Se avessi una figlia che ha paura…

È facile trovare soluzioni per i figli degli altri, quando sono i tuoi in pericolo a volte è difficile ragionare chiaramente.  A volte è successo ai miei, e quello che abbiamo pagato come famiglia in stress, lacrime, interventi, perdita di fiducia, che poi per fortuna abbiamo ritrovato lo sappiamo solo noi – anche se quando potevo ne ho scritto in giro – e sul momento uno cerca di prendere le decisioni che puoi hic et nunc, anche se per gli altri è semplice dare consigli. Magari neanche sbagliati. Ricordo che in ben due occasioni il mio istinto fondamentale è stato quello di prendermi il figlio in questione e togliermi di torno per un po’. Poi tornare ed affrontare il recupero in maniera strutturata e mettendo di mezzo degli specialisti.

L’idea me l’aveva regalata un’amica, in una situazione difficile con la figlia preadolescente affetta da High Functioning Autism. Le scuole in Olanda non l’avevano voluta, lei era tornata un continente più in là ed era riuscita ad inserire in un corso di studi entrambi i ragazzi, divorziando; poi col tempo con i figli avevano deciso di fare un tentativo facendogli fare le superiori in Europa dal padre. Il ragazzo grande si era inserito benissimo e se la cavava da sola, la ragazzina stava di fatto sempre in casa dietro al computer e il padre non riusciva a gestirla. Quando invece era una ragazzina che quando abitava in un posto con grandi spazi all’aperto stava molto meglio nonostante il deficit.

Sua madre venne a riprendersela, molto stropicciata da altre sfighe famigliari che stava affrontando con un fratello malato terminale e disse che la prima cosa che voleva fare rientrando in patria, era caricarsi la figlia in macchina e girare il paese dormendo in hotel per strada e andando in giro decidendo giorno per giorno cosa visitare.

Le cose peggiorano, credo, quando i figli sono adolescenti e i problemi sorgono nella sfera sentimentale ed affettiva. Intanto quindi fa sempre bene rileggersi questo post sulle norme sulla violenza sessuale spiegate ai ragazzi. E abituarli fin da piccoli a far rispettare la propria sfera personale e il proprio corpo, come insisto tanto ne La risposta del cavolo.

Ecco, se io avessi una figlia incasinata in una relazione distruttiva e/o pericolosa, farei sicuramente denuncia, ma me la caricherei anche in macchina e sparirei per un po’. Non starei a pensare che ha la scuola da finire, che non è giusto staccarla dai suoi amici e dal suo ambiente, che come faccio con i soldi e il lavoro. La porterei via, soprattutto se lei, o noi, avessimo paura.

Magari chiederei a qualche parente all’estero, che per fortuna ne abbiamo, di ospitarla un po’ di mesi e farle finire l’anno scolastico lì. Le direi di uscire da Facebook e dagli altri social media, piuttosto di mandarsi mail con le amiche, di non dire a nessuno dove sta. Nel frattempo tornerei per appianare la strada ed eventualmente intervenire con l’eventuale aggressore. Insistere perché si metta in mano a qualcuno che lo aiuti a uscire dal suo problema. E che se non lo fa è meglio che cominci a sparire lui.

Quando abbiamo avuto i problemi seri col figlio tutto questo forse sarebbe stato utile, ma comportava un tale rivolgimento logistico che al momento di fatto sembrava impossibile. Ma c’è da dire che non era (più) una situazione di minacce alla sua incolumità e quindi uno tira a campare.

Quando la figlia di una carissima amica si è ritrovata con il fidanzato stronzo e manipolatore, non sapevamo bene cosa fare. Persino i suoi amici tentavano di metterla in guardia,  ma era difficile con lui che faceva tutto un lavoro da: io e te soli contro un mondo che ci odia e vuole farci lasciare. Dopo un natale disastroso insieme suo padre ci chiese a tutti di tenerla particolarmente d’occhio, perché temeva che  ci sarebbe stato un giro di vite in controllo, minacce e forse maltrattamenti se non fisici sicuramente psicologici, di stare all’erta, fare caso ai segnali, il tutto senza dare addosso alla figlia ormai ventenne che in precedenza forse si era legata ulteriormente proprio per l’azione combinata delle insistenze esterne. Ecco, abbiamo tutti accettato di non parlare direttamente con lei, ma di stare all’erta. E io ho fatto di tutto per dirle nel modo più neutro possibile che era sempre la benvenuta se voleva venire a stare un po’ da me e godersi l’Olanda. (Poi si sono lasciati e adesso pare abbia un nuovo ragazzo e sia felice.)

