Vergine e martire

Care le mie ragazze, ammettiamolo, ci crescono semplicemente con i valori sbagliati e noi che siamo brave ragazzine educate, ci crediamo, cerchiamo di viverli quei valori e poi arriviamo nel mezzo del cammin di nostra vita, e vuoi gli ormoni, vuoi l’esperienza, vuoi gli uomini giusti o sbagliati di cui il destino giammai è parco, insomma, tocca rivedere le cose.

E il principe azzurro, e Sir Gawain and the Green Knight, e il drago, e the damsel in distress, una alla fine si rende conto che una manicure in meno e qualche sfanculamento in più, davvero si sarebbe vissute meglio. Ma non è mai troppo tardi per cominciare, abbiamo l’esempio della zia Clotilde.

Per carità, io non mi posso lamentare, alla fin fine ho sempre sposato dei gentiluomini con cui non ci siamo mai fatti un torto, anche se Manfred, in effetti, con quella storia dell’architetto con cui è scappato quando stavamo riarredando l’orangerie del castello di famiglia in Baviera, ecco, Manfred oggettivamente è stato un tesoro, ma la pazienza, la pazienza signora mia che ci è voluta. Non a caso mia sorella allora e tuttora lo chiama Sturm und Drang.

Cioè, e creatura santa, ma non potevi fare come tutti che escono dall’armadio quando capiscono che in fondo in fondo, le donne sono una bella cosa ma è altrove che ti porta lo sturm e anche il drang? E siamo donne di mondo, ne potevamo parlare. E soprattutto mi sarei risparmiata un po’ di tutte quelle cure delle acque che ci è toccato fare per la tua cosiddetta nevrastenia, che mi stavo sciogliendo i calcoli e le gonadi a botte di acque salatine. E meno male che i clisteri li ho sempre rifiutati, invece da lì, forse mi sarei dovuta mettere una pulce nell’orecchio, che capisco che voi tedeschi siete salutari ed igienisti, ma queste cure de-tox di cui eri così patito che ti ficcano acqua in tutti gli orifizi un minimo sul qui vive mi avrebbero dovuto mettere. E se lo sapevo che bastava l’architetto bonazzo, guarda, avremmo subito restaurato la cappella di famiglia. Tu invece mi esci dall’orangerie con le mutande in mano, tesoro, ma un po’ di aplomb.

Cioè, che se io dovevo dare retta all’educazione e gli insegnamenti dovevo minimo cadere in deliquio, ma che ci posso fare se mi è venuto il singhiozzo dal ridere? E tua madre che voleva farla passare per crudeltà mentale durante la causa di divorzio, ecco, la mia sana abitudine agli sfanculamenti è nata lì.

Insomma, damselline mie, uscite dal distress che la vita moderna già ci procura tanto stress, e insieme cominceremo a smontare uno a uno tutti i miti, dannosi, che ci inculcano e ci impediscono di spiegare le ali. E il primo di cui ci dobbiamo liberare è proprio il complesso di Maria Goretti. Date retta a me, meglio martiri che vergini. Ci si diverte di più.

10 motivi per NON trasferirsi in Olanda

Olanda, terra di sogni e di chimere: ricominciano i progetti per cambiare vita da settembre e ricomincia a scrivermi gente che sogna di venire a vivere qui per essere più felice. Io lo so che in certe ondate di entusiasmi collettivi spesso hanno la loro parte  anche quegli articoli del piffero  che decantano l’esistenza quassù come il massimo nella vita, e la felicità e la mancanza di stress, e i lavori part-time, e le biciclette e chennesò io la gente da cosa si fa conquistare.

Fedele quindi al mio mandato di smontare i miti sull’ Olanda che ha la gente – è un lavoro duro, ma qualcuno lo deve pur fare – vorrei elencare alcuni motivi e circostanze per cui,  a mio modesto avviso, sarebbe meglio ripensarci.

  1. sei stato in vacanza ad Amsterdam/in Olanda e ne sei rimasto folgorato
  2. sei alla canna del gas/insoddisfatto/incasinato a casa tua
  3. non sai l’olandese – e anche a inglese non è che tu stia messo proprio bene
  4. non hai qualifiche pratiche immediatamente spendibili
  5. non hai più 20 anni
  6. hai bambini piccoli di cui occuparti a tempo pieno intanto che traslochi, trovi lavoro eccetera
  7. sei abitudinario, più di quanto pensi
  8. non sei una persona informata, di mentalità elastica, aperta al mondo
  9. non hai ancora gli strumenti per valutare se la tua idea geniale per venire in Olanda può funzionare (avere me e i gruppi facebook come prima fonte di informazione, lo dico, non basta)
  10. tendi a vedere il bicchiere mezzo vuoto (e una volta qui soffrirai per tutto e ti lamenterai della qualunque e se ti incrocio mentre lo fai ti strozzo)

Tutto  è comunque possibile solo se hai le spalle coperte finanziariamente, se ti puoi pagare subito almeno 6 mesi di affitto e vita o hai qualcuno che ti vuole molto bene a cui appoggiarti all’inizio, se hai soldi in proprio da investire per avviare un’attività – sempre tenendo presente che se non sai la lingua e non ti puoi pagare qualcuno che ti aiuti a tempo pieno a risolvere le infinite questioni pratiche neanche questo è semplice. Se poi vuoi venire qui a farti imbrogliare e sfruttare, liberissimo, è successo a tanti e continuerà purtroppo a succedere. Ma non lo auguro a nessuno.

