Anna Silveri, moglie di Nicola Silvestrone ha avuto 12 gravidanze: Domenica Rosa e Antonio sono morti da bambini, Carmela è vissuta solo cinque ore, le altre nove sono diventate adulte, otto di loro si sono sposate, hanno avuto figli, e i loro figli sono quelli che io chiamo i miei cugini.

E poi c’era Filomena. Filomena che di nome completo si chiamava Quartina Filomena (da Quartina a Ottorina il nome segnava l’ordine di nascita) e che per tutta la vita ha fatto la maestra a Ofena, era una persona profondamente religiosa. 

Io la ricordo quando da bambina stavo a Ofena con lei e nonna, e dormivo con zietta (così la chiamavo) nel lettone, in quella che era la camera più calda, vicino alla cucina grande con il camino. Zietta che ogni mattina alle sette si alzava per andare a messa e io rotolavo dal suo lato del letto per goderne il calore. Lei andava immancabilmente alla prima messa all’epoca in cui le messe erano due al giorno, una la mattina e una nel pomeriggio, non come adesso che la domenica viene qualcuno da fuori a celebrarla. 

Filomena che mi ha insegnato a recitare il rosario in latino, unica forma in cui lo conosco, poi sono diventata atea ma lei non c’era già più, e comunque è stata lei a insegnarmi l’autonomia di pensiero.

Ed era sempre lei che tratteneva le ragazze, come Maria d’ la comare Silvia e tante altre, che venivano a imparare il mestiere di magliaia da sua sorella Peppina, per farlo recitare anche a loro prima che tornassero a casa (ma questo comunque è tutto successo molto prima di me, quando ero bambina io Maria aveva già il suo negozio di maglieria). 

Filomena a cui la gente del paese si riferiva come: “‘Gnore maè” quando bussavano alla porta per chiedere consiglio o venirla a trovare e basta. Filomena a cui tutti gli emigranti che partivano lasciavano una delega notarile e quando riuscivano a mettere insieme abbastanza soldi per riscattare una casa, un campo, un uliveto, per comprare qualcosa da lasciare a figli che non sarebbero mai più tornati, ma loro ancora non lo sapevano, ecco la firma sull’atto ce la metteva lei a nome loro.

Filomena che è stata presidentessa dell’associazione donne cattoliche di Ofena, ho il registro con i nomi scritti nella sua grafia vintage puntuta e ordinata di maestra.

Filomena, a cui le sorelle in estate mandavano i figli per prepararli a qualche esame scolastico o fargli recuperare qualcosa.

Filomena che da bambina insieme alle sorelle Amelia e poi Sestina riuscirono a fare al paese solo fino alla terza elementare, perché quella era tutta l’istruzione disponibile all’epoca. 

Ma nelle famiglie di allora, come nelle famiglie romane, anche per loro fu lo zio materno, l’avunculus, ad avere l’ultima parola sull’istruzione dei nipoti. E il loro zio materno era Antonio Silveri, grande figura di intellettuale aquilano, uno dei fondatori del partito socialista abruzzese e della Società Dante Alighieri dell’Aquila, scrittore, uomo di lettere e ispettore scolastico. Antonio viveva e lavorava all’Aquila e sua sorella gli mandò le bambine perché potessero continuare a studiare.

Ritratto di Antonio Silveri dell'artista Mimmo Emanuele

Ritratto di Antonio Silveri dell’artista Mimmo Emanuele

Antonio Silveri è una delle figure che a Ofena abbiamo imparato a ricordare come grandi intellettuali del paese. A lui, come a Nicola Moscardelli, sono state intitolate strade, scuole, luoghi della memoria. E a ragione: Silveri ebbe una vita intellettuale importante, scrisse, pubblicò, si occupò di cultura e poté costruire la propria reputazione anche fuori dal paese.

Ma Filomena non era soltanto sua nipote. Era una donna della stessa famiglia intellettuale, che aveva ricevuto da quello stesso zio un’istruzione allora tutt’altro che scontata, e che aveva dimostrato di avere una testa, una cultura e una capacità di scrittura che, leggendo oggi quello che ha lasciato, non hanno nulla da invidiare a quelle degli uomini colti della sua generazione. Scriveva meglio lei e ne ho le prove.

Solo che Filomena era una donna e rimase nubile. La sua vita intellettuale non prese la strada della carriera, della pubblicazione e del riconoscimento pubblico: rimase a Ofena e si trasformò in una missione civile.

E forse anche la sua condizione familiare ebbe un ruolo. Finché ci fu sua madre Anna, e poi sua sorella Peppina, sposata, Filomena ebbe quella protezione familiare che permetteva a una donna non sposata di vivere autonomamente senza essere completamente sola. Non partì, quindi, Non costruì una carriera fuori dal paese. Rimase.