Questo per dire che la legge, le denunce, sono sempre doverose ma all’atto pratico servono a poco, o come disse il maresciallo dei carabinieri a una mia amica in un divorzio complesso da uomo mentalmente instabile: signora purtroppo fino a che non ci esce il morto noi abbiamo le mani legate.

Invece una cosa bella e utile è il cosiddetto codice rosa nato dalle esperienze di alcune asl toscane. In pratica nel momento in cui in pronto soccorso arriva una donna, un bambino o un anziano vittima di violenze, non solo viene messo in una stanza a parte in cui gi specialisti possono occuparsene, ma si allertano le forze dell’ordine e spesso la stanza è fornita di una seconda uscita, in modo da allontanare la vittima senza farla vedere all’eventuale aggressore che l’ ha accompagnata. Un piccolo passo nel sostegno alle vittime, ma utile.

Ed è purtroppo così, quindi non potendo contare sulla collaborazione e buona volontà dell’aggressore, e certe volte neanche della vittima che non riesce a staccarsi da una relazione pericolosa, a volte meglio allontanarla per il suo bene. Soprattutto se ha paura.

O come dissi una volta ai miei figli: se qualcuno non vi convince, non vi piace, vi fa paura, insiste perché lo seguiate, non fate discussioni, scappate. Se era un equivoco ci pensiamo poi io e vostro padre ad appianare le cose, se non lo è intanto sei scappato.

E a volte è utile ricordarsele queste cose e dirle quando non c’è un pericolo diretto. In qualsiasi caso: non lasciate le potenziali vittime sole. A volte basta pochissimo per aiutare.

 

 

Organizzazione casa/scuola e ADHD

Anno nuovo routine nuova, quest’anno con due figli alle superiori, in due scuole diverse, con orari diversi, abbiamo apportato dei miglioramenti alla nostra routine scolastica  trust-and tried  di cui vi avevo parlato qui.

 

Se lo vedo esiste

Dopo anni di insistenza ho convinto mio marito a foderare i libri con la plastica trasparente (non autoadesiva, perché i libri li dobbiamo restituire). Il fatto è che io sono un tipo fortemente visivo e tutto quello che non vedo sparisce dalla mia attenzione. Inoltre abbiamo due figli con due set di libri per le superiori, parecchi dei quali corredati di due sussidiari per fare i compiti. Lo scorso anno ho almeno tentato di insistere di usare carte con motivi diversi per i figli diversi e le materie diverse, ma è stato un complicarsi inutilmente la vita, e anche tutti questi colori diversi – rigorosamente privi di rosa e fiorellini, che invece erano la maggioranza -non è che si trovassero in giro.

La plastichina trasparente ha il vantaggio che vedi al primo colpo d’occhio di che libro si tratta e se è un libro di seconda o di terza.

Il secondo vantaggio si è rivelato esattamente al secondo giorno di scuola di figlio 2, che pioveva che dio la mandava e al mio rientro ho trovato vestiti e scarpe bagnati fradici ovunque, ho scoperto che lo zaino Invicta è meno impermeabile di quanto ci illudessimo e si poteva strizzarlo, ma che i libri, grazie alla plastichina, erano solo un po’ umidini agli angoli.

Lo stesso criterio di uniformità lo abbiamo applicato ai quadernoni. Appurato che per i miei figli il sistema di quadernone multimateria con gli anelli (di cui vi parlavo nel post linkato sopra) non funziona, abbiamo deciso che ognuno di loro si sceglieva un colore di quadernone (rosso il grande, nero il piccolo) almeno si riconoscono a distanza se e quando li lasceranno in giro per casa. Abbiamo anche appurato che uno ama distinguere tra quaderni a righe e a quadrettoni, mentre l’altro preferisce solo i quadrettoni e pace.

Pianificazione per distratti

Per chi ha una diagnosi di ADHD la pianificazione è il grande buco nero in cui spariscono le buone intenzioni della giornata. Vi avevo già detto della nostra lavagnona in cucina, dove ognuno di noi ha la sua riga per tutta una settimana, e in cui la domenica sera segniamo le attività lavorative, scolastiche e ricreative di tutta la famiglia. In questo modo i figli possono sempre guardare chi di noi è a casa, chi di noi è in trasferta e anche chi di noi li accompagna se ci sono trasferte. I figli ogni giorno si segnano l’orario di entrata e uscita a scuola, se hanno ginnastica – ricordati di portare la tuta – e altre attività e quando ci sono feste o amici in visita ci segniamo anche quello. In questo modo basta un colpo d’occhio per capire gli altri dove sono collocati geograficamente e se è il caso di arrangiarsi con merende e/o cene.