Questa è una lista totalmente arbitraria ma ultimamente mi sono sentita chiedere le cose più improbabili, da gente con mestieri difficilmente spendibili fuori dall’Italia o dal circolo in cui hanno sempre lavorato, che ripetono come un mantra “mi hanno detto che” venire a lavorare nel settore museale, media, accademico, medico-sanitario, industriale, magari con la terza media e senza sapere le lingue, oppure a 55 anni in Olanda è facilissimo e possibilissimo, come no. (Stateci attenti, ogni tanto vedo siti di gente che promette – a pagamento – esattamente questo, sono situazioni ai limiti della truffa, non cascateci per favore).

Lo posso dire che un idraulico/elettricista qualificato ha più probabilità di un avvocato?

Che puoi venire a fare la baby-sitter o la au-pair, ma che conosco ragazze messe in strada da un giorno all’altro da famiglie con tante pretese e poche idee chiare su cosa significhi mettersi una persona – non uno schiavo – in casa?

Che un informatico con esperienza magari ancora gli fanno il colloquio a distanza, se sa bene l’inglese, ma già un interprete no?

Che se hai un’età meglio che tu sia un potenziale premio Nobel o non gli servi?

Che anche se per determinate categorie professionali il lavoro ci sarebbe – penso alle professioni mediche, agli insegnanti – se non sai la lingua, non conosci il sistema e non hai quei 2-3 anni di tempo prima che ti inseriscano nel registro BIG o ti riconoscano le qualifiche è inutile?

Che non è che perché vedi un annuncio di lavoro o di affitto casa/stanza non ci siano altre 300 persone che prima di te hanno risposto, e che se sono persone che già stanno qui forse fanno prima loro ad essere contattate?

E che comunque vadano le cose se non hai un contratto di lavoro che attesti che qualcuno ti paga almeno € 4000 lordi al mese una casa in affitto ad Amsterdam non la si trova- a meno di accettare situazioni di convivenza, sfruttamento o affitti temporanei che dopo il quarto trasloco in meno di cinque mesi uno si stancherebbe pure, e se ha bambini o animali domestici non ne parliamo?

Ve bene, l’ho detto.

Poi ognuno decide per sé. In fondo uno dei migliori misuratori di successo è l’entusiasmo, la determinazione, la capacità di non arrendersi. Chi ha quelle ha già parecchio, i miei consigli gli fanno un baffo. Ma se aiutano a riflettere per avere un atterraggio più morbido nel trasferirsi nei Paesi Bassi, mi fa solo piacere. In bocca al lupo.

 

 

De rerum familia – Il restyling del castellone neogotico

La combinazione tra un architetto con la passione per il neogotico e un committente con più soldi che buon gusto e un enorme amore per quel medioevo titolato che nell’albero genealogico gli faceva difetto, visto che il titolo in famiglia arrivò in tempi molto più recenti per servizi resi alla chiesa, a volte si declina in torte di meringa alla panna, a volte nelle anteprime di Disneyland, a volte nella magione di Dracula restaurata da le Courbusier sotto steroidi.

E poi un capitolo a parte merita il castello ter H. dei von Z. de R. ter H., situato in ridente e paciosa campagna mitteleuropee, in cui tradizionalmente si trascorrevano le vacanze di tutta la famiglia di lontani parenti che alcune volte siamo andati a trovare, il tutto ogni anno nei mesi tra agosto e settembre, così già che c’erano vendemmiavano pure e facevano le finte feste campestri e i drammi pastorali come quello di Sascha che vi dico fra un attimo. Infatti dopo il fatto di Sascha almeno noi smettemmo di andarci.

Vi salto a piè pari la storia concisa di quella famiglia, che merita ben altro spazio, visto che dalle prime fondamenta di quella magione fortificata che fu concesso ad un capostipite di costruirsi per servizi resi al vescovo-principe locale, alla ricostruzione in grande stile delle rovine nel 19esimo secolo troppe ne hanno fatte e dette. E prima si suddivisero in 15 rami sparsi ovunque, poi la maggior parte di quei rami si estinsero (non prima di essersi fraternamente divisi in rami cattolici, riformati, luterani, un paio di ugonotti che dopo la revoca dell’editto di Nantes se ne andarono ad Amsterdam e poi uno entrò nel settore diamanti, la prima volta che mi ubriaco ricordatemi di parlarvene). Strada facendo ci furono un sacco di figlie femmine per cui le linee si arenavano, ma le cui discendenze ogni due per tre si sposavano con un lontano cugino, se non in prime in seconde nozze, abbiamo avuto un matrimonio morganatico, si sono trombati e imparentati con le teste coronate di tutta Europa, specialmente questi staterelli minuscoli, e non necessariamente nell’ordine che vi ho detto, Sofocle che era Sofocle, porello, ci si sarebbe perso, figuratevi io. Stendiamo un velo da sposa e passiamo oltre.

