la sensibilità comune e condivisa ci ha insegnato che con le connotazioni di schiavitù e inferiorità non si scherza, non quando hai una costituzione e una dichiarazione dei diritti dell’umanità che garantisce a tutti gli stessi diritti.

Quindi scusatemi se a me Zwarte Piet continua a sembrare un figura razzista. Senza nulla togliere alla poesia infantile di chi da piccolo faceva prima a identificarsi con il santo, bianco, che con lo schiavo, nero. Ma è ora di svegliarsi e smetterla di credere che il mondo, nella sua varietà e interezza, ha il colore del proprio ombelico.

(Poi magari qui lo si dice molto meglio, in inglese:

The ‘White Working Class’ Can Kiss My Brown Ass

4 thoughts on “Shaken, not stirred: Trump, Zwarte Piet e la paura del mondo ribaltato

  1. Grazie per queso bellissimo post, conoscevo Zwarte Piet e le polemiche connesse ma avevo idee vaghe sul contesto sociale (mamma mia, quell’affresco e’ terrificante).
    >>> ora mi chiedo se qualcosa del genere arrivera’ mai qui in Repubblica Ceca, dove c’e’ Mikulas (=San Nicol, sempre lui) che se ne va in giro non con il Pierino nero ma con un angelo e un diavolo, e per fare il diavolo ci si dipinge la faccia di nero con il lucido, per di piu’ il diavolo fa ancora paura ai bimbi, perche’ eoricamente li puo’potare via in un sacco, alcuni ne sono terrorizzati… PC l’intera cosa non lo e’ per niente. Il contensto sociale e’ pero’ diverso: colonie mai avute, neri in giro pochissimi (per lo piu’ americani). Il vero razzismo qui e’ contro i Rom, ma nessuno li ha mai connessi al diavolo.
    Per cui, boh! vedremo…

  2. Ieri sera spettacolo all’Heineken Music Hall, di uno stand-up comedian australiano super scorretto. Ti dico solo che ha attaccato proponendo la versione porno dei classici del cinema, da Via col vento a La passione di Cristo. Non ti sto a raccontare i dettagli di quest’ultimo perché i tuoi lettori si potrebbero più che giustamente offendere.

    Insomma, agli olandesi è andato giù tutto: hanno riso della sessualizzazione del Salvatore sulla croce senza scomporsi nemmeno un po’. Finché il tizio non ha toccato il tema Zwarte Piet, avendo intervistato dei Piet ieri in giornata per una trasmissione americana e dicendo di trovare il tutto abbastanza assurdo. A quel punto, il finimondo: proteste a non finire, gruppi di persone che gridavano e non volevano fargli proseguire lo spettacolo. Il trambusto è durato ben una decina di minuti.

    Ora, io vorrei supporre che se vai a sentire questo tizio, devi essere almeno un po’ preparato, non è che ti ritrovi con 50 euro di biglietto per caso. Ma a quanto pare Zwarte Piet > Gesù quando si tratta di figure sacre, anche per il pubblico più cinico e progressista. Sono rimasta basita.

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