Deus ex-machina

Ci sono delle cose che sono a carico di una persona specifica in casa:

  • mio marito è quello che ci ricorda di compilare il planning e se ci sono cose particolari sa che è meglio che ce le ricorda la sera prima o la mattina prima di uscire. Se ci sono persone con deficit di attenzione o semplicemente molto distratti in famiglia, meglio mettersi l’animo in pace, darsela come routine e contemporaneamente scaricarne delle altre responsabilizzando gli altri, ognuno secondo le sue capacità.
  • figlio piccolo è il Master of the lavastoviglie: ogni volta che vede che un ciclo è finito la svuota, che sembra una stupidaggine, ma significa anche che la si può riempire di nuovo e in una casa con la cucina a vista nel soggiorno fa molto, in termini di ordine apparente. Lui è uno che quando qualcosa finalmente è inserita nella sua routine è precisissimo e ogni organizzazione famigliare ha bisogno di queste piccole certezze.
  • io sono la capo-intermiera: tutto quello che ha a che fare con visite, ricette, controlli, appuntamenti lo gestisco io
  • maschio alfa è Head of Planning, ma anche Planner of Head Affairs: è quello che decide che è ora di spuntare i capelli e prende appuntamento col barbiere Mario, portandosi dietro i figli, che ormai sono grandi (“E. vuole i capelli così e cosà per piacere alle ragazze”  ha accusato il piccolo sabato scorso. E. si è limitato a ridacchiare senza confermare e senza smentire.)
  • figlio 1 è il Caregiver: da quando gli stanno passando le paturnie adolescenziali controlla che tutti siano felici, che ci sia abbastanza pane e latte in casa per la colazione e se qualcuno sta occupandosi della cena, altrimenti prova a fare lui delle proposte. Visto che suo fratello nel frattempo ha imparato a fare il risotto con minime indicazioni iniziali e che a furia di guardare Casa Surace entrambi sanno come si fa il ragù di carne, la mia speranza è che quanto prima qualcuno faccia il salto di prendersi una corvée di cucina.
  • figlio 1 è anche quello che una volta alla settimana pulisce le scale. Mentre ultimamente entrambi hanno capito che con richieste minime gli tocca passare l’aspirapolvere in soggiorno e pace.
  • Ultimamente i due Grandi Gestori del bucato stanno iniziando a convincere i figli a imparare a prendersi cura anche dei vestiti. Vi saprò dire verso Natale se ci siamo riusciti. Già che abbiano imparato a mettere i propri panni sporchi nel cesto è una prima vittoria.

Location, location, location

Come dicono gli agenti immobiliari, ci sono tre fattori che fanno il prezzo di una casa: location, location, location. Quindi nella continua ricerca di un posto più furbo per le cose di uso quotidiano i libri di scuola sono passati dalle rispettive librerie in camera propria prima alla scrivania dello studio condiviso e alla fine in soggiorno, vicino alla porta di uscita. In questo modo la sera le borse si preparano e si lasciano vicino alla porta, al rientro da scuola i libri vengono tirati fuori e rimessi nello scaffale e chi vuole fare i compiti in compagnia sul tavolo di cucina li ha già lì, chi ha bisogno di concentrarsi se li porta in camera o in studio, ma poi li riporta giù.

Idem l’abbigliamento da ginnastica a scuola ha trovato posto in un cassetto della cucina vicino alla lavatrice-asciugatrice, tanto si lava, si asciuga, non si stira e sta lì sottomano quando si prepara la borsa. Il cassetto in cima è quello dedicato a medicine e pronto soccorso. Scarpe, sciarpe e giacche sono vicino alla porta di casa, mentre sul lato esterno dell’armadio abbiamo messo dei ganci per appenderci le borse di uso più frequente. Anche la mia borsa del Ju Jitsu sta da quelle parti, sempre per il concetto: lavi, asciughi, imborsi e sei pronta a scappare quando è ora.

Idem il cassetto delle chiavi e quello delle tessere e dei pass, vicino alla porta, con sopra la mensola con specchio e spazzola per capelli per l’ultima allisciata prima di uscire.

Insomma, io sono la persona più caotica del mondo, ma proprio per questo mi devo semplificare la vita con alcune routine che non hanno bisogno di decisioni e ripensamenti volta per volta, ma stano lì per aiutarci a gestire il quotidiano.

Spero di avervi dato qualche dritta su scorciatoie a cui non avevate pensato in proprio, e vi ricordo davvero la lavagna, perché come ci ha salvato la vita lei, nessuno altro mai.

Buon inizio di anno scolastico.

 

 

PdO: Rudi abbracci maschili in Olanda

Un collega traduttore che chiedeva in un forum come accidenti si fa a tradurre in olandese lo spagnolo abrazo senza scivolare nel romantico o nel sessuale (al poveretto knuffelenomhelsen non bastavano) mi hanno ricordato una scenetta bellissima di tanti anni fa.