Arriviamo quindi direttamente verso il 19esimo secolo quando Constantin Thierry Etienne von Z. de R. ter H, giovane e promettente banchiere, sportivo a motore e filantropo, durante un ballo in maschera a Parigi in cui si era travestito da Thor seminudo, conobbe e fece un’impressione indimenticabile a Marie Victoire Heléne baronessa de R. (che in famiglia chiamavano MaViLéne, e poi tutti pensavano fosse Mariléne per un difetto di pronuncia e si meravigliavano moltissimo quando quegli stessi intimi nei momenti del bisogno prorompevano in delle grandi imprecazioni piene di R pronunciate benissimo e siamo gente di mondo ed è inutile che ve le ripeta, pensatele da voi. Comunque vi basti per capire come mai a un certo punto me ne sono fatta una ragione del fatto che a me quello stronzo di mio cugino Sascha, pace all’anima sua che la prossima vita ci pensa bene prima di annodarsi la sciarpina di seta al collo durante le orge per aumentare le sensazioni orgasmiche, che glielo dicevo sempre io: “Sascha, gioiello, quando devi fare queste cose stacci attento, una volta o l’altra uno dei tuoi scaricatori di porto non regola la forza e ci rimani secco, vai con gli artisti emaciati, per piacere, quelli un po’ debolucci, un musicista tisico al massimo, già gli scultori eviterei se fanno robe di marmo” ma niente, mica mi dava retta, infatti si è visto come è finita, insomma lo stronzetto decise bene da piccolo di contrarre i miei bellissimi nomi di Natascha Alba eccetera in Scialba, e il cielo si vede come lo ha punito, però appunto, se penso che manco so chi è stato l’infame che alla povera Marie Victoire Hélene ha ricacciato MaViLéne, I count my blessings e me lo tengo caro, il nomignolo di Scialba, che vedi come nella vita può sempre andarti peggio.)

Insomma Thierrenne e MaViLéne si conoscono alla festa, lei con la scusa di esaminare da vicino il martello di Thor ci attacca discorso, com’è, come non è, si innamorano e nel disaccordo di entrambe le famiglie, visto che lei ha pure la madre ebrea (ma non era neanche tanto quello il problema per i von Z. de R. ter H) decidono che alla facciaccia di tutti e soprattutto della futura suocera di Thierrenne, loro si sposano e fatevene una ragione.

Il discorso è appunto che MaViLéne non solo è straricca, ma pure figlia unica e la madre i suoi bei piani magari li aveva fatti in altre direzioni. Tantevvero che il giorno della festa di fidanzamento la madre di lei si presentò vestita a lutto e quel lutto lo portò per tutto il prospero resto della sua vita, che insomma, sempre quella trentina d’anni sono. Per dirvi di quanta madre era figlia MaViLéne, che manco lei alla fine era una mammoletta. Su quel matrimonio si giocò una prova di forza tra le due che, mi dicono, era iniziata già dagli ultimi mesi di gravidanza, con MaViLéne che mai un movimento, mai un calcetto fino al termine, dopodiché cominciò a scalciare come un’assatanata e ci mise altre tre settimane a venir fuori, tra una finta doglia, una contrazione moscia, una dilatazione a rate e 60 ore di travaglio, che si capisce perfettamente come mai figlia unica sia rimasta. Povera maman von R. davvero, il brutto carattere le sarà anche potuto venire dopo, una quasi la capisce.

La parte migliore dell’ostracismo di maman fu quella del servizio di argenteria di famiglia, che tradizionalmente passava alle figlie maggiori che si sposavano. Sua madre rifiutò di mollarlo fino al matrimonio della nipote, per cui saltarono una generazione. Comunque si capisce che stirpe di matriarche irriducibili che fossero ed era soprattutto per quello che la famiglia di Thierrenne era così contraria, che loro erano pure il ramo cattolico e ne avevano di monsignori che potevano celebrare i loro matrimoni, niente, si dovettero rassegnare a un matrimonio di rito misto, ma il vero motivo è che si mettevano in casa due notorie stronze, che si facevano pure la guerra, e i nostri erano paciosi di natura) .

Comunque nel frattempo tramite l’ennesimo prozio von Z. de R. ter H. morto senza figli, il castello avito costruito sulla magione fortificata originaria eccetera, e disabitato da tanto di quel tempo che ormai era un cumulo di rovine di cui si salvava giusto una torre medievale era finito nelle mani di Thierrenne, e i colombi decisero subito di ristutturarlo per farne una residenza per le vacanze e scelsero strategicamente il periodo di vacanze che tra le acque, la montagna, la crociera e altri riti cinquantennali di casa garantivano ulteriori due mesi lontani da mammà e dal suo lutto perenne portasfiga.