E proprio perché rimase, quello che avrebbe potuto essere il suo lavoro intellettuale diventò qualcos’altro: insegnare, seguire i bambini, preparare agli esami i nipoti delle sorelle, consigliare le famiglie, rappresentare gli emigranti, tenere insieme pezzi della comunità. La sua intelligenza non fiorì nei libri o nelle istituzioni, ma nel migliorare la vita delle persone.

Il patto educativo fu quindi questo: lo zio avrebbe permesso loro di studiare e in cambio loro avrebbero fatto da donnine di casa, tenendo in ordine e cucinando gli ingredienti che Anna mandava dal paese, olio, farina, vino (che, ci tengo a ricordarlo, era nella categoria merceologica degli alimenti). Le bimbe erano Quartina e Quintina ovvero Filomena e Amelia, poi arriverà anche Sestina, che diventerà la maestra Silvestrone di Pratola. Amelia, quando andrà in pensione, dopo essere stata maestra per tutta la vita addirittura a Bengasi, quando a Bengasi c’erano scuole italiane, Amelia comincerà a scrivere e pubblicare storie e ricordi, e scriverà un racconto su quegli anni all’Aquila. E della prima volta in cui cercarono di cucinare una pasta allo zio e quegli spaghetti vennero fuori in uno gnocco tutto appiccicato che toccò tagliare con coltello e forchetta. 

Filomena che sotto pseudonimo scrisse un piccolo saggio illuminante sul suo primo anno di scuola e tu la vedevi, leggendolo, questa giovane maestra piena di idealismo, entusiasmo, voglia di leggere quei bambini piccoli e spaventati che le venivano a scuola, i bambini poverissimi di paese. Pronta a portare a questi bambini che non avevano assolutamente opportunità di nessun tipo, quell’istruzione che per lei era stata emancipatoria e che sperava di poter dare anche a loro.

Filomena che era bellissima da ragazza ma a vent’anni si ammalò di qualcosa alle ossa e diventò la zia anziana, curva e zoppa che ho conosciuto io. In famiglia si diceva che la sua estrema pudicizia fosse arrivata persino a farle nascondere sotto il materasso gli assorbenti lavati e ancora bagnati, perché da ragazza si vergognava di stenderli ad asciugare. Forse anche da lì vennero i suoi problemi alle ossa, dicevamo noi, anche se naturalmente oggi non sapremmo dirlo.

Era veramente brillante e con un grande istinto di educatrice, proprio con i bambini più difficili. Se io e mio padre, due casi scuola di ADHD, siamo diventati quelli che siamo, lo devo davvero alla sua cura assidua, a tutte le storie che mi ha raccontato a tutti i libri che mi ha fatto leggere, a tutti i temi che mi ha ricontrollato, e questo ruolo che ha avuto con me, l’ha avuto con tante altre persone. Ancora oggi in paese io incontro gente anziana che mi dice di essere stata sua alunna alle elementari. E stiamo parlando di una donna nata nel 1900, cifra tonda. Le sorelle che hanno avuto figli e hanno avuto nipoti, hanno avuto persone che si sono occupate di loro da vive e da morte.

Rosamaria che vive da anni in Canada ha voluto condividere con me questo ricordo: “Ricordo benissimo quando avendo meritato la “bacchetta”, mi ci accarezzò la mano. E poi, spettatrice al teatrino delle monache, quando I nostri sguardi si incrociarono, mi fece il gesto di tenere le spalle indietro. Che ricordi. Peppina della Pulite fece delle gonne a maglia per me e mia sorella e ricordo tutti I dettagli: grigio perla con bordo a trattini verdi e palline rosse. Magari avessi delle foto, scarse in quei tempi. Ricordi molto vividi.”

Filomena invece ha vissuto prima con sua madre e poi con mia nonna Peppina, che era rimasta vedova molto giovane ed è rientrata nella casa paterna con due bambini a cui Filomena ha fatto da padre, diceva sempre mio papà.  Peppina che si è occupata di accudirla tutta la vita per via della salute fragile e dei terribili dolori che con il passare del tempo l’hanno irrigidita anche come carattere. Maria Teresa, che quando ho studiato in Canada mi ha accolto in casa come una figlia, mi diceva che a volte era cattiva: “Se dovevi andare al gabinetto durante la lezione ti prendevi un “paramano” con la bacchetta sul palmo della mano. Così sapevi di dover chiedere il permesso solo se era veramente necessario”.