Teniamo presente che  in genere i maschi nordici e anglosassoni, a meno che non siano innamorati, socialmente non si baciano.  Non baciano gli amici, spesso non baciano i consanguinei maschi. Ringraziando il signore gli abbracci e i tre bacetti sulla guancia soprattutto tra i ragazzi sono sempre più diffusi, ma finora gli unici uomini adulti che io abbia mai visto baciarsi come saluto è mio suocero con i figli. Già i fratelli fra di loro, mica me lo ricordo. Maschio alfa dice di si.

Ora voi immaginatevi il povero maschio alfa, bello come il sole, che 22 anni fa a quest’ora si stava preparando al proprio imminente matrimonio circondato da amici e congiunti batavi, che vuoi che uno sposalizio italiano ce lo facciamo scappare?

E che il giorno dopo è stato abbracciato, sbaciucchiato, congratulato (non so se di nascosto quella spudorata di Scialba della Zozza non gli abbia pure dato una fraterna strizzatina di culo, non gliel’ho mai chiesto in effetti) da maschi, femmine, vecchi, bambini, giovani e in qualche modo è persino sopravvissuto. Che il nostro è un ragazzo sportivo e basta che non lo costringono a fare cose che vanno contro i suoi sacri principi, un bacio non l’ha mai rifiutato a nessuno.

Ora immaginate dopo questa esperienza formativa con quale sguardo, qualche anno dopo, siamo andati all’equivalente piemontese del nostro matrimonio: il matrimonio di Betty e Paul a Susa.

Già eravamo andati con me che immaginavo una cosettina formale, che questi sono piemontesi e si sa che sono falsi e cortesi, insomma, cerchiamo di non fare i terroni che ci riconosciamo. Solo che Betty aveva passato una vita negli scout e come gli scout festeggiano il matrimonio di uno dei loro, lo sa solo il povero Paul che comunque era preparato spiritualmente. E lo abbiamo scoperto noi.

Il guaio è che noi terroni e un altro paio di amici italo-olandesi a un certo punto abbiamo deciso che tanto valeva farci riconoscere e abbiamo chiamato il bacio degli sposi. Non lo avessimo mai fatto: come un sol uomo gli scout piemontesi si sono messi a fare una fila all’inglese davanti al tavolo degli sposi baciando nell’ordine sposa, sposo, mamma della sposa e padre dello sposo, che io questo signore olandese in età con i pomelli rosso fuoco alla fine dei brindisi e dei baci e l’aria più felice del mondo ancora ce l’ ho nella retina.

Noi nel frattempo ci siamo finiti il secondo e i contorni con calma, e poi visto che avevamo dato noi la stura al tutto, ci siamo messi in fila, arrivo e mi bacio la sacra famiglia, arriva maschio alfa e comincia a baciare le signore.

Poi arriva davanti a Paul.

Si bloccano tutti e due, e si guardano.

E come un sol uomo stanno per darsi una virile e affettuosa stretta di mano.

Immaginateveli uno di fronte all’altro: lo sposo batavo appena finito di baciare tipo catena di montaggio da almeno un centinaio di maschi, parenti e non. L’altro maschio batavo che ci era passato neanche tanto tempo prima. E il riflesso condizionato di anni di cultura batava.

“Ma sarete due cretini” ho detto io mentre la fresca sposa era piegata in due dalle risate. Si sono messi a ridere e si sono baciati finalmente pure loro. Non sulla bocca, per fortuna.

Quindi non dite che io non vi ho avvertito. È vero che siamo italiani e ci perdonano tante cose, ma insomma, sondate l’aria quando salutate affettuosamente.

Vergine e martire

Care le mie ragazze, ammettiamolo, ci crescono semplicemente con i valori sbagliati e noi che siamo brave ragazzine educate, ci crediamo, cerchiamo di viverli quei valori e poi arriviamo nel mezzo del cammin di nostra vita, e vuoi gli ormoni, vuoi l’esperienza, vuoi gli uomini giusti o sbagliati di cui il destino giammai è parco, insomma, tocca rivedere le cose.

E il principe azzurro, e Sir Gawain and the Green Knight, e il drago, e the damsel in distress, una alla fine si rende conto che una manicure in meno e qualche sfanculamento in più, davvero si sarebbe vissute meglio. Ma non è mai troppo tardi per cominciare, abbiamo l’esempio della zia Clotilde.

Per carità, io non mi posso lamentare, alla fin fine ho sempre sposato dei gentiluomini con cui non ci siamo mai fatti un torto, anche se Manfred, in effetti, con quella storia dell’architetto con cui è scappato quando stavamo riarredando l’orangerie del castello di famiglia in Baviera, ecco, Manfred oggettivamente è stato un tesoro, ma la pazienza, la pazienza signora mia che ci è voluta. Non a caso mia sorella allora e tuttora lo chiama Sturm und Drang.