A quel punto contattarono l’architetto neogotico che già aveva dato prova di sé in un paio di stazioni, musei e parlamenti mitteleuropei e gli affidarono la ristrutturazione della magione, dando precise indicazioni per lo stile medievaleggiante, che era una tradizione di famiglia e ci tenevano tanto, che mo baroni, baroni, ma insomma, era Don Dinero il capostirpe, che permise l’acquisto di un titolo a suo tempo, quindi tanta puzza ma alla fin fine quello era. Poi siccome oltre a una gran paccata di soldi i nostri avevano il gusto delle collezioni, tra le giapponeserie dei viaggi in Asia e i tombaroli di fiducia da cui si rifornivano, quello che da fuori sembrava il castello di una principessa Disney dentro era un incubo neogotico di soffitti a cassettoni con medaglioni dipinti che manco la camera degli sposi del Mantegna, bassorilievi a gogò, il sarcofago egizio nel salotto piccolo che era stato ritrasformato in frigobar, e il fac-simile della tomba di Ilaria del Carretto nel salone a piano terra in cui i mentecatti durante le feste mettevano lo champagne in ghiaccio, vi siete fatti un’idea, credo.

I giardini che fecero mettere intorno e che sconfinavano nei boschi primordiali dal lato sud invece erano splendidi, anche se quando cominciammo ad andarci noi eravamo già adolescenti scazzati, ci siamo fatti tanti di quei giochi a nascondino e agli indiani con arrampicate al limite sugli alberi del parco, e la prova di iniziazione che consisteva nell’immergersi vestiti fino al collo nel fossato vicino al (fintissimo) ponte levatoio, come prova per i bagni clandestini nel ninfeo, che era proibitissimo per via delle cugine della Venere di Milo – che l’arte è una bella cosa ma con i bottini di guerra si fa subito a metter su una collezione e i baroni sempre dei grandi ammanicati sono stati – che ci avevano messo intorno, ma noi ci stavamo attenti e il bagno ce lo facevamo lo stesso, anche se non vestiti magari).

Insomma, visto l’andazzo in quelle vacanze, alla fine ho capito pure come mai in quella famiglia si sposavano così spesso tra lontani cugini, in particolare in seconde nozze. Divorzi o rimani vedovo o vedova, ti rifai una vacanza di famiglia al castello che ti invitano per consolarti, ti bevi un intero sarcofago di champagne, pensi alla beata gioventù e persino tuo cugino ti sembra improvvisamente un bonazzo, e tracchete.

Poi c’è da dire che il figlio della famosa nipote che ereditò l’argenteria di famiglia al matrimonio, era uno che bazzicava il jet set e gli artisti, e quindi quando andava lui al castello con gli amici c’erano anche Maria Callas, Brigitte Bardot, Jim Clark, che il Constantin terzo era un appassionato di motori, e insomma, facevano grandi baldorie pure loro.

Poi niente, morì senza figli pure lui un po’ di anni fa, che io non le capisco queste famiglie che si trombano il mondo ma non figliano, il castello è passato a una fondazione che lo cura e lo affitta per gli eventoni delle sciure cumendatrici, insomma, mi ci ritrovai a passare un paio di anni fa e mi ritrovai nel bel mezzo di un evento di vestiti da sposa meringosi, con quartetti d’archi, cocchi a noleggio con cavalli isterici con cui fare il giro dei giardini per vedere se te lo vuoi affittare per il grande giorno, sfilate di moda, catering e fiorai chic, una cosa, per me che ci ho passato dei giorni bellissimi nell’età formativa, un pochino angosciante, vi dirò.

Per fortuna ci ritrovai anche un lontano parente di quelli del ramo diamantari che era passato per la loro esposizione a fare un po’ lo charmant con tutte queste mamme e sposine in vena di shopping selvaggio, ci siamo riconosciuti, abbiamo estorto a quelli del catering un paio di bottiglie di champagne serio, non quello che facevano degustare alle sposine, e ci siamo imboscati nel ninfeo a raccontarcela e ci siamo fatti un sacco di risate. Alla fine stavamo persino per sfidarci a entrare vestiti nel fossato, ma è passato un cumènda che lo conosceva e abbiamo finito a petit fours e cioccolatini e mi ha salvato il Gaultier o altro che tintoria.

Che tutto sommato, in quel gran bombonierone storico del boudoir di MaViLéne i petit four facevano anche pendant e lì abbiamo concluso il viaggio lungo memory lane. Ma mi diceva il parente diamantaro che in primavera fanno anche un evento di antiquariato e forse ci porto un po’ del tarlume di famiglia che tocca fare spazio prima del mio funerale, mica vogliamo appioppare ai figli certe rogne, che questa generazione di oggi sono tutti così minimal.

 

De rerum familia, Clotilde e Leonzio e l’importanza delle liste nozze ponderate

Nel salottino della nonna c’era questa consolle con tante foto di tutti i parenti, soprattutto quei bei ritratti dei matrimoni dove tutti sono più belli, più acchittati, i bambini più ricamati e i fiori più opulenti, tutte in queste belle cornici d’argento, che poi dopo die Katastrophe toccò vendere, ma le foto le abbiamo conservate tutte. E una volta in un angolino nascosto dietro a tutte trovai questa foto di una giovane coppia, molto bella ed elegante, molto felice, in posa da foto di fidanzamento. Mi ricordavano qualcuno, ma non sapevo chi.

