Questa lunga estate in Abruzzo mi fa pensare a quelle estati che, senza che tu lo sappia ancora, sono le ultime di qualcosa. L’ultima estate prima delle superiori, quando sei ancora bambino ma stai per entrare in un mondo diverso. Oppure l’ultima estate dopo la maturità, prima dell’università, quando senti che la tua vita sta per cambiare, anche se non sai ancora bene come.

Per me è stata una cosa del genere. E me ne sono accorta qualche giorno fa, quando sono uscita alle 5 con il cane, ed era buio e l’aria si portava dentro una umidità ormai autunnale. Cioè bella l’aria fresca, dopo questa estate assurdamente calda, preludio di quelle ancora più assurdamente calde che ci aspettano, ma dopo Ferragosto si è visto che sia l’aria che la luce sono cambiati. Solo io mi aggrappo ancora ai miei ultimi pezzetti di estate.

Per la prima volta da quando ho fatto la maturità, mi sono fatta un’intera estate in Abruzzo. E la cosa buffa è che mentre ricominciano i miei corsi online di olandese dell’autunno, qui stanno ancora finendo gli ultimi corsi estivi.

Credo di aver avuto, in pratica, due giorni di vacanza, suddivisi in 3 settimane e 4 bagni al mare. Ma come è stato bello galleggiare nel mio Adriatico, la mattina quando l’acqua e ancora fresca e trasparente, guardando il cielo e pensando: grazie vita per questo momento, devo assorbirlo e portarmelo dietro per tutti i giorni grigi che so che inevitabilmente stanno per arrivare, ma arriveranno anche quelli di sole.

Eppure mi sento più carica di quanto mi sia sentita da parecchio tempo, perché ho fatto moltissime cose. Alcune faticose, parecchie complicate, ma quasi tutte cose che mi hanno restituito un senso.

Ho riscritto, dopo dieci anni, la Guida affettuosa al piacere del vino, nata anche grazie alle amiche che mi hanno invitata a portare le mie Degustazioni affettuose a Carrufo e a Capestrano.

E adesso la sto riscrivendo in inglese. Non sarà una traduzione, ma un libro nuovo, con ancora più storie e riflessioni su come sia davvero la vita in Italia, al di là dei miti delle case a 1 euro e dei paesi dove si pagherebbe il 7% di tasse. Perché, se uno pensa di venire a vivere qui, è bene che possa decidere a occhi aperti. Anche se poi il vino fosse soltanto un interesse secondario.

Perché, come dico sempre nel libro, veniamo dalle zolle. E vale la pena sapere che cosa ci promettono le zolle. Anche il dialetto fa parte di questa storia. L’ho scritto suo tempo sempre qui. E se guardo a questa estate, posso dire che le zolle le promesse le mantengono. Nel bene e nel male.

Ho avuto corsi bellissimi, con studenti curiosi, simpatici e interessanti. Quelli di scrittura meditativa e quelli di italiano per stranieri, tutti accompagnati, come ormai è quasi una regola, dai meravigliosi ravioli di Beatrice.

Ho festeggiato con la mia vecchia classe del liceo – e forse viene da lì questa sensazione da ultima estate – i 40 anni dalla maturità. Eravamo la classe di quelli che si amano, così ci chiamavano, vagamente disgustati, le altre classi, visto i prof che ci portavano come esempio. L’ultimo anno, come in qualsiasi film che si rispetti, è crollato tutto, accolto con incredulità disgustata dai prof e un senso di maligna e tranquillizzata soddisfazione dei compagni di liceo (“ma allora anche loro sono normali”). E 40 anni dopo ti accorgi che aver diviso giornate intere con gente che come te era negli anni della ricerca, del capire cosa saremmo diventati, ti permette di ritrovarti come se ti fossi lasciato il giorno prima, perché la vita nel bene e nel male non può cambiare quello che sei e sei diventato, le radici c’erano già allora e ne abbiamo fatto cose tutto sommato prevedibili.

Grazie alla mia amica Chiara Peri, che continua a coinvolgermi in cose che mi costringono molto piacevolmente a uscire dalla mia comfort zone anche stilistica, perché per una rivista seria occorre scrivere da persona seria, ho pubblicato In vino veritas su Dromo Rivista. È stata l’occasione per riflettere più a fondo sul ruolo del vino nell’evoluzione delle civiltà. E questa riflessione è entrata anche nella nuova scrittura della Guida affettuosa.

Che nel frattempo si è data, e ha provato a rispondere a, una domanda fondamentale che mi gira in testa da un po’:

che cosa hanno fatto davvero gli esseri umani quando hanno deciso che valeva la pena investire tempo, terra, lavoro e risorse per fare vino? E che conseguenze ha avuto questa scelta?

Perché il vino non è soltanto una bevanda da aperitivo. Almeno non per chi vive le zolle.

Quest’estate ho anche potuto stare, a intermittenza, con mia mamma. Una cosa bellissima e un privilegio particolare per chi, come noi, vive lontano da casa. Ho rivisto cugini e cuginetti, che è sempre un modo importante per ricordarsi chi siamo e da dove veniamo. O, come scrisse mio zio Giovannino tanti anni fa per una riunione di famiglia:

“Le radici son sommerse, ma non vanno mai perse.”

E questo a dispetto dei piccoli e grandi traumi della vita, gli anni passano, le tombe crollano, tu fai domande e nessuno ti risponde. Ma anche per zia Filomena che in questo momento giace in una tomba scoperchiata, ho ricostruito la biblioteca di Ofena, con nuovi scaffali e tante donazioni di libri che finalmente hanno trovato il loro posto. E ho riletto libri che avevo quasi dimenticato di possedere.

Ho organizzato le presentazioni dei libri di Gaia Ierace, Claudio Oroni e Carmelinda Gentile. Abbiamo parlato di poesia, emozioni, comunità. Con Carmelinda abbiamo fatto anche un workshop di teatro, corpo e voce. Abbiamo riso e pianto, e probabilmente lo rifaremo perché una cosa così non può finire lì.

E poi, a più di trent’anni dalla mia laurea in Magistero, ho ritrovato una fantastica preside che mi ha incoraggiata a partecipare come esperta esterna a un progetto per una scuola media. Un altro modo di rimettersi in gioco, questa volta portandosi dietro tutti gli anni di esperienza che sono passati da quella laurea.

E adesso sono qui, in attesa dell’ultima, o forse penultima, degustazione di questa lunga estate. E dell’ultimo corso. E dell’autunno, che è già arrivato ed è giusto così.

Sabato 19 settembre, dalle 18 alle 20, alla Galleria La Dama di Capestrano ci sarà Di terra e di Cerasuolo, l’ultimo appuntamento del piccolo ciclo dedicato ai vini e alle case di terra cruda.

E poi, dal 28 settembre al 2 ottobre, ci sarà l’ultimo corso di italiano della stagione, dedicato al raccolto, con una passeggiata tra gli olivi e un picnic in campagna, dentro quelle che amo chiamare le mie “merende agricole” (qui le ricette). C’è ancora qualche posto.

E forse è proprio questo che mi fa pensare ancora di più a quell’ultima estate: non so se questa sia davvero l’ultima estate così. Probabilmente no. Ma so che, se ce ne saranno altre, saranno diverse.

E posso soltanto essere grata per aver vissuto questa con persone che amo, persone che apprezzo, persone che ho imparato a conoscere. Grata a Maschio Alfa e alla sua autonomia che mi permettono di stare qui e poi ritornare da lui. Finché dura, ogni volta sarà l’ultima estate.

E così spero anche di voi.