Cioè, e creatura santa, ma non potevi fare come tutti che escono dall’armadio quando capiscono che in fondo in fondo, le donne sono una bella cosa ma è altrove che ti porta lo sturm e anche il drang? E siamo donne di mondo, ne potevamo parlare. E soprattutto mi sarei risparmiata un po’ di tutte quelle cure delle acque che ci è toccato fare per la tua cosiddetta nevrastenia, che mi stavo sciogliendo i calcoli e le gonadi a botte di acque salatine. E meno male che i clisteri li ho sempre rifiutati, invece da lì, forse mi sarei dovuta mettere una pulce nell’orecchio, che capisco che voi tedeschi siete salutari ed igienisti, ma queste cure de-tox di cui eri così patito che ti ficcano acqua in tutti gli orifizi un minimo sul qui vive mi avrebbero dovuto mettere. E se lo sapevo che bastava l’architetto bonazzo, guarda, avremmo subito restaurato la cappella di famiglia. Tu invece mi esci dall’orangerie con le mutande in mano, tesoro, ma un po’ di aplomb.

Cioè, che se io dovevo dare retta all’educazione e gli insegnamenti dovevo minimo cadere in deliquio, ma che ci posso fare se mi è venuto il singhiozzo dal ridere? E tua madre che voleva farla passare per crudeltà mentale durante la causa di divorzio, ecco, la mia sana abitudine agli sfanculamenti è nata lì.

Insomma, damselline mie, uscite dal distress che la vita moderna già ci procura tanto stress, e insieme cominceremo a smontare uno a uno tutti i miti, dannosi, che ci inculcano e ci impediscono di spiegare le ali. E il primo di cui ci dobbiamo liberare è proprio il complesso di Maria Goretti. Date retta a me, meglio martiri che vergini. Ci si diverte di più.

10 motivi per NON trasferirsi in Olanda

Olanda, terra di sogni e di chimere: ricominciano i progetti per cambiare vita da settembre e ricomincia a scrivermi gente che sogna di venire a vivere qui per essere più felice. Io lo so che in certe ondate di entusiasmi collettivi spesso hanno la loro parte  anche quegli articoli del piffero  che decantano l’esistenza quassù come il massimo nella vita, e la felicità e la mancanza di stress, e i lavori part-time, e le biciclette e chennesò io la gente da cosa si fa conquistare.

Fedele quindi al mio mandato di smontare i miti sull’ Olanda che ha la gente – è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare – vorrei elencare alcuni motivi e circostanze per cui,  a mio modesto avviso, sarebbe meglio ripensarci.

  1. sei stato in vacanza ad Amsterdam/in Olanda e ne sei rimasto folgorato
  2. sei alla canna del gas/insoddisfatto/incasinato a casa tua
  3. non sai l’olandese – e anche a inglese non è che tu stia messo proprio bene
  4. non hai qualifiche pratiche immediatamente spendibili
  5. non hai più 20 anni
  6. hai bambini piccoli di cui occuparti a tempo pieno intanto che traslochi, trovi lavoro eccetera
  7. sei abitudinario, più di quanto pensi
  8. non sei una persona informata, di mentalità elastica, aperta al mondo
  9. non hai ancora gli strumenti per valutare se la tua idea geniale per venire in Olanda può funzionare (avere me e i gruppi facebook come prima fonte di informazione, lo dico, non basta)
  10. tendi a vedere il bicchiere mezzo vuoto (e una volta qui soffrirai per tutto e ti lamenterai della qualunque e se ti incrocio mentre lo fai ti strozzo)

Tutto  è comunque possibile solo se hai le spalle coperte finanziariamente, se ti puoi pagare subito almeno 6 mesi di affitto e vita o hai qualcuno che ti vuole molto bene a cui appoggiarti all’inizio, se, come dicevo qui, hai soldi in proprio da investire per avviare un’attività – sempre tenendo presente che se non sai la lingua e non ti puoi pagare qualcuno che ti aiuti a tempo pieno a risolvere le infinite questioni pratiche neanche questo è semplice. Se poi vuoi venire qui a farti imbrogliare e sfruttare, liberissimo, è successo a tanti e continuerà purtroppo a succedere. Ma non lo auguro a nessuno.