“E questi chi sono?”

La nonna sospirò: “Sono Clotilde e Leonzio da giovani”.

La zia Clotilde me la ricordo benissimo, è una signora magra magra, molto divertente, ha sempre aneddoti carinissimi, in particolare di quando suo fratello si sposò in una famiglia piena di Clotildi, e allora per non confondersi lei la chiamavano la grande Clo per distinguerla dalla sorellina della sposa, la piccola Clo, con la differenza che lei appunto era piccola piccola e magra magra e la piccola Clo a 13 anni era alta come lei e forse due volte più larga (poi con lo sviluppo si riproporzionò) e questa cosa della grande e della piccola faceva ridere, e poi c’era anche nonna Clotilde, e la zia Tilde, e un’amica della nonna che chiamavano Madama Tildina, insomma, alla fine si erano ricapate. La zia Clotilde è molto attiva tra le Dame di san Vincenzo e per le feste tipo Natale o Pasqua mette di mezzo amici e nipoti per il presepe vivente e la sacra passione, che un anno con la scusa che ero piccola mi misero a fare la pecorella nel coro di natale e io mi vergognavo da morire. Mi avessero almeno messa a fare il lupo.

Lo zio Leonzio invece è un cugino di mamma, di cui si parla molto, a spizzichi e sussurri, più che vederlo. Diciamo che più che un parente è un proverbio, perché spesso li senti dire: “Come direbbe Leonzio”, oppure: “Quella volta che Leonzio” e cose del genere.

È molto carino anche lui, quando viene ha sempre chicche e regali per noi bambini, poi la mattina lo vedi scendere con i suoi elegantissimi pigiami e vestaglie di seta, dei sigaretti piccini piccini, e va a far ridere la nonna, e tutti quanti in effetti, raccontando anche cose tremende secondo me perché i grandi pensano che non ce ne siamo accorti, ma certe volte come ci vedevano entrare smettevano di parlare, rimanevano tutti a ridacchiare e ci portavano via subito. Zio Leonzio deve avere qualche lavoro molto strano perché nessuno lo ha mai detto bene, “è un uomo di affari” dicono, e viaggia molto, ma quali affari non so proprio.

Si dice persino che sia stato diseredato da suo padre, anche se non ho capito bene come, visto che si vedono sempre e si rispettano. Forse perché vive senza essere sposato con una signora con cui si vogliono molto bene “e per fortuna che lei ha del suo e vivono in casa sua”, “che ha una pazienza quella santa donna”, “la fortuna anche che non hanno figli insieme”

“Ma la zia Clotilde e zio Leonzio sono amici? Non li ho mai visti insieme.”

La nonna ci pensò un po’.

“Senti, sei grande, tanto vale che te lo dica ma non ripeterlo a nessuno: sono stati sposati. Poi per tanti motivi non sono più rimasti sposati e la Sacra Rota ha annullato il matrimonio. È stato nello stesso periodo in cui suo padre lo ha diseredato, ma si erano messi d’accordo su tutto. Solo che è tutta una cosa un po’ strana e anche un po’ imbarazzante, per questo non ne parla nessuno, ma loro sono amici, si vogliono bene, si scrivono, qualche volta si vedono, ma non hanno piacere di sbandierarlo in giro. E io voglio bene a tutti e due e me li voglio ricordare da fidanzati.”

E insomma, così in una botta sola a 12 anni avevo messo le mani su uno dei Grandi Misteri di Famiglia (cosa fosse la Sacra Rota me lo feci spiegare dopo da suor Filomena che mi faceva catechismo privatamente per la cresima), e meno male che ero curiosa e avevo fatto domande, perché davvero poco dopo zio Leonzio morì, e anche lì ci fu un funerale strano, non ci dissero nulla, io non potei più fargli le domande che avrei voluto e della zia Clotilde avevo soggezione perché immaginavo abissi di sofferenza matrimoniale, considerato poi che lui viveva con l’altra e lei invece faceva la dama di san Vincenzo anche se con l’annullamento avrebbe potuto risposarsi, e anzi, ce n’erano che la volessero, ma niente. Insomma, nessuno di noi nipoti avrebbe mai saputo niente se io fossi stata meno impicciona, in questa e altre occasioni.

E invece è pure una bella storia, compresa quella della morte di zio Leonzio, che uno dice, come fai a dire che è bella, se è morto, ma è così. Ci sono delle persone che muoiono come hanno vissuto, facendo le cose che gli piacevano di più e dopo seppi che zio Leonzio era morto mentre stava giocando – e vincendo – a poker al circolo, con uno dei suoi sigaretti in mano e il suo whiskey preferito accanto. Stava mettendo giù la mano vincente quando di colpo cadde in avanti con la testa sul tavolo, nella sala accanto c’era anche un gran professorone in medicina che accorse subito ma poté solo constatare che era morto di botto, e dicono che stesse sorridendo. E questa cosa del sorriso me la ricordo, perché quando mi portarono alla veglia, che da piccola e dopo non so quanti morti mi avranno fatto vedere perché si usavano le veglie e in fondo era come se dormissero, nel loro letto con il copriletto di pizzo e i 4 ceri intorno, ecco, continuava ad avere quel sorriso, e tutti che dicevano: “Ecco, è proprio lui, la morte più bella che potesse avere.”