Filomena che voleva farsi monaca e sua madre le disse, ma perché devi uscire di casa per andare a metterti al servizio dei figli degli altri quando hai le sorelle e i loro figli e potresti aiutare molto meglio loro, restando qui a casa.

Anna che era una donna lungimirante forse l’aveva capito prima di chiunque altro che Filomena, con l’autonomia di pensiero che aveva, probabilmente non si sarebbe adattata a una vita sotto le gerarchie ecclesiastiche, nonostante la fede e la convinzione nella sua missione di servizio. 

La fede in Filomena era una sorgente istintiva, ma anche frutto di formazione. Per la mia prima comunione mi regalò un libro, Caterina da Siena e il papato del suo tempo. Poi però quando si decise a leggere da sola l’Antico Testamento, ne rimase inorridita, tanto che fece promettere a mia nonna, già sposata e pure vedova, di non leggerlo mai. “È pieno di scandali”.

Gli scandali, il corpo, il sesso: quando avevo quattro o cinque anni mi spiegò che dagli uomini non bisognava farsi nemmeno prendere per mano, perché poi ti avrebbero messo una mano sulla spalla, poi sulla pancina, e alla fine sarebbero diventati i tuoi padroni. Io non ricordo esattamente che cosa le risposi, ma ricordo perfettamente il pensiero che mi passò per la testa, tradotto dalla me bambina in linguaggio della me di oggi: col cavolo che permetterò a un uomo di diventare mio padrone.

Ughetta, che con i cugini orfani come lei aveva un rapporto ancora più affettuoso, quando vide Nino tornare dagli studi fuori e, perché le era mancato, gli corse incontro ad abbracciarlo, si sentì dire da Filomena che non era opportuno. “Ma zia, è Nino!” E Filomena rispose: “Porta i pantaloni.”

Filomena che quando la casa in pietra del paese in montagna non era più adeguata a una persona nelle sue condizioni fisiche è venuta a vivere con Peppina da noi a Tortoreto, e quei pochi anni sono stati bellissimi. È morta in ospedale con accanto mia madre, la sposa straniera del nipote Ennio, che le ha tenuto la mano fino alla fine. Quella storia d’amore a distanza tra Ennio e Margherita era per quelle due pie donne un avvenimento pieno di partecipazione: zia dava a Ennio dei fiori secchi da inserire nelle lettere, e alla prima visita formale gli fece comprare un bracciale in oro che ancora indosso. Organizzare la festa di matrimonio, per mamma a cui sarebbe bastato ad andare a firmare in comune, fu per loro una gioia.

Allora io perché oggi sto parlando di Filomena a 126 anni dalla sua nascita? Perché un paese che le ha dovuto tanto, visto che a differenza degli altri intellettuali paesani a partire da suo zio e mio zio Antonio Silveri, è sempre rimasta in paese, si è sempre occupata della sua gente, ha sempre seguito i suoi bambini anche quando diventavano grandi e la fame e la miseria li costringevano ad emigrare, e scriveva e leggeva le lettere a chi non era capace di farlo da sé, è sempre rimasta il punto fermo di tante persone che quel paese sono state costrette a lasciarlo, ecco cosa succede alla sua tomba in quel paese.

E allora ieri, Ferragosto 2026, sono andata con mia cugina al cimitero e nelle foto c’è quello che abbiamo trovato nella cappella cimiteriale di San Valentino dove lei è seppellita accanto ai suoi genitori e la sorella Peppina, che da adulta ne ha condiviso la vita e l’ha accudita fino alla morte. 

Ecco, vedere la lapide di questi miei bisnonni e di questa mia prozia spaccata a terra, con i mattoni che chiudono il loculo caduti e danneggiati lasciando un buco, l’indegnità di quello che può avvenire alle nostre spoglie mortali, indipendentemente da quello che noi abbiamo rappresentato per noi stessi e per gli altri nella nostra vita, indipendentemente dalle persone che ci hanno voluto bene, che ci hanno apprezzato, che abbiamo servito, indipendentemente dall’eredità che abbiamo lasciato, siamo polvere, torniamo alla polvere e dopo un po’ non gliene frega più niente a nessuno. Non perché i morti abbiano bisogno delle tombe. Ne abbiamo bisogno noi.

In quella cappella cimiteriale danneggiata dal sisma del 2009 e da allora inagibile e chiusa ai parenti di tutti i poveri corpi che ha accolto, ai parenti a cui viene negata da 17 anni anche la consolazione di portare un fiore o un cero, ecco, ieri attraverso la grata ho visto questo.

E mi si è spezzato il cuore come quei pezzi di marmo. Perché non ci posso entrare e non ci posso fare niente se non piangere e incazzarmi.