Questa è una lista totalmente arbitraria ma ultimamente mi sono sentita chiedere le cose più improbabili, da gente con mestieri difficilmente spendibili fuori dall’Italia o dal circolo in cui hanno sempre lavorato, che ripetono come un mantra “mi hanno detto che” venire a lavorare nel settore museale, media, accademico, medico-sanitario, industriale, magari con la terza media e senza sapere le lingue, oppure a 55 anni in Olanda è facilissimo e possibilissimo, come no. (Stateci attenti, ogni tanto vedo siti di gente che promette – a pagamento – esattamente questo, sono situazioni ai limiti della truffa, non cascateci per favore).

Lo posso dire che un idraulico/elettricista qualificato ha più probabilità di un avvocato?

Che puoi venire a fare la baby-sitter o la au-pair, ma che conosco ragazze messe in strada da un giorno all’altro da famiglie con tante pretese e poche idee chiare su cosa significhi mettersi una persona – non uno schiavo – in casa?

Che un informatico con esperienza magari ancora gli fanno il colloquio a distanza, se sa bene l’inglese, ma già un interprete no?

Che se hai un’età meglio che tu sia un potenziale premio Nobel o non gli servi?

Che anche se per determinate categorie professionali il lavoro ci sarebbe – penso alle professioni mediche, agli insegnanti – se non sai la lingua, non conosci il sistema e non hai quei 2-3 anni di tempo prima che ti inseriscano nel registro BIG o ti riconoscano le qualifiche è inutile?

Che non è che perché vedi un annuncio di lavoro o di affitto casa/stanza non ci siano altre 300 persone che prima di te hanno risposto, e che se sono persone che già stanno qui forse fanno prima loro ad essere contattate?

E che comunque vadano le cose se non hai un contratto di lavoro che attesti che qualcuno ti paga almeno € 4000 lordi al mese una casa in affitto ad Amsterdam non la si trova- a meno di accettare situazioni di convivenza, sfruttamento o affitti temporanei che dopo il quarto trasloco in meno di cinque mesi uno si stancherebbe pure, e se ha bambini o animali domestici non ne parliamo? Su come affittare ad Amsterdam avevo scritto qui.

Ve bene, l’ho detto.

Poi ognuno decide per sé. In fondo uno dei migliori misuratori di successo è l’entusiasmo, la determinazione, la capacità di non arrendersi. Chi ha quelle ha già parecchio, i miei consigli gli fanno un baffo. Ma se aiutano a riflettere per avere un atterraggio più morbido nel trasferirsi nei Paesi Bassi, mi fa solo piacere. In bocca al lupo.

 

 

De rerum familia – Il restyling del castellone neogotico

La combinazione tra un architetto con la passione per il neogotico e un committente con più soldi che buon gusto e un enorme amore per quel medioevo titolato che nell’albero genealogico gli faceva difetto, visto che il titolo in famiglia arrivò in tempi molto più recenti per servizi resi alla chiesa, a volte si declina in torte di meringa alla panna, a volte nelle anteprime di Disneyland, a volte nella magione di Dracula restaurata da le Courbusier sotto steroidi.

E poi un capitolo a parte merita il castello ter H. dei von Z. de R. ter H., situato in ridente e paciosa campagna mitteleuropee, in cui tradizionalmente si trascorrevano le vacanze di tutta la famiglia di lontani parenti che alcune volte siamo andati a trovare, il tutto ogni anno nei mesi tra agosto e settembre, così già che c’erano vendemmiavano pure e facevano le finte feste campestri e i drammi pastorali come quello di Sascha che vi dico fra un attimo. Infatti dopo il fatto di Sascha almeno noi smettemmo di andarci.

Vi salto a piè pari la storia concisa di quella famiglia, che merita ben altro spazio, visto che dalle prime fondamenta di quella magione fortificata che fu concesso ad un capostipite di costruirsi per servizi resi al vescovo-principe locale, alla ricostruzione in grande stile delle rovine nel 19esimo secolo troppe ne hanno fatte e dette. E prima si suddivisero in 15 rami sparsi ovunque, poi la maggior parte di quei rami si estinsero (non prima di essersi fraternamente divisi in rami cattolici, riformati, luterani, un paio di ugonotti che dopo la revoca dell’editto di Nantes se ne andarono ad Amsterdam e poi uno entrò nel settore diamanti, la prima volta che mi ubriaco ricordatemi di parlarvene). Strada facendo ci furono un sacco di figlie femmine per cui le linee si arenavano, ma le cui discendenze ogni due per tre si sposavano con un lontano cugino, se non in prime in seconde nozze, abbiamo avuto un matrimonio morganatico, si sono trombati e imparentati con le teste coronate di tutta Europa, specialmente questi staterelli minuscoli, e non necessariamente nell’ordine che vi ho detto, Sofocle che era Sofocle, porello, ci si sarebbe perso, figuratevi io. Stendiamo un velo da sposa e passiamo oltre.