E sembrava che avesse appena raccontato una di quelle barzellette che noi non potevamo sentire. Poi siccome quando successe io ormai ero grandina e la storia la sapevo, misi insieme vari pezzi e capii che era per quella malattia del gioco e delle scommesse che la zia Clotilde era stata costretta a lasciarlo, perché non ce la faceva proprio ad aspettarlo tutte le sere che rientrasse dal circolo.

Ma erano matrimoni di altri tempi, e anzi, per quei tempi fu davvero straordinario che lei lo lasciasse, ma il fatto era che non erano cattivi, nessuno, e la sua famiglia lo sapeva bene che era così, ma non l’avevano mai detto a Clotilde nella speranza che avesse trovato una ragazza in gamba che lo avrebbe tenuto a bada e distratto dal gioco. E così non fu purtroppo, che poi si sentivano in colpa, ma proprio per questo si sono sempre trattati e invitati tappando la bocca alle malelingue col sorriso.

E il padre lo dovette diseredare proprio perché lo avevano avvertito che ne aveva fatto una grossa e rischiavano che i creditori chiedessero il sequestro, e poi cosa fatta capo ha. Perché alla fin fine era vero tutto, di Leonzio, gran giocatore e grande uomo di affari, e in entrambi una volta gli andava bene e una volta gli andava male, cadeva e si rialzava.

(Che poi anni dopo, quando ormai anche la zia Clotilde era vecchia, e stava morendo, e la andavamo a trovare per farle compagnia, le domande gliele feci eccome, e anche lei si era stufata di tutti questi segreti. E scoprimmo che lei era molto fragile di nervi e prendeva quindi un sacco di tranquillanti quando lui non rientrava e lei si agitava, “ma anche l’oppio, la cocaina, tutte cose che adesso ci vuole la ricetta dell’anestesista, però poi dormivo” e noi alzavamo gli occhi al cielo all’idea di zia Clotilde psichedelica, che chi l’avrebbe detto, e certi funghi che le riportava un missionario dal Sudamerica, altro che ricetta quelli, averceli pure noi.)

E ci raccontava di quella volta che le regalò una parure di diamanti, ma la settimana dopo gliela chiede sa impegnare – poi la riscattò ma ormai lei si vergognava a portarla, come se tutti l’avessero vista al banco dei pegni. Invece l’altra donna di zio Leonzio, proprio perché non erano sposati e lei era padrona in casa sua e delle sue cose, la prendeva diversamente. Una volta anche da lei portò una statua in bronzo bellissima, un’occasione, ma quando gli servì per riscattarla lei disse solo: “Ormai sta qui, ci sono affezionata e qui rimane, quanto ti serve che me la compro io?” e la zia Clotilde lo diceva ammirata, perché  lei quella presenza di spirito non l’avrebbe avuta.

E ci diceva sempre: ragazze, la cosa più importante per una donna sono l’istruzione e aver del suo, mi raccomando, fatevi sempre intestare dei beni inalienabili per il debutto, e teneteveli a cari, che ben che vada sono vostri e non ve li tocca nessuno e male che vada li lasciate ai nipoti. E infatti a me lasciò un frutteto e a mia sorella un seminativo che stanno ancora lì e rendono.

E la compagna di zio Leonzio, che poi al funerale si parlarono e si trovarono simpatiche e anche lei la veniva a trovare con noi, aggiungeva: ragazze, oltre ai beni, però, pensate alla lista di nozze, che la cosa fondamentale sono un bel set di padelle in ghisa, che durano in eterno, e ormai come quelle di una volta non ne fanno più, ma basta saperle curare. E infatti lei alle sue di nipoti lasciò le padelle.

Per questo io nella lista di nozze ho chiesto un set di padelle in ghisa, che solo la padellata in ghisa risolve tante piccole cose nei migliori matrimoni. Quelle in tefal, sinceramente, giusto l’uovo ci puoi friggere perché sono troppo leggere per salvare i matrimoni. E con le case piccole di oggi è bene che gli oggetti di cucina siano multi-tasking.

Pimp your bike: riflessi


Era un po’ che non vi postavo più una una bicicletta del genere chi autodafé fa per tre. Che mi dite di questo modellino riciclo creativo? tra gli specchiettini mosaico e i CD, un raggio di sole per le giornate piovose.

100 anni di Wim Sonneveld: “De dorp” e altro

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Come sanno i miei corsisti di olandese Wim Sonneveld è stato un artista, cabaretier e cantante che ha lasciato una traccia fortissima nella cultura popolare dei Paesi Bassi. Ancora oggi le sue canzoni sono famosissime, e visto che questa settimana se ne festeggiano i 100 anni dalla nascita con libri, convegni e omaggi, voglio condividere con voi alcuni dei suoi brani più famosi.