Arriviamo quindi direttamente verso il 19esimo secolo quando Constantin Thierry Etienne von Z. de R. ter H, giovane e promettente banchiere, sportivo a motore e filantropo, durante un ballo in maschera a Parigi in cui si era travestito da Thor seminudo, conobbe e fece un’impressione indimenticabile a Marie Victoire Heléne baronessa de R. (che in famiglia chiamavano MaViLéne, e poi tutti pensavano fosse Mariléne per un difetto di pronuncia e si meravigliavano moltissimo quando quegli stessi intimi nei momenti del bisogno prorompevano in delle grandi imprecazioni piene di R pronunciate benissimo e siamo gente di mondo ed è inutile che ve le ripeta, pensatele da voi. Comunque vi basti per capire come mai a un certo punto me ne sono fatta una ragione del fatto che a me quello stronzo di mio cugino Sascha, pace all’anima sua che la prossima vita ci pensa bene prima di annodarsi la sciarpina di seta al collo durante le orge per aumentare le sensazioni orgasmiche, che glielo dicevo sempre io: “Sascha, gioiello, quando devi fare queste cose stacci attento, una volta o l’altra uno dei tuoi scaricatori di porto non regola la forza e ci rimani secco, vai con gli artisti emaciati, per piacere, quelli un po’ debolucci, un musicista tisico al massimo, già gli scultori eviterei se fanno robe di marmo” ma niente, mica mi dava retta, infatti si è visto come è finita, insomma lo stronzetto decise bene da piccolo di contrarre i miei bellissimi nomi di Natascha Alba eccetera in Scialba, e il cielo si vede come lo ha punito, però appunto, se penso che manco so chi è stato l’infame che alla povera Marie Victoire Hélene ha ricacciato MaViLéne, I count my blessings e me lo tengo caro, il nomignolo di Scialba, che vedi come nella vita può sempre andarti peggio.)

Insomma Thierrenne e MaViLéne si conoscono alla festa, lei con la scusa di esaminare da vicino il martello di Thor ci attacca discorso, com’è, come non è, si innamorano e nel disaccordo di entrambe le famiglie, visto che lei ha pure la madre ebrea (ma non era neanche tanto quello il problema per i von Z. de R. ter H) decidono che alla facciaccia di tutti e soprattutto della futura suocera di Thierrenne, loro si sposano e fatevene una ragione.

Il discorso è appunto che MaViLéne non solo è straricca, ma pure figlia unica e la madre i suoi bei piani magari li aveva fatti in altre direzioni. Tantevvero che il giorno della festa di fidanzamento la madre di lei si presentò vestita a lutto e quel lutto lo portò per tutto il prospero resto della sua vita, che insomma, sempre quella trentina d’anni sono. Per dirvi di quanta madre era figlia MaViLéne, che manco lei alla fine era una mammoletta. Su quel matrimonio si giocò una prova di forza tra le due che, mi dicono, era iniziata già dagli ultimi mesi di gravidanza, con MaViLéne che mai un movimento, mai un calcetto fino al termine, dopodiché cominciò a scalciare come un’assatanata e ci mise altre tre settimane a venir fuori, tra una finta doglia, una contrazione moscia, una dilatazione a rate e 60 ore di travaglio, che si capisce perfettamente come mai figlia unica sia rimasta. Povera maman von R. davvero, il brutto carattere le sarà anche potuto venire dopo, una quasi la capisce.

La parte migliore dell’ostracismo di maman fu quella del servizio di argenteria di famiglia, che tradizionalmente passava alle figlie maggiori che si sposavano. Sua madre rifiutò di mollarlo fino al matrimonio della nipote, per cui saltarono una generazione. Comunque si capisce che stirpe di matriarche irriducibili che fossero ed era soprattutto per quello che la famiglia di Thierrenne era così contraria, che loro erano pure il ramo cattolico e ne avevano di monsignori che potevano celebrare i loro matrimoni, niente, si dovettero rassegnare a un matrimonio di rito misto, ma il vero motivo è che si mettevano in casa due notorie stronze, che si facevano pure la guerra, e i nostri erano paciosi di natura) .

Comunque nel frattempo tramite l’ennesimo prozio von Z. de R. ter H. morto senza figli, il castello avito costruito sulla magione fortificata originaria eccetera, e disabitato da tanto di quel tempo che ormai era un cumulo di rovine di cui si salvava giusto una torre medievale era finito nelle mani di Thierrenne, e i colombi decisero subito di ristutturarlo per farne una residenza per le vacanze e scelsero strategicamente il periodo di vacanze che tra le acque, la montagna, la crociera e altri riti cinquantennali di casa garantivano ulteriori due mesi lontani da mammà e dal suo lutto perenne portasfiga.