Ci sono solo due canzoni olandesi che mi fanno piangere dalla commozione e uno è Het dorp, che viene considerata anche la sua canzone più famosa. Si tratta della traduzione di una chanson francese e inizialmente, quando il suo partner gliel propose lui neanche era molto convinto. Invece proprio perché ha un tema così riconoscibile, alla fine è diventata quella più amata da tutti.

Fondamentalmente è un omaggio nostalgico al villaggio della sua infanzia, ormai irrimediabilmente cambiato, come è cambiato il posto della nostra infanzia un po’ per tutti, ma le frecciatine sul “progresso” che ha avuto luogo, con il buffet decorato con rose di plastica, le case che sono scatole di cemento e la gente che guarda i quiz alla TV.

“Io ero un bimbo e non potevo sapere, che tutto questo sarebbe finito per sempre”.

Enjoy. Quando avrò finito di piangere vi proporrò altri brani di Sonneveld, che ha l’innegabile vantaggio di avere una pronuncia molto chiara e articolata, e quindi ottimo per chi sta facendo di olandese.

Un’operetta morale: “Nega, ridi, ama” di Rossella Boriosi

Gioiellette mie, come voi mi insegnate la donna di mondo, più ancora dei boy-scout is prepared e dove possibile si porta avanti con il lavoro. Non stupitevi quindi se comincio a buttarla sul menopausale, una fase della vita quanto mai remota, ma da non sottovalutare, soprattutto quando si discende da una manica stirpe di matriarche che proprio non ne volevano sapere di levarsi dalle smetterla di godersi la vita e sono vissute tutte a lungo, felicemente e lucidamente, seppellendo ove necessario mariti, suocere, amanti e in un paio di casi anche qualche esecutore testamentario di respiro più breve del loro.

Capite quindi che gioia, che gaudio, che giubilo quando la mia amica Grimilde ci ha presentato la sua ultima fatica, il diario tragicomico di una menopausa intitolata Nega, ridi, ama E io l’ ho amata moltissimo, ho riso ancora di più e quanto a negare, non avendo nulla da negare in proprio mi sono fatta una cultura su come lo fanno gli altri. Anzi, le altre.

Ora voi mi chiederete se serviva davvero un libro agile, spiritoso, scritto con intelligente spirito di osservazione e onestà di introspezione e io vi dico che si, serviva. E anche se fosse stato superfluo (e, credetemi, non lo è) ha un finale così meravigliosamente catartico che davvero sto già mettendo la protezione solare fattore 100 nella borsa e il costume, per partire verso i mari del sud.Il finale, ve lo dico sinceramente, è meglio di una confezione gigante di prozac.

Insomma, proprio quest’estate che si è promesso alla Bettina di andare con lei ad Ascot e a fare lunghe passeggiate a Stonehenge mi ci voleva una lettura frizzante pre-estiva per entrare nell’ordine di idee che la vita è breve, il follicolo si stinge, le amiche rincoglioniscono e invece di chiedersi come mai e perché bisogna affrontare le cose con spirito scientifico.

E Rossella Boriosi, autrice di questa operetta morale, che non mi viene una definizione migliore, è proprio con spirito scientifico che affronta l’ idra accompagnandoci per mano con la dolcezza che la contraddistingue anche nella vita e non solo nelle opere (e, mi auguro, nelle omissioni) attraverso:

  1. la negazione
  2. la rabbia
  3. la negoziazione
  4. la depressione
  5. l’accettazione
  6. la rinascita

ovvero le cinque fasi di elaborazione del lutto secondo Elisabeth Kübler-Ross. E vogliamo buttar via proprio le cinque fasi dell’Elisabeth? giammai, solo che Rossella le reinterpreta meglio di quella mia amica bellissima, magrissima, elegantissima che ultimamente oltre ad essere incazzata dura con la vita e con il mondo ha deciso che le è spuntata la pancia e a cui noialtre, nel corso di un momento di introspezione collettivo, abbiamo dovuto ricordare:

“Tesoro, permetti se te lo diciamo? Hai la pancia? Ma vaffanculo”.

Che alla donna di mondo quando cala l’estrogeno meglio che salga la solidarietà delle amiche o non se ne esce vive.

Insomma, che abbiate la menopausa o non la abbiate, che abbiate una moglie, mamma, donna, sorella, figlia, compagna, amica, collega che si sta avvicinando pericolosamente all’età della tinta dei capelli, voi questo libro leggetelo, capirete tante cose, e mi ringrazierete. (La catarsi, mi raccomando la catarsi).

E oltre a ringraziarmi, ringraziate le amiche: che rispetto alla terapia ormonale sostitutiva almeno non presentano rischi di trombosi. Anche perché sono meglio le trombate, excuse my French.

E buona lettura.

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De rerum familia 1 o del vero nome di Scialba della Zozza

Io lo so che tutti vorreste sapere da dove deriva il mio nomignolo di casa Scialba. È tutta colpa di quello stronzo di mio cugino Alexander (“Quello è falso come la mamma”, diceva la suocera della zia, e aveva ragione). A me mi avevano chiamata Natascha come la mia madrina di battesimo, Alba come la nonna materna, Maria come lo zio Fernando Maria, e un altro paio di nomi che adesso non serve ricordare. E fino a un certo punto andava tutto bene, tanto che la nonna ci chiamava a me e allo stronzetto (p’tit e con sono in fondo state le prime due parole in francese che ho imparato grazie a lui) Sascha e Nascha, core della nonna se’.  Solo che il cazzone una mattina ha avuto la bella trovata di mettersi a urlare: “Nascha Alba perché è scialba” e tutto felice del suo spirito di patata mi ha rovinata per sempre. Perchè i nomignoli meno sono azzeccati più si appiccicano, n’est ce-pas?

Poi il cielo esiste, perché come disse una volta mio fratello: “Facci caso, tutti quelli che ci davano fastidio da piccoli sono morti di overdose”, insomma, pure Sascha ci rimase in qualche festino di quelli che giusto lui ci andava e hanno dovuto coprire lo scandalo, infatti la famiglia fece comprare entro le 6 di mattina tutte le copie della Gazzetta del capoluogo che non ne è avanzata neanche una, e per dei mesi su tutti i muri del centro comparivano queste scritte: “Chi fa le feste?”. Che poi muri del centro per modo di dire, solo sui palazzi loro e altre proprietà, manco il catasto era aggiornato come le scritte, quindi le deve aver fatte o fatte fare qualcuno che sapeva troppe cose.

E nel suo caso, ma giusto lui che era parente, non si trattava manco di overdose ma di un’orgia che gli era un po’ sfuggita di mano. È che al povero Sascha, che adesso diciamocelo, parlandone come se fosse vivo, stronzetto era stronzetto, e falso pure, ma gli ho voluto bene da bambina e ci siamo fatti tante risate, ma era anche uno che la vita voleva godersela a mille e per puro caso aveva scoperto che bastava un foulard di seta stretto attorno al collo, ma pochino pochino, eh, per intensificare gli orgasmi, e io glielo dicevo “Sascha, fai quello che vuoi ma ricorda cosa diceva la nonna: il letto come te lo fai ci dormi, e ti ricordo che era il suo modo pudico di dirci di stare attenti a chi ci trombiano, e tu gioia mia, ti piacciono davvero tanto quelli col bicipite turgido, che per carità, pure io, che c’entra, ma insomma, quando vuoi farti stringere il foulard meglio l’amante tipo intellettuale emaciato che il camallo che piace a te”, ma niente a lui piacevano robusti e truzzoni, e si è visto che fine ha fatto.

E allora visto che per tanti motivi che non posso sviscerare tutti qui, ma siete gente di mondo e la metà li avrete capiti da voi, io non potendo manifestarmi con nome e cognome veri (e dio benedica quei paesi dove ti puppi il cognome da sposata anche se divorzi, almeno fino a che non ti risposi, che con 3 matrimoni all’estero ben assestati ho confuso le tracce che manco la Pantera Rosa) io questo nomignolo adesso lo porto con orgoglio, tanto la saetta divina per ora mi ha dimostrato di vederci benissimo, e chi sono io per oppormi al volere dell’Eterno?

E  il della Zozza? Ma niente, quello fu il bisnonno per disperazione, che questi cognomi austro-ungarici ci si confondevano tutti con le consonanti nelle trascrizioni, a ogni documento una dizione diversa, insomma, al terzo rogito che tentavano di invalidargli con la scusa del nome che non si capiva si è deciso e ha italianizzato. Ma solo lui, col risultato che quando facciamo la riunione annuale alla reception si confondono sempre, ma poi ci si ricordano, eccome se ci si ricordano. Ma magari ve lo racconto un’altra volte, che con i cognomi ci serve un pochino di tempo, e meno male che non ho mai amato usare i titoli, che lì, uh, per pura tigna me li sono imparati a memoria a 5 anni con la prozia badessa, che quelle rinunciano a nome e cognome per sposarsi Gesù, ma non gli toccate i titoli, per carità del signore che fanno venire la grandine a forza di invocazioni, nevvero, un filino alternative, e giaculatorie, tante giaculatorie, una per titolo. E con la grandine di questa stagione ci si rovina l’uva, meglio di no, che altrimenti il vino della messa con cosa lo facciamo? Insomma, i titoli non so se ci torneremo sopra.

 

Malattia e autodeterminazione a 12 anni

Quello che mi piace di questo ulivo, spaccato in due dalle pietre del muretto, continua a crescere e fruttificare

Non volersi curare è la stessa cosa che voler morire? Questa notizia nei Paesi Bassi sta scatenando grandi discussioni e mi ha suscitato un sacco di riflessioni che vorrei mettere in fila qui.

Dodicenne con tumore al cervello, dopo la rimozione chirurgica e radioterapia rifiuta di fare la chemo, è stato malissimo durante le cure e non ne può più. 

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