A quel punto contattarono l’architetto neogotico che già aveva dato prova di sé in un paio di stazioni, musei e parlamenti mitteleuropei e gli affidarono la ristrutturazione della magione, dando precise indicazioni per lo stile medievaleggiante, che era una tradizione di famiglia e ci tenevano tanto, che mo baroni, baroni, ma insomma, era Don Dinero il capostirpe, che permise l’acquisto di un titolo a suo tempo, quindi tanta puzza ma alla fin fine quello era. Poi siccome oltre a una gran paccata di soldi i nostri avevano il gusto delle collezioni, tra le giapponeserie dei viaggi in Asia e i tombaroli di fiducia da cui si rifornivano, quello che da fuori sembrava il castello di una principessa Disney dentro era un incubo neogotico di soffitti a cassettoni con medaglioni dipinti che manco la camera degli sposi del Mantegna, bassorilievi a gogò, il sarcofago egizio nel salotto piccolo che era stato ritrasformato in frigobar, e il fac-simile della tomba di Ilaria del Carretto nel salone a piano terra in cui i mentecatti durante le feste mettevano lo champagne in ghiaccio, vi siete fatti un’idea, credo.

I giardini che fecero mettere intorno e che sconfinavano nei boschi primordiali dal lato sud invece erano splendidi, anche se quando cominciammo ad andarci noi eravamo già adolescenti scazzati, ci siamo fatti tanti di quei giochi a nascondino e agli indiani con arrampicate al limite sugli alberi del parco, e la prova di iniziazione che consisteva nell’immergersi vestiti fino al collo nel fossato vicino al (fintissimo) ponte levatoio, come prova per i bagni clandestini nel ninfeo, che era proibitissimo per via delle cugine della Venere di Milo – che l’arte è una bella cosa ma con i bottini di guerra si fa subito a metter su una collezione e i baroni sempre dei grandi ammanicati sono stati – che ci avevano messo intorno, ma noi ci stavamo attenti e il bagno ce lo facevamo lo stesso, anche se non vestiti magari).

Insomma, visto l’andazzo in quelle vacanze, alla fine ho capito pure come mai in quella famiglia si sposavano così spesso tra lontani cugini, in particolare in seconde nozze. Divorzi o rimani vedovo o vedova, ti rifai una vacanza di famiglia al castello che ti invitano per consolarti, ti bevi un intero sarcofago di champagne, pensi alla beata gioventù e persino tuo cugino ti sembra improvvisamente un bonazzo, e tracchete.

Poi c’è da dire che il figlio della famosa nipote che ereditò l’argenteria di famiglia al matrimonio, era uno che bazzicava il jet set e gli artisti, e quindi quando andava lui al castello con gli amici c’erano anche Maria Callas, Brigitte Bardot, Jim Clark, che il Constantin terzo era un appassionato di motori, e insomma, facevano grandi baldorie pure loro.

Poi niente, morì senza figli pure lui un po’ di anni fa, che io non le capisco queste famiglie che si trombano il mondo ma non figliano, il castello è passato a una fondazione che lo cura e lo affitta per gli eventoni delle sciure cumendatrici, insomma, mi ci ritrovai a passare un paio di anni fa e mi ritrovai nel bel mezzo di un evento di vestiti da sposa meringosi, con quartetti d’archi, cocchi a noleggio con cavalli isterici con cui fare il giro dei giardini per vedere se te lo vuoi affittare per il grande giorno, sfilate di moda, catering e fiorai chic, una cosa, per me che ci ho passato dei giorni bellissimi nell’età formativa, un pochino angosciante, vi dirò.

Per fortuna ci ritrovai anche un lontano parente di quelli del ramo diamantari che era passato per la loro esposizione a fare un po’ lo charmant con tutte queste mamme e sposine in vena di shopping selvaggio, ci siamo riconosciuti, abbiamo estorto a quelli del catering un paio di bottiglie di champagne serio, non quello che facevano degustare alle sposine, e ci siamo imboscati nel ninfeo a raccontarcela e ci siamo fatti un sacco di risate. Alla fine stavamo persino per sfidarci a entrare vestiti nel fossato, ma è passato un cumènda che lo conosceva e abbiamo finito a petit fours e cioccolatini e mi ha salvato il Gaultier o altro che tintoria.

Che tutto sommato, in quel gran bombonierone storico del boudoir di MaViLéne i petit four facevano anche pendant e lì abbiamo concluso il viaggio lungo memory lane. Ma mi diceva il parente diamantaro che in primavera fanno anche un evento di antiquariato e forse ci porto un po’ del tarlume di famiglia che tocca fare spazio prima del mio funerale, mica vogliamo appioppare ai figli certe rogne, che questa generazione di oggi sono tutti così minimal.